Claudia Di Palma, selezione di poesie edite e un inedito

 

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Claudia Di Palma

 

Ti offro la mia bandiera bianca,

ti porto nel luogo stupendo della

mia resa, la scrittura, e spezzo

le parole come pane. Queste

briciole non hanno pietà

dell’indifferenza. Si prendono

spietata cura di tutte le cose.

 

*

 

Madre, disangolata figura

d’acqua, laddove il fuoco

s’inerpica e si perde.

Materna per ogni naufragio

che nella tua sapiente forma

di deforme bocca, si spezza.

Spaventosa fluidità e lontanissimo

fondo, grembo messo a fuoco,

vergine ad ogni solco,

scomposta come mare e voce.

Madre, la tua trasparenza

è per chi ti raccoglie.

 

*

 

Ombra, maturo frutto, cadi

da un raggio e ti spargi nel mondo.

E rendi esatto il tutto.

Tu sei l’utero che raccoglie

e sprigiona la luce, che confina

e sovverte, disegna e poi

scompone una figura. Ora ti sposi,

ora ti separi da un volto.

Mi resti dentro come un segreto.

Un tonfo che diventa preghiera.

 

*

 

Il piacere grande dell’espellere,

mandare via i residui, concimare la terra,

concimare la madre, restituire

– il frutto torna alla radice

come i morti ritornano nel grembo.

Farsi l’amore è rasentare la consumazione,

cercare l’assenza di sé, tendere l’orecchio

a ciò che è più sottile e provare

ad essere inconsistente

in un enorme altro che ti avvolge.

Facciamo ancora la pioggia. Unendoci.

 

*

 

La parola è ancora alba.

La parola muore ed è ancora alba.

Resti solo, senza significati, nel giorno

che impazza alle mani avide

più idiota degli idioti, più beatamente

idiota delle idiote logiche degli uomini.

Poi ritorna, ritorna come fosse nuovo,

l’alfabeto alla fine del canto.

 

(I testi sono tratti da Altissima Miseria, Musicaos Editore 2016)

***

 

Straniera come la casa* (poesia inedita)

 

La mia casa è straniera

ha un dialetto che non ho mai parlato

e che riconoscerò come lingua madre,

sconosciuta madre,

ventre appena inventato.

*A questo link è possibile visionare la performance di Claudia Di Palma in ”Straniera come la casa”.

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Claudia Di Palma, nata a Maglie nel 1985, vive e lavora a Lecce. Tra le sue esperienze più importanti si annovera la passione per il teatro. Ha collaborato con“Astragali Teatro” (2005) e “Asfalto Teatro” (2006/2012).
La passione per il canto l’ha portata a seguire inizialmente lezioni private e, attualmente,le lezioni della “World Music Academy” di San Vito dei Normanni, con il maestro Fabrizio Piepoli.
Ha seguito il laboratorio poetico “Trasmissione orale della poesia e uso del microfono tenuto da Mariangela Gualtieri (2013) e, nel 2016, il “Ritiro Poetico”della casa editrice Samuele Editore.
(foto Massimiliano Spedicato)

Le immagini e la nota biografica sono tratte dal sito della casa editrice Musicaos.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

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Claudia Di Palma, selezione di poesie edite e un inedito

Attilio Lolini: Carte da sandwich

lolini

 

