OGNI GOCCIA È MARE: postazione permanente contro il femminicidio

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“Massacro in Corea” Pablo Picasso

 

 

non si dirà: i tempi erano oscuri
ma: perché i loro poeti hanno taciuto?

Bertolt Brecht

 

Un posto di vacanza desidera istituire una postazione permanente contro il femminicidio e contro la violenza di genere. Riflessioni, poesia, prosa poetica, il nostro spazio è da quest’oggi aperto, a disposizione di coloro che vorranno scriverci, a quelle e a quelli che vorranno esserci, a chi vorrà aiutarci a mantenere pervio uno spiraglio di visibilità sull’emergenza, sulla guerra che si combatte vicinissima e invisibile ogni giorno sotto la patina del nostro millantato e sempre più svuotato benessere. Alle donne e agli uomini, ai poeti agli scrittori che non possono continuare a distogliere lo sguardo, a quelli che conoscono il peso delle parole, l’importanza della pronuncia, la responsabilità del canto. Non un pianto ma un grido. Non vuoto inveire ma ferma denuncia. Non lievi parole, alitate sulla polvere di sepolcri imbiancati con fiati distratti, ma incisioni, squarci sull’indifferenza, il più spesso, il più opaco tra i sudari.

 

Aspettiamo i vostri graditi contributi alla mail unpostodivacanza@gmail.com

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto: fonte web)

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OGNI GOCCIA È MARE: postazione permanente contro il femminicidio

Il Promontorio (29) Catene secolari

Statua dei Quattro Mori, Livorno, 1626 (fotografia del 2018) e mani di un lavorante ad Haiti (fotografia da video, 2018)

Continuità della schiavitù nella società dei consumi.

***
**
*

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (29) Catene secolari

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve

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Outtake

 I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo.

 

*

 

Fabula

 

Colleziona le foto dei suoi amici.
Le nasconde tra i giochi o nei quaderni
scarabocchiati della primavera.
Oltre seicento polaroid e tutto
il suo mistero è nel modo in cui dorme.

 

*

 

Fabula

 

Questa luna è una corsa di bambini
attorno a un pozzo quando il pozzo è pieno
fino all’orlo. E nessuno per chilometri.

 

*

 

Pro Verbis #4

 

E saremo l’Immagine dell’uomo.
Non la creatura breve, ma la traccia.

 

*

 

Pro Verbis #5

 

È questo:
che il mondo
diventa le cose.

Le tante
perdute.

 

*

 

Fabula

 

Ogni notte, in attesa che la carne
ritorni a vivere, portiamo i nostri
bambini al mare. Li guardiamo farsi
buio nel buio; ritornare all’alba.

 

*

 

Due poesie dalla sezione Ritratti di comunità in sei giorni

 

III

Padre Claudio disseppellisce i corpi
dei suoi fedeli prediletti e solo
per loro recita l’Apocalisse
di san Giovanni. Le pupille fisse
dei morti lo ringraziano. Il suo ruolo
è questo. Padre Claudio è poco più
che adolescente – poca è l’esperienza.

 

*

 

IV

Alberto, don Alberto: un gesuita
di ferro. I muscoli tirati a lucido
con l’olio. In posa davanti ai bambini
del centro di recupero; è domenica.
Lo spettacolo dura fino a quando
Alberto, don Alberto, stramazza
al suolo. Poi risorge come sempre.

 

*

Fabula

 

Solo la terra deve farsi terra –
così spogliamo il corpo di ogni cosa.
Cuciamo i tagli, ripuliamo il viso
dal seme. Raccogliamo i pezzi sparsi
per il salone; li bruciamo insieme
tutti per il falò di fine maggio.

 

*

 

Pro Verbis #6

 

Le conosco a memoria, queste stanze.
So bene come perderti ascoltando
l’acqua del corridoio in ombra: stanza
del mare.

 

*

 

Pro Verbis #7

 

In estate si fa l’amore nelle
case vuote, le case di vacanza.
Quando in giardino rimangono accese
le lampade tutta la notte,
cose date o cose rese.

