Paul Celan, Lob der Ferne / Lode della distanza

Paul Celan
Paul Celan*

 

Nella fonte dei tuoi occhi
vivono le reti dei pescatori del mar matto.
Nella fonte dei tuoi occhi
il mare mantiene la sua promessa.

Qui getto,
cuore che è stato tra uomini,
i miei vestiti e lo splendore di un giuramento:

più nero nel nero, sono più nudo;
solo da apostata sono fedele;
sono te quando sono io.

Nella fonte dei tuoi occhi
vado a deriva e sogno rapimenti.

Una rete catturò una rete –
ci separiamo avvinti.

Nella fonte dei tuoi occhi
un impiccato strozza il cappio.

 

***

Lob der Ferne

Im Quell deiner Augen
leben die Garne der Fischer der Irrsee.
Im Quell deiner Augen
hält das Meer sein Versprechen.

Hier werf ich,
ein Herz, das gewilt unter Menschen,
die Kleider von mir und den Glanz eines Schwures:

schwärzer im Schwarz, bin ich nackter;
abtrünnig erst bin ich treu;
ich bin du, wenn ich bin.

Im Quell deiner Augen
treib ich und träume von Raub.

Ein Garn finge in Garn ein –
wir scheiden umschlungen.

Im Quell deiner Augen
erwürgt ein Gehenkter den Strang.

 

Traduzione di Dario Borso.

 

Il testo qui presentato è tratto da Paul Celan, La sabbia delle urne, a cura di Dario Borso; G.Einaudi Editore 2016

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*Immagine in alto: Romanian Cultural Institute London, website: jacket2.org

 

Articolo a cura di Alba Gnazi.

 

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Paul Celan, Lob der Ferne / Lode della distanza

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice

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A mia madre.

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.

Era minuta e infreddolita
le scarpe piccole
le mani bianche
come semini.

Ed eccola,
divenire mia madre
– all’improvviso –
come una rosa
sbocciata prima del tempo
che stupisce
e mi innamora.

Sono rimasta a guardarla
nell’ombra di un sorriso
perché avrei voluto trattenerla
– per sempre –
su quella strada
con quel pezzo di pane,
il mio cuore,
tra le mani
in un maggio perpetuo.

 

***

 

Via Campansi*

Chissà cosa vedono negli occhi,
cosa trattengono le pupille d’acqua
che guardano in aria, oltre il soffitto
la calma trascendente delle ore a letto
eterno sgualcito, lo stesso, dove una
domenica è sempre pari a un lunedì
fai tu, tanto è permesso qui –
assopirsi un momento e non destarsi più.

Le bocche spalancate inghiottono l’aria
passeri stanchi a posare sui rami in estate –
la terra arida soffre con loro, nel
visibilio straziante di giunchi in cancrena.

In via Campansi c’è odore di sonno,
odore di morte dalle finestre chiare
all’entrata la senti, avvicinarsi la bestia ctonia
che avanza, che spinge alle porte
quella della chiesa alla tua sinistra, ultima
via d’uscita, per quelli che dormono qui.

*
Caterina faceva le calze, mi spiega
sulla sedia a rotelle, ma la domenica riposava,
mi assicura, la domenica è il giorno del Signore.

Alla finestra, riposa Maria. Mi dice che se mi sporgo
un po’ pure io, ci riesco a vederla sua madre
all’altra finestra in attesa, oltre il cortile in agonia,
a braccia conserte che ride e sospira.

Ma adesso la conta dei figli non torna
tra le mani un due che diventa uno solo.
E col cuore di mamma mi dice nel pianto,
che adesso sua madre sorride e l’aspetta.

*Via Campansi 18 è l’indirizzo di una delle più importanti case di riposo di Siena,
presso cui, la domenica pomeriggio, i volontari clown di corsia dell’Associazione
Vip Siena svolgono una tanto importante attività di servizio.

