Il Promontorio (35) Non in mio nome s’innalzino barriere

 

Una spiaggia della penisola, tra antiche difese da mar. Raggiunta da lontano, con un vetro sottobraccio, in un tardo pomeriggio imprecisato per le onde, preciso e implacabile per gli uomini e le donne.
Confini sbandierati quanto mediatici; e conseguenze reali indicibili.
Il mare si frange sul vetro d’indifferenza, risacca e impasto d’acqua, sabbia, alghe.
Per via di porre, per via di levare.
Non in mio nome s’innalzino barriere, muri, arsure di sale impietose. Non in nostro nome asprezze e frontiere interiori.
Nostra battaglia pacifica sia l’apertura.

Articolo a cura di G. Asmundo
Fotografia di S. Paggioro e G. Asmundo

Il Promontorio (35) Non in mio nome s’innalzino barriere

Giorno della Memoria 2019

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Edith Birkin – A Camp of Twins, Auschwitz

 

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria”  sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere. (legge n. 211 del 20 luglio 2000)

 

a questi versi affidiamo  il nostro contributo di presenza e memoria

 

*

c’era mastodontica primavera, pisciata a fiori rosa sui selciati; misture di aprile, ossi e viandanza.

il selvatico con bisacce di rami spezzava gli occhi e parlava vento, diceva: fruga, sul petto ospiti il verde, e più vicino bisbigliava:

non è solitudine se non ascoltare sott’acqua, ascoltare, da sotto ascoltare, con l’acqua a frange ed echi, e una cima un po’ più su.

LaDonna aveva un numero sul petto.

non ti chiedono il nome, ripeteva, ma di metterli al centro, osannarli, divinità di pelle e odori, la pelle in quell’odore, una primula dov’era inverno, poi il cancello chiuso, l’immane dentro, d’un tratto tutti sul sentiero, in fretta fuori e sul sentiero. Nessuno è sbiadito. Nessuno è caduto.

 

ma non si guarisce, sai, dal Lontano.

LaDonna scosta il bianco dall’unghia. Fissa socchiusa la finestra.

Il Lontano fredda ogni notte sul collo. Si torna: e tutto si guarda come da un’assenza, alta irraggiungibile assenza; piattezza col tempo in mezzo, e davanti un corpo.

il silenzio costruito a fiati e cerchi, a terra e occhi, mura brillanti di spifferi, e il corpo attorno. mai soli.

sola torni, e quel silenzio ti piomba al Lontano

da un nuovo Lontano lo guardi

sei finita lì

 

Qualcuno racconta un’altra storia.

Qualcuno non crede.

Il numero prude. A volte ancora prude.

 

LaDonna ha mani spesse insonnia e consolazione, mani larghe posate dove forte la terra: forza che snatura spalle piccole, che intatto mostra il cuore ripido del tempo.

 

La ascolto, ferma al suo Lontano.

Identico il Lontano da cui ora vedo.

Sono finita lì.

Alba Gnazi

 

*

Scriviamo, sì, contiamo e camminiamo
offrendo fronte al cielo, gli occhi secchi
per la memoria viva, infuturata.
Presenti alla realtà, crosta salina
sul deserto. Eppure vividi germogli
squarcio di notte, sbaraglio d’aurora
raggiunti da una luce bassa, rossa
rincorsa crepitante sulla terra.
Contiamo come cunto, come canto
di storia bella e tragica
ferraglie di sincerità
e trasmissione orale
di noi cosa rimane oltre due carte
o muti oggetti
se non lo spazio aperto di tre generazioni
se non una parola chiara, tersa
imboccata
e il patrimonio salvo
di chi abbia pronunciato e chi ascoltato
cadrà su spalle ricche
giovani gambe per affrontare il tempo
di orme impresse su una neve assente
di bombe odierne schianto sul passato
di calcestruzzi issati e spine a mano
di sogni e di materia e fresca estate
di dolce ruscellare le speranze.
Chissà se opporre cura
carezza continuata
poesia che non si spezzi come pietra oblio
scrittura che resista, esista
al margine del sole
chissà se avrà funzione o anche valore.
Non scalderà una tenda gela
né salverà da alcuna fame o dramma
ma un palpito nel buio
di labbra che tocchino umide un orecchio
o una grafia a matita in riva a un lago
potrà suonare corde
nel più inatteso frangersi di mondo.

