Amarji: Cinque Poesie d’Amore

amarji
1
Fermo
chiuso
il tuo cuore nel mio
come una corteccia
come un grumo d’ambra.

Il tuo amore indifferente agli elementi, mi ha già reso
una rosa cosmica-,
dentro un’alba senza tempo, senza ombre.

 

2
L’inizio del frutto
la siesta della forma incompleta
la luna graffiata
senza moto
l’unità bianca – ch’è l’argento versato del silenzio –
tra la linfa e la notte
un taglio di sole entro un pozzo chiuso
il giglio turbato attorno a sé
tutta questa analogia
sei tu nel cerchio del sonno,
ed io sono qui, più isolato
di una falena odiosa
che ti guarda
come si guarda un idolo in fiamma.

 

3
Gravato
di mille gerani senza radici
il tuo ombelico lusinga il mio sangue,
sotto una notte
che si versa come spuma nera.

È troppo tardi per qualsiasi alba.
Il sole stesso si è sciolto nella notte della tua nudità;
e ora io sono morto,
sono una vasca,
una pietra….

[la foresta che è sfociata, con gli abeti e le farfalle e le gru,
nel tuo ombelico–
ha emesso la sua fonte nella mia bocca….]

 

4
Nei suoi lentischi, pecci e lentischi,
si accende il tuo corpo, corteccia su corteccia,
e albero dopo albero,
il mio corpo è la luna,
altro non ha da fare
sopra il tuo bosco stanotte\ che
bere il fumo e il profumo del fuoco.

 

5
Dormi, scende il mio corpo
nel pozzo del tuo corpo
ti svegli, si alza il mio corpo
nell’argilla del tuo corpo;
frettolosamente
i nostri corpi si scambiano
l’erba e la spuma e le stelle,
mentre la luna nel nostro bacio
prepara lentamente il suo nido serale.

(i testi presentati sono inediti)

** Amarji, pseudonimo di Rami Youness, è un poeta, autore, e traduttore siriano, nato a Laodicea nel 1980. Ha pubblicato finora 4 libri di poesia: N (Mawaqef 2008- Beirut, Libanon), Perugia: Il testo- Il corpo (Mawaqef 2009- Beirut, e Bidayat 2009- Damascus), Navigazioni Erotiche (Mawaqef 2011- Beirut, e Bidayat 2011- Damascus), Rosa dell’animale con Maria Grazia Calandrone (Edizione arabo: Attakween 2014- Damascus; Edizione Italiano: Zona Contemporanea 2015- Roma).
Ha tradutto in arabo: Giacomo Leopardi, Pensieri (Parola 2009- Abu Dhabi: Abu Dhabi per cultura e eredità); Dino Campana, Canti Orfici e gli Inediti (Attakween 2016- Damascus); Gabriele D’Annunzio, La Città Morta (Tuwa 2012- Londra, Gran Bretagna). Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve, scelta con Maria Grazia Calandrone (L’Altro 2012- No.3, Beirut e Damascus); Pier Paolo Pasolini, Carne e Cielo (Ninawa 2016- Damascus); Antonio Gramsci, L’Albero del Riccio e Nouve Lettere (Attakween 2016- Damascus); Michele Caccamo, Chi mi Spazierà il Mare (Attakween 2016- Damascus); Hölderlin, Pane e Vino e Altre Poesie (Attakween 2016- Damascus); Leonardo Da Vinci, Scritti Letterari (Attakween 2013- Damascus).

Amarji: Cinque Poesie d’Amore

FaceToFace Patrizia/Alba – Aprile 2017

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V. Van Gogh, Salici al tramonto

 

 

Quella forzosa torsione del tronco
le mani dell’uomo avranno messo tempo
mi dicevo – potenza e proiezione e forse gioco
e più quella idea di gioco, forse
torceva tormentava
la risonanza interna di quel gesto
l’ubbidienza fermata dentro il legno, il gesto dentro il legno,
oltre il tempo miserrimo di un uomo
quel suo gioco contorto sopravvissuto

 

per un’idea di gioco le palpebre sorreggono

minuzie di fiamma che arde

lentezze di legno smangiato da un tempo in cune, ospizio

di placide assenze per ombre di mani sospese

sul nulla di carni che misere tremano che misere

sfanno

le brumaie della sera

 