***

 

Il miracolo

Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana. Il cammino fu agile quella mattina,
in dieci minuti il tragitto percorso.

Il 131R sapeva di noi, sapeva dell’ansia
degli occhi aperti a trafiggere il buio in cerca di pace.

Sedersi fu come sentire la lama sul collo nel punto
preciso, l’ascia del boia sospesa a un millimetro dal cranio
l’insenatura della nuca con tutto il suo brivido in mezzo.

*
Quando l’autista ha messo in moto eccolo il taglio
a fendere l’osso.

Ero già con te, tu ancora non c’eri.

 

***

Alessandra-Fichera-ARGO

Alessandra Fichera è nata a Caltagirone nel 1994. Laureata in Studi Umanistici vive a Siena, dove studia Storia dell’Arte medievale. Ha conseguito diversi premi letterari, tra cui il Primo Premio al Concorso Nazionale “Le stanze del tempo”, promosso dalla Fondazione Claudi di Serrapetrona (MC), conferito nell’ambito del Festival d’Estate a Palazzo Claudi e che le ha permesso la pubblicazione della sua opera prima “Per vederti fiorire”, edita da CartaCanta editore nel 2017. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Carteggi Letterari”, “Laboratori Poesia”, “Argo”.

***

Post-it all’Autrice a cura di Alba Gnazi

Una scoperta per me interessante e suggestiva, la poesia di Alessandra Fichera, di cui ho avuto modo di leggere la silloge dal titolo ‘’Per vederti fiorire’’ (edita da Carta Canta in quanto opera vincitrice del concorso nazionale ‘’Le stanze del tempo’’). L’opera è composta di una trentina di poesie suddivise in tre sezioni. Tra le citazioni, a mo’ di prologo e viatico, alcuni passi tratti da Anedda, Sicari, Ginzburg, Leibniz, a denotare la natura composita della formazione di questa giovane poetessa, il cui stile netto, scevro di ripetizioni e ridondanze, rende il verso agile e incisivo, la lettura scorrevole e gradevole, nonostante i temi che affronta siano variati e spessi e il percorso attraverso Sé accidentato e in più punti oscuro.
Eccoci, dunque, al cospetto di figure in movimentato brusio sul fondale delle azioni, dei posti, dei fatti più consueti:

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.
(dalla poesia dedicata a sua madre)

Nei piatti riempiti di sole
il sorriso timido del ritrovarsi
ancora bambini
(‘A fera o luni)

 

oppure intagliate in una creta che le consegna a indifferibile memoria (La morte della vergine, Valentina se n’è andata, Rosa aurora del Portogallo); orlate di malinconia, in supplice attesa di un tempo o di un volto, remoti quanto l’attesa stessa (Via Campansi); oppure sotto forma di un terribile, seducente, irraggiungibile amore, del cui svolgimento, evoluzioni e involuzioni, ferocia e intensità, fino all’epilogo, la Fichera tratteggia curve ascendenti e discendenti:

E questa notte che si apre
con i mille portoni sulla strada
e ognuno dischiude come un segreto
il tuo viso, a tratti, nel buio
nel tuo darti metonimico e spasmodico
(Bello come il Libano).

 

‘’Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana.’’
(Il miracolo)

 

Ci fu da cambiare i soldi, io i franchi
manco me li ricordo, io che ci volevo meno diversi
che la distanza era solo sulla carta, e invece eccola lì,
la distanza, aspettava di balzare fuori come una lepre
le orecchie tese pronte all’urlo
nel disfacimento
(La partenza)

 

