Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

eunuca.jpg

 

di nuca esausta
guardiana della culla
il suo crepuscolo

l’attrazione del neutro
un nucleo potenziale
servile a un suo orbitale malinconico

#0
pingue di sangue
esausto
a ostentare
obnubilata da obsolete tiare
la supponenza della tua postura
la nuca nuda
e sciatta

fai paura

*

#3

parole sante asettiche
_ma una parola buona
non si nega a nessuno

un monito infecondo
un obolo, un elogio
un fiore giù da un molo
fuori dall’area cieca

_mentre si volta accorta
a non bagnarsi i piedi
non sporcarsi le mani

*

#6

di nuca
prona ai muri
puoi lavarti le mani. Intanto

reti a strascico
rigettano ai pesci
anche il tuo stesso lunghissimo viaggio

*

#10

e il riallineamento
dall’entropia all’ordine
avviene per spontaneo spiaggiamento
poi la raccolta indifferenziata
dentro strutture plastiche
oscuranti
dotate di cerniera
di una forzata chiusura lampo
della storia

*

#11

 

scotoma, modalità on
sui quadranti sud orientali
_campo visivo stretto
a ciò che serve al calcolo

estetica economica
calcare i neri ai margini
rinforzare le linee
di confine
esaltare le campiture interne

*

#22

risoluzione nitida
ridotta al lumicino
mima una tarda notte
il polso della Vecchia
ombre
cinesi
islamiche, africane

sui muri implementati
le linee di frattura
vengono segnalate
a un ricompattatore
a colla fobica
per la manutenzione

*

#24

occorrerà convincere di essere
della giustezza della propria parte
della buona regia
_che qui è lontano dal corpo dell’inferno
che non avrà le braccia mai l’inferno
o gambe o mani
o dita lunghe e l’ombra
di nessun’onta, né accusa né rivendicazione_
occorre stari calmi e usare
calme e diplomatiche parole
lasciar sbollire il mare
prendere tempo
tenere stretto il largo
resistere e diffondere la voce
che quello nella culla
è il cuore giusto del tempo antropizzato
il resto è contingenza necessaria
l’acido sanatorio della storia

*

Testi tratti da eu-nuca, edizioni Cofine – collana ”Aperilibri”-, anno 2018;
prefazione di Anna Maria Curci.

patrizia
Patrizia Sardisco, immagine: web

Post-it all’Autrice (di Alba Gnazi)

mentre ancora, a cadenza quasi quotidiana, veniamo sommersi dall’ultimo annegamento, dall’ennesimo estremo ritrovamento; mentre ancora, di qua da un porto – linea maginot che azzera il tempo di chi aspetta – e spesso anche la vita -, e ancora, dall’incertezza di sapere chi/dove e cosa/quando, ecco che arriva il tuo eunuca, patrizia; eu-nuca, col prefisso in de-privante presentazione a dir la testa nuda di europa via dal corpo, mentre intera, eunuca, compare sterile in un ondivago oltretempo.

eunuca europa, raggrinzita tra tiare corpi pance piene e rottami, metafora potente del tempo prossimo, di quello scorso e luce spuria a tracciare i percorsi di un incertissimo quasi mozzo futuro (”e il cielo inscena un foglio quasi bianco/un profondissimo disegno cieco’‘, testo #4); trasmessa, eunuca, dal tuo dettato linguistico tutt’altro che piano, che anzi induce alla rilettura, alla meditazione: ché quando si ostende innanzi agli occhi uno spettacolo simile occorre con fermezza guardare, con pazienza guardare, con coraggio: e senza voltare gli occhi: così dinnanzi alla tua Poesia spietata, priva di riflessi e perdoni, di pacata furia latrice.

di là dal mare arriva la tua voce, un’emersione meditata e sofferta dal fondo cuore caldo di quest’europa, a dir di chi e per chi resta indietro, sperso nei flutti della generale indifferenza, quella che interrogata non sa spiegare: di chi sguazza nella politica, tirando su muri chiudendo porti ormeggiando corpi e vite tra secche e flutti, tra visti e rifiuti (‘‘non sono figli tuoi i fuori luogo/dove sono rotte le acque// (…) guardali, Vecchia, gettati al mondo/gettarsi all’altro mondo/saranno in chiaro adesso qualche ora/more di salmi oleografie e news”, testo #5; ”coscienza col colletto inamidato/ripiega carte nautiche e aspetta/l’autoazzeramento del problema”, testo #9)); di chi esulta del ripiegamento, come non fosse un’ammissione di incapacità, di arretramento e cecità (”scotoma, modalità on”, testo #11), ed esulta: come non fossero, di quest’europa sterile e glabra, cifra prima e ultima lo spostamento, la migrazione, il viaggio; come non ci fosse, nell’europa multietnica che raccoglie più lingue più storie più culture, un insieme sterminato di possibilità declinabili in vita comune, scambi, crescita: e non chiusura, non burocratizzazione feroce, non tolleranza dell’antiumano, non morte per ritardo di un lasciapassare, nell’inammissibile eppure palese negazione del diritto altrui a Essere e scegliere (”le porte/lasciate aperte/te le chiude di colpo//il primo vento dei nord/il primo vento dei no”, testo #19).