Un pergolato spoglio e spoglio il giorno e io
là di passaggio, e pochi come me sottratti al sonno
l’ora in meno di buio – ma qui, oggi di più
cova una luce inutile e coperta
nel villaggio montano (lo era, un posto di vacanza)
l’ora nuova ha deluso, si replica domani

 

e lei che annodava sul polso

di pelle spremuta il sole e le vanghe,

e lanceoli di lana sputati al mattino,

il refe

d’ un affetto che guardinga aspettavo

come il tè accanto al letto

io vecchia bambina in quella casa

fraintesa da gesti d’ addio

e ora

di lei nessuna traccia

in quel posto che era

un posto di vacanza – né sul cuscino

 

 

È che leggo Sereni, o più che altro
è una stura e mi allaga, in quest’ernia di tempo nella luce di calce
le spalle alla montagna – e anch’io a un mio male
interno a una torsione innaturale, io dunque
come quel tronco in ferma in obbedienza
in che osservanza: e il fianco oltre la coltre a piombo
il verde lascia intuire ingiurie
le reiterate arsure, le incursioni dei torti, il nero immitigabile
il dolo sotto l’erba chiuso e come chiodi
i radi i nuovi abeti, inquieti
i nati e condannati
alla luce di chissà quali acri
messe a fuoco

 

la sommessa battente presa a quiete, qui adesso che

di Sereni il libro ho posato e vado

spaesandomi tra tratti d’erba e buche sfitte; la palude

gracchia canne a stormi ormai dimentichi d’arsure, tra le biche

e gli sciali di vento che fa coltre sulle cime, un piombo

tiepido che ad amore m’assesta e alle rade corrose che certo

devo aver carezzato, il suo viso carezzato, il suo

viso

che più non metto a fuoco.

 

 

e dalla chiesa, in questa bolla, mio figlio esce, io lo aspettavo
e l’arco riflesso posa e mi solleva
un cenno di saluto

mai ho pregato, eppure a preghiera mi tendo

in quest’ uterica bolla che accoglie le ripe allo Spazio sottratte

nel nebulare impeto che corpo e sangue mi fa netto

quel costante verdemare che ogni pena

e ogni piaga nel riflesso disfa

e mi saluta da lontano.

Patrizia Sardisco      

                                                                                                     Alba Gnazi

(FaceToFace derivante da  ”Ora legale ” di Patrizia Sardisco)

FaceToFace Patrizia/Alba – Aprile 2017

Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci

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Pier Paolo Pasolini

 

 

I

 

Non è di maggio questa impura aria

che il buio giardino straniero

fa ancora più buio, o l’abbaglia

 

con cieche schiarite… questo cielo

di bave sopra gli attici giallini

che in semicerchi immensi fanno velo

 

alle curve del Tevere, ai turchini

monti del Lazio… Spande una mortale

pace, disamorata come i nostri destini,

 

tra le vecchie muraglie l’autunnale

maggio. In esso c’è il grigiore del mondo

la fine del decennio in cui ci appare

 

tra le macerie finito il profondo

e ingenuo sforzo di rifare la vita;

il silenzio, fradicio e infecondo…

 

Tu giovane, in quel maggio in cui l’errore

era ancora vita, in quel maggio italiano

che alla vita aggiungeva meno ardore,

 

quanto meno sventato e impuramente sano

dei nostri padri – non padre, ma umile

fratello, già con la tua magra mano

 

delineavi l’ideale che illumina

(ma non per noi: tu, morto, e noi

morti ugualmente, con te, nell’umido

 

giardino) questo silenzio. Non puoi,

lo vedi?, che riposare in questo sito

estraneo, ancora confinato. Noia

 

patrizia ti è intorno. E, sbiadito,

solo ti giunge qualche colpo d’incudine

dalle officine di Testaccio, sopito

 

nel vespro; tra misere tettoie, nudi

mucchi di latta, ferrivecchi, dove

cantando vizioso un garzone già chiude

 

la sua giornata, mentre intorno piove.

 

II

 

Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.

Scelte, dedizioni… altro suono non hanno

ormai che questo del giardino gramo

 

e nobile, in cui caparbio l’inganno

che attutiva la vita resta nella morte.