Gianluca Asmundo

*

La casa è un lento piovere protetto
tutto appare così, esterno e lontanissimo
la polvere sui libri disattesi
le voci che dissolvono il macello
in calibri opinabili, in dimensioni in numeri
in narrazioni opposte. L’ermeneutica è tana
liberi tutti. Eppure
non così a lungo sembrava aver piovuto
da dilavare gli occhi alla paura
colmarne le orbite svuotate
nelle fosse comuni. E invece è un mare.
E uno sterminio appena meno algebrico
scava intorno alla casa nel fatuo del tepore.
Senti come ogni goccia fa il tuo nome
il nome di tuo figlio addormentato
nella stanza più prossima al dirupo.
Trattieni il fiato, fanne traduzione.
Ostensione di nomi per le cose
perché resista e arda ciò che ancora si spezza
tra i vivi orbi e i morti senza voce.
Manda a memoria a fuoco crepitando
l’uguale mattatoio tra inferno e inferno
nell’angusto cantuccio che collassa
nel punto equidistante tra la Libia e Auschwitz.

Patrizia Sardisco

 

(articolo a cura della redazione)

 

(foto: fonte web)

Giorno della Memoria 2019

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

(Luce a Palermo, 2019)

«A chi obietta che finora nella storia non sono stati possibili cambiamenti strutturali con metodi nonviolenti, che non sono esistite rivoluzioni nonviolente, occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia.»

Danilo Dolci,  da Non sentite l’odore del fumo?, Laterza, Bari, 1971

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Fotografia dedicata a un “Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli dei figli”, un bambino senza volto né tempo, eternamente stagliato sugli scogli, sull’orizzonte marino, sul nostro orizzonte comune (Livorno, 2018).

“[…]

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantavano

ai massacri dei re,

essi che ballavano

alle guerre borghesi,

essi che pregavano

alle lotte operaie…”

Pier Paolo Pasolini, versi dalla poesia Profezia  (in Poesia in forma di rosa, 1964)

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

stanze d’isola

stanze d'isola.jpg

 

E chi ha lasciato il cuore a vestigio di quella dimora,
a quella brama fare ritorno.
(Ibn Hamdis)

 
I.  Prologo

Di colpo
altopiano desolato
ovunque si volga
tutto è scomparso
livellato
risucchiato
(i colli, le gole, le città bianche)
calzari tra i sassi incolti
coreuta
lontano
dagli ulivi
dai teatri

Dovevamo recitare uno spettacolo
ma abbiamo dimenticato di imparare la parte

 

II. Parodo

Quando avremo finito di dimenticarci di noi stessi
e saremo scomparsi del tutto

resteranno soltanto le pietre,
restituite alle pietre.
Resteranno le querce immortali
sullo sfondo del bianco più solenne.
Il ronzio dell’ape insistente
nella calura che schiaccia.
E sciare nere che scivolano in mare
franando, di tanto in tanto.

 

XIV.

Di questo cielo rivolto a libeccio
non riuscirai a fissare i contorni
ora compaiono stelle sfocate
ora si insabbiano stelle arrossate

lo specchio ustore ti ha tolto la vista
come accecato è il tuo incerto vagare
smemora il giorno con greve calura
benda del mare gli occhi ti oscura.

 

XVII.

Al riaffacciarsi sul Belice.

Nascondemmo il pane
sotto le stesse pietre
con cui coprimmo i piedi ai nostri morti.

Non cade una goccia
sui tuoi occhi disseccati
per troppo lucido senso.

