Lost in: Sylvia Plath, Words – Traduzione di Alba Gnazi

 

WORDS

 

Axes

After whose stroke the wood rings,

And the echoes!

Echoes traveling

Off from the center like horses.

 

The sap

Wells like tears, like the

Water striving

To re-establish its mirror

Over the rock

 

That drops and turns,

A white skull,

Eaten by weedy greens.

Years later I

Encounter them on the road –

 

Words dry and riderless,

The indefatigable hoof-taps,

While

From the bottom of the pool, fixed stars

Govern a life.

 

PAROLE

 

Asce

Sotto il cui colpo il legno risuona,

E gli echi!

Gli echi corrono

Via dal centro come cavalli.

 

La linfa

Trabocca come lacrime, come

L’acqua che si sforza

Di ristabilire il suo specchio

Sopra la roccia

 

Che sgoccia e svolta,

Un teschio bianco

Eroso da verdi erbacei.

Anni dopo

Le incontro per via –

 

Parole rinsecchite senza cavaliere,

Frenetico battito di zoccoli

Mentre

Dal fondo della pozza stelle fisse

Governano una vita.

 

 

 

sylvia plath

Sylvia Plath, nata a Boston il 27 ottobre 1932, morta a Londra l’11 febbraio 1963.

Mentre era ancora in vita diede alle stampe due raccolte, The Colossus and Other Poems (1960) e The Bell Jar (1963), uscito con lo pseudonimo di Victoria Lucas. Le raccolte successive sono tutte postume, curate da Ted Hughes, poeta e marito della Plath, dal quale, nonostante i burrascosi rapporti e la separazione, Sylvia non aveva divorziato.

Words è contenuta in Ariel, la prima delle raccolte postume, edita nel 1965 da Faber di Londra.

In Italia le poesie di Sylvia Plath sono state pubblicate da Mondadori in edizioni varie.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

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Lost in: Sylvia Plath, Words – Traduzione di Alba Gnazi

Marco Armando Ribani: nota critica di Franca Alaimo e sette poesie

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Presentiamo di seguito una lettura di Franca Alaimo di Voci dal canto generale di Marco Armando Ribani insieme a una selezione di testi.

 

Dolore, gioia, perdita e rifioritura. Questi sono i suoni interiori dell’universo poetico di Marco Armando Ribani, traboccante di immagini e di musicalità e di cromie, vicinissimo alle radici della Sapienza, capace com’è di trasfigurare anche la realtà più sconciata con la luce dell’amore.
Nello scontro ed incontro fra ombra e luce consiste, infatti, l’elemento inconfondibile di questo autore, che parla al lettore con un linguaggio intenso e profondo sebbene così limpido.
Anche il tempo, quello della storia dell’umanità, quello delle storie dei singoli e delle creature tutte (che attraversa i testi, a partire dai ritratti di tanti vecchi raccontati nella prima sezione, a quello dell’ultima, che mette in scena l’eterno ciclo delle stagioni) viene ricondotto ad una sorta di carità infinita in cui vita e morte si abbracciano, ad una necessità di trasformazione dalla dimensione della materia transeunte all’altra eterna dello spirito, dalla sparizione dallo spazio concreto alla resurrezione in quello verbale del poeta.
Scriveva, infatti, Rilke che i poeti sono coloro che “dicono sì alla sparizione e per i quali la sparizione può essere pronunciata” divenendo “parola e canto”.
Lo scontro fra dolore e gioia, fra vita e morte è spesso introdotto lessicalmente dalle congiunzioni “eppure”, “ma”, oppure è affidato alle domande (i testi sono spesso affollati di punti interrogativi), o a iterazioni struggenti e suggestive; e, cosa ancora più significativa, sembra che tutto il creato partecipi a questa sospensione fra spavento e stupore. La Natura tutta diventa in questa poesia un luogo di rivelazione, in cui elementi terrestri e celesti assumono un valore epifanico.
Il gruppo bellissimo di testi dedicati alla luna, consacrata dalla migliore tradizione poetica, potrebbe rimandarci alla luna del Leopardi – simile è la suggestione ed il respiro immenso della notte; e il tono, come nelle poesie del recanatese, è alto e sublime, e lo sgomento contemplativo ci afferra allo stesso modo – e però Ribani, a differenza di quello, dà, infine, parola alla luna che esorta gli uomini a vivere la propria vita e a trasformarla in canto, quello che “aprirà una larga e fertile ferita/ nello splendore della miseria”.
Ora basta leggere questi due versi, per rendersi conto di un’altra caratteristica del linguaggio dell’autore: la ricorrenza di sintagmi o espressioni di natura ossimorica, che stringono in un unico elemento verbale gli opposti, i quali, partecipando l’uno della natura dell’altro, si fondono in una sintesi che li supera.
Tutto ciò dà ai versi un’intensità drammatica, nel senso che sembra mettere in scena una serie di personaggi (uomini e creature degli altri regni) che rappresentano un concerto di voci (Voci del canto generale è, appunto, il titolo della silloge) dialoganti, portatrici di emozioni, di archetipi e metafore del profondo. Il sentimento da cui nasce ogni voce è quello di una minaccia continua alla vita, alla bellezza, all’ordine, ma dal loro insieme, dal dialogo senza sosta si alza, infine, un inno di fede e l’esortazione a pacificarsi con l’esistenza.
Leggere queste poesie, allora, è come, oscillare fra scoramento nichilistico e misticismo, fra immanenza e trascendenza, senza per forza voler dare a questi termini un valore strettamente religioso.
In fin dei conti, la poesia è un’espressione squisitamente mistica, se è vero che nel suo grembo si fondono visibile e invisibile, effimero e assoluto; se è vero che la parola poetica è di per sé un rito, una liturgia.