poesia non lirica, la tua, non nell’accezione di quanto attiene al personale, intimo e soggettivo, eppure lirica sui generis, ché a mio avviso questa silloge attesta, poesia per poesia, la profonda costernazione che ne anima il versificare e che viene traslata nel sentire collettivo di chi teme il cupio dissolvi implicito in certe scelte, in certe traiettorie sconsiderate; quello di chi guarda quest’europa/eunuca arida e infertile, nata vecchia (‘‘Nulla si crea, un Nulla che distrugge”, testo #8), che dell’irrimediabile, imbruttita vecchiaia ha la fatiscenza e la sordità, l’autoindulgenza più prossima a un incontinente e incontenibile egoismo (”t’ostini in distrazioni/hai frequenti momenti di amnesia//in sogno hai creduto che bastasse/mettere in fila piccole monete”, testo #8) , quello che scantona dall’altro anche a proprio detrimento.

è, questo, un canzoniere fitto di allitterazioni, rime interne, richiami anaforici, locuzioni non comuni e specialistiche, scarsa interpunzione: tratti tipici del tuo personalissimo stile, che ha fatto della sottrazione la propria cifra, e che nonostante la, e quindi, grazie alla complessità del lessico e del dettato poetico mai banale, arriva senza fraintendimenti al nucleo pulsante della questione: voce di Poeta che si leva per denunciare l’assuefazione al male, la sovraesposizione alle brutture, l’ordinarietà dell’inumano e indica nell’accoglienza, nell’aggregazione, nel dialogo vie non provvisorie per riacquistare (a europa, a chi la abita, a chi la amministra, a chi la percorre) dignità e umanità.

*

Articolo a cura di Alba Gnazi

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Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

(Luce a Palermo, 2019)

«A chi obietta che finora nella storia non sono stati possibili cambiamenti strutturali con metodi nonviolenti, che non sono esistite rivoluzioni nonviolente, occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia.»

Danilo Dolci,  da Non sentite l’odore del fumo?, Laterza, Bari, 1971

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

Ogni goccia è mare #4: Valentina Ciurleo

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René Magritte, Memoria, 1948

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere. 

 

Rosa di Spine

 

Petali rossi
profumati di bellezza
ecco un dono per te
donna mia.
L’hai colta con amore
ti sei ferita con dolore.
Come un ladro
quel colpo efferato
ha colpito,umiliato
privato. Ti ha gettato
a terra, in silenzio.
Il tono del terrore
la serenità in tempesta.
Annega il corpo
acqua di dolore
e non sarà più vita.

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto: fonte web)

Ogni goccia è mare #4: Valentina Ciurleo

Fernando Della Posta: Gli anelli di Saturno

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*

Ai crocevia si può soffocare di libertà
ma le simmetrie sono solo apparenti: tra due emisferi
c’è sempre quello che sostiene soffrendo
le possibilità che si ricevono uniche. L’altra parte
tende ad estendersi su nature inaccessibili.
Lo spazio che occupa è flessibile
secondo la generosità delle stagioni.
C’è sempre un nucleo irriducibile
di cui ogni tessuto è membrana,
ogni uomo ha la sua Arcadia.

*

Proteggere I

L’emotività oziata
che si oblia nelle piaghe
rassicuranti della sconfitta.
Queste genti
che hanno i lineamenti dell’osco e dell’etrusco
pietrificano tutte in un volto solo
rigato come i costoni di roccia
dalla pioggia nelle falesie
che immancabilmente deve
sfollare i carotaggi,
pena il sovrappopolamento
o l’implosione
per le risorse scarse.
Poi si resta soli come genitori
a tenere tutto dentro
trovando ogni volta un trucco
di bentornato
aggrappati a una radice che muore.

*

Cieli d’asfalto

Cruscotti illuminati nella notte
come piccoli callidi focolari
a cui si scaldano figli padri e madri
intere famiglie, tempietti dell’amore
che non mòve il sole e l’altre stelle
semmai l’economia dei carburanti
che tanti altri tempietti regge
nel tempo che per la fisica di Einstein
rallenta, e nell’affetto
che ‘sì dilatato si gode più a lungo
e non s’invecchia.