Nei cerchi dei sarcofaghi non fanno

 

che mostrare la superstite sorte

di gente laica le laiche iscrizioni

in queste grige pietre, corte

 

e imponenti. Ancora di passioni

sfrenate senza scandalo son arse

le ossa dei miliardari di nazioni

 

più grandi; ronzano, quasi mai scomparse,

le ironie dei principi, dei pederasti,

i cui corpi sono nell’urne sparse

 

inceneriti e non ancora casti.

Qui il silenzio della morte è fede

di un civile silenzio di uomini rimasti

 

uomini, di un tedio che nel tedio

del Parco, discreto muta: e la città

che, indifferente, lo confina in mezzo

 

a tuguri e a chiese, empia nella pietà,

vi perde il suo splendore. La sua terra

grassa di ortiche e di legumi dà

 

questi magri cipressi, questa nera

umidità che chiazza i muri intorno

a smorti ghirigori di bosso, che la sera

 

rasserenando spegne in disadorni

sentori d’alga… quest’erbetta stenta

e inodora, dove violetta si sprofonda

 

l’atmosfera, con un brivido di menta,

o fieno marcio, e quieta vi prelude

con diurna malinconia, la spenta

 

trepidazione della notte. Rude

di clima, dolcissimo di storia, è

tra questi muri il suolo in cui trasuda

 

altro suolo; questo umido che

ricorda altro umido; e risuonano

-familiari da latitudini e

 

orizzonti dove le selve inglesi coronano

laghi spersi nel cielo, tra praterie

verdi come fosforici biliardi o come

 

smeraldi: <<And O ye Fountains…>>- le pie

invocazioni …

 

 

III

 

Uno straccetto rosso, come quello

arrotolato al collo dei partigiani

e, presso l’urna, sul terreno cereo,

 

diversamente rossi, due gerani.

Lì tu stai, bandito e con dura eleganza

non cattolica, elencato tra estranei

 

morti: le ceneri di Gramsci… Tra speranza

e vecchia sfiducia, ti accosto, capitato

per caso in questa magra serra, innanzi

 

alla tua tomba, al tuo spirito restato

quaggiù tra questi liberi. (O è qualcosa

di diverso, forse, di più estasiato

 

e anche di più umile, ebbra simbiosi

d’adolescente di sesso con morte… )

E, da questo paese in cui non ebbe posa

 

la tua tensione, sento quale torto

-qui nella quiete delle tombe – e insieme

quale ragione – nell’inquieta sorte

 

nostra – tu avessi stilando le supreme

pagine nei giorni del tuo assassinio.

Ecco qui ad attestare il seme

 

non ancora disperso dell’antico dominio,

questi morti attaccati a un possesso

che affonda nei secoli il suo abominio

 

e la sua grandezza: e insieme, ossesso,

quel vibrare d’incudini, in sordina,

soffocato e accorante – dal dimesso

 

rione – ad attestarne la fine.

Ed ecco qui me stesso… povero, vestito

dei panni che i poveri adocchiano in vetrine

 

dal rozzo splendore, e che ha sbiadito

la sporcizia delle più sperdute strade,

delle panche dei tram, da cui stranito

 

è il mio giorno: mentre sempre più rade

ho di queste vacanze, nel tormento

del mantenermi in vita; e se mi accade

 

di amare il mondo non è che per violento

e ingenuo amore sensuale

così come, confuso adolescente, un tempo

 

l’odiai, se in esso mi feriva il male

borghese di me borghese: e ora, scisso

-con te- il mondo, oggetto non appare

 

di rancore e quasi mistico

disprezzo, la parte che ne ha il potere?

