Un’idea di colazione (forse: una storia breve)

John Singer Sargent, The olive grove c.1908
John Singer Sargent, The Olive Grove 1908 ca.

 

Ciò che non ho detto mi soffoca la bocca unta in briciole di latte, infanzia a radio bassa accesa di là – quando entravo mi strisciava lo sguardo con le piovre strette in gola: nessun cenno: senza fretta, poi voltata altrove assorta: non le vedevo gli occhi così potevo respirare di sollievo in quell’odore fatto odio di abitudine a indicarsi soli anche osservando gli ulivi seduti sovrappensiero davanti a mattini d’inverno – un prefisso di apolidi rancori;
pesante lui arrivava, già stanco: versava il tè e mangiava in piedi una fetta dorata, le briciole sbranavano i mattoni lei guardava il pavimento in battiti di stizza aggrottata nel palato, lui usciva senza un fiato battendo gli scarponi in troppo freddo – come lei guardava spiccio, non si voltava. “Sei così da un pezzo ancora non hai finito sbrigati che è tardi ma quanto ti ci vuole perdio si può sapere”; il latte restava lì, a raffreddare.

***

 

Il Posto è (anche) luogo d’esperimenti

per futuri costruibili percorsi:

è, qui, una storia breve,

un dettato di fantasia,

forse un incipit;

un impasto per un progetto a quattro mani,

possibilmente per poesie,

sicuramente con poesie.

 

Si inizia.

 

L’inizio è in prima persona.

Il seguito si vedrà.

 

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

 

Un’idea di colazione (forse: una storia breve)

Lost in: Osama Esber

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Osama Esber: è un poeta, traduttore, editore, e scrittore siriano. Nato a Jable, Siria, nel 1963. Vive dal 2012 negli Stati Uniti. Ha studiato letteratura inglese all’università di Damasco. Tra i suoi libri ci sono: “I schermi della storia” poesia 1994; “il patto dell’ondata” poesia 1995; “il caffè dei suicidi” racconti 2000. Ha tradotto dall’inglese in arabo una trentina di libri tra cui “Memoria del fuoco” 3 voll., di Eduardo Galeano.

Le cinque poesie che presentiamo qui di seguito sono inedite.

 

L’ho portata come un’arancia con le mie mani
ho nuotato in lei come in un fiume di fanciullezza
l’ho raccolta dagli alberi d’olivo
e l’ho assaggiata con il suo olio
l’ho piantata affinchè si diffonda nelle vene del basilico
l’ho baciata nelle labbra della mia amata
e l’ho abbracciata nel suo corpo
quella che è
nel colore viola dell’amore
nella tinta del mezzogiorno
quando si ubriaca dell’aroma dei frutteti:
la luce a cui nessuna luce assomiglia
la nostra luce mediterranea.

*

Il mare è dolce e indefinito
e le nuvole sono una decorazione che a volte
può mancare al cielo.

L’azzurro è uno specchio
e il riflesso del sole
è una strada verso l’oscuro.

Il turchese compare e scompare
non rinuncia ad essere una camicia per l’orizzonte.

La dolcezza dei cani
apre la porta della comunicazione
mentre i volti umani
respirano in nidi altissimi
sugli alberi del proprio io.

*

Dimmi tu, o corpo mio,
sei la cosa o la sua ombra?
la spuma, terminata sulla spiaggia,
o la brezza, che soffia seguita dal silenzio?
sei un grido nella gola del vento,
o delle orme sulla sabbia dell’esistenza?
dimmi, o corpo,
le mie domande sono diventate una nebbia
che mi vela,
ed eccomi dove non voglio,
un sangue oltre le vene
che si secca sotto il sole dell’esilio.

*

Non capisco l’altro,
forse perchè non conosco me stesso.

ognuno ha specchi
in cui i suoi volti vivono.

ogni viso ha i suoi tratti scambiabili
che possiamo prestare l’uno all’altro
rendendosi conto che è un affare fra noi.

Il viso è senza viso in molti luoghi
e più scomparso sarebbe
se avesse preso in prestito i suoi tratti.

