Alba Gnazi: Ocra e cenere

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 Per G. R.*

Per Sua Madre

***

A dovermi

ricollocare ferma a un lato di quest’autunno che non t’ha – opalescenza ignea il non ritorno- soppressa alla mia la voce del saperti, del conoscerti oltre un prefisso, supponendo l’acqua fresca diluita raso notte che ti sferra nitido ogni mattina a me a me e solo a me, Figlio che il Presente prova lune per dirti e lettera d’ogni amore: cenere, cenere, ancora cenere.

 

 

Io ti ho cercato prima che ti voltassi,

nella deriva del fiato tra noi, sospeso

d’espresso amore indicibile, ma tu

eri già il solo cenno impaziente della mano,

luce ocra di schiena.

 

 

(Quando mi dissero,

e lo ripeterono,

in modo che intendessi)

 

 

il distacco costa la fatica

di scoprirci privi. Tu ridevi,

praticavi quei deserti

lasciando secco il mio

e ti udivo

cospargermi le dita e il collo

di interurbani rovi e miele fresco,

‘è tutto così fondo,’ dicevi, ‘così ocra

e così fondo – ogni tetto ogni falda ogni voce.

al mattino ascolto pregare,

così presto che poi mi devo alzare

recuperare la notte

farmi corpo e mestiere in questo posto

che è il posto dove stare.’

 

 

Ocra è la curcuma, ocra

il vento, ocra l’ora in questo mio altrove,

lo scatto innocuo del polso a farmi pronta

nei capelli ravviati, la sprezzatura costante

del freddo – freddato intonso il brodo,

fredde le mani nel fiato, freddo il collo,

il ventre, il latrato che affredda la sera e tu

hai freddo lì dove sei?

Giulio.

rispondi.

 

 

Qui nessuno sa dire.

Qualcuno ha osato tempesta ma

ho concluso aghi di pino nella gola stretto al cuore

figlio mio mia faglia viva d’innominato continente in cui spiaggiammo esuli, noi noi noi e solo noi, come quando tra i limoni mi ammettesti al pergolato dell’infanzia succo d’ombra more e denti bianchi

che ridevi, tu ridevi

ed eri colle, alfabeto e ogni lettera d’amore a soffocarmi adesso il petto risvegliato

in sponda d’alba l’alba in petto il petto in cenere tutto in cenere

adesso

cenere.

 

Alba Gnazi 

 

***

*Testo presente nell’ebook ”MANUM PORRIGAS – Poesie per Giulio Regeni”, numero speciale de I Quaderni di Erato del 21 marzo 2017, scaricabile a questo link.

(Immagine: web)

 

Alba Gnazi: Ocra e cenere

Andrea De Alberti: Dall’interno della specie

andrea de alberti

*
Resti

Imperfetto è ciò che si è trovato,
l’opera incompleta è trasformata in desiderio
e ha una propria e viva collazione,
essere utili nelle ossa ai nostri simili,
salvaguardare ciò che ci rimane per restare
in uno spazio che si fonda su se stesso
e sotto ha un qualcosa che sprofonda.

 
*
Cronometro sentimentale

Un cronometro sentimentale dovrebbe contenere
qualcuno che ti sogna per come sarai.
Eravamo in un ingorgo diventato terapeutico,
articolavamo di più, perché tutto era una strana
digressione della vita verso un punto che se
precipitava ci conteneva tutti.
Può essere che sia passato tanto, poi è emersa
la storia di noi due che ci eravamo attaccati
a un cordone ombelicale per non precipitare
prima che iniziasse il nuovo mondo.

 
*
Non soltanto qui la neve

Non soltanto qui la neve contribuisce a un uomo migliore,
dal primo fiocco che appare riveste un ruolo sociale.
Rimango quel poco iniettato in me stesso,
sfinito processo di una strana evoluzione.
La mia era glaciale è il sogno di un mondo
dove le emozioni hanno dal principio
riconosciuto la mente sotto un unico ombrello.
Dicono gli scienziati: su uno schermo primordiale
l’anima nel freezer ha un cervello emotivo
che può ancora difendere.

 
*
Con le braccia e col pensiero

Si apprende con sgomento a volte,
nozioni suggerite, o intuito di padre,
la demolizione del pensiero in una zona corticale,
cartilagini di cielo, stelle filanti,
lasciate come reperti di una lontana festa,
o di una guerra di carta,
carnevale in martedì grasso,
aria fritta sopra i nostri frammenti.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Ettore alza al cielo Astianatte,
simbolo antico, affetto e compromesso,
lo eleva con le braccia e col pensiero.