Mi hanno detto che si deve fare
dell’impoetico il poeticissimo,
estrarre la bellezza da tutte le cose.

*

Poesia dell’ateo

L’unico divino appostato
dietro ogni meraviglia che ci lasci
a bocca aperta – che sia una falesia
un campo di grano giallo a sfinimento
oppure un’innaturale
cupola asimmetrica che si regga
su esili tiranti, uno due tre
semplici calcoli, come lo schiocco
delle dita, medio pollice indice
senz’afasia – consiste nel fatto
che ci sia un gruppo
più o meno grande di persone
che guardandole si incanti di benessere
e di sospensione di giudizio compiacente
e da lì vada a rinvenire testi sacri
e dei superni, ai quali demandare il compito
di ripetere il prodigio
ogni giorno, preferibilmente a comando.

*

Szymborskiana

La verità è che passa il tempo
e abbiamo sempre meno da scambiare
con le strade, con le case, con gli uomini
con gli odori, con i colori, con tutti i nostri noi
che vivono rinchiusi
lontano dallo sguardo del mondo.

Scrivere è prima di tutto stupirsi
tenere il capo della miccia
che s’infila sotto tutte le montagne
e che raggiunge tutte le vallate.
Il fuoco che sfida il nero del sogno
l’oro del lustro, il ghigno del giorno.

Scrivere è ritrovarsi in una casa altra
votarsi naturalmente ad essa
rassettare tutte le sue stanze
con l’ottimismo della tigre:
l’inconsapevolezza che tratta incautamente
tutte le consapevolezze.

Ma il gesto si fa sempre più controllato
e l’edificio necessita d’interventi
sempre più particolareggiati,
o forse le crepe danno troppa luce.

 

da Gli anelli di Saturno, Edizioni Ensemble srls – Roma, 2018

 

gli anelli di saturno

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto: fonte web)

 

 

Fernando Della Posta: Gli anelli di Saturno

Antonella Anedda: Historiae

antonella-anedda.jpg

 

Presentiamo le tre poesie che compongono la sezione Occidente di Historiae, Einaudi 2018, convinti che di questa Poesia il nostro tempo «schiuma delle ere» abbia bisogno come un pane diviso che tolga torpore alle mani. Una Poesia che traghetta la Storia dentro la casa, mostrando la fragilità di mura e muri, raggiungendoci scomoda e inquietante come l’annuncio di una scossa, come il colore dell’immondizia che preme da fuori, allegoria del nostro mondo, del suo immondo, del troppo, dell’esubero, di ciò che più non si aggiusta dentro. Prima che il buio abbia a ingoiarci, noi tutti ugualmente inquilini, noi dal contratto breve e a tempo improrogabile, noi incontenibili, noi senza risposte e senza vista, con una natura attonita, in ascolto, sul retro delle nostre costruzioni. (Patrizia Sardisco)

 

*

Ghazal

Come scroscia la pioggia sui tetti nella notte incipiente,
come rende accogliente la luce del forno
tra la pila dei piatti nell’ombra.
Lo sai, alcuni fuggono, altri sono macellati nel sonno.
A Levante il rosso confonde il nostro Occidente.
Il sangue stinge sull’Eufrate.
L’intelligenza di cui facciamo vanto
risputa il passato nel presente.

 

*

Occidente

Ecco le case contadine del Duemila,
sono in piena città nel dirupo sotto il mio balcone,
hanno orti minuscoli, qualche sedia di plastica,
un canneto e sopra i pomodori una tettoia,
sempre di plastica, ma gialla.
Vicino, c’è un circolo bocciofili:
i vecchi gridano quando la palla scocca
la sua gemella di legno nel tragitto.

Resto ferma a guardare, penso a quanto
siamo alti e miopi e assordati.
A nord delle baracche sfrecciano i treni
verso Fiumicino, lo splendente aeroporto della capitale
i vagoni sfiorano la Magliana
i palazzi affollati di lenzuoli,
i supermercati con le merci scontate.

Era così il treno per i turisti
che saltando la periferia
univa Buenos Aires alle ville di Tigre
bianche sopra un fiume di fango.
Non c’erano mendicanti ma ristoranti
musica, tempo mite e forse criminali
– come ovunque – che curavano il prato.

Divago, così vado dall’altra parte della casa,
quella più quieta da cui si vedono i villini,
le facciate dipinte, i giardini con le palme nane.
Tutto perfetto «se non fosse» – dice l’inquilino –
«per i cassoni d’immondizia », bocche di buio
che inghiottono gli avanzi: non solo cibo, ma mobili,
vestiti, oggetti che forse si possono aggiustare.