*

Non dico: io ti respiro
o: mi illumino al bagliore del tuo viso.
non esagero più dicendo:
il mio polso è colmo
di pensieri ardenti per te.
dico solo che sono con te
in uno spazio comune a noi due dove
condividiamo il pane del vento,
il pane della luce,
e il pane dell’amore
trasformando ogni momento
in corda nella chitarra del corpo.
Non dirò: io sono te
ma dirò: tu sei te come te
e io sono me come me
e noi entrambi ci concediamo una distanza
in cui
mi sento rinascere
ogni volta che ti vedo.

 Traduzione dall’arabo in italiano: Amarji

 

amarji
Amarji (Rami Youness)

Amarji pseudonimo di Rami Youness, è un poeta, autore, e traduttore siriano, nato a Laodicea nel 1980. Ha pubblicato finora 4 libri di poesia: N (Mawaqef 2008- Beirut, Libanon), Perugia: Il testo- Il corpo (Mawaqef 2009- Beirut, e Bidayat 2009- Damascus), Navigazioni Erotiche (Mawaqef 2011- Beirut, e Bidayat 2011- Damascus), Rosa dell’animale con Maria Grazia Calandrone (Edizione arabo: Attakween 2014- Damascus; Edizione Italiano: Zona Contemporanea 2015- Roma). 
Ha tradutto in arabo: Giacomo Leopardi, Pensieri (Parola 2009- Abu Dhabi: Abu Dhabi per cultura e eredità); Dino Campana, Canti Orfici e gli Inediti (Attakween 2016- Damascus); Gabriele D’Annunzio, La Città Morta (Tuwa 2012- Londra, Gran Bretagna). Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve, scelta con Maria Grazia Calandrone (L’Altro 2012- No.3, Beirut e Damascus); Pier Paolo Pasolini, Carne e Cielo (Ninawa 2016- Damascus); Antonio Gramsci, L’Albero del Riccio e Nouve Lettere (Attakween 2016- Damascus); Michele Caccamo, Chi mi Spazierà il Mare (Attakween 2016- Damascus); Hölderlin, Pane e Vino e Altre Poesie (Attakween 2016- Damascus); Leonardo Da Vinci, Scritti Letterari (Attakween 2013- Damascus).

 

(foto: fonte web)

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

Lost in: Osama Esber

Il Promontorio (16) Le madri e le figlie

Oggi dedicata ad Alba

L’irriducibilità delle stelle
era pari alle braccia delle madri.
Non più vasi in testa, mutati i fardelli
ma sempre un arcaico sorriso giocondo
e il gomito ad anfora greca.
La cicala iniziava di notte, domandava
alle guance, alle caviglie di ognuna
se fossimo brandelli di uno stesso
corpo, attorno alla cesta d’origano.

(articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (16) Le madri e le figlie

Michela Zanarella: Le parole accanto

 

Michela Zanarella

CIO’ CHE RESTA DEL GRANO

Planano le dita
in trame di odori
sotto palpebre di pianura.
Il faggio racconta
le mie verdi assenze,
il silenzio che sale
ad invocare
memoria che sfuma.
Sono divenuti sorsi
di cielo
il confine che tace,
l’asfalto che trema,
l’origine che origlia
ciò che resta
del grano.

RACCONTAMI

Raccontami
come cambia direzione il vento
e di come si consola l’erba
del bianco della neve.
Io so del gergo della terra
che hai calpestato,
di quei passi
che hai riempito di sudore
tra i rovi di montagna.
Non sono stata capace
di gridare a cuore aperto
quanto manca la tua voce
al mio respiro.
Raccontami
quale meta spetta
al nostro tempo
e quale ragione
sta nella mia sete
di silenzio.

