Appello per la libreria “L’Orto dei Libri” a Roma e per una battaglia culturale nonviolenta

Orto dei libri librerie migliori di Roma

 

via 198 // Appello per la libreria “L’Orto dei Libri” a Roma e per una battaglia culturale nonviolenta

 

Care amiche e amici di Roma e di tutta Italia,
vi rivolgo un sentito appello in sostegno della libreria L’Orto dei Libri, una meravigliosa perla rara curata da Giorgio Galli, libraio e scrittore.

In questi giorni in cui accade che i libri possano essere considerati spazzatura su manifesti apposti in pubblica via. In cui le aggressioni alla cultura sono ormai quotidiane e, quel che è più grave, legittimate dall’alto, dalle stesse voci che costruiscono insicurezza a tavolino. In cui alla conoscenza e al dialogo si stanno in larga parte sostituendo ignoranza indotta e sentimenti di odio. In cui assistiamo al logoramento della scuola così come dell’educazione al libero pensiero.

In questo clima che si annerisce sempre di più, in cui il populismo getta le basi per un “regime di fatalismo” e di credenza, offrendo a bella posta panem et circenses in cambio di tornaconto, clic sui social e, soprattutto, deleghe incondizionate, sul filo delle quali si gioca la partita capillare del potere effettivo.

Ebbene, da anni non si rendeva così necessario ribadire con estrema chiarezza il ruolo della cultura nella nostra società. E i libri ne restano un respiro imprescindibile.

Le parole di carta, in un’epoca che vede anche processi di svalutazione della parola e della scrittura, di decostruzione del linguaggio, di censure indirette, restano uno degli elementi più fragili e potenti da salvaguardare attivamente, riversare, trasmettere.

I libri mi sembra restino una delle basi migliori su cui appoggiare un presente lesionato e ricominciare a edificare il progresso. A partire dai fondamenti culturali della nostra società aperta.

La “battaglia” nonviolenta per la nostra cultura va combattuta con coraggio e determinazione. Opponendo all’assolutismo il dialogo. Ma senza compromessi su ciò che è giusto e sbagliato, in direzione ostinata e contraria rispetto a chi fomenti un clima di relativismo fatalista.

E se da qualche parte bisogna iniziare, se da qualche parte questa “battaglia” sul presente e il futuro va combattuta, allora è a fianco di chi resiste attivamente e strenuamente, a dispetto di ogni difficoltà, giorno dopo giorno, in un Paese in cui il valore dei libri e della conoscenza viene svalutato programmaticamente, come ad esempio insegnanti, librai, operatori culturali.

Per chi supera a fatica ogni ostacolo nel mantenere vivo un giardino per la cultura, come una libreria, concepito e soprattutto agito come uno spazio di apertura, come un luogo. Che direi preziosissimo, quanto mai necessario.

Per chi sorride tutti i giorni, adoperandosi con il sudore della fronte per il proprio progetto culturale attivo, vero, concreto, come una piccolissima ma meravigliosa libreria, una delle più belle e appassionate librerie che, personalmente, conosca.

Per questo rinnovo tutto il mio appoggio e L’Orto dei Libri, che vi invito a visitare e sostenere, a Roma, in quanto perla rara.

La selezione è curata con rara amorevolezza e pertinenza. Lo scaffale di poesia, tra gli altri, indimenticabile.

E se non siete a Roma neanche di passaggio, spero possiate seguirla sul web, condividerne il progetto, diffonderne il messaggio.

Per resistere a fianco di chi crede in un sogno culturale nonostante tutto. Per coltivare un angolo, comune, del giardino.

G. Asmundo

 

***

 

Dal sito della libreria:

«L’Orto dei Libri è una piccola libreria ma è anche un luogo di incontro e uno spazio eventi. Uno spazio piccolo, adatto all’intimità, alla calma, all’ascolto. È un posto dove non si deve avere fretta. Potete assistere a serate musicali e presentazioni di libri, prendere parte a incontri su argomenti di vostro interesse, seguire laboratori per voi, per i vostri piccoli e perfino sui vostri animali! A proposito di questi ultimi, il Miao&Bau Bar all’esterno è pensato apposta per far bere i vostri amici, quindi… servitevene e lasciate che loro si servano!

