Il Promontorio (35) Non in mio nome s’innalzino barriere

 

Una spiaggia della penisola, tra antiche difese da mar. Raggiunta da lontano, con un vetro sottobraccio, in un tardo pomeriggio imprecisato per le onde, preciso e implacabile per gli uomini e le donne.
Confini sbandierati quanto mediatici; e conseguenze reali indicibili.
Il mare si frange sul vetro d’indifferenza, risacca e impasto d’acqua, sabbia, alghe.
Per via di porre, per via di levare.
Non in mio nome s’innalzino barriere, muri, arsure di sale impietose. Non in nostro nome asprezze e frontiere interiori.
Nostra battaglia pacifica sia l’apertura.

Articolo a cura di G. Asmundo
Fotografia di S. Paggioro e G. Asmundo

Il Promontorio (35) Non in mio nome s’innalzino barriere

Ogni goccia è mare #8: Tempesta emotiva

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Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

*

Dimezzata la morte – ammazzata due volte
Olga, come ti appendi al collo mio e di tutte
come appalti allo sterno
mio e di tutte il tuo appello senza timbro.
Perciò intreccio un setaccio a mani nude
lego voce e respiro il costato e la lingua
per levare il lenzuolo dell’onta dal tuo viso
fabbrico nuovo un crivo – scrivo per altra cernita
la dimezzata sorte sigillo del mio genere
ma, Olga com’è greve
come fa freddo il ferro al collo mio e di tutte
la giustizia strozzata – la pronuncia attenuata
la tempesta emotiva la bestia motivata
è un inverno che intenebra la linea delle schiene
e attossica il sereno. Olga, perciò
setaccio lemmi e lutto lo faccio a mani nude
per trarne stigma e sangue
fioretto di memoria
perché non se ne attenui il diametro stringente
al collo mio e di tutte – Olga, per tutti e tutte
scrivo un cappio di tenebra a memoria
un nodo sulla pena: Olga, che questo è stato
l’attenuata misura data a bere
è misura di stato
è stato, e questo è stato
un passo pedagogico potente
tempestivo ripasso a ridosso dell’ora
di mimesi di miti di minuetti e mimose
voi protestate tesi, noi ripassiamo assiomi
degli uomini la legge strangola la giustizia
la nuda proprietà della tua carne
per bilancia e per spada si dimezza a dovere
potere del setaccio patriarcale
le maglie strette occluse dal tetano letale:
di qua la mano oscura la rognosa questione
di là la raffinata insofferenza
già in foggia di morale assoluzione

Patrizia Sardisco

*

Forse alla parola
ma credo alla presenza.
Presenza indistruttibile
che sia dire o tacere
di certo non si arretrerà di un passo
sui diritti.
Che sia una voce muta o cristallina
si resti a sostenere il fianco caldo
la mano stretta a confortare il braccio
di sorella, di fratello. Non distinti.
Reggendo briglie dei precedenti
frenando il doppio assassinio verbale
di chi sminuisce ogni senso attraverso
lessico da tinte rosa
legittimando orrori compiuti
è questa la decostruzione
al galoppo.
Forse una dolce parola sodale
rifonderà un comune sentire.
La parità di ognuno è cosa ferma
conquista in discussione in tempi grevi
che occorre rinsaldare in fiume d’oro.
La proprietà di carne è inammissibile
coraggio, nostra voce, nostre dita
sfavilliamo.

Gianluca Asmundo

*

Shreds

Coro

 

eccole le macerie
da saltarci sopra
da assaltare predare fare
scempio pezzo a pezzo
a piedi uniti ferrati pesanti
saltare
sopra sterno gola testa reni
saltare sul pube e sulla bocca
non lasciare che strazi goccianti
carogna di golose oscenità
a seno aperto
a cielo scoperto


Signora


-era
la mia vita –

 

 

Gendarmi

 

così come l’abbiamo trovata
signore
così come si presentava
la scena del misfatto
del crimine della colpa dell’osceno
delitto un po’
scomposta, signore, un po’
esposta in vista lasciata a corrompere
gli occhi di chi guarda
così contorta signore
come l’abbiamo trovata
come si presentava
smembrata storta distrutta
bellissima