Eppure senza il tuo rigore, sussisto

 

perché non scelgo. Vivo nel non volere

del tramontato dopoguerra: amando

il mondo che odio – nella sua miseria

 

sprezzante e perso – per un oscuro scandalo

della coscienza…

 

 

IV

 

Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere

con te e contro te; con te nel cuore,

in luce, contro te nelle buie viscere;

 

del mio paterno stato traditore

-nel pensiero, in un’ombra di azione –

mi so ad esso attaccato nel calore

 

degli istinti, dell’estetica passione;

attratto da una vita proletaria

a te anteriore, è per me religione

 

la sua allegria, non la millenaria

sua lotta; la sua natura, non la sua

coscienza; è la forza originaria

 

dell’uomo, che nell’atto s’è perduta,

a darle l’ebbrezza della nostalgia

e una luce poetica: ed altro più

 

io non so dirne, che non sia

giusto ma non sincero, astratto

amore, non accorante simpatia…

 

Come i poveri povero, mi attacco

come loro a umilianti speranze,

come loro per vivere mi batto

 

ogni giorno. Ma nella desolante

mia condizione di diseredato,

io possiedo: ed è il più esaltante

 

dei possessi borghesi, lo stato

più assoluto. Ma come io possiedo la storia,

essa mi possiede; ne sono illuminato:

 

ma a che serve la luce?

 

 

V

 

Non dico l’individuo, il fenomeno

dell’ardore sensuale e sentimentale…

altri vizi esso ha, altro è il nome

 

e la fatalità del suo peccare…

Ma in esso impastati quali comuni,

prenatali vizi, e quale

 

oggettivo peccato! Non sono immuni

gli interni e esterni atti, che lo fanno

incarnato alla vita, da nessuna

 

delle religioni che nella vita stanno,

ipoteca di morte, istituite

a ingannare la luce, a dar luce all’inganno.

 

Destinate a esser seppellite

le sue spoglie al Verano, è cattolica

la sua lotta con esse: gesuitiche,

 

le manìe con cui dispone il cuore;

e ancor più dentro: ha bibliche astuzie

la sua coscienza… e ironico ardore

 

liberale… e rozza luce, tra i disgusti

di dandy provinciale, di provinciale

salute… Fino alle infime minuzie

 

in cui sfumano, nel fondo animale,

Autorità e Anarchia… Ben protetto

dall’impura virtù e dall’ebbro peccare,

 

difendendo una ingenuità di ossesso,

e con quale coscienza!, vive l’io: io,

vivo, eludendo la vita, con nel petto

 

il senso di una vita che sia oblio

accorante, violento… Ah come

capisco, muto nel fradicio brusio

 

del vento, qui dov’è muta Roma,

tra i cipressi stancamente sconvolti,

presso te, l’anima il cui graffito suona

 

Shelley… come capisco il vortice

dei sentimenti, il capriccio (greco

nel cuore del patrizio, nordico

 

villeggiante) che lo inghiottì nel cieco

celeste del Tirreno; la carnale

gioia dell’avventura, estetica

 

e puerile: mentre prostrata l’Italia

come dentro il ventre di un’enorme

cicala, spalanca bianchi litorali,

 

sparsi nel Lazio di velate torme

di pini, barocchi, di giallognole

radure di ruchetta, dove dorme

 

col membro gonfio tra gli stracci di un sogno

goethiano, il giovincello ciociaro…

Nella Maremma, scuri, di stupende fogne

 

d’erbasaetta in cui si stampa chiaro

il nocciòlo, pei viottoli che il buttero

della sua gioventù ricolma ignaro.

 

Ciecamente fragranti nelle asciutte

curve della Versilia, che sul mare

aggrovigliato, cieco, i tersi stucchi,

 

le tarsie lievi della sua pasquale

campagna interamente umana,

espone, incupita sul Cinquale,

 

dipanata sotto le torride Apuane,

i blu vitrei sul rosa… Di scogli,

frane, sconvolti, come per un panico

 

di fragranza, nella Riviera, molle,

erta, dove il sole lotta con la brezza

a dar suprema soavità agli olii

 

del mare… E intorno ronza di lietezza

lo sterminato strumento a percussione

del sesso e della luce: così avvezza

 

ne è l’Italia che non ne trema, come

morta nella sua vita: gridano caldi

da centinaia di porti il nome

 

del compagno i giovinetti madidi

nel bruno della faccia, tra la gente

rivierasca, presso orti di cardi,

 

in luride spiaggette…

 

Mi chiederai tu, morto disadorno,

d’abbandonare questa disperata

passione di essere nel mondo?

 

 

VI

 

Me ne vado, ti lascio nella sera

che, benché triste, così dolce scende

per noi viventi, con la luce cerea

 

che al quartiere in penombra si rapprende.