È, soprattutto, un posto in cui potete divertirvi e stare bene. Entrate e sentite profumi di carta, legno, incenso e giardino. Girate fra gli scaffali e fate un giro ideale del mondo in 19 metri quadri grazie a una scelta di libri internazionale. È un negozio di quartiere caldo e accogliente, una libreria con lo spirito delle drogherie di una volta. Potete vivere qualche minuto in un interno che sembra un esterno e che ricorda il concetto antico di Hortus come luogo di ricreazione del corpo e dello spirito».

L’Orto dei Libri

Via Diego Simonetti 70, Roma

+39 347 006 0096

email: ortolibri@gmail.com

Facebook: https://www.facebook.com/lortodeilibri

Instagram: https://www.instagram.com/ortolibri/

Sito web: https://www.lortodeilibri.it

 

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Citazione

Ogni goccia è mare #10: Antonino Caponnetto

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia con sole spento

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

MILLE SOLI SI SPENGONO
quando una donna è mortalmente offesa
quando violenza oscenità follia
ne insudiciano il corpo
ne sfregiano e percuotono la mente
mille stelle si oscurano
quando contro di lei, giorno per giorno,
la tirannia malata
d’un maschio non più uomo, lui, che in fondo
odia se stesso e quelli del suo branco,
contro di lei, femmina madre donna,
senza sosta imperversa,
senza ragione. E d’improvviso uccide
in lei speranze e sogni.
Ogni bellezza in lei non ha più casa
ogni cosa è mutata nel suo opposto
ogni ferita è silenziosa colpa,
voglia di morte, odio senza fine.
Ma durerà per sempre tutto questo?

Di nuovo tu sarai
femmina madre donna, ancora e sempre
portatrice di vita, di bellezza
sorgente dell’amore quando il mondo
debellerà quel virus che lo uccide

adesso, qui, nel più nero dei giorni.

 

Antonino Caponnetto, da: Il sogno necessario (Niente guardiani, prego, alla Parola), Pellicano, Roma 2017

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Ogni goccia è mare #10: Antonino Caponnetto

la finestra dei mirtilli

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[…] pagine zeppe scritte senza penna
facce di carne con bagaglio appresso
e storie sminuzzate negli sguardi
(Nicola Romano)

 

d:
22.49

una finestra sugli occhi
ho una finestra sugli occhi
sugli occhi ho una finestra

qualia visivo
la forma del mio – tuo senso sfumato d’arancia
il troppo nulla dei lenzuoli di paglia il modo da
pettinare il sole nell’acqua della manica ‘a ciuri

aspetta

non aspettare

la svolta arcuata; la stanza è nel nome di figlia l’
assenza sbottonata quel momento prima cesoia di
latte ai piedi batte la romanza degli uno a uno e dita
affollate

c’era

:
ricordi quando c’era l’inverno sulla prateria della bocca?
[e soffici pungevano i coralli tra i
denti e non faceva male la difesa degli specchi
[o nell’in – sogno dei sandali alla mia guancia un
vento crudo di carezza asciuga la pioggia dalle parole al
[seme crescerà un’ora quel vuoto di cielo
alle ginocchia? è mai tardi la carta a questa sigaretta di
[grano? scappa. mi illusione nell’acqua
della manica ‘a ciuri

un
attimo

era

:

tutto è sonno fuori
solo un davanzale
ho agli occhi e un
gelsomino di luna

era il monile di allora con la solita catenina e quella
[preghiera agli angeli come se fosse ancora il
giorno dietro l’avutru cunzatu ‘n mezzu a lu sonu anticu di
[la cummare quannu scinniva li vrazza di
la notti s’appuiava di ciancu a lu scialle nivuru di una
[miseria d’amuri; a tia cu ti lu dissi ca
chista vuci st’affunnannu dove a restare piccolo è solo
[questo immenso taciturno / rumore

