Giovanni Raboni, Poesie scelte

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Giovanni Raboni (www.giovanniraboni.it)

 

 

Alba

Ormai fa giorno. Non basta

sedere gravemente sulla sedia di paglia

vestito di canna e di sangue

ascoltando le ingiurie dei soldati, ospitando nel fianco

l’orma sintetica della lancia. Perché sia giorno bisogna

avere gli occhi lontani dalla guancia,

l’unghia sparsa dal dito,

una mano di calce sopra il cuore.

(da Gesta Romanorum, 1951-1954)

 

***

 

I manifesti

Chissà dov’ero, dove m’ero ficcato quando

le tue gambe hanno invaso la città.

Forse non guardo i manifesti.

Adesso paziente, maniaco ti do la caccia

di stazione in stazione

borbottando preghiere. Quello che non sei tu

esce dal fuoco o indietreggia se le tue

magre, livide dita si vede che una calza

tendono con increscioso pudore.

(L’intoppo, in Cadenza d’inganno, 1957-1974)

 

***

 

Le volte che è con furia

che nel tuo ventre cerco la mia gioia

è perché, amore, so che più di tanto

non avrà tempo il tempo

di scorrere equamente per noi due

e che solo in un sogno o dalla corsa

del tempo buttandomi giù prima

posso fare che un giorno tu non voglia

da un altro amore credere l’amore.

*

Il cuore che non dorme

dice al cuore che dorme: Abbi paura.

Ma io non sono il mio cuore, non ascolto

né do la sorte, so bene che mancarti,

non perderti, era l’ultima sventura.

*

Solo questo domando: esserti sempre,

per quanto tu mi sei cara, leggero.

*

Ti giri nel sonno, in un sogno, a poca luce.

(da Canzonette mortali, 1983)

 

***

 

Ombra ferita, anima che vieni

zoppicando, strisciando dal tuo fioco

asilo a cercare nei sogni il poco

che rosicchio per te all’andirivieni

 

dei risvegli e degli incubi, agli osceni

cortei delle sciarade, così poco

che qualche volta quando arrivi il fuoco

è già spento, divelte le imposte, pieni

 

di insulsi intrusi o infidi replicanti

l’immensità della cucina, il banco

di scuola, il letto, dammi tempo, non

 

svanire, il tempo di chiudere i tanti

conti vergognosi in sospeso con

loro prima di stendermi al tuo fianco.

 

***

 

Essere … essere, sì, intimi, nel cuore,

nel midollo, con chi è noi, con chi

d’altro noi siamo – forse è tutto qui

il segreto, è così che si fa onore

 

alla vita se è solo per ardore

che le duecentosei ossa non si

dissaldano innanzi tempo, se è di

estraneità alla vita che si muore,

 

con minima pena, come lasciamo

una casa senza fuoco. E forse, ossa

dimenticate, un a provvida mente

ci penserà, due amanti!, e nuovamente

vivi traslocheremo nella fossa

all’apparirci, all’essere che siamo.

(da Ogni terzo pensiero, 1989-1993)

 

***

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Giovanni Raboni (www.ilrifugiodell’ircocervo.wordpress.com)

 

Così a volte succede che nel buio

si insanguini un volto, una mano

ci implori – così c’è

chi ignora e chi invece ha nel cuore

la comunione dei vivi e dei morti.

 

***

 

Mi sono distratto – oh, per poco, appena

quaranta, cinquant’anni – e mi ritrovo

di colpo, gli occhi abbarbagliati, in piena

vecchiaia, mia e del mondo. Niente è nuovo,

 

ora che le vivo, più delle cose

che ho vissuto aspettandole, aspettando

la vita, più delle, ma sì! famose

rose che ho colto come in trance, macchiandomi,

 

spesso e volentieri, di sangue … Eppure

c’ero anch’io quella volta, era il mio cuore,

erano i miei nervi, le mie giunture

a tremare di gioia e di terrore

 

per la tua venuta, sono sicuro

d’esserci già stato – o era già il futuro?