E lo sommuove. Lo fa più grande, vuoto,

intorno, e più lontano, lo riaccende

 

di una vita smaniosa che del roco

rotolìo dei tram, dei gridi umani,

dialettali, fa un concerto fioco

 

e assoluto. E senti come in quei lontani

esseri che, in vita, gridano, ridono,

in quei loro veicoli, in quei grami

 

caseggiati dove si consuma l’infido

ed espansivo dono dell’esistenza –

quella vita non è che un brivido;

 

corporea, collettiva presenza;

senti il mancare di ogni religione

vera; non vita, ma sopravvivenza

 

-forse più lieta della vita –  come

d’un popolo di animali, nel cui arcano

orgasmo non ci sia altra passione

 

che per l’operare quotidiano:

umile fervore cui dà un senso di festa

l’umile corruzione. Quanto più è vano

 

-in questo vuoto della storia, in questa

ronzante pausa in cui la vita tace –

ogni ideale, meglio è manifesta

 

la stupenda, adusta sensualità

quasi alessandrina, che tutto minia

e impuramente accende, quando qua

 

nel mondo, qualcosa crolla, e si trascina

il mondo, nella penombra, rientrando

in vuote piazze, in scorate officine…

 

Già si accendono i lumi, costellando

Via Zabaglia, Via Franklin, l’intero

Testaccio, disadorno tra il suo grande

 

lurido monte, i lungoteveri, il nero

fondale, oltre il fiume, che Monteverde

ammassa o sfuma invisibile sul cielo.

 

Diademi di luci che si perdono,

smaglianti, e freddi di tristezza

quasi marina… Manca poco alla cena;

 

brillano i rari autobus del quartiere,

con grappoli d’operai agli sportelli,

e gruppi di militari vanno, senza fretta,

 

verso il monte che cela in mezzo a sterri

fradici e mucchi secchi d’immondizia

nell’ombra, rintanate zoccolette

 

che aspettano irose sopra la sporcizia

afrodisiaca: e, non lontano, tra casette

abusive ai margini del monte, o in mezzo

 

a palazzi, quasi a mondi, dei ragazzi

leggeri come stracci giocano alla brezza

non più fredda, primaverile; ardenti

 

di sventatezza giovanile la romanesca

loro sera di maggio scuri adolescenti

fischiano pei marciapiedi, nella festa

 

vespertina; e scrosciano le saracinesche

dei garages di schianto, gioiosamente,

se il buio ha resa serena la sera,

 

e in mezzo ai platani di Piazza Testaccio

il vento che cade in tremiti di bufera,

è ben dolce, benché radendo i capellacci

 

e i tufi del Macello, vi si imbeveva

di sangue marcio, e per ogni dove

agiti rifiuti di odore e miseria.

 

È un brusio la vita, e questi persi

in essa, la perdono serenamente,

se il cuore ne hanno pieno: a godersi

 

eccoli, miseri, la sera: e potente

in essi, inermi, per essi, il mito

rinasce… Ma io, con il cuore cosciente

 

di chi soltanto nella storia ha vita,

potrò mai più con passione operare,

se so che la nostra storia è finita?

 

1954

 

Da ‘‘Le ceneri di Gramsci” in Pier Paolo Pasolini, Poesie – con l’introduzione dell’Autore; Garzanti 2016

 

pasolini poesie

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

 

 

 

 

Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci

Franco Di Carlo su Crivu di Patrizia Sardisco

crivu

Si sarebbe potuta  intitolare “A vuci”, la raccolta poetica in dialetto di Monreale (PA), di Patrizia Sardisco CRIVU: infatti la Voce è parola-simbolo di questa silloge, una Parola emblematica della Realtà (profonda): la voce del fiume, la voce cruda che narra, la voce che ha i suoi tempi, la voce del tempo che s-corre, la voce dolente e lieve, della luna, dell’acqua, della notte madida, la voce delle”radici”, delle nebbie, dell’inferno, la voce che manca, la voce dei racconti e delle descrizioni e narrazioni, la voce acerba della “pioggia di nespole”, “il nocciolo rotondo e amaro” che “ruzzola sulla voce”, la voce che si abbassa e “fischia negli orecchi e prende” o fa rumore dentro il sacco; la voce che corre sonnolenta; la voce del giorno e della notte (scritta e detta), del Tutto e del Nulla. Lo”scrivere è crivu”, la parola poetica va minuziosamente “setacciata”, selezionata, misurata, nella sua intransitiva e autorevole fatica, nel suo sforzo o tensione all’Essere.