 

f:
16.18

C’ho pensato e quanto a fuggire dove sono impensabili
i pronostici, le ferie retribuite,
le feste vicine ai fine settimana
per un appetitoso ponte e non ho pensato neppure
a come salutarti per l’ultima volta,
forse perché non era l’ultima
ma si dice sempre così e poi si ricomincia
con la fiala sull’accendino, l’acre sul comodino
l’ingegno per stillare un paio d’ore di realtà immaginata.
In quella domenica di Pasqua è stato il telefono
con quel distorto squillo a riportarmi
nella tua voce rotta di madre
che per una intercessione ombelicale
aveva previsto la mia fuga senza indirizzo:
dovrei dirti grazie o forse non dirti niente adesso
che per i tuoi settant’anni ti muovi
come una creatura impulsiva,
incapace di dirmi che sono stato un guaio
nella bellezza di un giorno d’agosto
e se ho soltanto parole nella mia povertà di talento
ho avuto almeno quello di perdere
le coincidenze con la morte,

e adesso è tutta qui la nostra storia
ogni sera davanti a un pasto
con il silenzio delle mandibole
che fanno a pezzi la paura di dovermi
un giorno chiudere la porta
per un viaggio che non potrò impedire:
però è stato emozionante averti stretto il cuore,
sfamarmi dal tuo seno e morire
tutte le volte con la certezza
che sarei rinato nel tuo sguardo.
Le parole adesso chiamano da sogni numerati
pagina dopo pagina mi accorgo
che siamo in tanti con la valigia pronta
e il sole a metà della distanza
e forse sei tu la stanza dove afferro notizie
esiliate dal televisore urlante
come un temporale in piena confessione
e vorrei gridarti d’abbassare il volume,
di fermare il rumore, ormai siamo in due
a doverci sopportare per quella coccia di dna (e inchiostro)
che ci lega come l’acqua alla sete,
il precipizio al suolo, senza neppure
avvertire il dolore… ma lui ora lo sai
non smetterà di sorprenderci
parlerà di noi come due turisti
incantati dall’inferno.

La prima svista è stata
voltare le spalle al tempo
senza ascoltare quei minuti
accorsi per l’eterno.

 

da La finestra dei mirtilli, Salarchi Immagini, Prefazione a cura di Anna Maria Bonfiglio, Ragusa 2019

daita     Daìta Martinez è nata a Palermo. Segnalata e premiata in diversi concorsi di poesia, ha pubblicato in antologica con LietoColle, La Vita Felice, Mondadori, Akkuaria, Fusibilialibri, Cfr Edizioni e Il Soffio. Dietro l’una è la sua opera prima, segnalata al Premio Nazionale Maria Marino. Autrice dei testi in video Kalavria 2009, nel 2015 ha vinto il primo premio per la sezione dialettale del Concorso “Città di Chiaramonte Gulfi”. La bottega di Via Alloro è il suo ultimo lavoro poetico. Nel 2018 è stata finalista – sezione opere inedite in lingua siciliana della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. È stata inserita nell’Almanaccco di poesia italiana al femminile Secolo Donna 2018, Edizioni Macabor.

fernando lena.jpg  Fernando Lena è nato a Comiso in Sicilia nel 1969 dove vive e lavora. Ha pubblicato diversi libri di poesia, il primo risale al 1995 con il titolo E vola via edizioni Libro Italiano. Dopo un silenzio di quasi dieci anni ha pubblicato una piccola suite ispirata ad otto tele del pittore Piero Guccione edita dalla Archilibri di Comiso e successivamente sempre con lo stesso editore una raccolta dal titolo Nel rigore di una memoria infetta. Gli altri tre libri risalgono al 2014 per i Quaderni Dell’Ussero dal titolo La quiete dei respiri fondati edizioni Puntoacapo, e al 2016 Fuori dal Mazzo, libro d’arte (edizioni fuori commercio) e La profezia dei voli edizioni Archilibri (1° classificato al Premio Poetika e al Premio Città di Castiglione Cento Sicilie Cento Scrittori, 2° classificato al Premio Moncalieri, 3° classificato Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro e finalista al Premio Letterario San Domenichino). Suoi testi sono ospitati in diversi blog e partecipa spesso in festival dove la contaminazione poetica si incontra con altre discipline artistiche.

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

la finestra dei mirtilli

Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

(Parigi, 2018, “Addio a Hikmet”)

 

Prima che bruci Parigi
di Nazim Hikmet

Parigi, 1958

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, sulla Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Da Nazim Hokmet – Robert Doisneau. Poesie d’amore (traduzione di Joyce Lussu), Milano, Mondadori, 2006

 

*

(Articolo e foto a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ


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Ingrandisci l’immagine e deliziati la vista

 

Sei tu? gli chiedo quando sento due mani
afferrando i miei fianchi mentre porto le borse col cibo.