Insieme, il fluire magmatico di luoghi -scenario di vicissitudini intime ed esistenziali– come Firenze, Milano, Bologna; di stazioni, vie, stanze: di corpi dentro le stanze: e sopra a tutto, e dentro e intorno a tutto, lo sguardo che assume di ogni realtà una vibrazione che intera la comprende e a suo modo la spiega, sineddoche e misura di attraversamenti che contribuiscono a mappare un reticolo di emozioni, intuizioni, significati, perdite, mancanze e mutazioni necessarie perché sintomatiche di un vastissimo sentire, specchio di un altrettanto vasto, densissimo vivere.
A prologo della raccolta si trova la poesia La luce mi taglia la faccia, che torna come epilogo con aggiunta di un verso, a segnare l’avvenuto passaggio, la catarsi, la fioritura di cui il titolo reca messaggio: la poeta ha compiuto il viaggio, il ciclo si è concluso, ed è ancora primavera, che se in Eliot è crudele perché inesorabile e illusoria, può tuttavia cingere di luci inedite anche la solitudine e offrire un posto e un tempo ‘’per vedersi fiorire’’.

 

Alba Gnazi

 

 

 

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice

Anna Maria Carpi, selezione di poesie da E io che intanto parlo

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La copertina del libro; fonte http://www.marcosymarcos.com

So che non posso dirlo,
che tutti riderebbero:
quando mi sveglio presto
in certe albe
c’è l’eterna bellezza.
Davanti agli occhi, manifesto
è quel che mi può salvare,
la compagnia della luce,
passeri, merli,
l’ora di nessuno, l’ora d’oro,
e come piaccio a me stessa
piaccio a loro.
*

Io detesto le artrosi,
e le osteoporosi
vengano agli altri.
Io devo essere sciolta e senza mali.
Per quando andremo in scena:
polvere, assi, quinte,
pubblico fin sotto il palco,
che urla, fischia, si esalta,
vino e panini, bambini che piangono.
Ma io non voglio avere una parte,
né affisso fuori il nome – io non ce l’ho:
come una palla
ruzzolare dentro un istante. Una risata,
e non sanno chi sono.
In mezzo agli altri
voglio anche morire,
senza malanni in mezzo,
inosservata – io non voglio pietà,
non voglio amici –
al terz’atto o alla fine,
come Molière, recitando il malato.
Morire di ciò che ho immaginato.

(Da A morte Talleyrand)

*

Tu Ancel* chiamavi non la parola
ma questo – il parlar che facciamo –
la crosta, la lingua spergiura,
la colorata ciarla
dell’in – esperienza acquisita.
Però dopotutto venisti con noi
e dall’Ucraina a Batòr il vento fa l’atamàn.

Quanto a me mai una volta
ho pensato a un viaggio diverso,
a partire da sola –
c’è sempre tempo per esser se stessi,
c’è tutta la vita.
Là dov’erano gli altri, i cari altri,
anch’io volevo stare,
anch’io su questa transiberiana –
perché, pensavo,
dove si è in tanti
qualcosa si farà contro la morte.

* Anagramma di Celan
*

A G.G.

Mi hai fatto pena quando soffrivi –
non ci vedevi più, non ti reggevi –
e che dicessi ‘’dopo’’ e ‘’voi farete’’
con un sorriso buono, come dire:
anche senza di me.

A testa china eccoli tutti, ascoltano
l’elogio funebre. Colpi di tosse in sala,
qualcuno, estraneo, piange.
La sala è piena, gente sule scale.
Credono che io che ti ero amica
sia disperata, e non è vero niente.
Era questo di te che non mi andava:
la tua smania d’avere intorno gente.

Poi un giorno di pioggia in un negozio
ti ho intravista: un abito in vetrina,
del genere di quelli che portavi,
di panno grigio, roba che durava,
adatta a un’insegnante e a un corpo greve.
Sembrava vivo, sembravi tu
che venivi a aprirmi, sulla porta,
e poi stavamo insieme qualche ora
come davanti al fuoco.
Tu che credevi nelle istituzioni,
nel sapere, nelle buone edizioni
e nel significato laico della vita.
Io non ci credo, o solo a tratti,
ma mi rassicurava
la tua fede quadrata,
la tua pancia, gli occhiali, la risata.