RACCOLGO CILIEGIE

Raccolgo ciliegie
come se fosse tornato il tempo
di perdermi tra i rami
a fissare l’odore del vento.
Chiudevo gli occhi
e mi stringevo addosso
rosse dolcezze
oltre al colore di un sole
che si muoveva
a ravvivare le polpe.
Tu lo sapevi
che in punta di piedi
mi sollevavo a riempire i palmi
di frutti e silenzi.
Raccolgo ciliegie anche adesso
senza essere tra le montagne
sola con la tua voce accanto
sfidando le labbra ad ascoltare
il sapore di allora.

(Le parole accanto, Interno Poesia Editore, 2017)

 

Dalla prefazione di Dante Maffia
“Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.
Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con una semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità…”.

 

 

Le-parole-accanto.png  Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.

Michela Zanarella: Le parole accanto

Franca Alaimo legge Noemi De Lisi

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Franca Alaimo

La stanza vuota, di Noemi De Lisi Ladolfi editore.

La scrittura di Noemi De Lisi, avendo la densità spesso oscura della poesia e il ritmo narrativo della prosa, sembra presentarsi come un moderno esempio di prosimetro.
La stanza vuota, metafora per eccellenza dell’assenza e del silenzio, mette in scena pochi personaggi che raramente comunicano se non attraverso frasi smozzicate, preferendo il linguaggio del corpo, oppure, per esternare le emozioni più profonde, la scrittura epistolare, sebbene le lettere non sempre raggiungano il destinatario, e costituiscano, piuttosto, uno strumento di auto-indagine, o una sorta di messaggio affiorato dalle acque più profonde e inospitali del proprio io.
Tutti sembrano muoversi in uno spazio esterno pressoché disabitato e talvolta fatiscente; perfino la città è descritta come un corpus architettonico in rovina, quasi sempre sommersa nel buio, come a dire che la società contemporanea non offre alle giovani generazioni punti di riferimento e attenzione, né spazi e tempi di crescita autentica.
L’oggi, infatti, appare sempre vago, e più spesso, pur in presenza l’uno dell’altro, i personaggi (che potrebbero essere interpretati anche come proiezioni dell’io autorale) si ricordano.
La stanza vuota è comunque un libro molto amaro, ma affascinante per la forza visionaria delle immagini e dei pensieri del protagonista (che immagino sia l’alter ego maschile dell’autrice), la cui lingua dissociata riflette una personalità contratta, soffocata da oscure minacce, caratterizzata da una sensibilità morbosa, che, attraverso un processo di imitazione (imitare è un termine fra i più ricorrenti) tende a polverizzare in frammenti l’altro da sé, quasi per evitare la separazione (sia essa la morte, una partenza, un abbandono): “Poi strappavo una pagina vuota, mi alzavo e gliela passavo così sotto la porta, lei me la rimandava con una A scritta sopra, io scrivevo accanto una N e ricominciavamo, finché tra le mani non ebbi Anna e lei non ebbe più niente”. E sempre a proposito di Anna, il protagonista dice: “Anna, non sopportavo di vederti fuori da me. Anna, era per amore”.
Ancora più ambigua appare la terza parte, in cui il Noi sembra alludere ad una possibile realizzazione della relazione amorosa, nonostante il pudore del corpo e la gravezza di un impreciso senso di colpa. Tornano a essere presenti anche i personaggi già precedentemente scomparsi e, talvolta, si ha l’impressione di essere trascinati in una dimensione irreale, in cui morti e vivi coabitano intrecciando rapporti emozionali, sia pure evanescenti.
La scrittura della De Lisi ha, in ogni caso, molto a che fare con il linguaggio e le figure della psico-analisi: la casa stessa, le relazioni sospese tra odio-amore, protezione-aggressività, il forte simbolismo di cui sono connotati certi oggetti, come la forchetta d’argento impugnata dalla madre, che diventa simbolo dell’amore edipico; così come lo scambio fra il protagonista e la madre di lenzuola, posate e d’ogni altra cosa che allude ad una volontà di affondamento del proprio io in un archetipo rassicurante, e insieme ad un’impossibile confusione e fusione di più identità; la paura e l’attrazione per la morte, che inonda come un fiume in piena la versificazione: ne sono segnali sparsi il colore nero, il buio, la tomba, il timore della perdita, il sangue effuso fuori, le ripetute partenze, i nascondimenti, la presenza dei trapassati, il sentimento d’ingombro che spesso suscita il corpo.
Si resta così con la sensazione che La stanza vuota metta in campo un nodo psichico, irrisolto, a cui non si riesce a dare una risposta possibile di senso. Così, infatti, si conclude La stanza vuota della De Lisi: “Allungavamo una mano per afferrarle i capelli/ e la vedevamo cadere prima di averla sfiorata./ Smettila di fare il morto, mi stai facendo arrabbiare./ La sua ombra si muoveva sui nostri corpi fermi, rinchiusi/ ma l’affanno del respiro tradiva tutta quell’apparenza”
Per quanto riguarda la strutturazione del periodare, la sua frantumazione in lampi di visionarietà, come anche la presenza di tanto dolore di cui la strumentazione sonora si fa carico, il mio pensiero, se devo fare il nome di qualche narratrice contemporanea, va ad Herta Muller; ma suppongo anche che i riferimenti di Noemi siano molto diversi, per differenza d’età e di formazione, dai miei; che le sue preferenze vadano ai narratori statunitensi moderni, come Straadt, Faulkner citato in esergo, forse l’eclettico ed imprevedibile Toju Cole e a certa cinematografia coreana, caratterizzata da temi violenti, come stupri, incesti, privazioni, e perfino da risvolti orrifici.
Vi si potrebbero, dunque, rintracciare elementi di un maledettismo inteso più come categoria universale che come corrente letteraria storicizzata; o, addirittura, per la tragicità dei gesti, dell’espressione verbale e degli eventi e per la patologia dei sentimenti certi stilemi della tragedia greca.
Si individua anche, tra le righe, una relazione non indifferente fra la scrittura e l’autobiografia, una sorta di strumentazione della scrittura come nascondimento e affioramento di certi eventi e sentimenti personali, che assume il ritmo del respiro in un’alterna successione fra dilatazione e contrazione, fra sintesi poetica ed effusione prosastica, fra percezione della realtà e dimensione onirica.
Si tratta, comunque, di una scrittura nuova ed originale che colloca la giovanissima autrice fra i talenti nazionali più promettenti.