 

***

 

Svegliami, ti prego, succede ancora

d’implorare in un sogno a questa tenera

età, aiutami, fa’ che non sia vera

l’oscena materia del buio, sfiora

 

allora davvero una mano il mio

corpo assiderato e di colpo so

d’averti chiamata e che non saprò

più niente.

(da Quare tristis)

 

***

 

E per tutto il resto, per quello

che in tutto questo tempo

ho sprecato e frainteso, per l’amore

preso e non dato, avuto e non ridato

nella mia ingloriosa carriera

di marito, di padre e di fratello

ci sarà giustizia, là, un altro appello?

Niente più primavera,

mi viene da pensare, se allo sperpero

non ci fosse rimedio, se morire

fosse dolce soltanto per chi muore.

(da Barlumi di storia, 1988-91)

 

***

 

Scolpite nella pietra o impresse a fuoco

su pareti d’acciaio,

tracciate con il minio o con il sangue,

tatuate sulla pelle o nel cuore

 

lettera dopo lettera

sillaba dopo sillaba

le parole sbiadiscono, svaniscono,

perdono senso e suono

 

secolo dopo secolo

ritornano tutte a ritroso

a inesistere insieme

 

dov’erano in principio, nella mente

di chi non scrive – tutte tranne quelle

scritte sull’acqua

(da Sull’acqua)

 

***

 

Fra l’età in cui si muore

giovani eroicamente

e l’altra, quella in cui la morte è

l’infinito splendore

del poco, la gloria del niente,

spolparsi da sé della vita, piano, una mattina

dopo l’altra di sole

 

c’è questa in cui si muore,

si muore e basta, senza scandalo, da vivi…

(da Poesie disperse e d’occasione, 1949-2003)

***

Tempus tacendi

Nessuno, credo, potrebbe seriamente mettere in dubbio l’importanza – l’importanza decisiva rispetto all’intero – delle ultime pagine di un romanzo, delle ultime battute di una sinfonia, degli ultimi minuti di una partita di calcio.

 

Tempus tacendi — una fitta quasi insostenibile di felicità al pensiero che un giorno o l’altro potrei davvero leggere Dickens e Tolstoj, andare al cinema di pomeriggio, ascoltare i quartetti di Beethoven e i Lieder di Schubert senza doverne rendere conto a nessuno.

 

Pensare all’anima – non per salvarla: per goderne.

 

E’ impossibile guardare il tempo senza vedere la morte, così come è impossibile guardare il mare senza vedere l’orizzonte. Uno, per non vederla, dovrebbe passare tutta la vita di profilo come l’one eyed jack, il povero fante monocolo delle carte da gioco. E il bello è che anche la morte, come l’orizzonte, è sempre alla stessa distanza.

(…)

(Due prose)

***

Tutti i testi qui presentati sono tratti da Giovanni Raboni, Tutte le poesie (1949-2004), a cura di Rodolfo Zucco; Giulio Einaudi Editore 2014.

 

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(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

 

 

Giovanni Raboni, Poesie scelte

Franca Alaimo, Poesie scelte da ”Traslochi”

 

Traslochi, copertina anteriore
Traslochi, prima di copertina

 

Insonnia

 

Le quattro:

un filo di luna,

ed ancora non dormo,

mentre il cielo

a poco a poco

si sbianca sulla terrazza disadorna:

dalle finestre aperte,

sull’aria calda

scivolano fiati e sogni smaniosi.

Nessuna voce di foglia in movimento

sul capo dei passeri dormienti,

né i richiami del chiurlo

grandi come rintocchi.

Solo il fruscio delle macchine

che battono l’aria

con le fiancate di metallo

arroventando le gomme sul selciato.

Io che un tempo credevo di parlare con il cielo

lasciando che le stelle mi cadessero addosso

nelle notti chiarissime d’agosto,

adesso sento il mio corpo una cosa tra le cose:

tutto il traffico di anidride carbonica e di ossigeno,

anche se so di essere sempre quella

di cui parlo a me stessa

e a Dio, che laggiù, seduto sul marciapiedi,

i sandali slacciati, lo zainetto logoro di cuoio,

si inietta la droga in un braccio,

per sapere come si cade dentro se stessi,

cosa significa essere spaventati.