Come mi hai trovato, Signore? Hai inseguito l’odore forte
di insicurezza? La primavera è il miglior camuffamento. Rimango

immobile, camminando verso casa, per lasciarti prendere
le mie misure per un nuovo costume di carne.

Carne minuscola e veloce come i tuoi pacchetti
di luce.  Blocchi di neve compattata si rompono

dal tetto e ripiombano a terra. Con tutto
questo chiasso non si accorgerebbe nessuno

del rumore intasato che farebbe un corpo
gettato. I tuoi palmi salgono piano

sulla mia schiena e slacciano il reggiseno. I seni ribalzano
sulla strada piena di fanghiglia, facendo sudare gli alberi

sotto la paziente pioggia. Perdonami, Signore, ma non voglio
complicazioni. Anche nel sogno ho iniziato a rifiutare gli uomini.

*

Superpoteri

Si può vivere senza sesso ma non senza contatto, dice
una donna con la pelle rugosa in un programma sulla

salute, mentre raccolgo il bucato nel balcone.
Da quando ho partorito mio marito si è raffreddato


parecchie volte. Io nemmeno una.
La prima cosa che faccio la mattina è di

mettere la fede al mio dito. Passando dalla pelle
perfetta del bambino a quela usurata del partner

è difficile, dice la donna. Mio marito sorride
al bambino poi va nella sua stanza. La pioggia cade

nelle finestre con la furia dei corpi disperati
per entrare. Ho visto i coccodrilli immobili

in acqua mentre venivano confortati
dall’uomo, mostri con pelle repellente,

privi di forza. Mio figlio, che tengo quasi tutto
il tempo tra le mie braccia, allunga una mano dal letto

e dice Aaa. Probabilmente qualche ombra attirò
la sua attenzione. Mi fermo alla soglia con il bucato al petto

quando capisco che mi sorride. La prima cosa
che faccio la mattina è diventare invisibile.


*

Ci crediamo soli, ma la casa è piena

Stiamo per terra sulla coperta su cui mio
padre dormiva e ascoltiamo dischi con racconti –

voci che conosco così bene che
le confondo. Anche il giradischi era suo.

Ripeto le parole, mio figlio ride.
I may never be happy,
but tonight I am content,

scriveva Sylvia Plath all’età di 18 anni nel diario. Ho scritto,
al test di filosofia, che la felicità non può essere

visuta che nella memoria. Sono in camera da letto,
in una poltrona. Sdraiato, mio pare mi dice

che non trova più alcuna gioia. Ha fatto
il trapianto midollare. Nemmeno le piccole gioie, chiedo

con la voce da terapeuta. Mi guarda come se avessi detto
 qualcosa di stupido. In realtà, ha iniziato a chiudere

i suoi conti. Ho scritto molto nel saggio, terrorizzata
a non contraddirmi alla fine, mi hanno diminuito

dieci centesimi. Forse ho dimenticato di mettere una virgola.
Forse avrei dovuto scrivere gratitudine invece di felicità.

*

L’altro lato della Luna

…at the instant I disappear beh
ind the moon, I am alone now, truly alone, and absolutely isolated from any known life. I am it. Michael Collins, astronauta su Apollo 11


Ci sono tre immagini che contengono un così grande segreto
che non avrei capito nemmeno se me lo spiegasse

Morgan Freeman. Ho sognato le prime due.
La terza non la credo nemmeno adesso.

Nella prima resto di notte su una collina e vedo
sul cielo la Terra così vicina e bella che mi ferisce

gli occhi. Nella seconda sono su un campo fangoso, mi guardo
intorno e vedo solo una debole luce verde, ma un pianto

prolungato mi fa alzare lo sguardo. Un animale enorme, forse
una balena, passa senza intoppi su di me attraverso l’acqua scura.

Nella terza scendo di giorno nella cappella di una chiesa e guardo
mio padre. Metto la mano sul suo petto. La morte lo rese resistente.

I becchini lo tirerano come fosse una trave
sbagliata, perché hanno dimenticato di mettergli il berretto.

Papino, dico, cercando di stabilire una connessione
con l’oggetto. Forse sono in un documentario

sulle immersioni. In realtà, ci sono quattro immagini.
Una donna, rimane immobile nell’acqua torbida e fissa

tra i rovi gli occhi di un coccodrillo.
Quando riemerge inizia a piangere e mi sveglia

il bimbo che mi vede ma mi sorride
solo dopo pochi secondi.

*


Diana-Geacăr-I

Diana Geacăr (1984) è scrittrice e traduttrice. Ha pubblicato i volumi di poesia  Ciao, io sono Diana e sono la tua compagna di stanza (Vinea Publishing, 2005, Premio nazionale di poesia Mihai Eminescu OPUS PRIMUM), La bellezza dell’uomo sposato (Vinea Publishing, 2009, Premio Marin Mincu),  Ma noi siamo gente comune  (Casa editrice Cartea Românească, 2017) e il volume di racconti Chi abita nel seminterrato (Casa editrice Parallela 45, 2018). Ha pubblicato poesie e racconti in riviste letterarie (Poesis International, Tempo, Literomania, Levure littéraire, Crevice, Subcapitol ecc) e nelle antologie (Esercizi di risolutezza.  L’antologia dei poeti vincitori del Premio Nazionale di Poesia Mihai Eminescu – OPUS PRIMUM 1999-2017, Casa editrice Max Blecher, 2017; Tu, prima di tutto. Un’antologia di poesia d’amore contemporanea, Casa editrice Parallela 45, 2017, coordinatore Cosmin Perta ecc). Nel 2009 ha partecipato alla terza edizione del workshop di traduzione di poesie Re:verse, organizzato a Szigliget, in Ungheria, da József Atilla Circle Letterary Association of Young Writers (JAK). Ha tradotto in inglese poesie per la rivista online Crevice e per l’antologia della poesia internazionale contemporanea Ritratti di confine / GrenzPortraits (Klak Verlag, Berlino, 2017, coordinatore Rodica Draghincescu), in cui è presente anche come autore, e, dall’inglese e  francese, libri di letteratura contemporanea.  Fa parte del team editoriale della rivista online di letteratura e multimedia Crevice. Vive a Târgovişte,  Romania.

*

Le poesie qui presentate sono tratte da ”Ma noi siamo gente comune” (titolo originale Dar noi suntem oameni obişnuiţi) edito da Cartea Românească, 2017.

Traduzione dall’originale romeno di Daniela Mărculeţ.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ

Ogni goccia è mare #9: Franco Intini

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Neda Shafiee Moghaddam

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

LA VITA NELLE MANI DEI PUPARI

 

Capii il principio di prestazione quando lottai con lui
non proprio io
ma una ragazza con un piercing al naso
e mi vergognai che lo facesse per me in un sogno triste
contro un egiziano simile ad un ramarro
che le spezzò le reni sbattendola per terra

Io potevo solo prendere un pezzo di cielo
cercare Dio
come avrei fatto con lo scoglio
che nasconde un granchio

ma ci mettevo tempo, inutilmente,
in ogni caso
non come il cuore della ragazza che aveva tutto
anche il suo dio

Così passai per la sua casa
e vidi che c’era un padre che si strappava i capelli
per la vergogna di avere una figlia
che si faceva uccidere piuttosto che abiurare

Il principio si ritirò in una pancia di lombrico
a rimpinzarsi di Executive center
prima di consegnare le chiavi
tra le mani dei pupari

Sconfitto quella notte
dagli occhi forti di un donna senza abiura
che somigliava all’altra nel penzolare

Franco Intini

 

(poesia ispirata dall’esecuzione di Reyhaneh Jabbari (26 anni) accusata dell’omicidio dell’uomo che voleva stuprarla e impiccata il 24 ottobre 2014, in Iran)

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

 

Ogni goccia è mare #9: Franco Intini

Patrizia Sardisco legge Di tanto vivere di Anna Maria Bonfiglio

Presentazione Bonfiglio
Cristina Armato, Anna Maria Bonfiglio, Anna Annaloro Patti, Patrizia Sardisco, Gisa Maniscalco

 

Lo scorso sabato 9 marzo 2019, a Palermo, negli accoglienti locali di Prospero –  Enoteca letteraria, in collaborazione con l’Associazione Kaleidos,  è stato presentato il poema in quattro atti di Anna Maria Bonfiglio, edito da Caosfera Edizioni.
Con l’autrice hanno dialogato, insieme a me, Gisa Maniscalco, Cristina Armato, Anna Annaloro Patti.
Presentiamo di seguito il testo della mia relazione introduttiva.