 

Palermo, 22 Novembre 2017

 

Testi

I

Veniva poi la neve
e noi con la pelle aperta delle mani
oscillavamo tra colpa e gioia
prima di portarla alla bocca
ed in quel freddo che ti schiantava i denti
c’era come un risarcimento naturale
di tutti i gelati mancanti dell’estate

Ma nelle case degli edili
di neve non si poteva essere contenti
perché era colpa sua se si chiudevano i cantieri
e per l’umore degli adulti era come un lampo
colmare la distanza di pensiero neve-uguale-fame

Allora ci andavamo di nascosto
noi bambini a ridere e rimpinzarci
di neve anche le tasche e le mutande
e con le code d’occhio maliziose godevano
degli sguardi invidiosi dietro i vetri
dei figli delle case senza fame.

 

II

Ti amo comunque mi diceva lei
Non è abbastanza mi dicevo io

Partivo. Per ansia di meraviglie. Per tornare diverso.
Ma le Penelopi implacabili:
Sei tu. Sei sempre tu. Ti riconosco.
Nelle parole dell’abbraccio una rabbia e un fallimento
Che hai viaggiato a fare
Se torni con un carico di nulla. Ancora una volta nudo alla meta.
Sei sempre tu.
Tre parole acuminate a ruminare dentro il sangue

E in cima a tutto Lei.
La vecchia
Vecchia Penelope con dita rattrappite di memoria
sfinita non d’attesa
ma da un inseguimento di pensiero intorno al mondo.
Sei tu. Sei sempre tu.

L’amore è una forma di condanna,
No mamma. Non sono io. Non sono mai stato io.

Costretto nel ritorno ad ammainare gli stendardi.
A nascondere i bauli ed i cammelli,
Chincaglierie. Piatti. Cianfrusaglie.
Il tutto camuffato di tesoro.

Tutta una carovana insacchettata.
I cavalli. I ciuchi sardi. La R4 rossa.
Il comunismo estremo. I tarocchi. Un po’ di Budda grattugiato.

Tutto schiantato.
Sei tu. Sei sempre tu.