Come dirgli che gli voglio bene?

Che deve smettersi di farsi male come noi?

Su, Dio-ragazzo, sali, vieni a sognare

quel cielo e quella luna,

quei platani ricamati dalla luce

come facesti il primo giorno.

C’è perfino un grillo che canta nell’unica aiuola

inondata dalla luce azzurrognola di un neon.

Bisogna adattarsi, sai,

ed annodare ogni cenno d’amore e di gioia

per sentire la trasparenza dell’alba

sopra le palpebre.

 

***

 

Problemi economici

 

Da quando mi tocca fare i conti su pezzi di carta

(divisioni e soprattutto sottrazioni),

la mia mano non è ubriaca di gioia

come quando scriveva solo poesie.

C’è un altro mondo da scrivere

fatto di cose da comprare

che escludono le altre, troppo care.

Non sento più l’anima leggera:

le montagne, le colline, le gazze

non avevano cartellini con il prezzo

e meditavo spesso sulla libertà.

E contemplando lungo i sentieri

i miei passi erano tardi e lenti.

Per ore fissavo le nuvole

e il tempo aveva una dimensione

assolutamente non economica.

Ma in città i pensieri quotidiani

riguardano l’affitto, il cibo, le bollette,

gli operai, gli oggetti che si rompono.

Le vetrine mostrano fin troppe cose;

e alcune hanno colori straordinari,

quasi come i quadri di Kandiskij o di Matisse.

Lo so che me ne devo fregare:

ho un radar nella testa rivolto ad altro

e cammino veloce per non fermarmi.

Oh, non devo farmi tentare!

Però, di notte, quando apro la finestra,

e nessuno è più in giro,

posso visitare senza fretta i negozi deserti

dove brillano luci colorate

che accendono i marciapiedi come gemme.

Penso a tutta la frutta che riposa nel frigo del negozio,

ai profumi che si mischiano,

ai sapori trattenuti dentro le polpe dormienti.

Alle bottigliette di profumo allineate sugli scaffali

che hanno regalato uno spruzzo della loro anima floreale

ai polsi delle donne che ancora odorano

stretti sul petto, nel sonno.

Immagino le cassette piene di roba marcita

lasciate nella piazza del mercato

che presto le porteranno via

(oh, sconcezza magnifica dei resti!).

Sento i corpi che mi respirano sul capo,

al piano di sopra,

e mi metto a sognare un’altra città

da quella che vedo di giorno.

Un palcoscenico solitario

dove qualche dio e tutte le creature immaginarie

possono finalmente fare con me

una lunga e bella passeggiata.

E tutte quelle macchine verniciate,

silenti lungo i marciapiedi,

mi ricordano i giocattoli di latta

guidati con mano infantile lungo le strade di casa

sotto le sedie, sopra i braccioli del divano.

Peccato che quasi nessuno veda la città

quando sogna, immobile,

quando l’aria è colma di misteriosa sapienza,

quando perfino l’urlo di una sirena è così lontano

da sembrare un verso gentile ed irreale.

Sulla ringhiera dell’ultimo piano

si è posato il cielo nerissimo

con quattro stelle ridenti.

Ma ora vado a sdraiarmi sul letto:

sarà bello lasciarsi cullare dai rari fruscii

che immagino allargarsi nel mondo

come fiori notturni;

lascerò la serranda abbassata,

ma non così tanto che domani

non salga insieme alla luce

il profumo dei cornetti sfornati,

il rumore secco della portiera del furgone

sbatacchiata dal padrone del bar,

giù, all’angolo.

Domani avrò solo dodici euro da spendere,

e, accidenti!, è rimasto soltanto

un pugno di croccantini per la mia gatta.

 

***

Traslochi, retrocopertina
Traslochi, quarta di copertina

Cerco l’anima

 

Mi cerco l’anima tra le costole,

ma la gabbia toracica scricchiola vuota.

La chiamo, e tiro fuori solo un sospiro

dall’accumulo d’aria nei polmoni.

E poi non sento più la bocca di Dio sopra la mia,

quel suo fiato vibrante d’amicizia

che consolava la scatola del mio corpo.