*

Credo che i libri di poesia rechino sempre una qualche esperienza di ricognizione del confine. Confine che intendo qui non (o non soltanto) in senso divisorio ma, anche richiamando l’eco etimologico, come il particolare spazio nel quale si “finisce insieme”: non filo spinato, non muro, quindi, ma zona di transizione e incontro; forse anche area di tensione ma, certamente, luogo di sporgenza su un doppio versante, verso sé e verso ciò che è altro da sé.
In una raccolta che porta un titolo così largo e aperto come Di tanto vivere, trovo conferma a questa mia riflessione nel senso che avverto in questo libro l’esperienza di uno spazio-tempo in cui il con-finare, il finire–con, è uno spingersi e uno sporgesi verso il molteplice potenzialmente infinito dell’altro da sé: a partire dall’Altro interno, potemmo dire, cioè dalla moltitudine che abita la voce poetante, e con la quale entrare in dialogo è un inabissarsi “con una coda di pesce”; per spingersi fino a lambire l’Altro più distante, l’alterità del mondo reale che oltrepassa non solo i confini del corpo e le stanze del privato ma si porta oltre, alieno rispetto alla “prigione di una gabbia”, alieno da un microuniverso inteso tanto come grembo quanto come prigione, che dunque è allo stesso tempo protettivo e castrante e in un certo senso, per dirla con Vittorio Sereni, alibi e beneficio, luogo “d’inquiete ombre” dal quale poter essere “stella” e “profeta”, fosse anche di bagliori inutili e di “stagioni in declino”.
A me pare che i motivi dominanti del libro di Anna Maria Bonfiglio percorrano questo luogo-tempo, lo spazio non ancora chiuso dell’approssimarsi, nella veglia, nell’ incontro e nel vaglio, di due opposte traiettorie che, come due raggi che con-fluiscono verso un centro fino a toccarsi, definiscono un diametro e dunque un perimetro, i “discoperti contorni” di un cerchio che la parola poetica, “alga segreta/dell’indagata geometria” forse “non basta a ricomporre”.
Quest’area che si inscrive tra verità e immaginazione, tra grumo di realtà e immaginario, è identificata con il topos sempre assai suggestivo della stanza. “Stanze” è il titolo della seconda sezione della raccolta, e lungo le pagine la stanza s’incardina in quel respiro di confine da cui l’Io poetante inaugura i Discorsi , un ordine del discorso, si potrebbe dire, per quanto privatissimo e autarchico quanto le ragnatele che rodono “il pupo antropomorfo” nel salotto retrò. In quest’area di frontiera, Anna Maria attraverso la sua poesia sembra esprimere una ricerca di senso che non si sottrae dal rimettere in questione il proprio rapporto con il Tempo, con la Memoria, con la Verità, con la stessa parola poetica cui sembra affidato proprio questo compito di ricomposizione e di allaccio di nomi e cose. “Più che la sovversiva promessa di felicità” scriveva Franco Fortini, ”la poesia , se si porta ai propri confini, riafferma l’esigenza che gli uomini raggiungano controllo, comprensione e direzione della propria esistenza.” È la stessa esigenza, la stessa tensione che qui sembra interrogare i “brandelli scomposti della nostra vita/che un giorno – pare /saranno ricomposti” per quanto, a ben guardare “nessuno sa se è vero”.
Emerge, tuttavia, un punto di svolta, di frattura. La voce poetante del resto non lo nasconde, anzi, lo dichiara subito, fin dal primo verso del libro che inizia con un “Ora che…”; e di questi segni (di svolta) dissemina l’intera raccolta, marcando in più d’un testo un ora rispetto a un allora e a un poi. Avvertendoci che, oltre l’apparenza, vanno esplorati i “fiumi azzurri sotterranei”, e che i segni di questa frattura sono proprio “quello che non appare”. La svolta allora è forse da rintracciarsi in una consapevolezza nuova, permeata di disincanto, certo, e di una pena che però non è pena soltanto per il tempo che si fa più breve, o per il tempo della solitudine, ma pena per una pena non fino in fondo esperita, per un tempo non a sufficienza difeso, non pianto abbastanza, nonostante non ne sfuggisse la caducità: “Eppure sapevamo/che alle nostre spalle/…/” i giardini sarebbero sfioriti”.
Se questo è vero sul versante interno, dall’altro lato la poesia è però, anche, ciò che consente di sottrarsi al confinamento, e mentre “Abbraccia la libertà del cielo/con grido di migrante” si fa osservatorio dal quale mettere a fuoco il canto, letteralmente dalle stanze dell’immaginario poetico, in “un incendio che esplode e si fa verso”. La quarta sezione, dal titolo Miserere, è un “grido accorato di denuncia”, come lo definisce Valentina Meloni nell’acuta e attenta Prefazione al volume, veglia e canto per il mondo offeso, intrecciando un convincente fil rouge tra le sezioni del libro, tra interno ed esterno: storia privata e Storia, ricomposte, entrambe “sotto la pietra viva della pena”
Di tanto vivere, di tanto dire, restano dunque le “schegge/ del tempo vissuto” e quelle “minutaglie destinate ai gabbiani” hanno il bagliore adamantino di un boccone tagliente: di un residuo destinato a ferire ancora e ancora, mentre il canto s’innalza, e ancora più in là, quando l’eco del grido sarà voce dispersa.
Un certo gusto crepuscolare percorre come un brivido tutta la raccolta, negli stati d’animo: malinconia, abbandono, solitudine, pur senza sfociare mai nel patetismo, e un’amara ironia; nel materiale tematico: illusioni giovanili, volti, gesti, cose di un tempo ormai tramontato o “che non venne mai”.
Emblematico, in questo senso, appare il testo Minimo e infinito, inserito nella sezione Discorsi, e nel quale sembrano compendiarsi istanze poetiche e tema di questo libro, mirabile quanto a levità e forza espressiva nel volgere di pochi versi.