 

III

 

Mia madre nascose al suo interno la mia immagine
e non la partorì. Partorì la carne, ma si tenne il mistero.
In vita mi trattò sovente come uno sconosciuto.
Spesso vedendomi mi cacciava tra le mani una moneta.
Mi chiamava Luciano.
Oppure con fervore improvviso mi prendeva le mani
“Vuoi conoscere Luciano?” No mamma, non m’importa
Va bene così.
Chi crede che io sia mi domandavo. A volte all’improvviso
cercava di baciarmi sulla bocca. E io spingendola via
Mi domandavo chi ero. Cosa vedeva quando mi guardava
Così a lungo che sentivo il calore dei suoi occhi sul mio culo.
Così fu il dubbio che prese il sopravvento.
Chi ero io se persino mia madre non mi riconosceva.
Non c’è peggior condanna per un impostore
di quella di dimenticare di chi si è preso il posto.
Così in questa vita che pure è stata mia
ho recitato sempre ruoli secondari perché
il protagonista sconosciuto era sempre altrove.
Adesso sono stanco ma non oso morire
Un poco per paura di come sarò da morto
ancora un impostore e quindi vivo? Oppure
sarà lui a prendere il mio posto beffandomi
perché non lo vedrò mai?

 

IV

Conosci l’opera traboccante della gioia?
I vini gustati insieme a coloro che entrarono
festosamente nella vigna e tra loro quelli che
elevarono i nostri sensi fino alle vette
alcuni hanno nutrito le nostre visioni del mistero e della bellezza
e ci hanno per mano condotto sulla proficua strada dell’impossibile
Persino questo lutto è la nostra felicità e quindi bacio
le tue mille scintille
e ci vedo il tuo volto perché tu sei la parola scintilla.

 

V

Luna piena

La luna questa notte è un enorme occhio aperto
per vigilare sul passaggio degli umani.
La tenebra è un manto di cobalto che nasconde
la misera ricchezza delle cose.
La guarda un ragazzo che questa notte fugge.
Lascia la casa. Esce. Tracima. Con l’entusiasmo del torrente
lascia la casa
Calpesta. Sprofonda. Emerge.
Nel fianco instabile della montagna intrisa
Calpesta, Sprofonda. Emerge
Si ferma guarda il fluire di paesaggi e nubi di acque e fuochi
e poi all’improvviso li vede fuggire
nubi di acque e fuochi
laggiù nella valle un fluido denso e vivo di legno carne ed escrementi.
Sale l’odore di marcio del giorno.
Legno e carne ed escrementi
Salgono le voci di esseri viventi immersi in una fertilissima miseria.
Gomitoli di unico filo,
Immersi in una fertilissima miseria
Sale un odore acre di uomini sconfitti e taciturni.
Eppure il filo dell’esistenza ki fa sembrare perle
uomini sconfitti e taciturni
Il ragazzo sente la povertà del sogno che porta nelle tasche.
Sente che deve formulare una grande domanda
la povertà del sogno
Si ferma e con gli occhi innocenti rivolge una domanda muta alla luna
con gli occhi innocenti
Ma non accade nulla. Solo la luce inesorabile del giorno
comincia a cancellare la notte
Ma non accade nulla
Il ragazzo teme che la luna non gli indicherà alcunché
nel buio sprofondo della notte
nel buio sprofondo
allora vattene dice offeso alla luna, ma lei finalmente risponde
finalmente risponde
Aspetta aspetta figlio mio. Dice la luna –
Prendi questa vita questa. Che è tua.
Prendi questa vita questa.
Cerca il luogo dove le madri nutrono i figli con il latte delle stelle
con il latte delle stelle
giunge il sole. Mettiti in cammino e canta. Che sia un canto
Che sia un canto
che chiama la terra che chiama la madre
che chiama noi fratelli che chiama il fuoco che chiamo il fiato
che chiama la terra la madre i fratelli il fuoco il fiato

Non sa che quel canto aprirà una larga e fertile ferita
nello splendore della miseria
Non sa

 

VI

Chi chiama oltre la porta?
− La voce che rimane −
Viene per dirmi che è venuto il tempo
di entrare dentro le visioni
La voce chiama un’altra vita
per fare insieme la traversata della notte
Qualche dura stella già indora i cieli
e con i fili di un ragno assetato
lega tutti gli elementi del mondo

È il tempo che bussa alla mia porta?