Ma dov’è andata mai l’eterna essenza,

l’immagine bellissima di quel mondo

che ruota al di sopra, lontano, misterioso,

al di là della luce traballante delle stelle?

Mentre il buio mi cade addosso,

chiudo gli occhi e inseguo in sogno,

ma sprofondo in un labirinto senza visioni,

finché la notte mi sale all’orecchio bisbigliando

l’incommensurabile tedio del silenzio.

 

 

(Da Traslochi, LietoColle editore 2016)

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Franca Alaimo

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Franca Alaimo, Poesie scelte da ”Traslochi”

Francis Ponge

ponge

Le more

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.

*
Neri, rosa, e kaki insieme sul grappolo, offrono lo spettacolo di una famiglia burbera in età diverse piuttosto che una viva tentazione a coglierle.
Vista la disproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li gustano poco, tanta poca cosa resta in fondo quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

*
Il poeta invece nel corso della sua passeggiata professionale ne fa giustamente il proprio modello: «Così dunque, si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore molto fragile benché da un arcigno intricarsi di rovi difeso. Senza molte altre qualità – more, perfettamente more sono, e mature – come anche questa poesia è fatta».

 

Il fuoco

Il fuoco classifica: all’inizio tutte le fiamme vanno in qualche senso…
(Solo all’andatura degli animali si può paragonare quella del fuoco: deve lasciare un posto per occuparne un altro; cammina come un’ameba e come una giraffa insieme, balza con il collo, striscia con il piede)…
Poi, mentre le masse metodicamente contaminate crollano, i gas sprigionati mutano mano a mano in un’unica ribalta di farfalle.

 

La farfalla

Quando lo zucchero elaborato nei gambi emerge nel fondo dei fiori, come tazze mal lavate, – un grande sforzo si svolge al suolo da cui le farfalle di colpo prendono il volo.
Ma da quando ebbe ogni bruco la testa accecata e lasciata nera, e il tronco dimagrito dalla vera esplosione in cui presero fuoco le ali simmetriche.
Da quel momento la farfalla erratica non si posa più, se non alla ventura, o quasi.
Fiammifero volante, il suo fuoco non è contagioso. Del resto, arriva troppo tardi, e può solo costatare i fiori sbocciati. Non importa: comportandosi da lampista, verifica per ciascuno la provvista di olio. Depone sulla cima dei fiori il cencio atrofizzato che porta con sé e vendica così la sua lunga amorfa umiliazione di bruco ai piedi dei gambi.
Minuscolo veliero dell’aria maltrattato dal vento quale petalo in soprannumero, vagabonda in giardino.

 

da Fauna e flora


*
La bellezza dei fiori che appassiscono: i petali si torcono come sotto l’effetto del fuoco: del resto è di questo che si tratta: di una disidratazione. Si torcono per lasciar intravedere i semi ai quali decidono di dare una chance, il campo libero.
È allora che la natura si presenta davanti al fiore, lo costringe ad aprirsi, ad allargarsi; questo si raggrinza, si torce, indietreggia, e lascia trionfare il seme che esce da se stesso, che lo aveva preparato.

*
Il tempo dei vegetali si risolve nel loro spazio, nello spazio che essi occupano a poco a poco, riempiendo un canovaccio probabilmente da sempre determinato. Quando è finito, allora la stanchezza li prende, e ha luogo il dramma di una certa stagione.
Come lo sviluppo dei cristalli:una volontà di formazione, e un’impossibilità a formarsi se non in una sola maniera.

*
Il vegetale è un’analisi in atto, una dialettica originale nello spazio. Progressione per scissione dell’atto precedente. L’espressione degli animali è orale oppure mimata con gesti che si cancellano a vicenda. L’espressione dei vegetali è scritta, una volta per tutte. Non v’è modo di tornarci su, pentimenti impossibili: per correggere bisogna aggiungere. Correggere un testo scritto e pubblicato, per mezzo di appendici, e così via. Ma bisogna aggiungere che i vegetali non si scindono all’infinito. Per ciascuno esiste un limite
Ogni loro gesto lascia non solamente una traccia, come per l’uomo e i suoi scritti; lascia una presenza, una nascita irremediabile , e non seperata da loro.