 

*

Minimo e infinito

Lasciatemi tutti i miei fiori finti
Il mio salotto retrò
il Pupo antropomorfo
róso da ragnatele autarchiche.
Li chiamo per nome uno per uno
uomini e cose e piccole creature
del minimo mio bosco ed infinito
– senza confini e reti –
nell’inquietezza di perdere
il loro nome e il volto
nella cupa foschia di un tempo morto.

*

Giorno dei morti

Al mattino era la cerca degli angoli
più oscuri delle stanze –
forse i Morti ci avrebbero premiati
entrando nella notte a piedi scalzi
o tramutati in misteriosi insetti.
La mosca, per esempio era zio Gino –
dieci anni e una polmonite.

La nonna raccontava della guerra
Da cui zio Raffaele tornò dopo
tanti anni dentro una teca lignea

(ombre del nostro immaginario
custodite dai Lari della casa)

Lo scotto era salire alla collina
e pregare in ginocchio –
mestizia a sacrificio
e per ringraziamento

Ci accompagnano ora altre assenze
brandelli scomposti della nostra vita
che un giorno – pare –
saranno ricomposti

nessuno sa se è vero.

*

Wait for sleep

Mezzanotte.
Mi perdo come sempre
nei ripetuti righi dei poeti
che scrivono di senso
e di nonsenso
seminando scarti semantici
a belletto di pensieri stranianti –
ermetismo di nuova fattura
che inaugura l’ennesima
avanguardia.
Non so se è insipienza
questo mio arrocco a difesa
della parola semplice e sguarnita
perla di liquido sentire
annuncio di aurora che ritorna
per carezzare l’anima nel deserto
di stupri e di assassini.

da Di tanto vivere, Caosfera, 2018 , Collana Alabaster diretta da Adriana Gloria Marigo Prefazione a cura di Valentina Meloni

 

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Patrizia Sardisco legge Di tanto vivere di Anna Maria Bonfiglio

Ogni goccia è mare #8: Tempesta emotiva

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Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

*

Dimezzata la morte – ammazzata due volte
Olga, come ti appendi al collo mio e di tutte
come appalti allo sterno
mio e di tutte il tuo appello senza timbro.
Perciò intreccio un setaccio a mani nude
lego voce e respiro il costato e la lingua
per levare il lenzuolo dell’onta dal tuo viso
fabbrico nuovo un crivo – scrivo per altra cernita
la dimezzata sorte sigillo del mio genere
ma, Olga com’è greve
come fa freddo il ferro al collo mio e di tutte
la giustizia strozzata – la pronuncia attenuata
la tempesta emotiva la bestia motivata
è un inverno che intenebra la linea delle schiene
e attossica il sereno. Olga, perciò
setaccio lemmi e lutto lo faccio a mani nude
per trarne stigma e sangue
fioretto di memoria
perché non se ne attenui il diametro stringente
al collo mio e di tutte – Olga, per tutti e tutte
scrivo un cappio di tenebra a memoria
un nodo sulla pena: Olga, che questo è stato
l’attenuata misura data a bere
è misura di stato
è stato, e questo è stato
un passo pedagogico potente
tempestivo ripasso a ridosso dell’ora
di mimesi di miti di minuetti e mimose
voi protestate tesi, noi ripassiamo assiomi
degli uomini la legge strangola la giustizia
la nuda proprietà della tua carne
per bilancia e per spada si dimezza a dovere
potere del setaccio patriarcale
le maglie strette occluse dal tetano letale:
di qua la mano oscura la rognosa questione
di là la raffinata insofferenza
già in foggia di morale assoluzione