Quanti anni possiedi?
mi chiede

Ho gli anni delle parole che sono state dette
e che ai soli si sono riscaldate

Ho gli anni dei vivi e dei morti che sono passati di qui
e sono in pace in solitudine sperduti

 

VII

Ho colpa se mi abbandono a questi momenti di pace?
In quanti ritagli marginali di città ci sono anime
e corpi abbandonati sotto il cielo
e tu possiedi una viva e preziosa solitudine
Ah! come è dolce navigare in questo cielo in questa sera
dove nei voli non c’è paura alcuna
poiché si ha diritto d’approdare nelle arie calme
quando si migra verso un altro tempo in cui non siamo esclusi
in cui esistiamo con la dolcezza e il sapore di sentirsi vivi

 

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Marco Armando Ribani è nato a Bologna nel 1943. Operaio, sindacalista, oste, animatore culturale, poeta, ha frequentato la Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari e come docente ha condotto diversi laboratori di scrittura autobiografica. Ha iniziato a scrivere poesie a 50 anni frequentando un corso dell’Università Primo Levi di Bologna.
Ha vinto il Premio Navile nel 1996. Ha creato e diretto la Piccola Editrice La Volpe e L’Uva e ha pubblicato diverse raccolte oltre le proprie Sotto i cedri del Libano e Sentieri. Per anni è stato organizzatore di serate di poesia nella sua Osteria del Montesino, in via del Pratello a Bologna. Attualmente vive in Francia, ospite della medium e scrittrice Patricia Darré, come poeta residente.

 

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Franca Alaimo è nata a Palermo, dove vive. È autrice di una quindicina di libri di poesie, di numerose prefazioni e di diversi saggi critici. Con il romanzo breve L’uovo dell’incoronazione, Serarcangeli, ha esordito nella narrativa. La sua ultima pubblicazione, per i tipi di LietoColle, è Traslochi (2016).

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto: fonte web)

Marco Armando Ribani: nota critica di Franca Alaimo e sette poesie

Per fuoco non per tempo

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IL PREMIO LA BALENA DI GHIACCIO

PRESENTA

LA GIOVANE POESIA SICILIANA

 

Sabato 23 dicembre alle ore 18.00 presso lo Spazio LOC Laboratorio Orlando Contemporaneo in Via del Fanciullo 2 a Capo d’Orlando, la Balena di ghiaccio – il premio di poesia per i giovani dedicato al poeta e psicoanalista orlandino Basilio Reale e sostenuto finanziariamente dall’Assessorato alla Cultura di Capo d’Orlando e dal LOC – terrà a battesimo la giovane poesia siciliana e cinque giovanissimi artisti in occasione della presentazione di un libro che rende orgogliosa la comunità orlandina e l’isola tutta:

“Per fuoco non per tempo”, di Federica Corpina (https://www.fiorinaedizioni.com/prodotto/per-fuoco-non-per-tempo-federica-corpina/).

Appena diciottenne, Federica vince il III Seme 2017 della Balena – premio ormai consolidato nel panorama nazionale – e firma il terzo numero della collana di poesia contemporanea inedita, Isolario, diretta da Maria Grazia Insinga (ideatrice e curatrice della Balena di ghiaccio) grazie all’entusiasmo dell’editore Giovanni Fassio.

Non si tratta di un libro ordinario, ma di un leporello, un pregiato volumetto imbastito artigianalmente a soffietto, stampato in numero limitato di copie firmate a matita dall’Editore. Un modo antico di fare editoria: si pensi al Muraqqa islamico, versato al bello, alla cura estrema dei dettagli, alla simbiosi di parole immagini carta; e si pensi a Leporello, il servitore nel Don Giovanni di Mozart che portava sempre con sé il catalogo piegato a fisarmonica delle imprese amorose del suo padrone.

federica corpina cover

Il leporello della Corpina è composto da cinque sezioni – Esilità, Pelle, Cartilagine, Ossa, Cenere – attraverso le quali il corpo adolescenziale si trasforma e si scompone. Domina il colore bianco, un bianco che divora; come un’acrobata, la poetessa raggiunge una via d’uscita e nel silenzio del sigillo finale nasconde al lettore la sua verità. Ad accompagnare visivamente i versi inediti di Federica Corpina sono le opere realizzate dagli studenti del Liceo Artistico “Lucio Piccolo” nell’ambito di un concorso al quale hanno partecipato tutte le scuole secondarie di II grado di Capo d’Orlando. Le illustrazioni di Salvatore Emanuele, Gabriele Letizia, Greta Piazza, Michaela Pinto, Nina Ricciardi e Antonella Maura Tascone (docenti: Salvatore Barca, Sabrina Busà, Anna Paola Cataldo, Vittorio Perna) – ispirate ai temi della scrittura di Federica – sono state selezionate su un totale di quasi cento disegni dalla giuria della Balena costituita da Marco Bazzini, Giacomo Miracola, Matteo Reale, Domenica Sindoni, Giovanni Spinicchia, Maria Grazia Insinga e presieduta da Emilio Isgrò.

Questo libro – interamente finanziato dall’Editore – è, dunque, un germoglio che sboccia dall’unione di una casa editrice visionaria, Fiorina, con un premio letterario vocato a gettare semi d’arancia propizi alla nascita di nuove generazioni di lettori, di artisti, di poeti.

Per gentile concessione dell’Editore, pubblichiamo un assaggio della poesia di Federica:

*

larga pupilla quasi
tentativo trascendentale
di cogliere la luce dall’uscita
o è ricordo di quando entrammo
violando il buio per paura

oppure non fa per noi

*

questo bianco divora
a volte anonima mi sfido
a inventare una forma
e mai conforme al puro
e pure creste ribelli
[…]

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(foto: Monica Lanza)

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

Per fuoco non per tempo

Flora Restivo

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*

EROSIONE.

                                                        Strema

                                                        cullare spoglie…

                                                        sbiancare lini…

                                                         Percepire

                                                         nel buio di sbriciolate attese

                                                         il guaito del pensiero

                                                                            accartocciato e vinto…

                                                         Non filtra

                                                                       fiato

                                                                            dall’ottusa

                                                                                         atmosfera.   

 

*

 

SPES.

Ucciderò la speranza

carnefice

di figli incolpevoli

 

demolirò i suoi inganni

forzerò le seducenti trappole

con cui ci ammalia

mentre squarcia le nostre vene

e inventa rituali sempre nuovi

per tenere in pugno cumuli di vite

in scadenza.

 

La ucciderò, subdola puttana

col fuoco del vulcano che mi

consuma l’anima.

 

*

FIORI DI SANGUE.

 

Dio

 

inchiodami ogni giorno

occhi nuovi

ché possa piangere

senza mai una tregua

le tante morti in offerta speciale

“prendi mille e non paghi mai”

 

orecchie capaci

per accogliere

i lamenti delle donne

piegate a raccogliere fiori di sangue

ancora e ancora

senza fine  

 

mettimi in gola

un vulcano

per tuonare

la mia rabbia

 

il cuore lascialo com’è

voglio deporlo

dove più punge il dolore

 

Ma ti prego  

non chiedermi di perdonare

 

                              non più.

 

*

 

MANTELLI DI NUVOLE

Sono lì

dove finisce il rigo

nel punto in cui

il discorso si conclude.

Assorbo parole

indigeste

sguaiate

grezze

ne distillo

canzoni  

rose d’inverno

lampade di Aladino

discorsi senza punto

e conclusioni

mantelli di nuvole

per l’azzardo

di sogni

riottosi.  

*

LUNA

È luna

ssa  lustrura

chi  pari

parturuta di n’àrvanu?

È cani

ddassutta

oppuru un disgraziatu

abbrazzatu a na buttigghia?

È sonnu

chi scarsìa

tuttu ssu malustàri

   oppuru vita chi si sbacanta?

È notti chissa

oppuru

zoccu arresta

d’un jornu malatu?

 

LUNA. È luna/ questa luce/ che sembra/ partorita da un platano? È cane / dabbasso/ oppure uno sventurato/ abbracciato ad una bottiglia?/È sonno/ che scarseggia/ tutta quest’ansia/ oppure vita che si va svuotando?/ È notte questa/oppure/quel che resta/ d’un giorno malato?

 

*

ARRÈ

 

                                                         Mi vinni sdilliziu

                                                             di parrari

                                                         sippuru nun aju nenti

                                                         di cuntari.

 

                                                         Chi mi successi

                                                         di l’ultima vota?

                                                         Mi susivi, manciai

                                                         mi curcai, campai…  

                                                                 ciatiai.

                                                         Vitti moriri suli

                                                         e  luni

                                                         ntisi di genti

                                                         chi pisciava sangu

                                                         e acqua giuggiana

                                                         circai di muzzicari

                                                         cani di petra  

                                                         e quattru o cincu denti

                                                         mi li sgangai.

  

                                                         Ora

                                                         m’arristau sulu na  lacrima

                                                         aggruppata

                                                         e nun scinni

                                                                    nun scinni

                                                                                nun scinni.

 

ANCORA. M’è venuta voglia/di parlare/ per quanto non abbia nulla da raccontare./ Che mi è successo/ dall’ultima volta?/ Mi sono levata  ho mangiato sono andata a dormire, ho vissuto…/ ho ansimato / Ho visto morire/ soli/ e lune/ ho sentito di gente/ che pisciava sangue/e pus/ ho tentato di mordere/ cani di pietra/e quattro o cinque denti/ mi si sono scheggiati/ Ora / m’è rimasta solo una lacrima/ serrata in gola/e non scende/ non scende/ non scende.     

 

*

ABBONE’BONE’

Scrivu affirrata

 pi li capiddi

masticu amaru

 e agghiuttu

‘n vacanti.

Abbonè bonè

ncucchiu du’ paroli

   na bedda picata

nna l’occhiu

 di lu biddìcu

e accòmmiru…

megghiu di nenti.

                                                         

                                                        

    MEGLIO CHE NIENTE. Scrivo tirata/ per i capelli/mastico amaro/ e ingoio a vuoto./ metto giù due parole/un bell’impiastro/ sull’ombelico/e me le faccio bastare…/ meglio che niente.                   

 

 

Flora Restivo, trapanese, studi classici, poco amica di parlare di sé, da decenni scrive poesia e prosa in siciliano, con tre pubblicazioni all’attivo e una quantità di prefazioni, recensioni interventi critici, partecipazioni a pubblicazioni di AA.VV. collaborazioni a riviste e giornali in cartaceo e in rete.
Tantissimi e di notevole importanza i primi premi al suo attivo, altrettanto importanti i rapporti con grandi poeti, scrittori, critici di valore.
Tendente all’appartarsi, piuttosto che allo spintonare, tuttavia è fiera di comparire nella magnifica antologia “ L’ITALIA A PEZZI”, curata dal giovane valente critico letterario e intellettuale a tutto tondo Manuel Cohen e nella monumentale opera: “ LINGUE E CULTURE IN SICILIA ” a cura dell’esimio professor Giovanni Ruffino, coadiuvato dal grande glottologo Salvatore Trovato.
Molto altro ci sarebbe, ma ciò che conta è il presente e ciò che spero di potere trasmettere.


 

Flora Restivo

Leopoldo Attolico

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*
OCCASIONE DI POESIA

 

Nel rapido dissolversi del verso
la parola che incanta,
muta.
Posseduta e amata
come l’ultima rovina,
cara perché perduta.
L’illimite che segna e persuade
connivenze celesti
disperde l’occasione,
allontana la mente;
navicella avida di vento
nel suo porto di luce.

 

*
TOCCATA E FUGA

 

Nella pietra serena scaldata dal sole,
nel pianissimo andante del vento
a capofitto le mie parole.
Basta una fredda scintilla alla memoria,
che come ape infreddolita si posa per terra,
per riscaldarsi tutta.
Ma l’ape beve la sua pace e non si pente.
Le parole sono solo una folla curiosa e satolla,
toccata e fuga nell’oro del presente.

 

*
TEMPORALE A VIA DI RIPETTA

 

Dove mai avrà cacciato la gente
questa Via di Ripetta in grembo d’acqua
e starnuti improvvisi di grondaia?
Forse a quota periscopio
forse dietro il rovescio di una fuga
con il naso contro il vetro…
C’è un silenzio bagnasciuga
in attesa dell’attacco degli indiani,
è questione di minuti, quindi spiovo di conserva;
ho un ricordo da salvare:
è il ciac ciac un po’ vetusto
di scarpette tre stagioni
sorvegliato da calzoni alla zuava
a tutt’oggi non ancora digeriti.
Son zuavi, per fortuna,
e mi portano a passeggio
anche un gruppo di pensieri
che sgambettano su in alto:
dan del tu ad un cielo d’affezione
che da grigio mi accompagna lemme lemme
cappottando sorridente
dalle parti dell’azzurro.