*
I vegetali di notte.
L’esalazione dell’acido carbonico per la funzione clorofilliana, come un sospiro di soddisfazione che durasse ore, come quando la corda più bassa degli strumenti a corde, più allentata che si può, vibra al limite della musica, del suono puro, e del silenzio.

il partito preso
Francis Ponge, Il partito preso delle cose, a cura di Jacqueline Risset, Einaudi

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Foto fonte web

Francis Ponge

Antonia Pozzi

antonia-pozzi

 

VERTIGINE

Afferrarmi alla vita
uomo. La cengia è stretta.
E l’abisso è un risucchio spaventoso
che ci vuole assorbire.
Vedi: la falda erbosa, da cui balza
questo zampillo estatico di rupi,
somiglia a un camposanto sconfinato,
con le sue pietre bianche.
Io mi vorrei tuffare a capofitto
nella fluidità vertiginosa;
vorrei piombare sopra un duro masso
e sradicarlo e stritolarlo, io,
con le mie mani scarne;
strappare gli vorrei, siccome a croce
di cimitero, una parola sola
che mi desse la luce. E poi berrei
a golate gioiose il sangue mio.
Afferrami alla vita,
uomo. Passa la nebbia
e lambe e sperde l’incubo mio folle.
Fra poco la vedremo dipanarsi
sopra le valli: e noi saremo in vetta.
Afferrami alla vita. Oh come dolci
I tuoi occhi esitanti,
i tuoi occhi di puro vetro azzurro!

 

LARGO

O lasciate lasciate che io sia
una cosa di nessuno
per queste vecchie strade
in cui la sera affonda –
O lasciate lasciate ch’io mi perda
ombra nell’ombra –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce –
E non chiedetemi – non chiedetemi
quello che voglio
e quello che sono
se per me nella folla è il vuoto
e nel vuoto l’arcana folla
dei miei fantasmi –
e non cercate – non cercate
quello ch’io cerco
se l’estremo pallore del cielo
m’illumina la porta di una chiesa
e mi sospinge a entrare –
Non domandatemi se prego
e chi prego
e perché prego –
Io entro soltanto
per avere un po’ di tregua
e una panca e il silenzio
in cui parlino le cose sorelle –
Poi ch’io sono una cosa –
una cosa di nessuno
che va per le vecchie vie del suo mondo –
gli occhi
due coppe alzate
verso l’ultima luce.

 
LA PORTA CHE SI CHIUDE

Tu lo vedi sorella: io sono stanca,
stanca, logora, scossa,
come il pilastro di un cancello angusto
al limitare d’un immenso cortile;
come un vecchio pilastro
che per tutta la vita
sia stato diga all’irruente fuga
d’una folla rinchiusa.
Oh, le parole prigioniere
che battono battono
furiosamente
alla porta dell’anima
e la porta dell’anima
che a palmo a palmo
spietatamente
si chiude!
Ed ogni giorno il varco si stringe
ed ogni giorno l’assalto è più duro.
E l’ultimo giorno
– io lo so –
l’ultimo giorno
quando un’unica lama di luce
pioverà dall’estremo spiraglio
dentro la tenebra,
allora sarà l’onda mostruosa,
l’urlo tremendo
l’urlo mortale
delle parole non nate
verso l’ultimo segno di sole.
E poi,
dietro la porta per sempre chiusa,
sarà la morte intera,
la frescura,
il silenzio.
E poi,
con le labbra serrate,
con gi occhi aperti
sull’arcano cielo dell’ombra,
sarà
– tu lo sai –
la pace.

 
PAURA

Nuda come uno sterpo
nella piana notturna
con occhi di folle scavi l’ombra
per contare gli agguati.
Come un colchico lungo
con la tua corolla violacea di spettri
tremi
sotto il peso nero dei cieli.