 

 

Testi tratti da Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

 

Un Posto di vacanza ha ospitato altri contributi di Gabriele Galloni: è possibile leggere qui una serie di inediti; qui alcune poesie tratte da In che luce cadranno, la seconda raccolta poetica di Galloni, con una nota di Alba Gnazi e qui una lettura della summenzionata raccolta a cura di Michele Paoletti.

 

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Gabriele Galloni

 

(N.B.: Immagini tratte dal web)

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve

Valentina Meloni, dieci inediti

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Valentina Meloni; fonte: http://www.larecherche.it

 

foresta

io ero una foglia che oscilla al vento
ero il ramo da cui pendono le parole
ero la felce dalle lunghe braccia
la felce che abbraccia i sogni.
io ero il verde che incanta
il sentiero che s’inoltra, il buio.
io ero corteccia fatta di pane e graffi
e di minuscole orme. io ero la luce,
il raggio che filtra tra i rami degli alberi
la speranza di un volo appena nato
la danza dell’ape sui fiori.
ero un piccolo uccello, un usignolo
che canta e non si lascia vedere…
io ero il vento   io ero il vento, sì
che passa sulle teste,   che suona
io ero la pioggia, il temporale che tuona.
io ero il passo incerto e la voce silenziosa
ero il sussurro di un bambino
che parla ai suoi angeli
io ero la terra percossa e rivoltata,
io ero il cigno che leva il collo e vola,
ero la piccola ghianda addormentata
un seme appeso al pappo
io ero lo sguardo fiero del lupo
ero il perdono. io ero il cielo nascosto
da una nuvola, io ero il grido del gufo,
una farfalla, io ero tutto ciò che sono
ero quella che tu chiami madre
il segreto svelato, ero il fiato del mondo,
un respiro.     il respiro più profondo.

 

audiopoesia: link di ascolto in versione inglese/italiano
https://soundcloud.com/va-lentina-meloni/forest-foresta

****

l’albero dai fiori rossi

il freddo degli inverni
anno dopo anno
le foglie perdute,
le foglie nate giorno dopo giorno
le mille formiche impazzite,
gli uccelli di fuoco
lo scorrere dei mesi nella linfa,
le nuvole sul capo
le stelle appese ai rami dei secoli
le stelle sempre uguali
così diverse ogni notte
ogni notte così  tristemente silenziose…
il bambino che mi parla, da quanti anni?
forse è già un uomo
e il vecchio che siede alla mia ombra,
per quanto ancora?
l’anziana signora che piange,
per chi? per cosa?
ogni giorno diventa più minuta,
quasi una bambina           e i miei fiori,
rossi come il sangue del soldato
ferito a morte tra queste radici
i miei fiori che gridano
la gioia d’essere al mondo,
i miei giovani fiori
volati via col vento assieme ai decenni…
***

un fiore non è mai lo stesso

passano i giorni come passano le nuvole
sulla mia testa.    e gli anni si dissolvono
nella musica del tempo.      non cercarmi
un fiore non è mai lo stesso
ogni giorno è diverso, ti stancherai.

così è anche la mia vita: non tornerò a sbocciare.
non ci saranno api a bottinare tra i miei petali.
nessuna mano più mi coglierà, inattesa.
appassirò                e tu non mi riconoscerai.
cercherai in me il fiore oscuro della nostalgia.

resterà di quel fiore un profumo incerto
un ricordo che stenta a mostrare la visione.
non mi cercare.           vengo dall’albero
che ti è sconosciuto. non sono una parte
sono l’intero, non vedi?

il vento porterà via lontano queste foglie,
le lascerà cadere vicino a te.
quando le prenderai nelle tue mani
ricorda di leggere le piccole poesie
scritte tra quelle nervature.       io sarò lì

****

 

la bambina che parlava agli alberi

qualcuno si chiede se sia mai esista
la bambina che parlava agli alberi

ha nascosto un sogno nella scatola di latta
la lettera è rimasta intatta e il sogno chi lo sa?

qualcuno si chiede cosa dicesse
la bambina che parlava agli alberi

un sogno di latta e radici di vento
eccola fa capolino dietro il tronco

qualcuno si chiede se sia mai esistita
la bambina che parlava agli alberi

ho trovato la sua scatola di latta
intatta sepolta sotto l’albero in giardino

quando l’ho aperta – le mani tremanti –
tutte le parole sono volate fuori

un soffio d’autunno come le foglie
dell’ippocastano anche loro se ne sono

andate lontano sono appassite nel sogno
non c’è più nessuno ad ascoltare

solo l’albero lì fermo ad aspettare
che spuntino le foglie che torni prima o poi

la bambina della scatola di latta
perché non può essere lei quella che

la tiene in mano se non sa più giocare
se non sa ascoltare, non può essere lei

la bambina che parlava agli alberi …
se adesso non ne è più capace…oppure sì?