È davanti a quel panno, alla vetrina
che quella sera mi sono disperata.
*

CAPRONI

Vecchio-bambino, di pepe e di vaniglia,
è difficile dire dove sei,
tu dei luoghi diffidi e anche dei nomi,
a mala pena accetti
di chiamarti Caproni.
Sei dove a galla non si vede niente
ma c’è l’acqua che fa le bollicine,
è il tuo gorgo di rime
che mai inventi: spuntano, si fanno.
O sei al quadro di partenze-arrivi
quando i treni non vanno
e alla stazione è notte fonda e i vivi
tutti si sono arresi.
O sei in chiesa, di mattina feriale,
tutto solo, a spiare
dei santi su un altare a cui non credi,
o domenica sera all’osteria,
fra i cacciatori, come un capriolo
travestito da umano.
Ma ciò che vedi intanto
un topo, un fiore, il vino,
la via smarrita e la bestia vita:
o truce incanto
per il fresco tremore del tuo cuore.
Ai ferri corti coi versi con la prosa con la storia:
fa freddo nella storia,
dicevi, e che la lotta
non è il tuo forte. La tua mira eri tu.
Come capisco.
E la vittoria?
Solo questa furia
di cantare, di dire e sparire.

(Da Compagni corpi)
*

Ora fa buio e sarà buio un pezzo
e lungo il viaggio, il tempo
per contemplare gli altri
che non sanno di me né io di loro
e non abbiamo niente da temere:
la gente è buona fuori del suo ambiente.
C’è chi ha aperto il computer, chi telefona,
c’è chi ha un giornale,
e chi lascia la nuca al poggiatesta
e dorme a bocca aperta – perché mai quel sussulto
che gli prende ogni poco
per riassettarsi, richiamare il mento?
Un rigurgito, l’immagine di sé?
Nessuno è mai ciò che vorrebbe essere.
Poi il mento ricade:
va bene, sono brutto, come voi,
chi è bello qui?

Le fermate intermedie: da abolire.
Perché si alza, perché vuole scendere
quell’uomo che ho di fronte da Friburgo?
E perché scende
la simpatica donna là di fronte
nella morta Lucerna o a Bellinzona
e va nell’irreale,
nella notte del mondo?
Figli, marito, un lavoro, un congresso?
Li troverà? Lei crede.
Nessuno trova niente alla sua meta,
a volte un letto caldo e non è poco
ma è bianco come le vesti dei fantasmi.

Non ve ne andate. Eravamo compagni.
Perché arrivate?
Solo un viaggio comune è senza fine.

(Da E tu fra i due chi sei)

*

A M.

Se tu mi amassi come io amo loro,
i piccoli di casa che non sanno,
se mi chiamassi come io li chiamo
coi più teneri nomi ed insensati
dal nonsenso del cuore,
e come io faccio con loro
mi raccogliessi tutta fra le braccia –
perché tutto verrà, niente è perduto.

Tu invece quando mi parli m’inviti alla ragione
e se dico futuro mi sconsigli
di sperare in qualcosa.
Tu non capisci:
non mi devi parlare come a un comune umano,
amore è dire all’altro non hai fine.
O io sono immortale oppure niente.
*

Ad uno ad uno se ne sono andati
i padri
di questa mia dissennata giovinezza
che non potrà aver fine, non potrà,
io non ce l’ho
un’altra età possibile.

Se n’è andato il tedesco
che leggeva con me Schiller e Goethe,
e che scriveva versi sui lillà –
credimi, bambina, la shoà
è soltanto un inganno.
O il nanetto, il dottore,
l’inventore di un farmaco anticancro.
O l’incazzoso S., il mangiapreti,
che di sabato sera a casa sua
ci parlava degli angeli della chiesa ortodossa,
dove frusciano ali e tutto è luce.
O G., o B., i più amati,
l’uno preda agli infarti ed infelice,
l’altro votato al bere
e all’andare in gloria e così sia.