Patrizia Sardisco

*

Forse alla parola
ma credo alla presenza.
Presenza indistruttibile
che sia dire o tacere
di certo non si arretrerà di un passo
sui diritti.
Che sia una voce muta o cristallina
si resti a sostenere il fianco caldo
la mano stretta a confortare il braccio
di sorella, di fratello. Non distinti.
Reggendo briglie dei precedenti
frenando il doppio assassinio verbale
di chi sminuisce ogni senso attraverso
lessico da tinte rosa
legittimando orrori compiuti
è questa la decostruzione
al galoppo.
Forse una dolce parola sodale
rifonderà un comune sentire.
La parità di ognuno è cosa ferma
conquista in discussione in tempi grevi
che occorre rinsaldare in fiume d’oro.
La proprietà di carne è inammissibile
coraggio, nostra voce, nostre dita
sfavilliamo.

Gianluca Asmundo

*

Shreds

Coro

 

eccole le macerie
da saltarci sopra
da assaltare predare fare
scempio pezzo a pezzo
a piedi uniti ferrati pesanti
saltare
sopra sterno gola testa reni
saltare sul pube e sulla bocca
non lasciare che strazi goccianti
carogna di golose oscenità
a seno aperto
a cielo scoperto


Signora


-era
la mia vita –

 

 

Gendarmi

 

così come l’abbiamo trovata
signore
così come si presentava
la scena del misfatto
del crimine della colpa dell’osceno
delitto un po’
scomposta, signore, un po’
esposta in vista lasciata a corrompere
gli occhi di chi guarda
così contorta signore
come l’abbiamo trovata
come si presentava
smembrata storta distrutta
bellissima


Anomen

le iridi.
la palpebra.
cornee e cristallini.
ciglia, sopracciglia, arcate
piano piano
con metodo
con tenacia voluttà e pazienza
parte dopo parte
 l e n t a m e n t i s s i m a m e n t e
portarti via tutto

-non conosco altro modo
per avere dentro
il tuo sguardo-


Coro

che i figli non vedano
che i figli non sappiano
la tela opaca del tempo
nessuna presa, oh!,nessuna resa


quel viso perfetto
l’immane schianto
quell’invitta bellezza
anche da morta


lasciano fiori e biglietti
crescono steli
anemoni d’aprile
violaciocche e ciclamini
lì dove le dita
dove intatta la schiena nel solco accolta
sembrava quasi dormisse
magari dormiva
ha dormito
tutto il tempo

non fosse per gli occhi

non ditelo ai figli
non glielo dite mai


di quegli occhi
sempre aperti


Anomen

e il cuore e il ventre e la pelle che copre
il petto
tra la gola e l’intestino
che gorgoglia dove la notte infila sapori

volevo esploderti dentro
così tacevo
perché mi udissi


eri la notte e il suo sapore
no che non te l’ho mai detto
potevo? io volevo
incorpare ogni frammento di quella vita con te
ma tu mi guardavi
non avevi che
gli occhi
che un giorno ho coperto, ricordi?

e anche così
riuscivi a guardarmi.


Coro

così larvale il cielo a terra in giù
e freddo. –


Signora

chi stava morendo?
chi ha cominciato?
chi era rimasto?
chi stava dove?
chi diceva ancora
sì?
chi ancora avrebbe
detto sì?

Coro


col cielo a terra in giù
continuando a dire sì



Anomen

Avere dentro, avere mio e per me solo
il tuo sguardo

Signora


Era
la mia vita.

 

Alba Gnazi

 

 

 

 

(Articolo a cura della Redazione)

(foto: fonte web)

 

Ogni goccia è mare #8: Tempesta emotiva