****

 

l’angelo e il cosmo

lui e il cosmo erano lì
a toccare il fondo del silenzio.

un albero è il mondo
che nutre radici nel bambino.
il bambino è l’albero
che getta nuove gemme
e tende i rami al cielo.

l’albero e il bambino
erano lì a toccare
il fondo del silenzio.

cosa si dicessero nessuno mai lo seppe.
i segreti giacciono nascosti nel folto del bosco.

il bambino che parlava agli alberi è diventato uomo.
l’albero ha nascosto il bambino nella sua corteccia.
lentamente è invecchiato.

cosa ascoltasse nessuno mai lo verrà a sapere.

l’albero e l’uomo sono ancora qui
a toccare il fondo del silenzio.
cosa si dicono nessuno lo sa.

forse è tutto qui il loro segreto:
ascoltarsi, perdere le foglie, gli anni
sentirsi vivere, dirsi quello che è
quello che è stato, quello che sarà.

un albero è il mondo
che germoglia nel cuore dell’uomo

l’uomo è l’albero
che lascia andare le foglie
e le regala al vento.

l’angelo e il cosmo sono sempre qui
a toccare il fondo del silenzio.

****

 

un fiore che nasce

mi sfiorano le ali del silenzio
un palpito deflagra le ore
il mio cuore è colmo d’amore
per un fiore che nasce
l’erba ha macchiato di verde
il mattino     e anche tu rifiorisci
– silenzioso –  tra le rose
il tuo nome adesso è
un volo di farfalle

 
****

 

le vie dei canti

muore una parte di me
ma in altri prati nasceranno fiori
e gemme sui rami nuovi
becchi protesi dalle bianche uova
forse non lasceremo traccia
ma saremo frutti di alberi grandi
radici di fiori amari e fili d’erba
foglie verdi ed esili steli che ancora
si abbandoneranno al tempo
saremo musica nel vento tracceremo
immaginarie vie nel mondo
ci mischieremo i canti disegnando
mappe nuove           geografie invisibili
da percorrere in esistenze sconfinate
strade remote libere solo per chi crede

muore una parte di me e tu l’accogli
tra le mani mentre la culli rinasco terra
quando la bagni io ridivento un fiore

****

 

legatemi con un filo

voi dite che al mondo non interessa la poesia
e invece tremano le fondamenta
e le grida dei mattoni squadrati, oltre i muri,
si fanno vento
e, dentro al vento, ancora voce
filo che lega le anime, la parola.
legatemi, allora, con un filo tenace
che mi riconnetta al canto perduto
e faccia della foglia che cade
un pianto di boschi d’autunno
tenetemi stretta
a questa rete invisibile di radici-madre da cui,
avida di passati prossimi, succhio il verde latte,
da cui, ignara, la vena timida,
incosciente d’esserne la musa,
si getta, impavida, nel germoglio

****

 

voce di foglia

eri voce di foglia
sottile    fragile  trasparente
il vento ti scuoteva,
il gigante delle stagioni
ti portava in palmo di mano
eri voce di foglia
verdissima e fresca
sorgevi inaspettata come
l’aurora    eri voce di foglia
appesa a un fremito di vento
allo scorrere del tempo
circolare     eri voce di foglia
soave in autunno
ti accendevi di rosso
crepitante come fiamma
un incendio sommesso stava
nel tuo cuore   tu l’hai ceduto
al bosco    l’hai lasciato andare:
adesso sei una luce sospesa
tra i rami dell’albero della vita.
***

 

rammendo

sempre il mio gesto di riparazione
è parlarti da quel ramo fiorito
che in un volo di petali appassendo
sparga sul suolo ancora il suo profumo

in un rammendo di sepali e foglie
fosse sfiorarsi, questa mia carezza
la certezza del mio esserti voce
nel silenzio consumato di una sera.

ti risparmi la luce dalla resa,
in offerta di linfa a te la dono,
a te, che taci il fondo del perdono
il fremito del vento sia preghiera

quel che taci io vado distillando
come strumento flesso ad un’attesa
sospesa arresa, tremo e mi abbandono
nei baci che ti dono l’illusione.