 

 

pozzi guardami.jpg

 

 

Antonia Pozzi

XXXV Edizione del Premio Nazionale Umbertide 25 aprile

copertina antologia premio
La copertina dell’Antologia del Premio 

Domenica 23 aprile 2017, piazza San Francesco a Umbertide. L’incontro per la premiazione del Premio Umbertide 25 aprile. Volti conosciuti, volti che ho avuto il piacere di salutare per la prima volta. Ambienti devoluti al sole, cospirazioni di luci fuoriuscite da gesti e sguardi, dalle imposte spalancate a ricevere verdissimo Aprile. Ché il 25 porta fiori e memorie, e a Umbertide noti timbri risuonano tra cristalli di eventi accaduti, che bruciano le dita intente a soccorrere sfogliando foto e tomi di testimonianze: in certe piazze, con certi nomi, da cui non s’è più tornati: e che chiamano e chiamano, vivaci feroci imperiosi, di bocca in anno Sia a te vivo 25 aprile. Liberazione. Col mio pancione sistemato tra le mani e le voci che morbide ‘’è femmina?’’ chiedevano, incurvate al sorriso. 25 d’Aprile. Quale data per il cuore e nel cuore più attesa? Quale mese, che crudele staglia profili di salici e glicine a odorare per via, foglie smosse da folate acquazzoni e polveri, e in promesse impiantato corrisponde con pelle e parole a più intime suggestioni? E poi, la terra di mio padre. Umbria mai abbastanza abbracciata. Negli anni offuscata, quasi obliata: trattenuta con forza in un accento, in uno schiocco di lingua, in un sentiero bianco per ginocchi sterrati e lontane ingenuità mai assolte.

bombardamento Umbertide _________________________________________________________________________

Alle ore 9.45, uno dietro l’altro, gli aerei del primo quartetto cominciarono a sganciare le loro coppie di bombe, mancando il bersaglio principale e colpendo invece, con alcune, il centro abitato. Siccome la coltre di fumo e di polvere impediva di scorgere l’obiettivo principale, gli altri cacciabombardieri presero di mira, in successione, i due ponti sulla Regghia che conducono alla piazza e a Montone. Il bombardamento si concluse alle 9.54, lasciando una drammatica scia di morte. I “Kittyhawks” – alcuni del quali gli stessi del mattino – tornarono alle 16.15 del pomeriggio per abbattere il ponte sul Tevere, ma non riuscirono nell’intento. Alle 16.35, appena ripreso il volo di ritorno, mitragliarono la stazione ferroviaria di Pierantonio. Le vittime di quel bombardamento furono 70. A Umbertide non esisteva un sistema di allarme anti-aereo; il Capo della Provincia non ne aveva autorizzato l’impianto.”

Un’immagine, un estratto del resoconto del bombardamento del 25 aprile 1944  nella città di Umbertide, dal sito http://www.storiatifernate.it/

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Il premio, le poesie da inviare. Quali? Una scarsa esitazione, in quei giorni di novembre germinati in gestative vibrazioni, a far materia di poesie cavate al sogno, a uno sperato lontanissimo giugno, muta preghiera in liberi versi. Uterica. Uno Due Tre. Tre di dieci. Poesie per la mia Lei.

Qui ricevute e liberate.

 

La sala è grande, accoglie tutti. Siamo tanti: in ascolto. Commozione compostissime voci, un consistente precipitato aereo di Poesia dritto in grembo, sui palmi: inaudite, dense offerte dei Sé che univoci qui accorsi hanno detto, evocato, convocato Poesia.

Qui la voce di Umberto Zoppo, presidente onorario del Premio:

Presid Onor
Dall’Antologia, pag.5

In ascolto: nuovamente. Interventi. L’inclusione nei progetti, negli auspici, nella composizione minuta paziente di fare e di farsi Poesia, casa e nutrimento.

E poi le Poesie premiate, ora lette e vissute.

E le immagini. Altra forma del farsi Poesia.

Il buffet, i saluti. Variazioni di gioia.

 

Qui uno dei testi di Uterica, il numero 3, insieme alla motivazione redatta da Rita Pacilio:

 

motivazione
Dall’Antologia, pag. 21

 

 

*** Uterica//3

nell’armadio già pieno c’è posto

per lo scorcio d’immagine che ho di te,

nel rivo di stasi che segue

l’ultimo giro d’un minuscolo carillon

caricato con due dita, mentre ti aspetto.