La poesia è di tutti, quindi, solo quando trova nella scrittura la sua Essenza primigenia: il “discorso” poetico deve lasciare un segno che non transita, che non scorre o passa via, come una “pietra tagliente\ che senza tempo lacera la lingua”, un’impronta dura o un’orma duratura, che resta e accumula “briciole” linguistiche e simbolico-semantiche: la Parola è un soffio, un vento fuori dal tempo (dei ricordi e dell’attesa, delle Figure del Desiderio), uno spirito, una fantasma.

Mani-parole, mani-voci:  suoni  e significati della faccia-mondo, che hanno bisogno di sguardi  vivi, presenze visive per divenire “Fonè”, “muro di pianto”, “muro di ossa”,  dove il dolore non ha un nome e la voce si nasconde, si disperde.  La Voce della Parola è, dunque, per Patrizia Sardisco, il Linguaggio (scritto) della Realtà: concreto e realistico è il suo discorso, ma, insieme, surreale e visionario, ed anche onirico. La Lingua, “aristocratica” e selettiva, unica  e irripetibile, singolare, ma nel contempo, quotidiana e reale, del dialetto di Monreale, fornisce a Patrizia Sardisco, la chiave di lettura della vita e del mondo e della natura: è come un’isola, bagnata da un mare ora calmo e sereno, ora agitato sconvolto e ventoso, ma di cui si sente e si ascolta la Voce profonda, il carattere elettivo della Poeticità. E il dialetto “poetico” di CRIVU è, infatti, così particolare e singolarmente originale, che non sta affatto a fianco o al seguito, né asseconda l'”espressione” poetica, ma ne è lo strumento essenziale, vitale e autonomo. La localizzazione geostorica, perciò, diviene ed è Luogo dell’Anima, oltre che dell’individuale vita reale, della cultura letteraria, non solo siciliana (i grandi simbolisti e surrealisti francesi e gli ermetici italiani), ed anche del rapporto osmotico, quasi biologico, ed insieme mitico, con la natura, tipico di quasi tutti gli scrittori e poeti siciliani (la linea lirica, melica, preziosa e squisita, del manierismo viscerale e accumulatorio insulare) .  I metri di questa poesia dialettale di Patrizia Sardisco,sono, perciò, per lo più brevi, leggeri, contratti, elegiaci, e non hanno niente o quasi, come il lessico e anche il ritmo,di folklorico, ma alternano, in una andamento sintattico in prevalenza nominale, malinconia e gioia, dolore e canto. La Parola del dialetto (come suggerisce Pasolini per Giotti), assume in CRIVU, perciò, una scelta stilistica suggestivamente evocativa ed eletta, più che realistica e mimetico-naturalistica,  e la “lingua della poesia”, cioè il dialetto (di Monreale) vive di connotazioni metaforiche universalizzanti e insieme originarie e originali,  di intenso e profondo significato, anche rispetto alla sua valenza fonosimbolica e mitico-espressiva.