 

****

 

un giorno diventerò un albero

un giorno, quando i miei capelli avranno smesso di crescere,
vorrei essere un salice, frusciare al sole primavere di foglia
pettinarmi con il vento e spettinarmi con il temporale.

un giorno quando il mio cuore non sarà più così rosso
forse avrà smesso anche di farmi male. allora vorrò
diventare un tiglio: lasciare i suoi mille cuori verdi al cielo
palpitare, come lui essere albero-soglia, sollevare il velo.

un giorno quando le mie gambe saranno ferme in orizzontale
io mi leverò dritta su punte di radice, e forse sarò più felice
quando tra le mie braccia-rami bruciando cadrà una stella.
allora farò di ogni ruga corteccia, solchi e carie scriveranno,
silenziosi, il mio dolore. un giorno quando sarò albero, forse.

quel giorno se non avrò più lacrime per piangere
stillerò gemme ambrate di cipresso e quando non vedrai più
le mie mani muoversi in nessuno dei miei gesti,
me le farò prestare dal castagno d’india: in antichi mudra,
composte, le mie nuove cinque verdi dita, dentro una carezza.

non conterò più i giorni della specie umana
il mio sarà un vivere di anelli e sospensioni
e il tempo circolare, della natura e delle stagioni,
in un respiro mi riporterà alla mia vecchia casa.

avrò occhi di faggeta selvatica e lunghe ciglia di tillandsia
la mia bocca silenziosa in calici di mandorlo e di magnolia,
esplodendo nella fioritura, farà tacere tutte le parole.
avrò seni neri scolpiti in legno d’ebano e fianchi misteriosi,
di betulla. il mio sesso sarà un frutto acerbo, forse avrà il sapore
aspro di una pesca e i semi, i temerari, avranno ali e polpa,
nel loro viaggio ancora mi porteranno altrove.

lascerò fuori gli inverni e mi coprirò della loro neve;
anche il mio grembo ferito avrà i suoi piccoli nidi,
oscuri e inattesi, nel tronco cavo di un olivo centenario.
un giorno quando sarò diventata albero smetterò
di essere carne e sangue, il mio nuovo vivere avrà
il sapore verde della linfa, la morbidezza antica
di un tronco di sequoia. e resisterà al fuoco dei giorni,
alla cenere degli anni, ai proiettili e ai colpi dei malanni.

come sorella forse avrò un’ amadriade, formiche e uccelli
per parenti e amici. e come madre, ancora, la foresta.
un giorno vi parlerò con parole nuove, con la saggezza
di chi sta fermo e non può più camminare, ma non ditelo
alla volpe, al picchio, allo scoiattolo o si spaventeranno,
nel mio tronco non faranno tane, non li potrò più accarezzare.

quel giorno non potrete più dire che sarò morta, dite piuttosto
che, come l’albero la foglia, avrò cambiato d’abito il mio colore.

****

Alcuni di questi inediti sono tratti dalla prossima pubblicazione Alambic (poesie 2010-2018) e sono stati composti oralmente con registrazione in luoghi di ritiro, in boschi e all’aperto. Poi successivamente trascritti in italiano e in inglese. Altri testi non sono ancora stati trascritti, altri ancora sono nati sul taccuino, alcuni sono stati pubblicati in siti e riviste internazionali.

 

***

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE

 

Nata a Roma nel 1976, dal 2007 vive in Val di Chiana dove conduce una vita ritirata tra la campagna umbra e le zone dei Chiari. Scrive poesie, racconti, aforismi, fiabe musicate. Ha pubblicato per la poesia: la raccolta di haiku con dipinti sumi-e di Santo Previtera Nei giardini di Suzhou (FusibiliaLibri, 2015), con illustrazioni personali Le regole del controdolore (Temperino Rosso, 2016), la raccolta di haiku bilingue Nanita uscita in allegato alla rivista statunitense Otata (Otata’s Bookshelf, 2017-2018), con fotografie di Annalisa Marino, Eva (Edizioni Nosm, 2018), l’autoantologia di eco-poesia Alambic (Progetto Cultura, in uscita), con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato – epistolario poetico (La Vita Felice, 2018); per la letteratura d’infanzia le fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e l’albero dei desideri.

Altre poesie, racconti, articoli e saggi sono pubblicati in riviste di settore e raccolte antologiche, tra cui si ricorda la collezione di Aforismi al femminile (Puntoacapo Editrice, 2017) e l’antologia poetica, declinata ancora al femminile, Il corpo, l’eros (Giuliano Ladolfi Editore, 2018). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, cinese, giapponese e sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali.

 In Diwali – rivista contaminata cura le rubriche di saggistica InSistenze e recensioni InDicazioni. Ha ideato e cura da oltre dieci anni un’antologia tematica permanente on line di eco-poesia profonda. Scrive in altre riviste di letteratura e cultura e nel sito:
n a n i t a www.valentinameloni.com

*

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Valentina Meloni, dieci inediti

Attilio Lolini: Bestiario gotico

bestiario gotico lolini.jpg

 

GAMBERI

Vanno in fila ad interrogare il mondo
come gamberi sulla spiaggia verso il mare
ma nessuno sa chi è e da dove approda

lascia che vadano i giorni
a galoppo sulle strade del niente
mentre le rane gracchiano negli stagni.

 
IL MAGO

Quando uno non sente niente
scrive versi da demente

parole di vecchi
da buttare nei secchi

sto sdraiato nel lettuccio
a occhi aperti, al calduccio

dall’esterno arriva un brusio
di gente che prega dio

ma non ho mai saputo
cosa in realtà è accaduto

dicono sia apparso un drago
cavalcato da un mago

ma nella città d’occidente
non è mai successo niente.

 
BRUMA

Mattino quando sorge la luna
il buio cala insieme alla bruma
si mette a letto la brava gente
quella che fa poco o non fa niente

vita matta
vita astratta
vita insana
vita brutta

va dormita tutta.

 
FORESTA

Chi scrive
non vive.

Le parole
salgono
nel cielo

foglie
di una foresta

che corre
e s’arresta
invano

sul bordo
d’una mano.

 
MARE

Il paesaggio indifferente
s’adagia nella memoria

un fantasma, una scoria

lenta s’avvicina l’onda
che presto inonda
il mare dei sogni.

 
LAGHETTO

Trema la luce sul vetro
finge un laghetto
inesistente

per dare al niente
qualche labile parvenza.

Ciò che dico
un balbettio represso

cantilena d’un bimbo
nel mare ignoto
che lo circonda.

 

da Bestiario gotico, Edizioni l’Obliquo, 2014

 

Attilio Lolini (Siena, 1939 – San Rocco a Pilli, 2017) ha pubblicato diverse raccolte presso L’Obliquo di Brescia, tra cui la sua ultima plaquette, Bestiario gotico (2015). Per i tipi di Einaudi sono invece l’auto-antologia Notizie dalla necropoli (2005), che raccoglie trent’anni di scrittura poetica e che gli ha valso i premi Viareggio e Mondello, il libro in prosa, scritto a quattro mani con Sebastiano Vassalli, Belle lettere (1991) e Carte da Sandwich (2013), di cui abbiamo già scritto qui.

(Articolo e foto a cura di Patrizia Sardisco)

Attilio Lolini: Bestiario gotico

Lost In: Daniela Hendea, poesie tradotte da Daniela Mărculeţ

Foto credit Daniela Hendea
(Photo credit: Daniela Hendea)

Trucco allo specchio in bagno

All’interno, ci siamo
separati.

Tu, sei entrato con la terapeuta
da una porta
che indicava il suo nome.

Io, sono entrata
accanto, dalla porta del bagno,
per applicare il fondotinta sulle ore
senza sonno che avvampavano
i miei zigomi.

Ho messo la crema
copriocchiaie sui polpastrelli
dell’indice e del medio,
con movimenti circolari
lucidavo
i pori aperti per la stanchezza.