Anomen

le iridi.
la palpebra.
cornee e cristallini.
ciglia, sopracciglia, arcate
piano piano
con metodo
con tenacia voluttà e pazienza
parte dopo parte
 l e n t a m e n t i s s i m a m e n t e
portarti via tutto

-non conosco altro modo
per avere dentro
il tuo sguardo-


Coro

che i figli non vedano
che i figli non sappiano
la tela opaca del tempo
nessuna presa, oh!,nessuna resa


quel viso perfetto
l’immane schianto
quell’invitta bellezza
anche da morta


lasciano fiori e biglietti
crescono steli
anemoni d’aprile
violaciocche e ciclamini
lì dove le dita
dove intatta la schiena nel solco accolta
sembrava quasi dormisse
magari dormiva
ha dormito
tutto il tempo

non fosse per gli occhi

non ditelo ai figli
non glielo dite mai


di quegli occhi
sempre aperti


Anomen

e il cuore e il ventre e la pelle che copre
il petto
tra la gola e l’intestino
che gorgoglia dove la notte infila sapori

volevo esploderti dentro
così tacevo
perché mi udissi


eri la notte e il suo sapore
no che non te l’ho mai detto
potevo? io volevo
incorpare ogni frammento di quella vita con te
ma tu mi guardavi
non avevi che
gli occhi
che un giorno ho coperto, ricordi?

e anche così
riuscivi a guardarmi.


Coro

così larvale il cielo a terra in giù
e freddo. –


Signora

chi stava morendo?
chi ha cominciato?
chi era rimasto?
chi stava dove?
chi diceva ancora
sì?
chi ancora avrebbe
detto sì?

Coro


col cielo a terra in giù
continuando a dire sì



Anomen

Avere dentro, avere mio e per me solo
il tuo sguardo

Signora


Era
la mia vita.

 

Alba Gnazi

 

 

 

 

(Articolo a cura della Redazione)

(foto: fonte web)

 

Ogni goccia è mare #8: Tempesta emotiva

Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

“Zerbini verdi – vodorosli”, 2018

 

Testi tratti da Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, 1989 – traduzione di Gilberto Forti

Fotografie di G. Asmundo, Venezia, 2018

***

2
Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero. Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per altri, gli aromi natalizi degli aghi di pino e dei mandarini. Per me, sono le alghe marine sotto zero – un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che associa in sé il mondo vegetale quello acquatico (il russo ha una parola meravigliosa, vodorosli), un po’ per la vaga incongruenza e nascosto dramma subacqueo che questo nome comporta. Ognuno si riconosce in certi elementi; al tempo in cui aspiravo quell’odore sui gradini della Stazione i drammi nascosti e le le congruenze erano, decisamente, il mio forte. […]

3
Un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze – metano? carbone? zolfo? azoto? secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. È una questione di molecole, e la felicità, suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda.
Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole, con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di cui, da una parte all’altra, l’infinito ritagliava l’estremità. Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione, e lì il lampione distava solo venti metri. […]

6
Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio. Sui due lati, con l’acqua nera come pece fino al ginocchio, si levano gli enormi stipi intagliati di scuri palazzi ricolmi di tesori insondabili – oro, con ogni probabilità, a giudicare dal bagliore giallo, un tenue bagliore elettrico che trapelava di tanto in tanto da qualche fessura delle imposte. L’atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico, per essere precisi; ero entrato in quell’infinito che contemplavo dai gradini della Stazione, e ora avanzavo tra i corpi dei suoi abitanti, passavo davanti al capannello di ciclopi assopiti che ogni tanto, nell’acqua nera che li cingeva, alzavano e poi abbassavano una palpebra. […]

7.
Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì, e a dirtelo non sono tanto gli occhi, gli orecchi, il naso, il palato o il palmo della mano quanto i piedi, i quali assumono, stranamente, la funzione di un organo dei sensi. L’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità, specialmente di notte, quando la sua superficie somiglia a un selciato. Per quanto solido sia ciò che lo sostituisce sotto i tuoi piedi – il ponte di una nave –, sull’acqua stai un po’ più attento che a terra, tutte le tue facoltà sono chiamate a una maggiore vigilanza. Sull’acqua, per esempio, non ti lasci distrarre come per strada: le gambe ti tengono sotto costante controllo, te e le tue risorse, in costante equilibrio come se tu fossi una specie di bussola. Be’, forse questo intensificarsi delle tue risorse, sull’acqua, è davvero un’eco remota e tortuosa dei nostri cari, vecchi cordati. […]

 

“Omaggio al cap. 12 di Fondamenta degli Incurabili”, 2018

 

12
Comunque sia, non verrei mai qui d’estate, neanche sotto la minaccia di una pistola. Sopporto poco il caldo, e ancor meno le violente emissioni di idrocarburi e ascelle. E poi mi danno i nervi le mandrie in pantaloncini […]: per l’inferiorità della loro anatomia rispetto a quella delle colonne, delle lesene, delle statue; perché la loro mobilità e tutto ciò che essa esprime stride troppo con la stasi del marmo. Devo essere uno di quelli che preferiscono la scelta al flusso, e la pietra è sempre una scelta. In questa città un corpo umano, per quanto ben dotato, dovrebbe sempre, secondo me, essere mascherato dei vestiti, se non altro perché si muove. I vestiti sono forse la nostra unica approssimazione alla scelta del marmo.
[…]
È colpa – o merito – delle vedute e delle prospettive veneziane, perché in questa città un uomo conta più della sua silhouette che per i suoi connotati individuali, e una silhouette si può migliorare. E anche colpa – o merito – di tutto questo marmo, pezzi di marmo, intarsi, capitelli, cornicioni, rilievi, modanature, nicchie abitate disabitate, santi, non santi, vergini, angeli, cherubini, cariatidi, frontoni, balconi con i loro robusti polpacci al vento, e relative finestre, gotiche o moresche. Perché questa è la città dell’occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate. Il modo in cui le sfumature e i ritmi delle facciate e cercano di addolcire i colori e disegni sempre cangianti dell’acqua, basta questo perché tu corra ad agguantare una sciarpa fantasia, una cravatta insolita o che altro […]. E, in penultima analisi, l’occhio non sbaglia neanche tanto, se non altro perché lo scopo comune tutte le cose qui è sempre lo stesso: farsi vedere. E, in ultima analisi, questa città è un vero trionfo del cordato, perché quell’occhio, il nostro unico organo grezzo, quello più simile a un pesce, quello che nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. La sua gelatina esposta indugia con gioia atavica su tutte le meraviglie riflesse nell’acqua, palazzi, tacchi a spillo, gondole, eccetera, riconoscendo in sé – e in nessun altro – il grande strumento che le fatte affiorare alla superficie dell’esistenza.

13.
D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno consolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro. (La speranza, diceva Francesco Bacone, è una buona colazione, e una pessima cena). Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; delle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l’ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, quel profilo dei campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo. Per non parlare dei gabbiani dei colombi che ora accorrono per mettersi a fuoco, ora si dissolvono nell’aria. […]
Comunque, la gente ama il proprio melodramma più dell’architettura, e io non mi sento minacciato. È incredibile che la bellezza sia quotata meno della psicologia, ma fintanto che le cose stanno così riuscirò per mettermi questa città – ci riuscirò, in altre parole, sino alla fine dei miei giorni, e magari anche nell’altra vita.

 

Come porcellane, 2018

 

***
**
*

(Articolo a cura di G. Asmundo)

 

 

Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

Giorno della Memoria 2019

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Edith Birkin – A Camp of Twins, Auschwitz

 

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria”  sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere. (legge n. 211 del 20 luglio 2000)

 

a questi versi affidiamo  il nostro contributo di presenza e memoria

 

*

c’era mastodontica primavera, pisciata a fiori rosa sui selciati; misture di aprile, ossi e viandanza.

il selvatico con bisacce di rami spezzava gli occhi e parlava vento, diceva: fruga, sul petto ospiti il verde, e più vicino bisbigliava:

non è solitudine se non ascoltare sott’acqua, ascoltare, da sotto ascoltare, con l’acqua a frange ed echi, e una cima un po’ più su.

