Anna Bertini, selezione di poesie da ”Fuori il silenzio ad ombra”

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Dolori e Clangori (sez. Lutti)

Dolori sporadici
tra costato e colonnato
chiodi arrugginiti
aliti di gente difficile,
partiture cromatiche
melodie sfilacciate.
La stagione causa infiltrazioni
emozioni che non riescono
senza deus ex machina
a sembrare tali.
C’è bisogno
di un carro di pompieri
di quattro carabinieri
e un burattinaio,
di quella ballerina
da Nuova Delhi
che sapeva leggere
i pensieri, poi con la forbice
li aggiustava pari.
Dolori e clangori
cinci–allegrieri, tortore
annidate tra i travetti
del tetto col loro chioccìo
portano a dubitare
di qualsiasi goccia che cade.
Non sarà pioggia, solo
un versamento pleurico
l’apoteosi della ritenzione –
ogni acquazzone
un’emorragia
che ti muore e via.

 

Leghorn (sez. Sguardi)

Barche e silenzio
canali immobili,
prigioni mormorano pentimenti.
Sampietrini dalla finestra
all’orlo della piazza
colpiscono la memoria
e non lasciano gloria
per le antiche fortezze.
Gramsci si dondola
nell’angiporto –
ragione o torto
fu lui maestro
di politiche
ora rese asfittiche
da cervelli fuggiti
lasciando i corpi.
In cielo gabbiani
contro le gru del porto
tra tagadà scoloriti
negli stabilimenti balneari.
Uomini e donne rugose
riscattano il fondoschiena
contro il fondo–scena
dei tramonti.
La cunta di vento
scandisce le ore,
meridiane assolate
le facciate dell’Ottocento.
Barriera Margherita,
oltre gli archi magioni di
ricchi mercanti, spariti
con l’arrivo dei mercatini
e degli yankee-boy.
Alcuni di noi sono andati via.
Ma parlando, quando apri le tue “a”
ciascuno sa che vieni da Leghorn.

 

La fiducia dei boschi (sez. Sguardi)

Ha fiducia il bosco
nelle radici:
sa dissetare per ricrescere,
lascia che si rinforzi
ciò che è stabile,
lascia che si spezzi
ciò che è caduco.
Sa profittare
della marcescenza
e del rigoglio
in parti uguali.
Con i profumi del suolo
nutre le altezze,
continua intanto a
scavare invisibile
le coltri del tempo.

 

Lisboa again (sez. Scherzi)

Sentirne paura e bisogno
trovare un pertugio tra ceselli
la strada dischiusa nel chiasmo
delle guglie, la finzione
sul mare che attrasse
Vasco da Gama.
Un verso rimasto chiuso
sulle labbra morte di Caiero
si libra nell’aria.
D’arenaria bionda,
la meraviglia trattiene
lo stupore nei pori:
ogni bellezza non somiglia
che se stessa, e l’animo
rapito in fronte a lei sta,
solo.

 

Le donne di Amedeo (Sez. Scherzi)

Penetrante il fico
ci abbraccia con l’odore,
quando di schiena va Jeanne
il colore nero–addio
spande nella sua capigliatura.
Beatrice canta del suo tempo
la parola, e Anna Achmatova
accentua il recitare di versi.
In un incontro tardivo
vivo è l’amato tra le amanti.
Tra fumi e aromi
catturati siamo
dalle trame maudit
nel tempo di Modì.

 

Onde e giostre (Sez. Variazioni)

Onde che si cavalcano
sulle giostre
e giorni mossi
di sicurezze a pezzi
che tieni care e strette
nelle calze bucate.
Camminiamo sugli scogli
infilando bottoni e coralli rossi
e tu che dici con fil di voce
non voglio sciarade di ricordi.
Girovagare, noi due braccate,
– tu dai ricordi, io da collane e ossi –
sul lungomare a cantare,
sedute alle giostre,
sui cavalloni
presi in prestito dal mare.