Per questo a ore strane vengono i nostri alieni:
a volte sono donne, spesso vecchie.
Spingono un passeggino privo di bambino,
ma anche un carrello per la spesa,
e in effetti la fanno, «a nostre spese»
aggiunge l’inquilino.

In realtà cercano ferro in questa età dell’oro.
Stavolta vedo da vicino. Ci guardiamo.
È davvero impossibile lavare la vergogna reciproca?

Non so rispondere e neppure voi.
Ci muoviamo in una zona di tempo
schiuma delle ere. Sono le otto.
Dietro il condominio
si stende in nostro mondo occidentale.

L’acqua scende dai tubi, buona,
per bere, per scaldare.
Adesso inizia a piovere
una tranquilla pioggia verticale.

Ogni goccia rintocca di un ancora,
ancora respiriamo dentro l’aria invernale.
Ancora una lepre drizza le orecchie alla luna,
ferma, come un pensiero in una radura.

 

*

Historiae 2

Il libro putrefatto della pioggia, l’argilla che ha smottato,
la terra stride, i piatti crollano,
i muri si scollano dai quadri,
nulla è allineato come i pianeti che crediamo di capire.
Nella scossa che i cani annunciavano latrando stamattina
con i musi puntati verso uno sciame di api immaginario
il pavimento slitta verso il vuoto. Anche noi
fuggiamo nell’onda di una memoria della specie
(oh tempesta di fuoco e di basilico,
di lampade e letti scardinati
e tu monte che inghiotti acqua e aria)
mentre la casa si scompone e scompare.

 

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

 

Antonella Anedda: Historiae

Ogni goccia è mare #3: Grazia Procino

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Massimo Campigli, Scalinata, 1954

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

Errore fatale

 

Mi arrampico nella tua voce
esatta a
sventrarmi il cuore.

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Ogni goccia è mare #3: Grazia Procino

Michela Zanarella, Fabio Strinati: L’esigenza del silenzio

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*
Non so cosa proverai
vedendo il cielo accanto a me
e cosa ti dirà l’orizzonte
dall’incontro dei nostri sguardi.
La luce ci salverà entrambi
dall’imbarazzo e dalle ombre del passato.
Ci sentiremo figli di un tempo
mai spento negli inganni della vita.
Prenderemo dal sole
una pioggia calda di segreti
e al vuoto degli occhi faremo spazio
allo stupore che diventeremo.
Ci alzeremo tra i giorni
come confini che si esplorano
tolto il buio dal cuore
e la fatica degli amori spinti
troppo in alto.
Ci capiremo credo
senza troppe parole
solo ad istinto
respirando il mondo
con lo stesso colore
nella corrente che soffia
aquiloni rossi
addosso al tramonto.

 

*
Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.
Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

 

*
Il tuo volto così riconoscibile
è per me una musica
trillante.
Osservo i lineamenti tuoi
e vedo i miei
come materia fondersi
in un neutro amplesso
negli assilli del piacere.
Vedo sulle tue labbra
alcuni miei versi
cuciti con le spille,
colori bianchi, tenui
come celati appena
tra le distratte onde
di un innamoramento
fuggitivo.
Ascolto la tua voce
che mi rapisce
tra le increspature
di pensieri al vento dispiegati.
Penso al nostro cuore
che si scinde
nella stessa direzione,
nell’appagamento
del bisogno
che si rinverdisce
nel punto del contatto.
Cerco il tuo richiamo
appena accennato,
tra un sonno nell’aria
e una vaga forma
di una follia che smania.

 

*
Ti parlo di me
di quando dal grembo di mia madre
già chiedevo di andare
tra le pareti della vita.
Non ho aspettato come gli altri
ma sono uscita ad occhi chiusi senza urlare
muta senza fiato nei polmoni.
Mi ha aiutato il cielo
ad esistere tra il sole e la luna
ed ho accettato il senso
di crescere a fatica
guardando oltre il buio
che manda la sera a farsi notte.
Ti parlo di una bambina
che giocava sola tra le rose
e che ha stretto spine tra le dita
per ricordarsi che il dolore non le fa paura.
Ora ti racconto di una donna
che forse ancora non sa cos’è l’amore
ma che ha spinto l’anima verso il mare
per conoscere l’immenso
insieme al volo dei gabbiani.

da  Michela Zanarella, Fabio Strinati, L’esigenza del silenzio, Le Mezzelane Casa Editrice, 2018

Michela Zanarella photo

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. E’ Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF).

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Fabio Strinati ( poeta, scrittore, compositore ) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.
Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua, la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso, Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido.

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

Michela Zanarella, Fabio Strinati: L’esigenza del silenzio