 

XVIII.

Se apro le orecchie, sento solo
ragli d’uomo
emergono dal buio cavernoso
compreso dal mio petto
otre amaro.

Magari potessi riudire
il canto docile delle cicale.
Con queste mani mi lego
a un tronco d’ulivo.

 
XXXV. Esodo

Quando i Ciclopi lasciarono l’isola
i piedi toccarono l’acqua e avanzarono
il capo basso e il cuore muto
dando le spalle all’agonia di cenere.
E quando, con mani non abituate
ebbero slegato gli ormeggi dagli scogli
e gli strilli delle capre legate alle zattere
senza voltarsi, piansero lacrime cispose.

Giovanni Luca Asmundo

 

 

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Stanze d’isola, Oèdipus, 2017 è l’opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0, promosso dall’Associazione Felix Cultura

www.festivalibrocampania.it

 

gianluca

Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.
Su stanze d’isola si può leggere una ricca nota a cura di Cristina Polli qui.
Sulla poesia di Giovanni Luca Asmundo, Giorgio Galli ha scritto qui .

 

(Articolo e foto di copertina a cura di Patrizia Sardisco)

 

stanze d’isola

Il Promontorio (27) Pietre di Creta con Odysseas Elytis. 2

(Creta, 2018)

*

L’Intrepido, il Fiducioso, L’Audace
(da “Elegie di Oxo Petra“)

Ora io guardo alla barca che arriverà sempre vuota
Ovunque tu salga; a un Cimitero lontano sul mare
Con Korai di pietra che stringono fiori in mano. Sarà notte e agosto
Quando cambiano la guardia le stelle. E le montagne leggere
Piene di vento buio sono appena sopra la linea dell’orizzonte
Intorno odore di erba bruciata. E una pena d’ignota stirpe
Che dall’alto scende in un rivo sul mare addormentato

Risplende dentro di me tutto quel che ignoro. E tuttavia risplende

Ah bellezza anche se mai ti concedesti intera
Qualcosa sono riuscito a carpirti. Parlo di quel verde della pupilla che per primo
Entra nell’amore, parlo dell’oro che ovunque lo posi infuoca luglio.
Ritirate i remi voi usi ad una vita dura. Portami là dove vanno gli altri
Non si può. Nacqui per non appartenere a nulla e a nessuno
Vassallo del cielo chiedo di tornare di nuovo là
Nei miei diritti. Lo dice anche il vento
Da piccolo lo stupore è fiore e quando cresce è morte

Ah bellezza tu mi consegnerai come Giuda
Sarà notte e agosto. Enormi arpe si udranno di tanto in tanto e
Con il poco turchino della mia anima l’Oxo Petra comincerà
A emergere dal buio. Piccole dee, da sempre giovani

Frigie o Lidie con corone d’argento e ali verdi intorno a me si raduneranno cantando
Quando le pene di ognuno saranno scontate
Con colori di amari ciottoli: tanto
Con fibule di dolore tutti i tuoi amori: tanto
La torba della roccia e l’orrendo crepaccio del tuo sonno non recinto: due volte tanto

Finché una volta il fondo del mare con tutto il suo plancton invaso di luce
Si rovescerà sulla mia testa. E altre cose fino ad allora non svelate
Appariranno come viste attraverso la mia carne
Pesci dell’aria, capre dall’esile corpo erto contro le onde scampanio di
San Demetrio il Profumato

Mentre in fondo lontano continuerà a girare la terra con una barca nera perduta a largo e vuota.

*

da “Odysseas Elytis. Un europeo per metà”, a cura di Paola Maria Minucci e Christos Bintoudis. Traduzioni di Umberto Cini e Gaia Zaccagni, 2010

*

(Articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (27) Pietre di Creta con Odysseas Elytis. 2

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Testi di Cristina Polli, tratti da Tutto e ogni singola cosa (Roma, Edilet, 2017)

Fotografie di Giovanni Asmundo (coste mediterranee, 2011-2018)

*

Metafore di pietra

Genero metafore di pietra,
roccaforti a spigolo vivo, oltre
strati di parole che trapassano
come lame taglienti i miei pensieri –
residui di avidità – prigionieri
di una cupa estranea accidia.