Franco Di Carlo*

franco di carlo
Franco Di Carlo

* Franco Di Carlo (Genzano di Roma, 1952), oltre a diversi volumi di critica (su Tasso, Leopardi, Verga, Ungaretti, Poesia abruzzese del ‘900, l’Ermetismo, Calvino, D. Maffìa, V. M. Rippo, Avanguardia e Sperimentalismo, il romanzo del secondo ‘900), saggi d’arte e musicali, ha pubblicato varie opere poetiche: Nel sogno e nella vita (1979), con prefazione di G: Bonaviri; Le stanze della memoria (1987), con prefazione di Lea Canducci e postfazione di D. Bellezza e E. Ragni: Il dono (1989), postfazione di G. Manacorda; inoltre, fra il 1990 e il 2001, numerose raccolte di poemetti: Tre poemetti; L’età della ragione; La Voce; Una Traccia; Interludi; L’invocazione; I suoni delle cose; I fantasmi; Il tramonto dell’essere; La luce discorde; nonché la silloge poetica Il nulla celeste (2002) con prefazione di G. Linguaglossa. Della sua attività letteraria si sono occupati molti critici, poeti e scrittori, tra cui: Bassani, Bigongiari, Luzi, Zanzotto, Pasolini, Sanguineti, Spagnoletti, Ramat, Barberi Squarotti, Bevilacqua, Spaziani, Siciliano, Raboni, Sapegno, Anceschi, Binni, Macrì, Asor Rosa, Pedullà, Petrocchi, Starobinski, Risi, De Santi, Pomilio, Petrucciani, E. Severino. Traduce da poeti antichi e moderni e ha pubblicato inediti di Parronchi, E. Fracassi, V. M. Rippo, M. Landi. Tra il 2003 e il 2015 vengono alla luce altre raccolte di poemetti, tra cui: Il pensiero poetante, La pietà della luce, Carme lustrale, La mutazione, Poesie per amore, Il progetto, La persuasione, Figure del desiderio, Il sentiero, Fonè, Gli occhi di Turner, Divina Mimesis, nonché la silloge Della Rivelazione (2013) con prefazione di R. Utzeri.

(fonte nota biografica: lombradelleparole.wordpress.com)

(foto: fonte web)

Franco Di Carlo su Crivu di Patrizia Sardisco

Nicola Romano su “Luccicanze” di Alba Gnazi

Luccicanze copertina

Cominciando a percorrere i versi della raccolta “Luccicanze” di Alba Gnazi, chissà per quale istintivo collegamento mi è venuta alla mente la famosa frase di Vincenzo Cardarelli: “Io la vita l’ho castigata, vivendola”. Forse perché l’incedere espressivo della Gnazi va assumendo, verso dopo verso, le sembianze di un felice inno alla vita che sa sfolgorare molti dei suoi aspetti nonostante “la stanchezza annoda futuri in assetto di guerra”. E, certo svariando dentro una quotidianità che in mezzo a tanto ciarpame sa pure offrire infiniti spunti per un confronto reale e seppur compromissorio, la nostra autrice sembra muoversi in punta di fioretto, per provocare, sfidare e smuovere quegli equivoci o quelle banalità esistenziali che tendono ad allontanare la figura umana da quel centro vitale che vuole vivere di respiro proprio evitando le probabili strozzature d’un vissuto acerbo e senza gioia. E sono chiare e oltremodo rinvenibili le sciabolate che vanno per ogni dove, sugli amori struggenti, sui ricordi familiari, sulle speranze riposte nell’attesa, quasi come a voler rimestare e mettere poi ordine in una sequela di situazioni che attengono sempre al proprio “essere sensibile” che osserva e decide.
Nonostante il linguaggio si muova, per costrutto e per organicità sintattica, dentro un’aurea di modernità, è innegabile che in questa sua opera prima veniamo a contatto con una scrittura inquieta che va scuotendo il lettore, lo sferza, lo fa sbalzare fra intimi accadimenti, ma è comunque incelabile il travaglio che trasuda nell’accordare ogni vicenda personale alla propria storia e alla propria identità, sia essa fisica che morale. E dal complesso versificatorio di questa raccolta, nonché dall’avvertita scansione di un verso dopo l’altro, viene fuori prepotentemente la personalità di Alba Gnazi, una voce poetica a cui dare affidamento, donna calata nel suo tempo e già portatrice di fermenti che andranno sicuramente a movimentare i futuri destini della poesia italiana.

Nicola Romano*

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Nicola Romano

 *NICOLA ROMANO risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Con opere edite ed inedite é risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia, tra cui il “Rhegium Julii”, il “Città di Como”, il “Giorgio La Pira”, “Sìlarus”, “Poesia in Aspromonte”, “Anteka”, “Emilio Greco”.

N.B.: è possibile leggere il resto della biobibliografia di Nicola Romano sul sito de La Recherche, da cui è tratto il cenno precedente.