Fame di padri, fame senza fine.
Non valevano quanto io credevo,
erano degli umani come tanti,
cari, bizzarri, vani, e la vecchiaia
aveva fatto pallidi gli sguardi
e svagati i discorsi. Ma che importa?
Com’erano davvero cosa importa?
Mai il vero mi ha interessato.
*

Un romanzo:
chi non lo vuole scrivere?
È andare con passione nella vita
girare il mondo
tutto il mondo è storia.

Anch’io osservo, anch’io guardo,
anch’io ci sono e c’ero.
Il fatto è che del vero non m’importa.
Allora inventa,
dice qualcuno, pensa ad una trama.
Ma perché io non posso?
Ciò che invento è da ridere.

Mie care poesie,
mie piccole arroganti,
come i gechi nella notte estiva,
le dita aperte, in agguato sui muri,
preistoria
in attesa di sbadate prede.

(Da L’asso nella neve)

*

Quando avrò tempo dico
e so che non l’avrò:
mai l’afferro o lo fermo,
non mi sta in mano il tempo,
palpita stride becca vola via.

E io che intanto
ingombro questa casa come un bimbo
che sparge intorno i giochi
e di far ordine non è mai il momento
e nemmeno è capace, se non viene sua madre.
*

Un tempo qui arrivava il luccichio
di un ramo del Naviglio,
l’hanno murato,
ora è cemento, erbacce,
e luce c’è soltanto a un pianoterra.
La sala del comune:
pareti a calce, un tavolo, un microfono,
si fa cultura, si fa poesia.
Non so in quanti si siano iscritti a leggere.

Sono i poeti dell’io scrivo ergo sono,
e l’uno ignora l’altro. Ascoltare invidiare?
Come potrebbe chi come il poeta
spera imperterrito
d’esser figlio di Dio, figlio unigenito?
Su, allegri, amici, dopo viene un drink.
*

È da un suono remoto
dalla casa, dalla stanza in fondo,
o è un mio tremito interno
o è quel giovane ailanto
che s’agita là fuori, all’imbocco del parco,
il selvatico che alligna dappertutto
senza riguardi.

Di dove viene che non la vedo,
questa speranza
io non so in che cosa,
questa gioia improvvisa
fuori del cuore,
quest’aliena che canta
la sua infinita ragione d’esistere?

(Da Quando avrò tempo)

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Anna Maria Carpi; fonte pelagosletteratura.it

Testi tratti da E io che intanto parlo, Poesie 1990 – 2015
con un’introduzione di Fabio Pusterla
Marcos y Marcos 2016

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Anna Maria Carpi, selezione di poesie da E io che intanto parlo

Francesca Del Moro: Una piccolissima morte

francesca del moro

 

*

China su di te
contenendoti
ti sono scesa
negli occhi
come pioggia
nel mare
annerito
dalla notte.

Cerco stelle
per nuotare
a riva.

L’acqua pesa
il fondo
mi lusinga.

 

*

Mi ha risposto con una frase
aguzza, gelida, precisa,
sta tutta in una riga.
Ha scelto con cura il sostantivo,
i verbi, la punteggiatura. Ha espunto
ogni sfumatura di calore. Ha tagliato via
il sogno, la tenerezza, l’amore,
la possibilità del ricordo.
Io reagisco con una mancanza
di gentilezza che mi è nuova
all’amica che mi parla,
allo sconosciuto che passa.
La frase è ferma in mezzo al petto
e taglia.

 

*

Il coltello è fermo
in mezzo al petto
sento il freddo
del metallo, il taglio
ostacola il battito
costringe il respiro
a un percorso alternativo
spacca il corpo
longitudinalmente
io gli tremo intorno
e lentamente mi separo.