Abito nella mia torre d’avorio,
fortezza eletta al mio sentire,
solitudine arroccata dove lascio
aditi dischiusi ad intuire
destini di umanità contrassegnati
da composti tormenti di passioni.

Rethymno, 2018

***

Il tempo della poesia

La poesia costruisce monumenti
con briciole di pane,
cammina su tele argentee di ragno.
In un tempo senza ore, né giorni
tesse trame di seta…
E annoda dolori
che l’hanno scalfita,
più spesso ferita,
o anche dilaniata.
____________

In un tempo sospeso sull’essere
la poesia accorda il suo suono.

Rethymno, 2018

***

Nausicaa

Se approdi naufrago alla mia riva
avrai di certo vesti
e unguenti
per toglierti il sale
disseterò l’arsura
dei giorni abbacinati
stretti alla catena
delle notti insonni
e ti toglierò dai lobi
il fragore delle onde in corsa
la corsa dei venti battenti sulla prora.
Rinnegherai il tuo vagabondare
e sarai il mio dolore d’abbandono.
Se approdi naufrago alla mia riva.

Castel di Tusa, 2016

***

Distacco

Cosa sto cercando,
così, ancorata al distacco?
Guardo, oltre la balaustra,
l’orizzonte che si compie da solo
nell’umida sera recando echi di schiume
lontane, veli di pensieri che si levano
ed annebbiano le parole che lente,
incuranti, rispondono:
“Va bene, fermiamoci qui.”
Ci sediamo, ma abito l’assenza

Procida, 2016

***

Risoluzione del dolore

Vorrei che mi avvolgessero suoni in erre-emme
cantati in un immemore fluire
che ci riconosce nei vuoti impercettibili
nel buio tra gli archetipi.

Venezia Mestre, 2011

***

Canti del disapparire

Non ho voce
se non ascolti
e taci.
———Bianche di spuma
———le onde si rifrangono
E io in evaporare dispersa
mi trattengo
———Canto del disapparire.

Non ho volto
se il sembiante dissolto
cancelli.
———Gonfi d’acqua e pianto
———corpi in emersione
E io spuma di mare le membra
lambisco
———Sudario di speranze.

Non c’è requie
se le grida tra i flutti
non senti.
———Da deserti roventi
———esili di arsure
Il nostro fatale errare in acque
trasmigrato
———Canti del disapparire.

Tunisi, 2015

***

Cose quotidiane

Traduciamo il giorno
con dita e respiro
e sovente nell’incontro atteso
dei nostri sguardi stanchi
mi chiedi una prova di immanenza
quel tutto indiviso
anelito di amanti
ricerca di mutuo approdo
delle nostre derive
e io vorrei che vedessi
la bellezza dell’ora
che ci congeda dalle cure
e prova per sé
quel che noi siamo.

Venezia Mestre, 2012

***

Piccola vita del pomeriggio

Stava sulla tovaglia rossa
un mucchio di panni
bagnati-spiegazzati-colorati
che ora si asciugano al sole
appesi a uno stendino provvisorio
e svolazzano apparendo oltre i vetri della finestra
come bambini che tornano
con risate fragorose
e poi riprendono i giochi.

Trogir, 2013

***

Tutto e ogni singola cosa

A decantare questo succo di fibre d’anima
si depositerebbero sul fondo residui
di dolori e potrei raggiungere
l’ebbrezza
con nettare di sogni
e di visioni,
trovare anch’io il mio Lete
e perdermi nell’oblio,
ma poi vuoterei il bicchiere fino alla feccia,
ché non ti saprei Amore se non prendessi
tutto e ogni singola cosa di te.

Venezia, 2014

***

(articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli