Francis Ponge

ponge

Le more

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.

*
Neri, rosa, e kaki insieme sul grappolo, offrono lo spettacolo di una famiglia burbera in età diverse piuttosto che una viva tentazione a coglierle.
Vista la disproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li gustano poco, tanta poca cosa resta in fondo quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

*
Il poeta invece nel corso della sua passeggiata professionale ne fa giustamente il proprio modello: «Così dunque, si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore molto fragile benché da un arcigno intricarsi di rovi difeso. Senza molte altre qualità – more, perfettamente more sono, e mature – come anche questa poesia è fatta».

 

Il fuoco

Il fuoco classifica: all’inizio tutte le fiamme vanno in qualche senso…
(Solo all’andatura degli animali si può paragonare quella del fuoco: deve lasciare un posto per occuparne un altro; cammina come un’ameba e come una giraffa insieme, balza con il collo, striscia con il piede)…
Poi, mentre le masse metodicamente contaminate crollano, i gas sprigionati mutano mano a mano in un’unica ribalta di farfalle.

 

La farfalla

Quando lo zucchero elaborato nei gambi emerge nel fondo dei fiori, come tazze mal lavate, – un grande sforzo si svolge al suolo da cui le farfalle di colpo prendono il volo.
Ma da quando ebbe ogni bruco la testa accecata e lasciata nera, e il tronco dimagrito dalla vera esplosione in cui presero fuoco le ali simmetriche.
Da quel momento la farfalla erratica non si posa più, se non alla ventura, o quasi.
Fiammifero volante, il suo fuoco non è contagioso. Del resto, arriva troppo tardi, e può solo costatare i fiori sbocciati. Non importa: comportandosi da lampista, verifica per ciascuno la provvista di olio. Depone sulla cima dei fiori il cencio atrofizzato che porta con sé e vendica così la sua lunga amorfa umiliazione di bruco ai piedi dei gambi.
Minuscolo veliero dell’aria maltrattato dal vento quale petalo in soprannumero, vagabonda in giardino.

 

da Fauna e flora


*
La bellezza dei fiori che appassiscono: i petali si torcono come sotto l’effetto del fuoco: del resto è di questo che si tratta: di una disidratazione. Si torcono per lasciar intravedere i semi ai quali decidono di dare una chance, il campo libero.
È allora che la natura si presenta davanti al fiore, lo costringe ad aprirsi, ad allargarsi; questo si raggrinza, si torce, indietreggia, e lascia trionfare il seme che esce da se stesso, che lo aveva preparato.

*
Il tempo dei vegetali si risolve nel loro spazio, nello spazio che essi occupano a poco a poco, riempiendo un canovaccio probabilmente da sempre determinato. Quando è finito, allora la stanchezza li prende, e ha luogo il dramma di una certa stagione.
Come lo sviluppo dei cristalli:una volontà di formazione, e un’impossibilità a formarsi se non in una sola maniera.

*
Il vegetale è un’analisi in atto, una dialettica originale nello spazio. Progressione per scissione dell’atto precedente. L’espressione degli animali è orale oppure mimata con gesti che si cancellano a vicenda. L’espressione dei vegetali è scritta, una volta per tutte. Non v’è modo di tornarci su, pentimenti impossibili: per correggere bisogna aggiungere. Correggere un testo scritto e pubblicato, per mezzo di appendici, e così via. Ma bisogna aggiungere che i vegetali non si scindono all’infinito. Per ciascuno esiste un limite
Ogni loro gesto lascia non solamente una traccia, come per l’uomo e i suoi scritti; lascia una presenza, una nascita irremediabile , e non seperata da loro.

*
I vegetali di notte.
L’esalazione dell’acido carbonico per la funzione clorofilliana, come un sospiro di soddisfazione che durasse ore, come quando la corda più bassa degli strumenti a corde, più allentata che si può, vibra al limite della musica, del suono puro, e del silenzio.

il partito preso
Francis Ponge, Il partito preso delle cose, a cura di Jacqueline Risset, Einaudi