Immette nell’atmosfera rarefatta di un tempo “stremato dal riposo”, Carte da sandwich, la penultima raccolta di Attilio Lolini: versi che per sottrazione, più che per concentrazione, tratteggiano disillusione e disincanto per il nostro presente: vanità e futilità che devono essere stati avvertiti dal poeta come macigni vuoti dopo l’illusoria, rabbiosa gragnola di passioni vissute negli anni della giovinezza. Poeta che non sfuggì all’attenzione di Pasolini, il quale  ne recensì il primo libro definendolo un frutto postumo della rabbia del decennio della contestazione, Lolini, a lungo ignorato dai propri contemporanei, sceglie ben presto di coltivare la propria poesia lontano dalle vetrine letterarie, fino all’autoconfinamento nella sua casa a San Rocco a Pilli, non lontano da Siena. Appartato, dunque, schivo eppure ironico, bizzarro al limite del clownesco, in Carte da sandwich (come anche nell’ultima sua raccolta, l’inquietante Bestiario gotico), offre la propria formula per esorcizzare il decadimento fisico, la vecchiaia: un distacco irridente e amaro dall’esistenza, parallelo a un concreto distanziamento dall’effimero, dal futile del quotidiano. Dal “maledettismo frivolo” del primi anni, definizione coniata dall’amico Sebastiano Vassalli, al “pessimismo frivolo” , nella formula attenuata introdotta da Giorgio Manacorda, fino all’autoironico “piagnisteo” di “vice-poeta”, Lolini mette in poesia la spoliazione di senso del presente insieme a un vissuto di universale vanità, e lo fa attraverso una sorta di dissipazione «poetica » di sé, attraverso una leggerezza straniante, una levità epigrammatica colta tra apparente minimalismo e corrosiva ironia, al punto che persino la disperazione sembra come evaporata nel disincanto, dissipata dalla condizione di dormiveglia che appare infine come la cifra esistenziale di un’intera collettività. (ps)

 

*

Stampante

In questo museo
di porcherie
che visito (occidente)
peccatore redento
del passato mi pento

inneggio al cicaleggio

volteggio davanti
al babbeo
magnifico rettore
dell’ateneo

ho una crisi mistica
dico bene della saggistica

e non mi pare male
il poeta montale

mi metto in pista
per diventare giornalista
per far le recensioni
ai poeti babbioni

senza vergogna
son diventato carogna.

 

*

Vampiro

Sto male, accidenti!
Come un vampiro
senza denti.

chissà se là fuori
i bar sono aperti

inebriante
profumo del caffè

ho memoria di te
che non sei stata

nella sera futile
il mio sorriso inutile.

 

*

Canino

L’alba malefica
pare un’altra replica
il sole un proiettore
di un pazzo operatore

m’alzo e sto male
perché non ho niente
nemmeno mi duole
il penultimo dente.

 

*

Ventilatore

Tutta la vita
si dissolve in fumo

né gli occhi
misurano l’orizzonte.

Da quattro ore
guardo la faccia tonda
del ventilatore

m’appisolo
mi dimentico

poi sussulto, sbadiglio
e dell’inutile esistenza
il filo ripiglio.

 

*

Cuscino

La testa sul cuscino poso
sono stremato dal riposo

semi dormiente
nella vita
non ho fatto niente

da un passo ad un altro
né stupido né scaltro

a tentoni nell’aldilà
entrerà una nullità.

 

*

Fermacarte

Ricorda le stanze, le tende
la finta stanchezza dell’alba

gli oggetti che spiano
portaceneri e fermacarte

come sono sereno
come sono disperato

non riesco a dormire
mi addormento di colpo.

Larkin

 

Attilio Lolini (Siena, 1939 – San Rocco a Pilli, 2017) ha pubblicato diverse raccolte presso L’Obliquo di Brescia, tra cui la sua ultima plaquette, Bestiario gotico (2015). Per i tipi di Einaudi sono invece l’auto-antologia Notizie dalla necropoli (2005), che raccoglie trent’anni di scrittura poetica e che gli ha valso i premi Viareggio e Mondello, il libro in prosa, scritto a quattro mani con Sebastiano Vassalli, Belle lettere (1991) e Carte da Sandwich (2013).

Ulteriori e più articolate notizie su Attilio Lolini, la sua vicenda biografica e la sua poetica, possono leggersi  quiqui e qui.

 

 

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto fonte web)

Attilio Lolini: Carte da sandwich

Salvatore Sblando, una selezione di poesie edite e due inediti

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Salvatore Sblando

Le mie mani

Le mie mani che hanno toccato, ferito

sfiorato, ignominiosamente giocato

lusingato ed apprezzato

tediato e poi mediato

tra le cinque dita di un bacio

 

vorrebbero delle tue labbra ancora

il declamare dei poeti

che mille giorni ed una notte

hai amato

 

perché dicono che la vita senza amore

duri come un fulmine.

Prima la luce

e poi per terra

il rumore

 

(Giugno 2011)

 

*

 

La tua bocca

 

Più buona è la tua bocca

di ogni inarrivabile gesto

delle parole che strette

strette fingono la rissa

la ressa di consonanti mute

nate sottili e rosse

umide e screpolate

 

Più buona è la tua bocca

delle inaccessibili movenze

mancate alle lunghe

vocali che negano

il plauso, accettano la cura

il fato

vissuto

privato

 

e avanzano sveglie

tra le cedevoli sponde

di vene legate

finite di spalle

 

ai giorni

 

(Torino 21-22 novembre 2013)

 

*

 

 

I tuoi piedi

 

Certo è dura anticipare

con il pensiero

l’arrivo di una sera

cobalto

e sperare di raggiungere

a passo d’uomo

i tuoi piedi stanchi

per leggere nelle crepe

dei talloni

il desiderio nell’acqua

di un insieme di parole

strette senza virgola

senza fiato

con i vestiti

poggiati ai bordi

di un pavimento

che si fa specchio di lettere

mute vicine

sorde e loquaci

poi

lontane

un poco

dentro

allo smalto turchino

sbrecciato

dalle ore, dai giorni

da ogni sessantesimo di tempo

 

 

minuto secondo

finito iniziato

distante da te

 

e me

 

(21 gennaio 2014)

 

Da Ogni volta che pronuncio te, La Vita Felice 2014

 

 

 

*

 

Come gerani e gelsomini a ferragosto

 

Abbiamo deciso d’essere

sicuri

come il geranio e il gelsomino

che s’appoggiano

sul mio balcone

l’uno all’altro

come a sorreggersi

su strade separate

come a incrociarsi

distinte

nella divergente

precisione

di un addio

senza profumo

di giorno

mentre la sera

s’effonde ancora

fra le radici

colme d’acqua

piovana

(14 agosto 2017)

 

*

 

Senza spazi

 

Non aggiungerei spazi

a quanto finora mi è accaduto

Il desiderio nella sicurezza

del dubbio

la mano nel pensiero

che ti cerca

ad ogni buio addormentato

L’incerta consapevolezza

che non vi sarà

altra epifania lontana

che non sia tu

scrittura

unica

testimone

e figlia

del mio breve

passaggio

 

 

Dalla raccolta inedita Lo strano diario di un tramviere.

 

 

***download

 

Salvatore Sblando nasce nel 1970 a Torino dove risiede e lavora in qualità di dipendente della locale azienda di trasporti. Sue liriche sono pubblicate in antologie e blog letterari.
Membro del Comitato di lettura della Casa editrice La Vita Felice, partecipa attivamente a reading e manifestazioni poetiche. La sua opera prima Due granelli nella clessidra (LietoColle 2009) è giunta alla seconda edizione.
Attivo nel panorama letterario torinese, è fondatore e collaboratore di alcune associazioni culturali. Fra i curatori di diversi festival letterari come Oblom Poesia e Festivart della Follia, a gennaio 2015 inaugura Aperipo-Etica, rassegna di cultura, poesia e letteratura contemporanea.
All’interno del proprio LIT(tle) Blog (www.larosainpiu.wordpress.com) è solito ospitare le migliori voci del panorama poetico italiano.
A fine settembre 2014 pubblica il suo secondo libro di poesie, Ogni volta che pronuncio te (La Vita Felice).

Il 15 gennaio 2016, insieme ad Anna Maria Scala e Diana Battaggia, fonda l’Associazione culturale Periferia Letteraria. (www.periferialetteraria.org)

 

Foto in alto: Anna Maria Scala; immagine copertina: Web

Articolo a cura di Alba Gnazi

Salvatore Sblando, una selezione di poesie edite e due inediti

Stefania Onidi: Quadro imperfetto

 

onidi

 

*

TEGENARIA

 

Cominciare dalla lingua,
dalla fame di parola.
Lontanissima visione di alfabeti.

Il silenzio convulsione,
annuncia vita.

Dalle profondità estrarre il succo
il rigurgito di uno sguardo, un colore
il ritmo affidabile di una musica apparente.
Fissare il punto dell’andare.
Fare un nodo.

Nel ventre cavo
si muove la mia creatura.

Dire.

 

*

I’m waiting here

 

Pensa che posso ricominciare dal buio
escludere l’illusione del tuo sorriso dalla matassa del bianco
lavorare il filo con fine tecnica
batterlo con dolcezza nel punto antico del dolore.

Ma questo monologo è un ordito senza rovescio
una prova d’astuzia per cibare l’attesa
per tendere le caviglie fino al grido.

 

*

NOTTURNO

I
È uno sproposito questa notte,
cala come un castigo.
Finale inedito e geniale potrei dire,
ma sarebbe un errore di valutazione.
Preferisco tacere per non cadere.
Rimbocco la coperta, spengo la luce.
Una solitudine sconosciuta affretta il passo,
si dedica a me con indulgenza.
Mi strizza le palpebre fino al sale.

II
Tutto tace,
mentre mi giro sul fianco e ripenso a quegli occhi.

 

*

Separare

I
Sei frase incompiuta
lasciata là come pelle morta
di un animale in muta.

II
Disfo questo ordito a colpi di vento.
Strappo dopo strappo ritorni nel nulla.
Mi libero dalle scorie della tua assenza .
L’uomo dai mille inganni
Si perde nel mare. Il viaggio è la sua casa. Così è deciso.

 

*

Ultimo Nodo

Possa io abitarmi
in questo respiro profondo
che addestra nuvole a piovere
e stelle a splendere.

 

quadro imperfetto

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Stefania Onidi: Quadro imperfetto

Gabriele Galloni: poesie da In che luce cadranno, con un post-it all’Autore

 

gabriele galloni
Gabriele Galloni

 

 

I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

 

*

 

I morti cagano, pisciano come
i vivi. Solamente che faticano
a rispondere a tutte le domande

che gli vengono fatte. Preferiscono
ricordarsi di un nome,
scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.

 

*

 

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

 

***

 

Post-it all’Autore

Tu catturi l’attenzione subito, Gabriele, con queste poesie dallo stile epigrammatico, prive di lirismo e di concessioni a stilemi retorici, benché affrontino la difficilissima, rischiosa questione della Morte, e lo sappiano fare egregiamente. La dicono con la voce asciutta e quasi atona dei morti, o meglio dei vivi da morti che in un posto parallelo sono e fanno e compiono pensieri gesti e desideri esattamente come i vivi, inesatti e mai completi come i vivi, i quali hanno, più dei morti, solo l’incombenza di dover morire.

Spontanei certi parallelismi: col purgatorio dantesco, per certi versi con gli Hollow Men eliotiani, ma ancor più con gli Increati di Antonio Moresco:

<<Che cosa vedono i vostri occhi quando uno muore? Quello che vedono è la decomposizione dei corpi (…). Invece sta succedendo tutt’altro. (…) La situazione è molto più semplice, così semplice che voi vivi non riuscite neppure a immaginarla. (…) Ma, a questo punto, voi mi chiederete: “D’accordo, ma che cosa succede quando si muore?”. Niente. Niente? Com’è possibile che non succeda niente, se prima ci siamo e dopo non ci siamo?” Le cose non stanno esattamente così. Né prima ci siamo né dopo non ci siamo. >> (Antonio Moresco, da Gli increati, Mondadori 2015).

Tu, qui, provvedi a tratteggiare con lievissima ironia, senza la ferocia del contrappasso dantesco, l’alienazione disperante degli Uomini vuoti o gli smottamenti vertiginosi di Moresco, quella condizione che è l’essere vivi, l’agire come da vivi in Morte; a indicare una possibile via di comunicazione e accesso tra due soglie dal confine labile; fino a cauterizzare, con una sorta di rito apotropaico, il dolore della condizione mortale.

Senza lasciare mai la presa trattieni chi legge in un sospiro sospeso, a metà tra la sorpresa e la tenerezza in certi passaggi, lo sconcerto e la rivelazione in altri: la Morte, sembrano volerci dire questi morti, non rende più mansueti, solo più distanti, miopi e malinconici, rappresi in un Sé d’immodificabile essenza i cui sussulti permangono.