 
*
Strade

Ho cominciato a pensare che può succedere a tutti,
su alcuni arresti fasulli del ritmo cardiaco
se lo sguardo che porti non appena ti svegli ha una deriva.
Lo stomaco è costretto a entrare nel mondo,
crisi d’ansia, apnee terrene delocalizzate in poche ore,
pensieri come cartelli autostradali
per una città che non conosci per niente.
Ogni indizio si nasconde, la spirale si allunga,
ti senti uno scemo e se accosti, il primo che incontri
ha il sorriso di un gorilla appena scappato
da uno zoo che non ricorda.

Dall’interno della specie, Einaudi, 2017

 

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

foto: fonte web

Andrea De Alberti: Dall’interno della specie

Poesie al padre / 10: Alba Gnazi

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Renato Cambri, Senza titolo 100×100 cm – t/mista su tavola 2014; website: http://1995-2015.undo.net

 

 

Hanno detto di metterti in spalla
metterci te con gli umori avanzati
il tempo sabbiavetro di ogni troppo amore
te issato che il capo mi tieni intanto
che sporta in avanti la strada mantengo
e te, per i lembi dei calzoni

Le tue scarpe immani, sottili mi mostrarono
oggi
questo te vecchio, questa me
inadatta
a contenerti tutto,
premuto radente sul mio saperti intatto
nei collassi che l’età non risparmia
di parole e terre e sementi e inondazioni

le tue risa sgrappolate
sulla bocca di mia madre,
quel nostro pieno, incauto esser Vivi
mai nel riflesso, noi: in cima a scongiurate certezze
voltàti a mano tesa
per sfiorarci dita di fede

come adesso che Sei stanca, affermi
Sali qui, ti porto io
e sfilate le scarpe tasti il suolo
a pieni nudi e mi sollevi.

Alba Gnazi

(Inedito)

Poesie al padre / 10: Alba Gnazi

Zbigniew Herbert: L’epilogo della tempesta

POLISH POET ZBIGNIEW HERBERT FILE PHOTO

*
Un cuore piccolo

Il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

nel momento meno opportuno
quand’ero ormai sicuro
di aver dimenticato tutto
le sue – le mie colpe

eppure come gli altri
volevo cancellare dalla memoria
i volti dell’odio

la storia mi confortava
io combattevo la violenza
il Libro diceva
– era lui Caino

tanti anni paziente
tanti anni inutilmente
ho pulito con l’acqua della pietà
la fuliggine il sangue le offese
perché la nobile bellezza
il fascino dell’esistenza
e forse persino il bene
dimorassero in me
eppure come tutti
desideravo tornare
alla baia dell’infanzia
al paese dell’innocenza

il proiettile che ho sparato
da un piccolo calibro
nonostante le leggi di gravitazione
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle
come volesse dirmi
che niente e nessuno
sarà perdonato

e così adesso siedo solitario
sul tronco di un albero tagliato
nel centro stesso
della battaglia dimenticata

io ragno grigio intesso
riflessioni amare

su una memoria troppo grande
su un cuore troppo piccolo

 
*
A Celasw Milosz

1
Sulla baia di San Francisco – le luci delle stelle
al mattino la nebbia che divide il mondo in due parti
e non si sa quale sia migliore più importante e quale peggiore
nemmeno in un sussurro si può pensare che siano uguali

2
Gli angeli scendono dal cielo
Alleluia
quando dispone
inclinate
rarefatte nell’azzurro
le sue lettere

 
*
Kant. Gli ultimi giorni

Questo – natura – proprio non testimonia la tua
magnanimità
e se non sei magnanima
potresti anche non esistere

Proprio non potevi offrirgli una morte improvvisa
come il crepitio di una candela
come una parrucca che scivola a terra
come il breve viaggio di un anello
su un tavolo liscio
che rotea rotola
infine si ferma come uno scarabeo
morto

E allora perché quei giochi crudeli
con un vecchietto
la memoria svanita
il risveglio incosciente
il terrore notturno
non era lui che aveva detto
«attenzione ai brutti sogni »
lui che sulla testa ha un ghiacciaio grigio
e al posto dell’orologio da tasca – un vulcano

È di pessimo gusto
imporre a chi
si esercita nel mestiere di fantasma
di diventare – improvvisamente –
uno spettro

 

*
Tommaso

Qui hanno appoggiato la lama sul corpo
proprio qui
e hanno spinto
e c’è un ricordo
che urla in tutte le lingue del pesce
– la ferita –

Il viso concentrato
i solchi sulla fronte
la luce bluastra del mattino
fredda e avversa

La mano del Maestro
guida dall’alto
l’indice di Tommaso

dunque è permesso il dubbio
consentita la domanda
dunque vale qualcosa la fronte
corrugata di Leonardo
le mani impazienti
invocate in aiuto

 
*
Dodicesimo piano

In memoria di Jan Lechon

Tutti i sorrisi
tutta l’amarezza
le percosse in viso e le carezze
i biglietti del tram e le lettere d’amore
le tasche vuote e il frullio del cuore
stanno in piedi sulla finestra aperta
dell’hotel Hudson

adesso tutto questo
si alza in punta di piedi
prende posto
sul rischioso promontorio
tra il muro e l’aria

verso cui si avvia il poeta
con le braccia spalancate

com’è disordinato
questo viaggio

prime corrono le mani
che fiutano la via migliore
e la testa piegata in avanti
vola sulle scale troncate
e dietro a una certa distanza
le vista che si è fermata a metà
e il pensiero conficcato in profondità come un respiro
e il tronco pesante come una campana divelta
infine tutto ciò che non è vestito di pelle
il rimpianto una conversazione interrotta una bolletta non pagata
e alla fine i versi
i versi volano più a lungo
ma anche loro alla fine cadranno

chi poteva prevedere la catastrofe
il corpo era prosciugato
e non era quella terra ad attrarlo

cade tra la follia impermeabile
gli steli dei calzoni gli crescono intorno
si sdraia su una lastra di pietra

quella non era la via più breve
dall’alta vetta degli anni e dei piani
il poeta è sceso nella valle terrena

da L’epilogo della Tempesta, Adelphi, 2016

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto: fonte web

 

Zbigniew Herbert: L’epilogo della tempesta

Franca Alaimo su ”Luccicanze” di Alba Gnazi

Luccicanze copertina

Luccicanze di Alba Gnazi, ed. Cicorivolta, 2015

La scrittura poetica di Alba Gnazi possiede un’energia sonora, dinamica, vibrante, dominante.
Se ne viene percossi come la pelle tesa di un tamburo: per questo, inizialmente, l’attenzione ed il piacere della lettura investono, soprattutto, la sfera uditiva.
Le parole, spesso ardite, inusuali, scricchiolano, s’addensano l’una sull’altra, coagulano in grumi, tentano di sfondare la loro fisicità, vogliono (come scrive l’autrice a pag. 19) stuprare, incantare, insozzare, svuotare fino alla dimenticanza.
In realtà esse si portano addosso una vita per molti aspetti drammatica. Lei, l’autrice, somiglia ad una figura dell’antica tragedia greca, ferita a dismisura dal fato fin dalla più tenera età. La poesia della Gnazi, infatti, segue una linea narrativa autobiografica, alla maniera di Sylvia Plath (alla quale viene reso omaggio con il testo “Lady lady lady Lazarus” a pag. 73), che come ebbe a scrivere Frances Mccullough, mise in scena un’autobiografia più che confessionale, mitologica.
Come la Plath, inoltre, un’emotiva passionalità alimenta accensioni appuntite, talvolta spinte fino all’ossessività, come sottolineano certe reiterazioni, che somigliano a delle formule rituali, come l’invocazione del fuoco in La danza delle api (pag. 27), in cui il termine ricorre ben sei volte e, più che un elemento esterno, sembra sprigionarsi da un’interiorità devastata, da quel “nero” che cova ricordi infelici: “ed egli/ un dì sputò nero sulla tavola/ nostra appena imbandita” e ancora: “il ventre nero d’un idioma stretto/ tra i loro denti”.
La forza del sentire (“urlo” è un altro termine spia di questa silloge) si tramuta, dunque, in una parola tattile, fisica, che coincide con il corpo: un corpo di ossa e labbra e piedi e mani che in una sorta di rito orgiastico viene fratturato (“Sono la frattura/ Di me stessa” scrive l’autrice a pag. 45), mangiato dagli altri (il padre, il primo uomo, la gente, l’altro compagno) e, infine, chiamato alle risurrezione (come nel mito relativo a Dioniso) attraverso la pienezza di un nuovo amore, a cui esso viene donato con un impeto eguale a quello con il quale la poeta fa affluire tutto il suo disordinato e scottante materiale psichico alla scrittura poetica.

Franca Alaimo

 

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Franca Alaimo

***

Desidero ringraziare anche qui, fortemente e a mani piene, la persona di Franca Alaimo ( di cui è possibile leggere una biobibliografia qui, sul sito di La Recherche), l’attenzione e la cura che ha inteso dedicare alla lettura di Luccicanze (al link la scheda sul sito dell’editore), nonché alla stesura di questa recensione che, attraversando la raccolta,  con sguardo acuto e sottilissimo ne rivela versanti ed echi. 

Alba Gnazi

 

 

N.B.: La signora Alaimo è già presente sul Posto di vacanza con una recensione alla raccolta poetica Crivu di Patrizia Sardisco.

Franca Alaimo su ”Luccicanze” di Alba Gnazi

Bruno Galluccio: Verticali

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*
Si può scrutare nel proprio passato
come in un cielo di stelle
non c’è più l’emozione e l’oro
ma ogni passo incompreso
dorme lì nella costellazione
protetto dall’oscurità degli anni luce
ogni complesso evento
rivela la sua forma d’astri
e la gravità remota che li aggrega
ogni tristezza o amore
mostra intera la sua orbita

 

*
Come poteva essere che quello slancio si inaridisse
in un’esiguità da tremore infantile
da cibo solitario di inconciliabile vecchiaia
quando le luci cadono per non esser state colte
e il soliloquio si accascia nella sua inconsistenza.

Torri sovrastano già da tempo le nostre sviste
e il cielo ha il colore del pensiero
che si avventura e torna grave
si riconosce e non si pente.

Più di un ritorno: mai viste prima
tante linee universo,
le urne dell’affanno rovistate
e il minuto accordarsi di segni
nella piana rabbrividita
e il concime che dorme
e il vento.

 

*
Verso sera
la precoce, invadente sera che sa esprimere novembre
le prime luce commemorano
la rassegnazione della gente a vivere.
Un bavero rialzato sopra una fitta assorbita dal cuore
la fretta di capitare in un luogo
dove il freddo non ci sezioni
pochi pensieri si solidificano sul vetro
il tergicristallo li inghiotte via infastidito.
E mi ritornano volti che non avevo compreso
traspaiono non convocati ruvidi cenni ansimanti,
li penso come schegge straniate nella città che pulsa.
Intorno monta l’assedio, teste infossate,
fari abbaglianti, saliscendi infidi.
Mi resteranno lontani
non ho più la forza e il fiato per ricomporli quei volti
e in questa tempesta di liquidità
penso al sonno che abbiamo perso, alle sfide,
alle eredità che ci siamo scambiate
come in una laida bisca.

 

*
Rieccoti a casa. Fuori il fresco
ammonticchia fantasmi di coperte
e l’umido regala un’attenzione vuota alle foglie
camminando cieco nei viali.
Qui nella casa c’è quello che dicevi di volere:
il rosso che dal fondo si leva
e avvolge le pareti
come un docile incendio
l’odore di bollito che vaga per le stanze
obbedienti ci sono i libri allineati
sommersi di richiami.
Qui nella casa non c’è ombra.
Fuori il vento muta i posti delle cose
le scorie riporta, ma non chiaramente
separate, fuori la terra è pesante
e il crepuscolo non è diverso dal temporale.
Parleremo dopo delle strade
ma dopo che avrai toccato la tua roba
per farla tua di nuovo.
Fuori l’aria è straniera
e le luci fanno a pezzi lo spazio
lasciando cunei intoccabili.

 

*
Non ho sonno. Non so pregare.
Accolgo la solitudine di ogni singola onda.
Questa casa ha guscio di rapina
e tentazione lunare. Non ha scale
da scendere, sono nella terra friabile
la rena scardinata. Mi lascio dietro.

Le orecchie sono pietre, i vestiboli
le vere scale dove ci si affolla. Se qualcuno dicesse
che c’è un domani distinto
da questa impronta lo sentirei menzogna.
Le solitudini sfilano sul bagnasciuga.

Non ho sonno. Conto l’unicità delle conchiglie.
I talloni scavano sotto la colonna
potrei farmi pantano e sonda che pesca
la conchiglia che accoglie tutte le acque.

 

da Verticali, Einaudi, 2009

 

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto fonte web

 

Bruno Galluccio: Verticali