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Foto fonte web

Francis Ponge

Zbigniew Herbert: L’epilogo della tempesta

POLISH POET ZBIGNIEW HERBERT FILE PHOTO

*
Un cuore piccolo

Il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

nel momento meno opportuno
quand’ero ormai sicuro
di aver dimenticato tutto
le sue – le mie colpe

eppure come gli altri
volevo cancellare dalla memoria
i volti dell’odio

la storia mi confortava
io combattevo la violenza
il Libro diceva
– era lui Caino

tanti anni paziente
tanti anni inutilmente
ho pulito con l’acqua della pietà
la fuliggine il sangue le offese
perché la nobile bellezza
il fascino dell’esistenza
e forse persino il bene
dimorassero in me
eppure come tutti
desideravo tornare
alla baia dell’infanzia
al paese dell’innocenza

il proiettile che ho sparato
da un piccolo calibro
nonostante le leggi di gravitazione
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle
come volesse dirmi
che niente e nessuno
sarà perdonato

e così adesso siedo solitario
sul tronco di un albero tagliato
nel centro stesso
della battaglia dimenticata

io ragno grigio intesso
riflessioni amare

su una memoria troppo grande
su un cuore troppo piccolo

 
*
A Celasw Milosz

1
Sulla baia di San Francisco – le luci delle stelle
al mattino la nebbia che divide il mondo in due parti
e non si sa quale sia migliore più importante e quale peggiore
nemmeno in un sussurro si può pensare che siano uguali

2
Gli angeli scendono dal cielo
Alleluia
quando dispone
inclinate
rarefatte nell’azzurro
le sue lettere

 
*
Kant. Gli ultimi giorni

Questo – natura – proprio non testimonia la tua
magnanimità
e se non sei magnanima
potresti anche non esistere

Proprio non potevi offrirgli una morte improvvisa
come il crepitio di una candela
come una parrucca che scivola a terra
come il breve viaggio di un anello
su un tavolo liscio
che rotea rotola
infine si ferma come uno scarabeo
morto

E allora perché quei giochi crudeli
con un vecchietto
la memoria svanita
il risveglio incosciente
il terrore notturno
non era lui che aveva detto
«attenzione ai brutti sogni »
lui che sulla testa ha un ghiacciaio grigio
e al posto dell’orologio da tasca – un vulcano

È di pessimo gusto
imporre a chi
si esercita nel mestiere di fantasma
di diventare – improvvisamente –
uno spettro

 

*
Tommaso

Qui hanno appoggiato la lama sul corpo
proprio qui
e hanno spinto
e c’è un ricordo
che urla in tutte le lingue del pesce
– la ferita –

Il viso concentrato
i solchi sulla fronte
la luce bluastra del mattino
fredda e avversa

La mano del Maestro
guida dall’alto
l’indice di Tommaso

dunque è permesso il dubbio
consentita la domanda
dunque vale qualcosa la fronte
corrugata di Leonardo
le mani impazienti
invocate in aiuto

 
*
Dodicesimo piano

In memoria di Jan Lechon

Tutti i sorrisi
tutta l’amarezza
le percosse in viso e le carezze
i biglietti del tram e le lettere d’amore
le tasche vuote e il frullio del cuore
stanno in piedi sulla finestra aperta
dell’hotel Hudson

adesso tutto questo
si alza in punta di piedi
prende posto
sul rischioso promontorio
tra il muro e l’aria

verso cui si avvia il poeta
con le braccia spalancate

com’è disordinato
questo viaggio

prime corrono le mani
che fiutano la via migliore
e la testa piegata in avanti
vola sulle scale troncate
e dietro a una certa distanza
le vista che si è fermata a metà
e il pensiero conficcato in profondità come un respiro
e il tronco pesante come una campana divelta
infine tutto ciò che non è vestito di pelle
il rimpianto una conversazione interrotta una bolletta non pagata
e alla fine i versi
i versi volano più a lungo
ma anche loro alla fine cadranno

chi poteva prevedere la catastrofe
il corpo era prosciugato
e non era quella terra ad attrarlo

cade tra la follia impermeabile
gli steli dei calzoni gli crescono intorno
si sdraia su una lastra di pietra

quella non era la via più breve
dall’alta vetta degli anni e dei piani
il poeta è sceso nella valle terrena

da L’epilogo della Tempesta, Adelphi, 2016

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto: fonte web

 

Zbigniew Herbert: L’epilogo della tempesta

Iosif Brodskij : POESIE ITALIANE

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*

Da LAGUNA

Sgravato per un po’ dal peso, un ligneo laocoonte
mette le spalle sotto l’immensa nube. Raffiche taglienti
dal promontorio. Urlando, la voce si sforza
di trattenere le parole nei confini del senso.
Torrenti di pioggia: corde ritorte sferzano i monti
come clavicole ai bagni turchi.
Dietro avanzi di colonne del Medinverraneo
si muove – salata lingua dietro denti rotti.
Il cuore inselvatichito continua a battere per due.
In alto mare i pesci che non pigliano i dormienti.
Sta immobile il domani dopo l’oggi
come dopo il soggetto il predicato.

1976

*

Da DICEMBRE A FIRENZE

L’uomo si trasforma in fruscio di penna sulla carta, anelli
occhielli, cunei di lettere e, poiché il foglio è scivoloso,
in virgole e punti. Pensare solo quante volte
scoprendo una « v » in una parola mediocre
la penna è inciampata e ha disegnato rondinelle!
Ossia: l’inchiostro è più onesto del sangue,
e un volto al buio con le parole fuori – Dio sa
quanto più in fretta si asciugano gli umori! –
ride come carta spiegazzata.

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*

Da ELEGIE ROMANE

Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell’amica lunghegambe.
Io, cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Piazza gialla: stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustra riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo: nelle sue occhiaie vuote
nuotano le nuvole, ricordo dell’antico greggie.

*

Da PROCIDA

Baia perduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti di lenzuola, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.

Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco la stella.

1994

 

 

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Iosif Brodskij : POESIE ITALIANE

T.S.ELIOT, FRAMMENTI

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Thomas Stearns Eliot 

Mr T.S.Eliot, he gone – 4.1.1965

 

PRELUDI

 

I

La sera d’inverno si posa

Con odore di bistecche nelle strade.

Le sei.

Lucignoli consunti di giorni fumosi.

E ora un tempestoso scroscio avvolge

Gli avanzi sudici

Delle foglie appassite attorno ai vostri piedi

E giornali da lotti da vendere;

Gli scrosci battono

Sulle persiane rotte e sui fumignoli,

E all’angolo della strada

Un solitario cavallo da vettura fuma e scalpita.

E poi l’accensione dei fanali.

 

II

Il mattino si svela alla coscienza

Con lievi odori acidi di birra

Dalla via ricoperta di segatura pestata

Con tutte le impronte fangose dei piedi che s’affrettano

Verso i caffè mattutini.

Con l’altre mascherate

Che il tempo riassume,

Si pensa a tutte le mani

Che alzano ombre scure

Su migliaia di stanze ammobiliate.

 

III

Tirasti giù la coperta del letto,

giacesti sul dorso, in attesa;

Sonnecchiasti osservando la notte che svela

Le mille immagini sordide

Di cui era composta la tua anima;

tremolavano contro il soffitto,

E quando tutto il mondo ritornò

E la luce strisciò fra le imposte

E udisti i passerotti nelle gronde,

Avesti una visione della strada

Che a stento la strada comprende;

Seduta sulla sponda del tuo letto

Togliesti dai capelli i bigodini, o stringesti

Le piante gialle dei piedi

Nel palmo delle mani sporche.

 

IV

L’anima sua si tendeva nei cieli

Che dietro un blocco cittadino svaniscono,

Oppure calpestata da piedi insistenti

Alle quattro e alle cinque e alle sei;

E corte dita quadrate riempiono le pipe,

E giornali della sera, e occhi

Resi sicuri da certezze indubbie,

La coscienza di una strada annerita

Impaziente di assumere il mondo.

Io sono mosso da fantasie che s’attorcono

Attorno a queste immagini, e s’attardano:

La nozione di qualcosa che è infinitamente

Dolce e infinitamente soffre.

 

Strofinatevi la mano sulla bocca, e ridete;

I mondi ruotano come antiche donne

Che raccolgono legna in terreni da vendere.

 

***

 

RAPSODIA SU UNA NOTTE DI VENTO

 

Mezzanotte.

Per tutti i rettilinei delle strade

Serrate in una sintesi lunare,

Incanti lunari che bisbigliano

Dissolvono i piani della memoria

E tutte le sue chiare relazioni,

Le sue divisioni e precisioni,

Ogni lampione che oltrepasso

Batte come un tamburo fatale,

E attraverso gli spazi del buio

La mezzanotte scuote la memoria come

Un pazzo scuote un geranio appassito.