 

*
VIDI, MIA MADRE

 

Vidi, nel gioco
passeri rotolare sul tetto
e in un amen di gioia e di paura
irridere l’abisso: solo uno scarto, prensile,
nell’aria, per poi ricominciare daccapo,
dalla prima tegola.
Nell’enfasi del sole e dei colori
-in quell’incanto-
vidi, mi parve, intera la mia vita;
come una partitura
percorrere il declivio in splendido fervore di note,
verso l’ultima;
e lasciarla, febbrile,
all’indulgenza preoccupata di una piccola creatura,
sorta dal nulla, chissà da quale Ade di sogno
e di parole venuta a darmene misura,
a fior di labbra.

 

*
OCCHI LUCIDI
a Giuseppe Ungaretti

 

Ho tanta stanchezza sulle spalle
e non è Natale.
Dialogo con un fuoco posato dentro al cuore
e tra le sue capriole mi accontento del poco
vestito di pensosa sostanza in un approdo improvviso:
la minima realtà del mio candore un po’ liso
che ancora mi riscalda, gratuitamente
nel gelo della stanza.

 

 

Da Piccolo spacciatore, 1964-1967, Editrice Il Ventaglio, 1987

 

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

 

Leopoldo Attolico

Beppe Costa, poesie da ”Rosso – Poesie d’amore e di rivolta”

 

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Beppe Costa ritratto da Dino Ignani

PREGHIERA

 

Scrivo di te

tra passato e presente i miei ricordi di carta

scrivo su di te

come gocce di mare che diventano sangue

senza darmi respiro

incidendo come ferite, sentieri d’amore

componendo alfabeti

sulle tue cosce anche se oggi il tempo

ci ha resi soli

 

Fa luce

alle mie mani, ai miei colori

ogni percorso

che illumina ancora le mie lunghe notti

quando come te la luna è altrove

 

***

 

UN INCANTO

 

Un incanto vederti

improvvisa apparizione sulla porta

che non me l’aspettavo sebbene t’aspettassi

così non penso alla Sicilia

l’Italia, Caselli, Falcone, Ferrara,

il cuore impetuoso

surrealisticamente sbattuto anche oggi

in questo quasi niente di carte

che solo posso offrirti

mentre col viso tuo pieno di tristezza

con gli occhi bruciati di pianto

e di insonnie tenti di consolare me

di rendermi giocoso

come ti apparivo fino a poco fa

Il tuo nome attraversa,

dopo aver percorso la letteratura,

il mio corpo e il tentativo di farne

anima e mente mi tiene insonne

Il tuo destino come il mio

di non fermarsi mai

e di chiamare urlando

Ti posso trattenere ai tuoi anni

ai tuoi misteri, ai tuoi uomini?

Ed io tra loro estraneo

senza sere né cibo così

un passaggio piccolo

ma estremo ed eterno

rimane ancora tra le dita

come sottili capelli senza ferite

E riesco non volendo affatto

diventare eroe con la rinuncia

 

***

 

MANICHINI

 

Qualche volta i versi sbattono su muri

della sala ricca di manichini eleganti

 

altre volte gridano il disagio del vivere

dietro le sbarre d’un carcere

o ancora cantano la tragedia

di un popolo decimato

 

e sa, il poeta, che quando l’abbraccio

finisce si tornerà alle caverne.