All’applicazione del mascara
corse attraverso il muro
il tuo gemito
di disperazione, la frustrazione
dei palmi tagliando il tavolo,
l’agonia
per progredire nel nostro mondo
un po’ di più con ogni
seduta.

Ho tirato lo sciacquone a vuoto, sentivo
solo il fruscio del pennello
spolverando sul mento.

Ho applicato
matita per labbra con una mano,
che ho sostenuto con l’altro,
fermando il suo tremore,
per non sbagliare
il contorno.

*

Routine di ballo

Oggi mi eserciterò per conto mio. Configurerò
i movimenti che mi accompagneranno
da ora in poi la posa.

Sventolamento di dita davanti agli occhi.
Sgranocchiamento del polso destro.

Il giro attorno ad un pilastro
invisibile.

Da domani apriremo la strada insieme
tra la gente che fissa,
punta il dito.

Questa volta si limiteranno solo ad un sorriso,
capiranno discretamente, perché
non sei più solo, siamo
in due. Danzatori
nel campo elettromagnetico di un theremin,
addobbare l’andatura bipede con il volume
e la frequenza della sopravvivenza.

*

Foto Daniela Hendea
(Photo credit: Daniela Hendea)

 

Apocalisse

Gli schizzi densi hanno mitragliato
il tetto in lamiera per l’intera
notte.

Quando le nuvole si scontravano intravedevo
il tuo iride sotto l’assedio del delirio:
strillavi, rimbalzavi, applaudivi
quando il fulmine spezzava l’oscurità.

Il mattino dopo,
piegato sul barile da cui scorreva l’acqua piovana,
gettavi dentro, uno per uno,
tutte le figurine di plastica: il contadino, sua moglie,
il maiale, la mucca, il pollo, anche il tuo preferito,
il cavallo.

Le recinzioni di plastica rossa lucente galleggiavano nella deriva,
poi l’intero fienile, fuori dal quale
solo il tetto
bianco con piastrelle in rilievo,
era ancora visibile.

*

Strumenti

Tu, hai stretto la mano del dottore
nel gabinetto e poi nel corridoio.
Io, non ho condiviso il suo sorriso
studiato con il quale testava
i pazienti: – Notate? Non reagisce
alle emozioni.

Di ciò che il neurologo ci ha spiegato
che rappresentiamo per Mircea,
ho memorizzato
la parola

strumenti:

la macchina delle caramelle
senza moneta.

il bancomat
senza tesserina. Il sedile

imbottito con schienali.

Lo trascriveva
in termini di specialità
che giravano nelle sue pupille.

Siamo riusciti a reggere l’anima nella sala d’attesa,
dove una bambina lanciava cubetti
di materiale impermeabile sul vetro
turbato dal soffio biancastro
delle condutture.

Ti ho chiesto di tenere
i documenti piegati decine di volte
in cui
sono stati spiegati ampiamente i primi interventi
per i bambini in ritardo
di sviluppo.

Le pareti decorate con volti sorridenti
ci costringevano
come tra le membrane di una cervice/
nel collasso.

All’uscita dall’ospedale
il vento di marzo ci schiaffeggiava
deportando
l’odore della sterilizzazione dai passaggi nasali.

Adattavamo i nostri passi
istintivamente, due
pali
che ancoravano Mircea con le braccia,
lo portavano con piccole oscillazioni
alla stazione vicino al cancello nord dell’ospedale
dove siamo saliti
sul primo tram per
casa.

*

Daniela Hendea, dal volume in preparazione Accordatore di theremin.

Traduzione di Daniela Mărculeţ.

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(Photo credit: Daniela Hendea)

Note biografiche dell’Autrice

Daniela Hendea è nata a Zalau, Romania; si è laureata presso la Facoltà di Ingegneria Chimica dell’Università Tecnica “Gh. Asachi ” Iasi, con studi post-laurea presso l’Università di Stoccarda, Germania e Università del  Kansas, Stati Uniti.

Dopo anni di preoccupazioni scientifiche, Daniela Hendea è tornata alla poesia desiderando documentare nei testi l’esperienza pubblica e privata dell’autismo del suo figlio, uno dei protagonisti del volume di debutto in preparazione della casa editrice Fractalia, Bucarest.