 

L’una e mezzo,

Il lampione sfrigolava,

Il lampione borbottava,

Il lampione diceva, ‘’Guarda quella donna

Che esita verso di te nella luce della porta

Che s’apre su di lei come un sogghigno.

Vedi l’orlo della sua veste

Come è strappato e sporco di sabbia,

E vedi l’angolo del suo occhio

Che si torce come uno spillo ricurvo.’’

 

La memoria rigetta e dissecca

Un ammasso di cose distorte;

Un ramo curvo

Sopra la spiaggia

Tutto consunto e polito

Come se il mondo portasse in superficie

Il segreto del suo scheletro,

Rigido e bianco.

Una molla rotta nel cortile di una fabbrica,

Ruggine che s’afferra

Alla forma che la potenza ha lasciato

Dura e arricciata e pronta a spezzarsi.

 

Le due e mezzo,

Il lampione sfrigolava,

il lampione borbottava nel buio.

Il lampione ronzava:

‘’Guarda la luna,

La lune ne garde aucune rancune,

Strizza il suo occhio languido,

Sorride negli angoli.

Liscia la chioma dell’erba.

La luna ha perduto la memoria.

Un vaiolo slavato le screpola la faccia,

Attorce con la mano una rosa di carta,

Che profuma di polvere e d’eau de Cologne,

È sola

Con tutti gli antichi profumi notturni

Che le incrociano e incrociano dentro il cervello.’’

Viene reminiscenza

Di aridi gerani senza sole

E polvere nelle crepe,

Profumi di castagne nelle strade,

E odori di donna nelle stanze chiuse,

E di sigarette nei corridoi

E di cocktail nei bar.

 

Il lampione disse,

‘’Le quattro,

Ecco il numero sulla porta.

Memoria!

Hai la chiave,

La piccola lampada getta un cerchio di luce sulla scala.

Sali.

Il letto è pronto; lo spazzolino da denti è appeso al muro,

Posa le scarpe davanti alla porta, dormi, preparati alla vita.’’

 

L’ultima trafittura del coltello.

 

(Da Prufrock e altre osservazioni, 1917)

***

 

 

LA TERRA DESOLATA

 

V. Ciò che disse il tuono

 

Dopo la luce rossa delle torce sui volti sudati

Dopo il silenzio gelido nei giardini

Dopo l’angoscia in luoghi petrosi

Le grida e i pianti

La prigione e il palazzo e il suono riecheggiato

Del tuono a primavera su monti lontani

Colui che era vivo ora è morto

Noi che eravamo vivi ora stiamo morendo

Con un po’ di pazienza

 

Qui non c’è acqua ma soltanto roccia

Roccia e non acqua e la strada di sabbia

La strada che serpeggia lassù fra le montagne

Che sono montagne di roccia senz’acqua

Se qui vi fosse acqua ci fermeremmo a bere

Fra la roccia non si può né fermarsi né pensare

Il sudore è asciutto e i piedi nella sabbia

Vi fosse almeno acqua fra la roccia

Bocca morta di montagna dai denti cariati che non può sputare

Non si può stare in piedi qui non ci si può sdraiare né sedere

Non c’è neppure silenzio fra i monti

Ma secco sterile suono senza pioggia

Non c’è neppure solitudine fra i monti

Ma volti rossi arcigni che ringhiano e sogghignano

Da porte di case di fango screpolato

Se vi fosse acqua

E niente roccia

Se vi fosse roccia

E anche acqua

E acqua

Una sorgente

Una pozza fra la roccia

Se soltanto vi fosse suono d’acqua

Non la cicala

E l’erba secca che canta

Ma suono d’acqua sopra una roccia

Dove il tordo eremita canta in mezzo ai pini

Drip drop drip drop drop drop drop

Ma non c’è acqua

 

Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?

Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme

Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca

C’è sempre un altro che ti cammina accanto

Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato

Io non so se sia un uomo o una donna

– Ma chi è che ti sta sull’altro fianco?

 

 

Cos’è quel suono alto nell’aria

Quel mormorio di lamento materno

Chi sono quelle orde incappucciate che sciamano

Su pianure infinite, inciampando nella terra screpolata

Accerchiata soltanto dal piatto orizzonte

Qual è quella città sulle montagne

Che si spacca e si riforma e scoppia nell’aria violetta

Torri che crollano

Gerusalemme Atene Alessandria

Vienna Londra

Irreali

 

Una donna distese i suoi capelli lunghi e neri

E sviolinò su quelle corde un bisbiglio di musica

E pipistrelli con volti di bambini nella luce violetta

Squittivano, e battevano le ali

E strisciavano a capo all’ingiù lungo un muro annerito

E capovolte nell’aria c’erano torri

Squillanti di campane che rammentano, e segnavano le ore

E voci che cantano dalle cisterne vuote e dai pozzi ormai secchi.

 

In questa desolata spelonca fra i monti

Nella fievole luce della luna, l’erba fruscia

Sulle tombe sommosse, attorno alla cappella

C’è la cappella vuota, dimora solo dl vento.

Non ha finestre, la porta oscilla,

Aride ossa non fanno male ad alcuno.

Soltanto un gallo si ergeva sulla trave del tetto

Chicchirichì chicchirichì

Nel guizzare di un lampo. Quindi un’umida raffica

Apportatrice di pioggia

Quasi secco era il Gange, e le foglie afflosciate

Attendevano pioggia, mentre le nuvole nere

Si raccoglievano molto lontano, sopra l’Himavant.

La giungla era accucciata, rattratta in silenzio.

Allora il tuono parlò

DA

Datta: che abbiamo dato noi?

Amico mio, sangue che scuote il mio cuore

L’ardimento terribile di un attimo di resa

Che un’era di prudenza non potrà mai ritrattare

Secondo questi dettami e per questo soltanto noi siamo esistiti, per questo

Che non troverà nei nostri necrologi

O sulle scritte in memoria drappeggiate dal ragno benefico

O sotto i suggelli spezzati dal notaio scarno

Nelle nostre stanze vuote

DA

Dayadhvam: ho udito la chiave

Girare nella porta una volta e girare una volta soltanto

Noi pensiamo alla chiave, ognuno nella sua prigione

Pensando alla chiave, ognuno conferma una prigione

Solo al momento in cui la notte cade, rumori eteri

Ravvivano per un attimo un Coriolano affranto

DA

Damyata: la barca rispondeva

Lietamente alla mano esperta con la vela e con il remo

Il mare era calmo, anche il tuo cuore avrebbe corrisposto

Lietamente, invitato, battendo obbediente

Alle mani che controllano

Sedetti sulla riva

A pescare, con la pianura arida dietro di me

Riuscirò alla fine a porre ordine nelle mie terre?

Il London Bridge sta cadendo sta cadendo sta cadendo

Poi s’ascose nel foco che gli affina

Quando fiam uti chelidon –  O rondine rondine

Le Prince d’Aquitaine à la tour abolie

Con questi frammenti ho puntellato le mie rovine

Bene allora v’accomodo io. Hieronymo è pazzo di nuovo.

Datta. Dayadhvam. Damyata.

Shantih shantih shantih

 

(Sezione conclusiva de La terra desolata, 1922)

 

***

 

OCCHI CHE L’ULTIMA VOLTA VIDI IN LACRIME

 

Occhi che l’ultima volta vidi in lacrime

Attraverso la divisione

Qui nel regno di sogno della morte

La visione dorata riappare

Io vedo gli occhi ma non le lacrime

Questa è la mia afflizione

Questa è la mia afflizione

Occhi che non vedrò mai più

Occhi di decisione

Occhi che non vedrò se non al varco

Dell’altro regno della morte

Dove, siccome in questo,

Un breve tempo gli occhi sopravvivono

Un breve tempo resistono le lacrime

E ci deridono.

 

(da Poesie minori)

 

***

 

ANIMULA

 

”Esce di mano a Dio, l’anima semplicetta”

E volge a un mondo piatto di mutevoli luci e di rumore,

Alla luce e alla tenebra, alla secchezza o all’umido, al gelo o al calore;

Si muove fra le zampe di tavole e sedie,

Alzandosi o cadendo, afferrandosi a baci e balocchi,

Avanza ardita, all’improvviso allarma, si rifugia

Nell’angolo di un braccio o di un ginocchio, pronta a farsi

Rassicurare, prendendo diletto

Del fragrante brillìo dell’albero di Natale,

E diletto del vento, della luce del sole e del mare;

Studia sul pavimento il gioco della luce

E cervi in fuga attorno a un vassoio d’argento;

Confonde il fantastico e il vero,

Lieta di carte da gioco e re e regine,

Di ciò che fanno le fate e i servi dicono.

Il pesante fardello dell’anima che cresce

rende perplessi e offende sempre più, di giorno in giorno;

Di settimana in settimana offende e sempre più

rende perplessi con gli imperativi dell’essere e apparire

E del si può e non si può, del desiderio come del ritegno.

Il dolore del vivere e  la droga dei sogni

Piegano l’anima piccola che siede

Accanto alla finestra dietro all’Encyclopaedia Britannica.

Esce di mano al tempo l’anima semplicetta

Irresoluta e egoista, deforme, zoppicante,

Incapace di spingersi avanti come di retrocedere,

Timorosa della calda realtà, del bene offerto,

Negando il sangue come un importuno,

Ombra delle sue stesse ombre, spettro della sua tenebra,

Lasciando carte in disordine in una stanza polverosa;

Vivendo per la prima volta nel silenzio che segue al viatico.

Prega per Guiterriez, avido di successo e di potere,

Per Boudin saltato in pezzi,

Per chi ha fatto una grande fortuna,

E per chi seguì la sua strada.

Prega per Floret, sbranato dai segugi fra gli alberi di tasso,

Prega per noi e nell’ora della nostra nascita.

 

 

***

 

MARINA

 

Quis hic locus, quae

regio, quae mundi plaga?

Che mari che spiagge che scogli grigi e che isole

Che acqua a lambire la prua

E profumo di pino e canzone di tordo nella nebbia

Che immagini ritornano

O figlia mia.

 

Coloro che affilano il dente del cane, significando

Morte

Coloro che risplendon con la gloria del colibrì,

significando

Morte

Coloro

che siedono nel porcile della soddisfazione,

significando

Morte

Coloro che soffrono l’estasi delgli animali, significando

Morte

 

Son divenuti irreali, ridotti a nulla dal vento,

Da un respiro di pino, e la nebbia del canto dei boschi

Di questa grazia dissolta in  spazio

 

Cos’è questo volto, meno chiaro e più chiaro

Il pulsare del braccio, meno forte e più forte –

Donato o dato in prestito? più lontano delle stelle e più

vicino dell’occhio

Bisbigli e breve riso fra le foglie e i piedi

Affrettati dal sonno, dove tutte le acque si incontrano.

 

Il bompresso schiantato dal gelo e il colore scrostato dal caldo.

Ho fatto questo, ho dimenticato.

E ricordo.

Le sartìe afflosciate e i ferzi fradici

fra un certo giugno e un altro settembre.

Ho fatto questo senza saperlo, semi-cosciente, sconosciuto,

mio.

La travatura dei torelli fa acqua, c’è bisogno di stoppa per le falle.

Questa forma, questo volto, questa vita

Vive per vivere in un mondo di tempo che mi supera;

potessi

Rimettere la mia vita per questa vita, la mia parola per

ciò che non è detto,

Il risvegliato, le labbra aperte, la speranza, i bastimenti nuovi.

 

Che mari che spiagge che isole granitiche verso i miei legni

E il tordo che chiama fra la nebbia

Figlia mia.

 

(da Ariel Poems)

 

 

(Le poesie e i passi qui proposti sono tratti da T.S.Eliot – Poesie a cura di Roberto Sanesi, Bompiani 2016)

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

 

T.S.ELIOT, FRAMMENTI

La Terrazza dei Maestri: Giacomo Leopardi – di Amore, di Morte

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A SILVIA (XXI)

Silvia, rimembri ancora

quel tempo della tua vita mortale,

quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

e tu, lieta e pensosa, il limitare

di gioventù salivi?

Sonavan le quiete

stanze, e le vie dintorno,

al tuo perpetuo canto,

allor che all’opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri

talor lasciando e le sudate carte,

ove il tempo mio primo

e di me si spendea la miglior parte,

d’in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce,

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

le vie dorate e gli orti,

e quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

quel ch’io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,

che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

la vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

un affetto mi preme

acerbo e sconsolato,

e tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

perché non rendi poi

quel che prometti allor? perché di tanto

inganni i figli tuoi?

Tu pria che l’erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella. E non vedevi

il fior degli anni tuoi;

non ti molceva il core

la dolce lode or delle negre chiome,

or degli sguardi innamorati e schivi;

né teco le compagne ai dì festivi

ragionavan d’amore.