 

Vastità (Sez. Variazioni)

La vastità si fa brezza
e srotola il kilim della notte
è il momento di chiedere al creato chi sei –
il blu ti fascia la testa di stelle
Dal bivacco si alza alto un nome
capace di cavalcare le distanze
sfiora le dune ammutolite
offrendosi per i dubbi della preghiera
Sprigiona l’alba improvvisa
sulle camere spalancate dei deserti
la conta di passi perduti
si tramuta in traiettorie di ritorni
Clessidra imperitura che scorri tra le dita
nutriamo speranza di tornare diversi
da quando qui siamo venuti
diversi per intervento di tua eco
ampliati per similitudine

 

Selezione a cura dell’Autrice Anna Bertini

 

Testi tratti da “Fuori il silenzio ad ombra” , Edizioni Caosfera, Collana Alabaster diretta da Adriana Gloria Marigo, maggio 2018

 

***

Dalla Prefazione di Anna Maria Bonfiglio

Anna Bertini è artista a tutto tondo, non solo poetessa e
scrittrice, ma donna dalla personalità multipla, scaturita e
nutrita da esperienze extraterritoriali che l’hanno portata ad
assimilare culture di vari luoghi, fra cui la Germania dove ha
vissuto parecchi anni. La sua scrittura possiede un timbro
“europeo”, un’impronta che, per stile e per tematiche, va
ben oltre l’hortus conclusus della terra d’origine. Raffinata e
composta, alimentata da sguardi che penetrano l’animus
della realtà contraddittoria del tempo storico in cui si muove,
la poesia bertiniana tocca le molteplici corde dell’esistenza,
dalle inquietudini dell’anima ai turbamenti provocati dagli
sconvolgimenti sociali, dalle gioie degli affetti alla pietas
per gli esclusi e gli emarginati. La raccolta si compone di
quattro sezioni: Lutti, Sguardi, Scherzi, Variazioni, seguite da
Visitazioni – sezione dedicata ai contributi del poeta Michele
Paoletti e del musicista Vincenzo Fantacone –, una scala
tematica ampia che accoglie elementi letterari con rimandi
alla musica, alla storia personale e sociale, alla pensosità e
alla joie de vivre. Vale a dire a quel complesso di componenti
che sono della vita. (…)
Fuori il silenzio ad ombra è un incastro di testi poetici ad
andamento sinusoidale sul cui asse si alternano in armonia
le onde emozionali del pensiero.

***

Notizie biobibliografiche

Anna Bertini è vissuta “migrante” tra la Toscana e la Baviera; ha trascorso tre mesi in Africa per adottare sua figlia Nathalie; ha viaggiato molto per lavoro, occupandosi delle carriere di musicisti e dell’organizzazione di eventi musicali. La passione per la scrittura e quella per la musica risalgono a tenere età. Collabora con magazine e testate online, è presente con sue opere in svariate antologie. È autrice di racconti, liriche, ma anche di testi per musica e teatro musicale. Ha pubblicato nel 2015 “Profusioni”, raccolta di versi, e nel 2017 “Duende”, entrambi per FusibiliaLibri. Duende è una silloge di racconti dedicati alla memoria di Antonio Tabucchi. Fuori il silenzio ad ombra, uscito nel maggio del 2018 per i tipi di Caosfera, è la sua seconda silloge poetica.

 

*Fonte della foto di copertina: http://www.caosfera.it

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

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Anna Bertini, selezione di poesie da ”Fuori il silenzio ad ombra”

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Testi di Cristina Polli, tratti da Tutto e ogni singola cosa (Roma, Edilet, 2017)

Fotografie di Giovanni Asmundo (coste mediterranee, 2011-2018)

*

Metafore di pietra

Genero metafore di pietra,
roccaforti a spigolo vivo, oltre
strati di parole che trapassano
come lame taglienti i miei pensieri –
residui di avidità – prigionieri
di una cupa estranea accidia.

Abito nella mia torre d’avorio,
fortezza eletta al mio sentire,
solitudine arroccata dove lascio
aditi dischiusi ad intuire
destini di umanità contrassegnati
da composti tormenti di passioni.

Rethymno, 2018

***

Il tempo della poesia

La poesia costruisce monumenti
con briciole di pane,
cammina su tele argentee di ragno.
In un tempo senza ore, né giorni
tesse trame di seta…
E annoda dolori
che l’hanno scalfita,
più spesso ferita,
o anche dilaniata.
____________

In un tempo sospeso sull’essere
la poesia accorda il suo suono.

Rethymno, 2018

***

Nausicaa

Se approdi naufrago alla mia riva
avrai di certo vesti
e unguenti
per toglierti il sale
disseterò l’arsura
dei giorni abbacinati
stretti alla catena
delle notti insonni
e ti toglierò dai lobi
il fragore delle onde in corsa
la corsa dei venti battenti sulla prora.
Rinnegherai il tuo vagabondare
e sarai il mio dolore d’abbandono.
Se approdi naufrago alla mia riva.

Castel di Tusa, 2016

***

Distacco

Cosa sto cercando,
così, ancorata al distacco?
Guardo, oltre la balaustra,
l’orizzonte che si compie da solo
nell’umida sera recando echi di schiume
lontane, veli di pensieri che si levano
ed annebbiano le parole che lente,
incuranti, rispondono:
“Va bene, fermiamoci qui.”
Ci sediamo, ma abito l’assenza

Procida, 2016

***

Risoluzione del dolore

Vorrei che mi avvolgessero suoni in erre-emme
cantati in un immemore fluire
che ci riconosce nei vuoti impercettibili
nel buio tra gli archetipi.

Venezia Mestre, 2011

***

Canti del disapparire

Non ho voce
se non ascolti
e taci.
———Bianche di spuma
———le onde si rifrangono
E io in evaporare dispersa
mi trattengo
———Canto del disapparire.

Non ho volto
se il sembiante dissolto
cancelli.
———Gonfi d’acqua e pianto
———corpi in emersione
E io spuma di mare le membra
lambisco
———Sudario di speranze.

Non c’è requie
se le grida tra i flutti
non senti.
———Da deserti roventi
———esili di arsure
Il nostro fatale errare in acque
trasmigrato
———Canti del disapparire.

Tunisi, 2015

***

Cose quotidiane

Traduciamo il giorno
con dita e respiro
e sovente nell’incontro atteso
dei nostri sguardi stanchi
mi chiedi una prova di immanenza
quel tutto indiviso
anelito di amanti
ricerca di mutuo approdo
delle nostre derive
e io vorrei che vedessi
la bellezza dell’ora
che ci congeda dalle cure
e prova per sé
quel che noi siamo.

Venezia Mestre, 2012

***

Piccola vita del pomeriggio

Stava sulla tovaglia rossa
un mucchio di panni
bagnati-spiegazzati-colorati
che ora si asciugano al sole
appesi a uno stendino provvisorio
e svolazzano apparendo oltre i vetri della finestra
come bambini che tornano
con risate fragorose
e poi riprendono i giochi.

Trogir, 2013

***

Tutto e ogni singola cosa

A decantare questo succo di fibre d’anima
si depositerebbero sul fondo residui
di dolori e potrei raggiungere
l’ebbrezza
con nettare di sogni
e di visioni,
trovare anch’io il mio Lete
e perdermi nell’oblio,
ma poi vuoterei il bicchiere fino alla feccia,
ché non ti saprei Amore se non prendessi
tutto e ogni singola cosa di te.

Venezia, 2014

***

(articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Stefano D’Arrigo: Codice siciliano

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Da PREGRECA

(…)
Gli altri migravano su chimere,
per mari d’aria e remare d’anime,
con dolce tuono di procellarie.
I siciliani emigravano invece
Su navi scalfite su patere
(alito di venti e vele di rame),
in pietrapomice e arenarie,
in tufo calcare e salgemma,
calati in stive di pece,
i pensieri spiumati di mimosa:
in giare e nicchie, ritti
o chini sui talloni, nella posa
dei cafoni, nel loro stemma
di senzaterra, di sconfitti

carne da macello, qui o là,
in Australia, nell’aldilà,
oltremare, dovunque sia
una miniera, un qualsiasi
budello per seppellire
l’enigmatica frenesia
di chi per morte s’imbarca
come su di un’arca
di libertà, coi bisogni
stretti alla vita e i sogni
zavorra viavia
da gettare e alleggerire
i petti di nostalgia
mentre diventavano scheletri
e le armi al piede, i vetri
di ossidiana segnavano,
buia e struggente
meridiana di paure,
l’emigrare e le sue figure.

Forse non era l’aldilà
tutta questa gran novità,
forse pure di camorra,
di enigmi e di omertà
era regno l’aldilà,
forse pure sottoterra
sfingi, puma, leoni ruggenti
mantenevano la guerra.
Anche di là gli innocenti
emigrarono, strage su strage,
dal calcare di Pantalica
in America, nel Borinage.