 

*

Mi guarda. Mastica una gomma a piena bocca.
Si gratta la pancia da alcolista. Ha una birra in mano,
nell’altra tiene il telecomando. Onnivedente,
ci ha tutti in onda contemporaneamente.
E si diverte un sacco. Preme un tasto
e io mi gonfio d’amore. Si gode l’ennesimo
spettacolo del rifiuto. Spegne il televisore
solo dopo avermi guardata abbastanza
piangere con la fronte appoggiata al muro.

 

da Una piccolissima morte, EDIZIONIFOLLI 2017, Milano – Bologna

 

 

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foto: fonte YouTube, Le conseguenze della musica”-Memorie Dal SottoSuono

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Francesca Del Moro: Una piccolissima morte

Dialetti #4: Carlo Bardella

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Carlo Bardella con il figlio Massimo nel 1938

 

 

Sàbbito senza sole!

 

È sàbbito! ‘Gni sàbbito che passa
me fa penza’ ar proberbio…* Ch’eresia!
Nun manca er Sole a un padre de famîa
che ar sàbbito ha da di’: l’ho fatta bassa?

Cammino, cerco, chiedo: “No”. “Ripassa”.
“Forse”. “Nun dò nessuna garanzia”.
Io, se nun fosse ‘na vijaccheria,
sbrojerebbe pe’ sempre la matassa.

Crédeme, me ce sento schioppà’ er côre:
sentì’ ‘na forza da potecce sfragne
una montagna, e nun trovà’ lavore!

E quanno er pupo ha fame e ce lo dice
Tèta riggira er viso e sbòtta a piagne…
Cristo, che Croce!, che campà’ infelice!

Carlo Bardella

da Carlo e Massimo Bardella, a cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine, 2017

 

(…)La storia personale e quella condivisa con le schiere degli «scordati» si mescolano, così come si fondono mestizia e indignazione fattiva. Il risultato è a volte di una attualità sorprendente, come ha affermato Vincenzo Luciani a proposito di quel testo poetico da “tempi di crisi mondiale” che è Sàbbito senza sole!: “Questo sonetto sembra scritto oggi: parla, come solo i poeti sanno fare, della crisi economica e dei profondi guasti che la stessa produce nelle famiglie, soprattutto in quelle in cui il capofamiglia ha perso il lavoro, oppure la casa e il lavoro contemporaneamente, come purtroppo accade a tantissime famiglie italiane. Nella piena indifferenza di quelli che hanno la trippa piena (top manager, grandi economisti, banchieri, finanzieri, politici di alto bordo, ricchi, insomma, di svariate categorie professionali), che quindi non riescono a capire le buone ragioni di chi è digiuno”.(…)

dalla Introduzione di Anna Maria Curci

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Carlo Bardella è tra i più notevoli poeti in romanesco del dopoguerra.
Orafo, fu a lungo disoccupato anche perché non aveva mai voluto iscriversi al Partito Fascista. Nel 1943/1944 fu uno dei capi della Resistenza romana nelle file clandestine del Partito socialista.
Con la pace esplose la sua sopita ispirazione poetica. È autore delle raccolte Fôchi d’artificio (1952), La strada (1963), Sonetti ar Creatore (1976).

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Dialetti #4: Carlo Bardella

Il Promontorio (24) A Venezia con Verdemare di Alba Gnazi

Testi di Alba Gnazi, tratti da Verdemare (Milano, La vita felice, 2018)

Fotografie di Giovanni Asmundo (Venezia, in un giorno di questo Aprile)

*

Fotografia di copertina: omaggio a John William Waterhouse, Miranda – The Tempest, 1926

*

Intona i saliscendi della quiete tra
vetri d’onda e lucori sprovvisti di fine-sosta,
domiciliato del mare, accogli in seno il latte di Crono;
sosta, rimira la quiete in risacca negli occhi.

da Cronologia inversa di un andare (pag. 23)

*

Esiste un andare
che bruno scavalla
i doppi sensi.

Cinque per mano, angoli
acuti di conoscenza e cecità, un
andare che si solleva tra i rombi
oscuri delle navi e la prima scia,
fitto di ritorni menzogneri, ferro
doppio come un senso,
un imprevisto o un abbandono.

È la nostalgia delle comete, della loro
ombra
che svezza maree e porti vuoti
e si incastra in gola, insieme ai posti, all’urlo,
ai sensi mai detti,
alle comete.

Esiste un andare, in Tornare all’acqua (pag. 41)

*

Sonorità
infoscano di brezze e cirri
le luci sottocosta, simulacri di
Nereidi dalle bianche frequenze,

afrori
d’incorrotti empirei
vissuti e atomici
come l’urgenza del sale
tra il pane e la lingua
o l’urgenza della tua schiena
come uno scalmo
per le mie membra.

Inconciliabile attrazione
tra siccità e desiderio:
feroci incedono
i corpi
tra i neri
infetti di luna;

le mani a lungo docili
si narrano, spiate da marosi
ubbiati e torvi
a bordocosta.

Così si resta,
da remote inquietudini e
sonorità sommersi,
ormai pronti all’annotto.

Bianche frequenze, in Tornare all’acqua (pag. 49)

*

[…]
Ma da venute che scuotono illusioni
ad andate che altrettante ne cancellano,
più accosto, più largo s’insedia il cuore, arroccato
ove i pendii fanno spalla
ai tramonti, o su uno sterno sfregato
da Perseidi innamorate del proprio lampo,
dirimpetto al mare.

da Biancazita, in Tornare all’acqua (pag. 50)

*

The sea has many voices
Many gods and many voices.
T. S. Eliot, Dry Salvages, Four Quartets

Non so granché delle marittime,
del salmastro che scompone ere e
toni; ciò che è vero ritto implode e io
approdo tra i ferali morsi d’acqua
a cerchi e larve, di schiena alla Scogliera,
scontenta degli spruzzi color brusco

c’era il Devonshire, e dall’altra parte
altre scogliere.

Ma sarà, consideri, che il mare asciughi quest’umido
Chissà
perché mi torna in mente il Fenicio
il Fenicio e le sue parole
di Marinaio negli annegati occhi fenici;
di schiena alla scogliera smotto qualche ventre
da sempre spero non sia il tuo.

Quando torni all’acqua ci devi stare:
interamente. Nel cordame e tra gli spruzzi, in cima
ai curvilinei dei gabbiani, a certi
palazzi senza più porte e a un intermezzo
di marine, sapendo

La scogliera non ripara dai colpi di vento.

[…]

da La Scogliera (Omaggio a T. S. Eliot), in Tornare all’acqua (pag. 53)

*

La nave ha sbagliato ormeggio, cercava
un porto invece ha trovato Noi, Medusa:
tu un busto, io un’inclinazione
della terra in avanti, una corrente disconosciuta
delle lande plagiate dal ghiaccio, estreme
e riluttanti alla conoscenza, come te e forse
come me, Medusa: interrotte a luna piena,
esuli in passati che combustionano
madri e ci abortiscono, così, come falene
partorite da un albore. Mi hai assicurato che
vanità non ti possedeva, esitai per onestà:
poi ti seguii, correndo satura e fertile, eccitata
dai tuoi capelli e dai tuoi zigomi
in controluce, ossidiana
alle coste del meriggio. Naturale che
si ravvolgesse l’ombra di spalla
introvabile tra le figure delle pleiadi a
pomeriggio inoltrato: eri già impetrata
e io
t’ho ninnato come un pianeta da nascere
sottilmente complice
e sopravvivente illusa.