Franca Alaimo

 

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*

Franca Alaimo è nata a Palermo, dove vive. È autrice di una quindicina di libri di poesie, di numerose prefazioni e di diversi saggi critici. Con il romanzo breve L’uovo dell’incoronazione, Serarcangeli, ha esordito nella narrativa. La sua ultima pubblicazione, per i tipi di LietoColle, è Traslochi (2016).

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Franca Alaimo legge Noemi De Lisi

Lost in: Eugenio Montale

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Ti libero la fronte dai ghiaccioli

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

Eugenio Montale

(Le occasioni, 1940)

 

I free your brow of the icicles

I free your brow of the icicles
that collected there as you crossed the lofty
nebulas; your feathers were reduced to tatters
by the cyclones, you rouse with a start.

Mid-day: unfurling in the frame is the medlar’s
dark shadow, lingering in the sky is a chilly
sun; and the other shadows that steal away
into the alley don’t know you are here.

Eugenio Montale

Translation ©Matilda Colarossi

 

 

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Matilda Colarossi

Matilda Colarossi è traduttrice e insegnante. Nata in Italia, cresciuta in Canada, adottata, da adulta, dalla città di Firenze, ama leggere, tradurre e insegnare. Ha pubblicato in inglese su: Asymptote (Lessons in slowness di Susanna Basso) Asymptote (Poachers di Alessandro Cinquegrani); su Lunch Ticket Org. (“The Last Cigarette” e “Six Minutes,” di Paolo Zardi); e su Poetry International Rotterdam (Poems di Roberto Amato). Prossime uscite: Sakura Review (No return di Erri De Luca); Ilanot Review (In conformance with glory di Demetrio Paolin). Da due anni traduce la letteratura taliana che più ama sul suo blog parallel texts: words reflected.

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Lost in: Eugenio Montale