è un posto scaldato dagli

umori di chi ti precede, dal sinonimo

incorretto di Figlio, dalle sue mani

che pingo forse simili alle tue, lui ora

adulto, tu plasma di sogno. ho conservato

coperte e monili di quando un altro tempo

eri altrove; il profumo il nitore di altre infanzie

il cucù scampanato, certe fertili gioie concluse.

Tu sei, ora.

il tuo spazio è senza misura.

precedi le distanze, mi mostri cardini e traiettorie.

ho un nuovo metro

per dirti Luogo e luogo farmi, vibrato uterico

a sfrenar gioie oltre la soglia e qui

tra le mie mani

 ***

 

Il mio Grazie radica in resistenza di terre e dialetti – zolle morbide del tempo; il mio Grazie, ancora una volta, va ai membri della commissione giudicatrice, a cominciare dalla Presidente Anna Maria Farabbi, proseguendo con Sebastiano Aglieco, Marco Bellini, Stefano Guglielmin, Paolo Pistoletti, Rita Pacilio (autrice della Motivazione, come già detto: a Lei uno specialissimo ringraziamento); i promotori tutti del Premio, la città di Umbertide, ogni voce ogni viso convenuto. E Paolo: a me vicino, qui e ovunque.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

XXXV Edizione del Premio Nazionale Umbertide 25 aprile

Il Promontorio (13) Che anno è, che giorno è

Sulla stessa panchina del medesimo giardino veneziano: del tutto sospeso. Campane. Che anno è, che giorno è? Aveva ragione quel vecchio amico.
In questo torpore primaverile, si stratificano e sovrappongono memorie, sentori e aspettative, sfumando gli uni negli altri. Finiscono per perdere definizione in senso liminale, in un certo senso smettiamo di volerli distinguere osservandoli dalla soglia di marmo; ma ne guadagnanano come sintesi, come colore e sapore pastoso.

(articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (13) Che anno è, che giorno è

Patrizia Cavalli

Cavalli.jpg

 

*

Nel giardino appena inumidito
un sedile appena sbilanciato
una furia appena addormentata.

Tenebroso con la giacca
(sarà un mantello, una coperta,
una piega di minaccia?)

Scale per discendere. E se invece
prendessi un’altra strada,
se invece di ricopiare il percorso
inventassi una capriola?

Alla fontana mi rinfrescai
la bocca, la fronte e i polsi
e fresca fresca cominciai una frase.

(da: Le mie poesie non cambieranno il mondo)

 

 
*

Questa esistenza breve addormentata
risvegliata da morti improvvise
fuochi di bengala,
la polvere intorno ai gambi delle sedie
la luce della casa
accesa all’improvviso.

 
*

Essere testimoni di se stessi
sempre in propria compagnia
mai lasciati soli in leggerezza
doversi ascoltare sempre
in ogni avvenimento fisico chimico
mentale, è questa la grande prova
l’espiazione, è questo il male.

(da: Il cielo)

 

 
*

Tempo di pace questo nostro disgraziatissimo
che non consente al cuore la barbarie
né guerre né battaglie, ma lagrime sbagliate
che ingombrano il mattino. Noi qui ridotti
al batticuore adulto del comprendere, senza
vera speranza di venire uccisi. Colpevoli
persino della nostra morte, che sia il corpo
a volerlo o sia il pensiero, lento o violento
è suicidio sempre. E in solitudine
non c’è morte innocente.

 
*

Qualcosa che all’oggetto non s’apprende
un secchio vuoto che non mi raccoglie.
Tenevo i mesi silenziosi in una trama
che doveva risplendere di voce.
Provavo a dire e mi si sfilacciava.
Non è né rete né mantello, è solo schermo,
io non catturo niente e non mi copre
ma separa un silenzio dal silenzio.
Quell’altro suono labirintico e interiore
esercitato in solitudine per strada
e nei risvegli, non risultava,
non mi si mostrava

(da: L’io singolare del proprio mio)

 

cavalli poesie

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto: fonte web

Patrizia Cavalli