La nave ha sbagliato ormeggio, in Battiti radiali (pag. 78)

*

La storia non poteva essere che questa, sostieni:
densa di epiloghi, sfinita: lo credi davvero?
Presumo sia stato un errore
supporre che ogni inizio inizi, che ogni fine
finisca: ché la vita prosegue
ciò che la morte mantiene e la morte rinverdisce
ciò che la vita tralascia.
Un verticale, ineluttabile
colpo di tosse tra l’eternità
e il Verdemare.

da Verdemare – II (A te che ti ostini), in Verdemare (pag. 104)

*

Dei fantasmi delle penombre
essere vivi per ammissione
– un tragitto, uno sproloquio,
un insetto turbinante sul vetro –,
del nero poggiato sulle spalle
colluso alla composta maggioranza
che traversa i ponti i segni le contrade,
traversa gli incroci cui affidarsi a occhi aperti,
i fantasmi sospesi su un elenco del telefono
che squilla giù in basso, più bianco,
di un reperto di gioia lungo i fianchi;
meraviglia d’incontri mancati
ad annudare ogni atto con troppe personae,
e il nastro che trilla su un ramo
abbandonato in conversati tramonti,
il decalogo del NonAscolto, gli ieri asincroni
in carteggio
– avrei voluto incontrarti in un naufragio anteriore –
questo idioma a voci nulle
di fantasmi costretti all’esistenza –
– il sesso amorfo del silenzio.

da Vivi per ammissione, in Verdemare (pag. 106)

*

*

(articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (24) A Venezia con Verdemare di Alba Gnazi

Michele Paoletti legge “In che luce cadranno” di Gabriele Galloni

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Nella sua seconda raccolta poetica, In che luce cadranno (RP libri, 2018) Gabriele Galloni sceglie di percorrere una strada complessa. Queste poesie brevi eppure dense parlano dei morti, in equilibrio tra il loro essere e il loro essere stati. Colpisce come Galloni focalizzi l’attenzione sulla presenza degli assenti, sui loro corpi fatti di carne, ossa, polvere. I versi oscillano con perizia tra ironia e stupore, tra i vuoti e i pieni che i morti lasciano, le domande di cui neppure loro conoscono la risposta. Nota Melania Panico che “i due mondi siano perfettamente intercambiabili, le stesse ostilità, le stesse rese, le stesse maschere” in una prospettiva in continuo rovesciamento, dove la morte non è il termine della vita stessa ma il suo opposto, il contrario, il lato buio dello specchio. Solo che i morti ritornano e dimenticano, scordano nomi e soprannomi, a loro e soltanto a loro Galloni concede la dimenticanza come una sorta di libertà dalla vita. Chi resta può solo affinare l’orecchio cercando di afferrare la musica dei morti incisa tra un passo e un altro mentre nel continente / si va un giorno avanti e due a ritroso.

Michele Paoletti

 

*

I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile
della conversazione. Sanno amarci

con una mano – e l’altra all’Invisibile.

 

*

I morti vanno in cerca di riposo
l’uno dell’altro facendosi carico
inutilmente; ché nel continente

si va un giorno in avanti e due a ritroso.

 

*

I morti cagano, pisciano come
i vivi. Solamente che faticano
a rispondere a tutte le domande

che gli vengono fatte. Preferiscono
ricordarsi di un nome,
scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.

 

*

Ci basterebbe credere a una riva;
a una luce che vada scomparendo
dietro gli scogli; o che un morto riviva,

che si perda tornando.

 

*

I morti hanno fiducia nella sorte.
A notte fonda salgono sugli alberi
del tuo giardino; li trovi che all’alba
non sanno come scendere dai rami.
Li vedi; non ti vedono. Li chiami
e non ti sentono. Li aiuti – scendono.

Ogni notte ritornano e dimenticano.

 

*

Certo. I morti si danno soprannomi.
Però li scordano immediatamente.
Ché al poco – buona grazia – preferiscono
il niente.

 

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Gabriele Galloni, In che luce cadranno, RP libri, 2018

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto: fonte web

Michele Paoletti legge “In che luce cadranno” di Gabriele Galloni