Nicola Romano su “Luccicanze” di Alba Gnazi

Ora legale

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Quella forzosa torsione del tronco
le mani dell’uomo avranno messo tempo
mi dicevo – potenza e proiezione e forse gioco
e più quella idea di gioco, forse
torceva tormentava
la risonanza interna di quel gesto
l’ubbidienza fermata dentro il legno, il gesto dentro il legno,
oltre il tempo miserrimo di un uomo
quel suo gioco contorto sopravvissuto

Un pergolato spoglio e spoglio il giorno e io
là di passaggio, e pochi come me sottratti al sonno
l’ora in meno di buio – ma qui, oggi di più
cova una luce inutile e coperta
nel villaggio montano (lo era, un posto di vacanza)
l’ora nuova ha deluso, si replica domani

È che leggo Sereni, o più che altro
è una stura e mi allaga, in quest’ernia di tempo nella luce di calce
le spalle alla montagna – e anch’io a un mio male
interno a una torsione innaturale, io dunque
come quel tronco in ferma in obbedienza
in che osservanza: e il fianco oltre la coltre a piombo
il verde lascia intuire ingiurie
le reiterate arsure, le incursioni dei torti, il nero immitigabile
il dolo sotto l’erba chiuso e come chiodi
i radi i nuovi abeti, inquieti
i nati e condannati
alla luce di chissà quali acri
messe a fuoco

e dalla chiesa, in questa bolla, mio figlio esce, io lo aspettavo
e l’arco riflesso posa e mi solleva
un cenno di saluto

 

Patrizia Sardisco, marzo 2017, inedito

 

Immagine: Gustav Klimt , Avenue in Schloss Kammer Park, 1912 (fonte web)

Ora legale

Alba Gnazi: Ocra e cenere

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 Per G. R.*

Per Sua Madre

***

A dovermi

ricollocare ferma a un lato di quest’autunno che non t’ha – opalescenza ignea il non ritorno- soppressa alla mia la voce del saperti, del conoscerti oltre un prefisso, supponendo l’acqua fresca diluita raso notte che ti sferra nitido ogni mattina a me a me e solo a me, Figlio che il Presente prova lune per dirti e lettera d’ogni amore: cenere, cenere, ancora cenere.

 

 

Io ti ho cercato prima che ti voltassi,

nella deriva del fiato tra noi, sospeso

d’espresso amore indicibile, ma tu

eri già il solo cenno impaziente della mano,

luce ocra di schiena.

 

 

(Quando mi dissero,

e lo ripeterono,

in modo che intendessi)

 

 

il distacco costa la fatica

di scoprirci privi. Tu ridevi,

praticavi quei deserti

lasciando secco il mio

e ti udivo

cospargermi le dita e il collo

di interurbani rovi e miele fresco,

‘è tutto così fondo,’ dicevi, ‘così ocra

e così fondo – ogni tetto ogni falda ogni voce.

al mattino ascolto pregare,

così presto che poi mi devo alzare

recuperare la notte

farmi corpo e mestiere in questo posto

che è il posto dove stare.’

 

 

Ocra è la curcuma, ocra

il vento, ocra l’ora in questo mio altrove,

lo scatto innocuo del polso a farmi pronta

nei capelli ravviati, la sprezzatura costante

del freddo – freddato intonso il brodo,

fredde le mani nel fiato, freddo il collo,

il ventre, il latrato che affredda la sera e tu

hai freddo lì dove sei?

Giulio.

rispondi.

 

 

Qui nessuno sa dire.

Qualcuno ha osato tempesta ma

ho concluso aghi di pino nella gola stretto al cuore

figlio mio mia faglia viva d’innominato continente in cui spiaggiammo esuli, noi noi noi e solo noi, come quando tra i limoni mi ammettesti al pergolato dell’infanzia succo d’ombra more e denti bianchi

che ridevi, tu ridevi

ed eri colle, alfabeto e ogni lettera d’amore a soffocarmi adesso il petto risvegliato

in sponda d’alba l’alba in petto il petto in cenere tutto in cenere

adesso

cenere.

 

Alba Gnazi 

 

***

*Testo presente nell’ebook ”MANUM PORRIGAS – Poesie per Giulio Regeni”, numero speciale de I Quaderni di Erato del 21 marzo 2017, scaricabile a questo link.

(Immagine: web)

 

Alba Gnazi: Ocra e cenere