Durante la sua residenza poetica sulla piattaforma Qpoem ha iniziato a pubblicare nella rivista di cultura Familia, poi ha continuato con poesie e traduzioni sulle riviste Apostrof, Pravalia culturala, Caiete Silvane, Alchemia. Dal gennaio 2018 fa parte dalla redazione della rivista Pravalia culturala.

Attualmente vive in Texas.

***

 

Note biografiche della Traduttrice

Daniela Mărculeţ ha un master in comunicazione e un lavoro nel dipartimento export-import di un’azienda italiana in Romania.

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(Photo credit: Daniela Marculet)

Ha vissuto dieci anni in Italia,

a Bergamo; è stata pubblicata in varie antologie di poesia italiana contemporanea:

“Il segreto delle fragole 2011- poetico diario”, Casa editrice LietoColle, “La donna – inno contemporaneo alla poesia”, Casa editrice Poesia è Rivoluzione “, e in quasi tutte le antologie pubblicate dall’Associazione Culturale Club Poetico, Casa editrice Autorinediti. Ha vinto il secondo posto nel concorso di poesia ”Parole dettate dal cuore”, Roma 2017, con la poesia “Parole d(g)ettate”. Fa parte del cenacolo letterario Qpoem. Collabora con la Casa Editrice RPlibri di Benevento, Italia, con la rivista di letteratura Pravalia culturala, traduce per la rivista “Poesis International“.

 

 

Lost In: Daniela Hendea, poesie tradotte da Daniela Mărculeţ

stanze d’isola

stanze d'isola.jpg

 

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di quella dimora,
a quella brama fare ritorno.
(Ibn Hamdis)

 
I.  Prologo

Di colpo
altopiano desolato
ovunque si volga
tutto è scomparso
livellato
risucchiato
(i colli, le gole, le città bianche)
calzari tra i sassi incolti
coreuta
lontano
dagli ulivi
dai teatri

Dovevamo recitare uno spettacolo
ma abbiamo dimenticato di imparare la parte

 

II. Parodo

Quando avremo finito di dimenticarci di noi stessi
e saremo scomparsi del tutto

resteranno soltanto le pietre,
restituite alle pietre.
Resteranno le querce immortali
sullo sfondo del bianco più solenne.
Il ronzio dell’ape insistente
nella calura che schiaccia.
E sciare nere che scivolano in mare
franando, di tanto in tanto.

 

XIV.

Di questo cielo rivolto a libeccio
non riuscirai a fissare i contorni
ora compaiono stelle sfocate
ora si insabbiano stelle arrossate

lo specchio ustore ti ha tolto la vista
come accecato è il tuo incerto vagare
smemora il giorno con greve calura
benda del mare gli occhi ti oscura.

 

XVII.

Al riaffacciarsi sul Belice.

Nascondemmo il pane
sotto le stesse pietre
con cui coprimmo i piedi ai nostri morti.

Non cade una goccia
sui tuoi occhi disseccati
per troppo lucido senso.

 

XVIII.

Se apro le orecchie, sento solo
ragli d’uomo
emergono dal buio cavernoso
compreso dal mio petto
otre amaro.

Magari potessi riudire
il canto docile delle cicale.
Con queste mani mi lego
a un tronco d’ulivo.

 
XXXV. Esodo

Quando i Ciclopi lasciarono l’isola
i piedi toccarono l’acqua e avanzarono
il capo basso e il cuore muto
dando le spalle all’agonia di cenere.
E quando, con mani non abituate
ebbero slegato gli ormeggi dagli scogli
e gli strilli delle capre legate alle zattere
senza voltarsi, piansero lacrime cispose.

Giovanni Luca Asmundo

 

 

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Stanze d’isola, Oèdipus, 2017 è l’opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0, promosso dall’Associazione Felix Cultura

www.festivalibrocampania.it

 

gianluca

Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.
Su stanze d’isola si può leggere una ricca nota a cura di Cristina Polli qui.
Sulla poesia di Giovanni Luca Asmundo, Giorgio Galli ha scritto qui .

 

(Articolo e foto di copertina a cura di Patrizia Sardisco)

 

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