Anche perìa fra poco

la speranza mia dolce: agli anni miei

anche negaro i fati

la giovinezza. Ahi come,

come passata sei,

cara compagna dell’età mia nova,

mia lacrimata speme!

Questo è il mondo? questi

i diletti, l’amor, l’opre, gli eventi,

onde cotanto ragionammo insieme?

questa la sorte delle umane genti?

All’apparir del vero

tu, misera, cadesti: e con la mano

la fredda morte ed una tomba ignuda

mostravi di lontano.

 Pisa, 19/20 aprile 1828

 

 

a-silvia-autografo-ii
”A Silvia”, Autografo (Parte II)
a-silvia-autografo-parte-iii
”A Silvia”, Autografo (Parte III)

***

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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AMORE E MORTE (XXVII)

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte

ingenerò la sorte.

Cose quaggiù sì belle

altre il mondo non ha, non han le stelle.

Nasce dall’uno il bene,

nasce il piacer maggiore

che per lo mar dell’essere si trova;

l’altra ogni gran dolore,

ogni gran male annulla.

Bellissima fanciulla,

dolce a veder, non quale

la si dipinge la codarda gente,

gode il fanciullo Amore

accompagnar sovente;

e sorvolano insiem la via mortale,

primi conforti d’ogni saggio core.

Nè cor fu mai più saggio

che percosso d’amor, nè mai più forte

sprezzò l’infausta vita,

nè per altro signore

come per questo a perigliar fu pronto:

ch’ove tu porgi aita,

Amor, nasce il coraggio,

o si ridesta; e sapiente in opre,

non in pensiero invan, siccome suole,

divien l’umana prole.

Quando novellamente

nasce nel cor profondo

un amoroso affetto,

languido e stanco insiem con esso in petto

un desiderio di morir si sente:

come, non so: ma tale

d’amor vero e possente è il primo effetto.

Forse gli occhi spaura

allor questo deserto: a se la terra

forse il mortale inabitabil fatta

vede omai senza quella

nova, sola, infinita

felicità che il suo pensier figura:

ma per cagion di lei grave procella

presentendo in suo cor, brama quiete,

brama raccorsi in porto

dinanzi al fier disio,

che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

Poi, quando tutto avvolge

la formidabil possa,

e fulmina nel cor l’invitta cura,

quante volte implorata

con desiderio intenso,

Morte, sei tu dall’affannoso amante!

Quante la sera, e quante

abbandonando all’alba il corpo stanco,

se beato chiamò s’indi giammai

non rilevasse il fianco,

nè tornasse a veder l’amara luce!

E spesso al suon della funebre squilla,

al canto che conduce

la gente morta al sempiterno obblio,

con più sospiri ardenti

dall’imo petto invidiò colui

che tra gli spenti ad abitar sen giva.

Fin la negletta plebe,

l’uom della villa, ignaro

d’ogni virtù che da saper deriva,

fin la donzella timidetta e schiva,

che già di morte al nome

sentì rizzar le chiome,

osa alla tomba, alle funeree bende

fermar lo sguardo di costanza pieno,

osa ferro e veleno

meditar lungamente,

e nell’indotta mente

la gentilezza del morir comprende.

Tanto alla morte inclina

d’amor la disciplina. Anco sovente,

a tal venuto il gran travaglio interno

che sostener nol può forza mortale,

o cede il corpo frale

ai terribili moti, e in questa forma

pel fraterno poter Morte prevale;

o così sprona Amor là nel profondo,

che da se stessi il villanello ignaro,

la tenera donzella

con la man violenta

pongon le membra giovanili in terra.

Ride ai lor casi il mondo,

a cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

Ai fervidi, ai felici,

agli animosi ingegni

l’uno o l’altro di voi conceda il fato,

dolci signori, amici

all’umana famiglia,

al cui poter nessun poter somiglia

nell’immenso universo, e non l’avanza,

se non quella del fato, altra possanza.

E tu, cui già dal cominciar degli anni

sempre onorata invoco,

bella Morte, pietosa

tu sola al mondo dei terreni affanni,

se celebrata mai

fosti da me, s’al tuo divino stato

l’onte del volgo ingrato

ricompensar tentai,

non tardar più, t’inchina

a disusati preghi,

chiudi alla luce omai

questi occhi tristi, o dell’età reina.