LaDonna aveva un numero sul petto.

non ti chiedono il nome, ripeteva, ma di metterli al centro, osannarli, divinità di pelle e odori, la pelle in quell’odore, una primula dov’era inverno, poi il cancello chiuso, l’immane dentro, d’un tratto tutti sul sentiero, in fretta fuori e sul sentiero. Nessuno è sbiadito. Nessuno è caduto.

 

ma non si guarisce, sai, dal Lontano.

LaDonna scosta il bianco dall’unghia. Fissa socchiusa la finestra.

Il Lontano fredda ogni notte sul collo. Si torna: e tutto si guarda come da un’assenza, alta irraggiungibile assenza; piattezza col tempo in mezzo, e davanti un corpo.

il silenzio costruito a fiati e cerchi, a terra e occhi, mura brillanti di spifferi, e il corpo attorno. mai soli.

sola torni, e quel silenzio ti piomba al Lontano

da un nuovo Lontano lo guardi

sei finita lì

 

Qualcuno racconta un’altra storia.

Qualcuno non crede.

Il numero prude. A volte ancora prude.

 

LaDonna ha mani spesse insonnia e consolazione, mani larghe posate dove forte la terra: forza che snatura spalle piccole, che intatto mostra il cuore ripido del tempo.

 

La ascolto, ferma al suo Lontano.

Identico il Lontano da cui ora vedo.

Sono finita lì.

Alba Gnazi

 

*

Scriviamo, sì, contiamo e camminiamo
offrendo fronte al cielo, gli occhi secchi
per la memoria viva, infuturata.
Presenti alla realtà, crosta salina
sul deserto. Eppure vividi germogli
squarcio di notte, sbaraglio d’aurora
raggiunti da una luce bassa, rossa
rincorsa crepitante sulla terra.
Contiamo come cunto, come canto
di storia bella e tragica
ferraglie di sincerità
e trasmissione orale
di noi cosa rimane oltre due carte
o muti oggetti
se non lo spazio aperto di tre generazioni
se non una parola chiara, tersa
imboccata
e il patrimonio salvo
di chi abbia pronunciato e chi ascoltato
cadrà su spalle ricche
giovani gambe per affrontare il tempo
di orme impresse su una neve assente
di bombe odierne schianto sul passato
di calcestruzzi issati e spine a mano
di sogni e di materia e fresca estate
di dolce ruscellare le speranze.
Chissà se opporre cura
carezza continuata
poesia che non si spezzi come pietra oblio
scrittura che resista, esista
al margine del sole
chissà se avrà funzione o anche valore.
Non scalderà una tenda gela
né salverà da alcuna fame o dramma
ma un palpito nel buio
di labbra che tocchino umide un orecchio
o una grafia a matita in riva a un lago
potrà suonare corde
nel più inatteso frangersi di mondo.

Gianluca Asmundo

*

La casa è un lento piovere protetto
tutto appare così, esterno e lontanissimo
la polvere sui libri disattesi
le voci che dissolvono il macello
in calibri opinabili, in dimensioni in numeri
in narrazioni opposte. L’ermeneutica è tana
liberi tutti. Eppure
non così a lungo sembrava aver piovuto
da dilavare gli occhi alla paura
colmarne le orbite svuotate
nelle fosse comuni. E invece è un mare.
E uno sterminio appena meno algebrico
scava intorno alla casa nel fatuo del tepore.
Senti come ogni goccia fa il tuo nome
il nome di tuo figlio addormentato
nella stanza più prossima al dirupo.
Trattieni il fiato, fanne traduzione.
Ostensione di nomi per le cose
perché resista e arda ciò che ancora si spezza
tra i vivi orbi e i morti senza voce.
Manda a memoria a fuoco crepitando
l’uguale mattatoio tra inferno e inferno
nell’angusto cantuccio che collassa
nel punto equidistante tra la Libia e Auschwitz.

Patrizia Sardisco

 

(articolo a cura della redazione)

 

(foto: fonte web)

Giorno della Memoria 2019