In Codice siciliano, Mesogea, 2015

 

Post-it

Lo si ripete, come a volere fendere quel mare nero di paura e quel no sordo di chiavistelli, si ripete a gran voce “noi siamo stati loro, loro come noi”. C’è sempre stato e sarà ancora, a lungo, un Sud che preme, che chiede diritto a una vita altra, a pace e libertà. Lo si ripete, a disseppellire memoria arenata in minuscole conchiglie, dure di opaca concretezza e chiuse all’eco del mare. Lo si ripete, e sono voci ben più autorevoli della mia: ha senso, dunque, ribadirlo qui?
Forse sì, con modestia ma risolutamente.  Si.
Le migrazioni sono un fenomeno fisiologico, una pressione verso l’equilibrio che ha la potenza naturale della dinamica dei liquidi nei vasi comunicanti. Nessun muro, nessuna barriera, nessun barbaro braccio di ferro, nessun balordo ricatto arresterà questa spinta per la vita, una spinta tale da imporsi così fortemente da mettere in gioco la vita stessa. I muri, i veti, le gabbie non l’arresteranno, potranno solo osteggiarla, rallentarne il fluire, ma lo faranno pagando il prezzo altissimo della riprovazione, della vergogna che per noi proveranno i nostri figli. E loro no,  non ci perdoneranno.

(articolo e foto a  cura di Patrizia Sardisco)

 

 

 

 

 

Stefano D’Arrigo: Codice siciliano

Miriam Bruni: inediti

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*

Quanti appostamenti
per farti mia. E poi daccapo
ricominciare – con nuove
attese e appuntamenti.

Quanto giovane tu sia
lo sa solo chi ti ha amata
E ti celi così bene che pochi
restano, non conviene.

Sei regina senza scettro.
E a nessun scranno dai diritto.

Io nacqui tua, Poesia.

Però giurami, Dio, che non è
– non sarà idolatria.

 

*

La poesia è il mio cielo come tra maschi lo è forse
giocare a pallone sotto la pioggia e qualche lampione.

Un riscatto ai gesti continui di madre e donna sui giochi,
gli indumenti, la cucina e i formali documenti. E’

intimo richiamo, profumo, dedizione: l’unica pianta
viva del mio balcone. Forse è da lei che ho imparato

sopravvivenza per ostinazione. – O lei da me? Non ha
importanza. Tra silenzio e parole viviamo.

All’oscurità come nel sole. Con poca terra e uno strano
amore. Oceani blu di enigmatico ardore.

 

*

Il Colle
della Guardia
è simile
al mio petto:
un solo seno
e un cielo
pieno di rondini
accoppiate in volo.

 

*

La pelle
dei figli,
i doni
del giorno.
Nell’ essere siamo
voluti – redenti.
Puri sgorghiamo
dalle sorgenti.
Ma è nel volere
che siamo
feriti
– nell’ob-audire.
Ed anche
degli arcobaleni
noi non vediamo
che pezzettini…

 

*

Morsicate la nebbia,
se occorre. La gola
utilizzate
per uscire dalle buche.
Non restate,
non fermatevi al dolore

– Camminate!

 

*

La mia ombra non conosce
la stanchezza del mio capo.

Sforbicia passi – silenziosa –
su Bologna e mi accompagna.

Poi la sera giù dal treno
si dilegua / la mia ombra.

Senza storie senza invidie
la mia ombra mi rinfranca.

 

NOTA BIO

Nata (1979) e residente a Bologna, laureata in Lingue e Letterature moderne, attualmente insegno Lingua e Cultura Spagnole in scuole cittadine.
Da sempre scrivo e leggo poesie. Potete trovare mie composizioni su riviste (ad esempio Versante Ripido e L’Undici), blog letterari e ovviamente nei miei tre libri. Di fine 2011 è la prima raccolta intitolata “Cristalli”. Nel 2014 ho pubblicato “Coniugata con la vita. Al torchio e in visione”. E nel 2017 “Credere nell’attesa”. Queste due ultime con le edizioni Terra d’Ulivi.
Quest’anno ho ricevuto il primo premio per la sezione Poesia al Concorso letterario “Coop for Words” e ho iniziato ad occuparmi come responsabile artistico dell’Officina Culturale di Pianoro col collega Loris Arbati.
La mia poetica mira a concisione e intellegibilità. Con la parola cerco di raccogliere, ordinare ed esprimere l’emozione che mi preme dentro, l’intuizione, l’immagine, lo slancio che vengono ad abitarmi.