Me certo troverai, qual si sia l’ora

che tu le penne al mio pregar dispieghi,

erta la fronte, armato,

e renitente al fato,

la man che flagellando si colora

nel mio sangue innocente

non ricolmar di lode,

non benedir, com’usa

per antica viltà l’umana gente;

ogni vana speranza onde consola

se coi fanciulli il mondo,

ogni conforto stolto

gittar da me; null’altro in alcun tempo

sperar, se non te sola;

solo aspettar sereno

quel dì ch’io pieghi addormentato il volto

nel tuo virgineo seno.

Firenze,  autunno 1832 o 1833.

 

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Giacomo Leopardi

 

Da Canti, in Poesie e prose (con un autografo), a cura di Sirio Attilio Nulli, U. Hoepli Editore, 1972

***

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

La Terrazza dei Maestri: Giacomo Leopardi – di Amore, di Morte

La terrazza dei Maestri: Costantinos Kavafis

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*
Cerca di fermarle, poeta, anche se poche
come queste si possono fermare.
Le tue visioni erotiche.
Disponile, seminascoste, nel fraseggio.
Vedi di trattenerle, tu, poeta
quando nella mente si risvegliano
le notte, o nel fulgore del meriggio.

*
Che io mi fermi qui; per un’occhiata alla natura anch’io.
Di un cielo sgombro e del mare al mattino
il blu brillante con la gialla riva; tutto
bello, e tutto in piena luce.

Che io mi fermi qui. E m’illuda di aver visto
(certo che ho visto, in quell’attimo di sosta);
non vittima anche qui dei miei abbagli
dei miei ricordi dei miei fantasmi di lussuria.

 

 
*
Ritorna spesso e prendimi
ritorna e prendimi o sensazione amata –
se la memoria del corpo si desta
e il vecchio spasimo passa nel sangue,
poi che le labbra e la pelle trasalgono
e ancora le mani sembra che tocchino.

Ritorna spesso e prendimi, la notte
poi che le labbra e la pelle trasalgono.

(da Settantacinque poesie, Einaudi, 1992)
(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

La terrazza dei Maestri: Costantinos Kavafis

La terrazza dei Maestri: Leonardo Sinisgalli

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*
Ti porterò la mia testa vacante
e tu andrai più dolce di una lacrima
a cercarti un piccolo alveo sotto gli occhi.
Ma così lieve, così arrendevole
che un fiotto di luce ti spazzerà.
(da La vigna vecchia)

*
San Babila
Trascina il vento della sera
Attaccate agli ombrelli
Le piccole fioraie
Che strillano gaie nelle maglie,
Come rondini alle grondaie
Resteranno sospese nell’aria
Le venditrici di dalie
Ora che il vento della sera
Gonfia gli ombrelli a mongolfiera.
(da Vidi le muse)

*
Dicembre a Porta Nuova
Mi raccoglie nel suo gomito
inerte la fredda sera d’autunno.
Scorre deserta sulle foglie

e mi ridesta a ogni tonfo
dei castagni. Tutto il bene
che mi resta forse è in quest’ora
calma che si accerta
a questa svolta che si gonfia
d’acque perchè la ripa si fa stretta.
Poi rotta la dolcezza dell’indugio

ogni cosa decade con più fretta .
e non mi duole l’alito d’ombra
che mi gela la fronte.
Sopra la spalletta curvo m’assale
il vento dalla buca del ponte.
(da Vidi le muse)

*
È sempre più improbabile
che qualcuno ti abbracci
e ti chieda pietà del tuo dolore.
Le finestre del Verzée
sono zeppe di stracci.
Tra botteghe e insegne
Cerchi un ricordo un odore
una lapide un segno
nella via demolita.
Hai piene le tasche della vita
Sporco di fumo, esule a stento
ti pieghi a stringere i lacci.
Hai piene le tasche di vento.
(da Vidi le muse)

*
Qualcuno si rovescia le palpebre
per darsi importanza,
riesce a far centro con uno schioppetto
caricato di stoppa e di saliva.
Mira a distanza in un occhio
e colpisce. Porta in tasca
un peperoncino, ne stacca
la punto coi denti, la sputa
fulmineo non visto
in faccia alla gente.
(da Il passero e il lebbroso)

 

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

La terrazza dei Maestri: Leonardo Sinisgalli