Tu hai vent’anni e scrivi con una consapevolezza del verso e delle tematiche affrontate che indicano una maturità e un’esperienza superiori. Dei vent’anni porti, tuttavia, l’occhio di un’innocenza cruda che ferisce, che scava giù in fondo (Tra i sette morti tu scegli il più piccolo – / conducilo a passeggio e infine sgozzalo. / Avverti i suoi fratelli e seppelliscilo. //) e costruisci pezzo a pezzo un’allegoria del vivere che nonostante il tema scabro e difficile, sembra voglia infondere levità e conforto, speranza e vicinanza: La musica dei morti è il contrappunto / dei passi sulla terra.

Ti seguiremo ancora Gabriele: chissà dove ci porterai, se questi sono gli esordi.

A.G.

*

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Le poesie e i passi citati nel Post-it sono tratti da In che luce cadranno, RP Libri 2018.

Fonte immagini: web.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

Gabriele Galloni: poesie da In che luce cadranno, con un post-it all’Autore

Emilia Barbato, poesie inedite

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Emilia Barbato

prestami i tuoi occhi, gli disse,
dammi una geometria simmetrica
e molto complessa in cui specchiarmi,
consegnami questo senso perché possa
piantarmi nelle cavità i tuoi bulbi, è un tempo
cattivo questo precipitare, un esercizio
del cielo nella sua mai stagione
esatta, non è ancora inverno,
solo la levità apparente della neve
che cade pestando ogni foglia col suo rigore
bianco, non mosse un dito, gli chiese
esclusivamente di accenderle due lune

*

ma poi cosa ti sopravvive
se la parola è un simulacro
e le ortiche affollano
la cavità dove tace
la raffigurazione della tua divinità,
quella venere mutilata dove
crescevano le rose e le mani
volte a svestire della polvere
marmoree rotondità, le tue
due piccole lune crescenti,
l’impressione delle loro orbite
nei miei occhi,
cosa ti sopravvive in questi giorni
di pietra dove anche la quiete
di un ragno è rotta dal clamore
del mondo, solo quei minuti
fogli tra le piastrelle,
un testamento di versi, la tua
poesia per lei sparita? cosa mi resta
se non due nomi e una data?

*

se tu mi amassi come in una poesia
di Chlebnikov facendo uno scalpore
d’occhi e un nucleo solido nel corpo,
se scrivessi per me
la calma delle foglie e la folla
di una lisca lacustre tenendomi in orbita,
senza alcuna dimostrazione verrei a te,
camminando leggera come una formica.

*

Ora ventidue

il bruciore da stiramento
nel passo goffo dell’ultim’ora,
tre sconosciuti di lingua maghrebina
che accertano l’inettitudine della parola,
la soglia disattesa di un centro scommesse
nella voce nasale di un treno, io che conto
fragilità e deliri di una divinità dell’Olimpo
alzando il gomito e pensando a te lontano

*

Trotter

dove finisce il canto degli uccelli
quando i tigli imbruniscono
in formazioni coniche profumate?
Cosa pensano i picchi rossi di tutto
il grande silenzio? E io che siedo
su una radice e guardo dalla stagione
sbagliata le ginocchia nodose
di un platano, in cosa credo?
Nel nutrimento che mi viene dalle tue mani
come anellidi alla bocca di un codirosso
la cui peluria tradisce l’età?
E quando taci? Forse anche io vado dove
si riparano le intenzioni e la voce dei passeriformi
che guardano da bulbi neri e lucidi
i colori calare di un’ottava sulla terra
restituendola alla sua semioscuritá

***

Emilia Barbato è nata a Napoli nel 1971 e risiede a Milano. I suoi testi sono apparsi in diverse antologie e sull’Aperiodico ad Apparizione Aleatoria delle Edizioni del Foglio Clandestino. Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) è la sua prima raccolta seguono Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014) e Capogatto (Puntoacapo Editrice, 2016), I classificato sezione Libri Editi IX edizione del Concorso Nazionale di Poesia Chiaramonte Gulfi – Città dei musei.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Emilia Barbato, poesie inedite