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Miriam Bruni: inediti

Riccardo Canaletti, cinque poesie inedite

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Riccardo Canaletti*

 

guarda fuori, voci e lampi, indistintamente, brulicano,
e quanti appartati, apparenti distanti. quanti.
la pioggia arriverà fra giorni, questo tempo bruno
rosso ci sorveglia. è un alito sottile di rimbombo
un avvertimento. e quando arriverà saremo in casa,
ancora un attimo a immaginare chi scappa dall’acqua. poi mangeremo
le fragole di stagione, avviteremo il bacino alla fronte
delle ore. resteremo immobili nel pomeriggio.
quasi morti. quasi spariti del tutto.

***

di quanto percorrere ci facciamo
gambe, insoliti a immedesimarci nella luce
se troviamo tra le case uno spiraglio –
come di aria pulita tra fumi – come
di poltiglia lasciata in pace e fermentare:
così noi capiremmo il morire, restandoci
a coltivare fogli di terra. di quanta
perduta, sconveniente, euforia
conosciamo la voce, davanti alla morte

***

sul largo marciapiede, di ritorno
dalla spesa, ecco l’aiuola solita di un grigio
miserabile di uomo, ed ecco un’ape
un’ape leggera che riusciva a scavalcare
foglie senza volare, per continuare
il suo passeggio. e qualcuno avrà pensato
che per lei, così piccola, sarà stato un vero
prato. ma l’ape conosce il prato vero
le dinamiche dei fili d’erba –
sa di certo che pioverà e noi saremo
più vicini. lì lei vedrà il vero fiore

***

siamo in due su questo
prato, vicino alla pace che
consegnan le calure mattutine,
sul lago, sulla breccia, e dietro
sterminate colline. siamo noi
e non parliamo, affoghiamo
nella babele dei fiori. tu
ora dormi: e che dettato il tuo
profilo. che grammatica i capelli
che impercettibilmente muovi

***

ho visto quasi il passo
fermo, la memes di un viaggiare
lontano, assorto – poi ho
visto un uomo senza volto
dal volto cupo, fissarmi all’estremità
della riva. quanto all’andare
era un venire di strade tra
disordine naturale e case
(case addobbate, come
abbandonate; tanto piene
eppur silenziose), ninnare me
che mi specchiavo nel mio
doppio, in attesa di non essere

solo doppio uomo, ma unicum,
uomo intero

***

Riccardo Canaletti nasce nel 1998 nelle Marche. Scrive in silenzio.

 

*L’immagine in alto appartiene a Riccardo Canaletti.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

 

Riccardo Canaletti, cinque poesie inedite

Davide Cortese: selezione di poesie da ”Darkana” più un inedito

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Davide Cortese; fonte immagine: web

Arrampicato a scheletri di città nere
seguo con lo sguardo allucinato
l’arcano incedere di un uomo nella notte.

Ora brucia l’istante in cui mi vede.

Mi vede.

Lo vedo.

Ha il mio volto.

 

***
Amaro il profumo di quest’ora.
La freccia nel petto della gioia
è la nera lancetta del tempo.

Nessuno conosce la mia tigre di luce.
Neppure io stesso, ma bramo di ruggire.

Sia ora la mia tigre di luce,
sgusci dal mio sterno
per fuggire il buio.
Sia la tigre di luce,
lasci il mio corpo
per saturare il cielo.
Sia ora
e insegni al buio a dimenticarmi.
Io solo avrò memoria della tenebra.
Io solo le darò la parola.

***
L’arcobaleno mi ha visto.
Prima che io mi dissolvessi.

***
Io lo so cosa dice un fiore.
Io lo so come sa tacere.
E so cosa dice la sera
alla Morte vestita di primavera.

Dice una bugia di luce nera.

***
Hai guardato nell’oblò dei miei occhi
e hai visto il mare di cui sono fatto.

***
Nell’oscurità di questo bosco
busso alla porta della tua casa di marzapane.
Mi piove buio sul viso.
Io busso. Busso alla tua porta di marzapane.
Alla notte segue una nuova notte.
Ed io busso. Busso con le nocche sul marzapane.
Vedo la luce che viene dalla tua finestra.
‘’Perché’’, ti chiedo, ‘’ non vieni ad aprire?’’
Sono dietro la tua porta, bagnato fradicio di buio.
Vorrei starmene lì con te, nella luce.
Con te per sempre nella casa di marzapane.
Ma sono solo nell’oscurità del bosco
e una luce stremata che affiora dalla tua casa
illumina appena la mia mano che bussa ancora.