 

***

 

PADRI/FIGLI

 

Quanti hanno scritto

su figli padri e mai

non ho mai potuto

né parole dure o care

né incredibilmente attente

lettere di madri padri a figli

a volte distratti gli uni o gli altri

da vicende di cuore

così tormentate che non trovi

altro che il silenzio

dentro il dirupo non deve mostrarsi

la vita dà e toglie, a volte diverte

o fila via rapida

ti trasforma in robot

in disumano operaio

per avere quel tanto da vivere

spesso non è così

a volte puoi scegliere

fra una stagione al mare

un’auto, una cena o soltanto

un abbraccio così stretto

da dolerti il cuore

io figlio che genitori non ho avuto

non ho potuto imparare

che così poche cose, poche frasi insieme

a tanti silenzi e solitudini

una vita troppo lunga

per viverla, soffrirla o goderla

da solo come clown se

non ci foste stati voi presenti

 

***

 

ROSSO

 

Del rosso abbondante in strade morenti

del rosso di cuori che non vedono sole

del rosso di sole che non vedono cuori

di cuori al macello

di albe infuocate da spari di cielo

di rosso del sangue di fuochi

di giochi

di rosso del sangue d’una vita

che nasce

di rosso della madre che muore

di rosso annerito da miniere e sudori

del rosso del vino che ha sconfitto

la vita

del rosso del vino ubriaco di te

del rosso del palco di sera da sballo

di rosso d’amore a volte al tuo fianco

del rosso tramonto che scambia

i miei giorni

del giorno che vita mi riporta a te

del rosso di luce di quadri d’autore

di rosso di fiamma al camino che scalda

di rosso di croce quand’è solidale

di rosso che brucia ma non porta calore

di rosso d’un fiore per errore raccolto

di rosso di viscere di lava

alla terra che lava

di rosso chiarore che esplodendo non vedi

di rosso che vesti quando svesti il pudore

di rosso di labbra che apri alle labbra

del rosso ferita al tuo ventre e così

la mia vita comincia

 

***

 

ALTEZZE

 

Cercavo di raggiungere un piano più alto

o almeno dove arrivava lo sguardo

insoddisfatto sono rimasto al pianoterra

unica consolazione:

vedere i bambini correre alla stessa altezza

 

***

 

rosso-copertina

Poesie tratte da:

Rosso

poesie d’amore e di rivolta

in appendice: lettera d’amore non spedita

Edito da Associazione Culturale Pellicano, 2016

Collana Poetry by the Planet

 

 

 

 

 

Cenni biobibliografici (tratti dal blog del Poeta)

Beppe Costa, nato in Sicilia, vive a Roma.

Nel 1976 fonda la casa editrice Pellicanolibri (che divenuta nel 1992 una libreria  ancora oggi frequentatissima,) pubblicando, primo in Italia, scrittori di fama internazionale quali Fernando Arrabal (alcune opere le ha anche tradotte), Manuel Vázquez Montalbán, Gaston Bachelard, Gisèle Halimi, Naim Araidi.

Ha pubblicato anche libri di Alberto Moravia, Dario Bellezza, Arnoldo Foà, Adele Cambria,  Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza.

È autore di svariati libri di narrativa e di poesia, tra cui Impaginato per affetto (Pellicanolibri) vincitore del “Premio Alfonso Gatto” nel 1990; Anche ora che la luna (Multimedia Edizioni)  nel 2010, anche in versione CD; Rosso: poesie d’amore e di rivolta (Volo Press, 2013, ristampa Pellicano, 2015), La terra (non è) il cielo!(Gilgamesh) nel 2014 e, con Stefania Battistella, Dell’amore e d’altre abitudini (Pellicanolibri) 2015, L’ultima nuvola, Associazione culturale Pellicano, 2015.

Fa applicare per la prima volta in Italia la “Legge Bacchelli” a favore di Anna Maria Ortese.
Cura la storica collana “Inediti rari e diversi”, dal 1978 Pellicanolibri e dal 2013 della Seam.
Una sezione del Premio Città di Sassari porta il suo nome, primo caso di un poeta in vita.
Ospiti in vari Festival e tradotto in diverse lingue (fra queste anche arabo, ebraico, turco, spagnolo e albanese).
Più volte premiato alla carriera.
Di lui hanno scritto Giacinto Spagnoletti, Dario Bellezza, Mauro Macario, Silvano Agosti, Denis Waltz Ferreri, Luigi Reina ed altri.

 

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Beppe Costa, poesie da ”Rosso – Poesie d’amore e di rivolta”