***
Sono un uomo antico.
Appartengo a una razza
che ha bisogno d’amore
Ho paure che come burattini
dormono con gli occhi sgranati.
So indugiare nell’abbraccio.
So che il primo respiro è da angelo
e l’ultimo respiro da demone.
So che la terra
è il cielo dei morti.

***
Dopotutto ho ancora le mani.
Sempre quelle che strinsero un orsetto,
solo più vecchie e disincantate.
La destra corre ancora a scrivere
senza nemmeno che io glielo comandi
e quell’altra, la più misteriosa,
se ne sta immobile mentre la sorella scrive.
Attende mite, in un silenzio di mano.
Ma quando mi abbandono al sonno
muove le dita imitando la destra
e nel buio della notte, in assenza di me,
scrive storie che accaddero un tempo
e storie che non accadranno mai.
Scrive versi che non potrò mai leggere
sul sudario bianco delle mie notti.
Non c’è nulla che io sappia
della mia scrittura sinistra:
è la sola a dire la verità.

***
A volte la pettino
questa tristezza fiera.
Porto al guinzaglio
un silenzio feroce.
Sorry mama.
Ogni mio sogno ha la criniera.
‘’Hic sunt leones’’
mi tatuo sul cuore.
Il fuoco trema, io no.
Sorry mama.
Parlo la lingua del buio.
Lingua viva è l’oscutità.
Io sono il demone, temo.
Sono il fuoco, ma non tremo.
Sorry mama.
Sono potente quando sbaglio.
Io sono un bambino cattivo.
The devil.
Le diable.
Il vivo.

***
Tutti i testi qui presentati sono tratti da Darkana, Lieto Colle 2017

davide-cortese-darkana

*

Mi fermo sull’erba nuda
e mi incorono di cielo.
Ricco solo degli ori che baluginano
sulla corazza degli scarabei
e sul dorso dei frutti
in bilico sui rami.

Poesia inedita per Un Posto di vacanza

 

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Notizie biobibliografiche inviate dall’Autore

Davide Cortese è nato nell’ isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all’Università degli Studi di Messina con una tesi sulle “Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane”. Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, titolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: “Babylon Guest House” (Libroitaliano) “Storie del bimbo ciliegia”(Autoproduzione), “ANUDA” (Aletti. In seguito ripubblicato in versione e-book da Edizioni LaRecherche.it), “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA”(LietoColle), “Lettere da Eldorado”(Progetto Cultura) e “DARKANA” (LietoColle). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia”, “Poetarum Silva”, “Atelier” e “I fiori del male”. Le poesie di Davide Cortese nel 2004 sono state protagoniste del “Poetry Arcade” di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore di due raccolte di racconti: “Ikebana degli attimi”, “NUOVA OZ”, del romanzo “Tattoo Motel”, della monografia “I MORTICIEDDI – Morti e bambini in un’antica tradizione eoliana” e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013. Ha inoltre curato l’antologia “YOUNG POETS * Antologia vivente di giovani poeti” (con postfazione “live” di Giorgio Linguaglossa) e “GIOIA – Antologia di poeti bambini”(Con fotografie di Dino Ignani. Edizioni Progetto cultura).

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Davide Cortese: selezione di poesie da ”Darkana” più un inedito

Il Promontorio (25) A Creta con Odysseas Elytis. 1

Rethymno, Creta (aprile 2018)

*

Laconica

L’angoscia della morte tanto m’incendiò, che il mio bagliore si riverberò nel sole.

Quello adesso m’invia nel pieno accordo della pietra e dell’aria

E dunque, quello che cercavo, sono.

Estate di limo, riflessivo autunno

Inverno minimo

La vita reca l’obolo della foglia d’ulivo

Entro la notte degli stolti con un piccolo grillo riconvalida la norma dell’Inaspettato

(Odysseas Elytis, in Sei rimorsi più uno per il cielo, 1960)

*

(Articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (25) A Creta con Odysseas Elytis. 1