Dialetti #6: Francesco Sassetto

 

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Presentiamo una poesia tratta dal volumetto Xe sta trovarse, Samuele Editore, 2017 e una breve nota di lettura a cura di Patrizia Sardisco

 

MAGIO

E tante robe de l’amor go da imparàr e
de ti che ti me compàgni e te piase
la me vose, i me oci, anca el me dente
sbecà, e queo che no so ti me lo disi ti
come ti fa co i putei de scuola a ménar
le létere a posto par far le parole.

E mi te tengo come la ciàve de casa in fondo
la scarsèla, come un lampiòn co fa scuro, ‘na
tovàgia a quadréti da vecia ostarìa, un vin
ciàro e s-cièto, ‘na canson che te rùsa
in récia, come ‘na roba che no scampa via,
na magiéta colór de quel glisine che là
in fondo de la cale, ti lo vedi

xe pena fiorìo.

 

MAGGIO
E tanto dell’amore devo imparare e/di te che mi accompagni e ti piacciono/la mia voce, i miei occhi, persino il mio dente/spezzato, e ciò che ignoro me lo insegni tu/come fai con i bambini a scuola a comporre/bene le lettere per costruire le parole//E io ti tengo come le chiavi di casa in fondo/alla tasca, come un lampione quando viene la notte, una/tovaglia a quadretti da vecchia osteria, un vino/limpido e schietto, una canzone che ronza/all’orecchio, come qualcosa che non fugge via/una maglietta color del glicine che là/in fondo alla calle, lo vedi,//è appena fiorito.

 

Nota all’autore

In un recente intervento radiofonico, presentando il dramma in dialetto friulano I Turcs tal Friùl, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1944 ed edito in questi giorni da Quodlibet nella nuova collana Ardilut curata da Giorgio Agamben, con una traduzione in versi in italiano del bravo Ivan Crico, il critico e semiologo Luigi Tassoni ricorda, tra le altre cose, come il grande autore delle Poesie a Casarsa “riconosce nel dialetto la possibilità di ritrovare una identità più vicina a un senso originario dell’uomo, e cioè non corrotto dalla Storia o dal cosiddetto progresso consumistico”. Ritornare su queste posizioni di Pasolini è stato per me lume e bussola nel precisare meglio le diverse, suggestive inquietudini che Xe sta trovarse, l’ultimo libro di Francesco Sassetto, edito dai tipi di Samuele Editore nella collana Scilla, mi aveva regalato e che continuavano a riproporsi con pulsante magnetismo alla mia attenzione di lettrice lenta e ruminante.
Da tempo ormai avverto come qualcosa di acclarato e pacifico, quasi universalmente riconosciuto dagli studiosi, che la reciproca contaminazione tra lingua italiana e dialetto abbia effetti rigeneranti per la stessa lingua italiana e consenta, d’altro canto, di aprire interessanti piste di sperimentazione e spazi di ricerca di verità, nuovo vigore e rigore nella scrittura in versi, cogliendo sonorità, suggestioni e soluzioni diversamente impensabili.

E davvero, nel bel libro di Sassetto, avverto ricerca, esplorazione del tessuto identitario, cura del senso originario delle cose e dell’Uomo e, aggiungo, avverto l’offerta di una mappa, una topografia della voce poetica dell’autore: sono convinta che la scelta del dialetto come lingua della poesia (sempre che di scelta sia possibile parlare, che non sia più corretto affermare che dal dialetto si venga scelti e parlati) sono convinta che tale scelta dica, e parecchio, del luogo natio di quella poesia, che essa sia, in effetti, il luogo in cui la poesia ha la propria sorgente. E immagino sia piuttosto chiaro che per luogo non intendo qui uno spazio geografico ma una posizione interna, un dispiegarsi e situarsi dell’Io che ne orienta l’ascolto e la voce, ripulendo entrambi dal rumore e precisandone l’opzione di poetica.
Nella poesia di Francesco Sassetto, un soave dialetto veneziano è, in questo senso, lo strumento artistico di precisione, la finissima lima cui si affida un’opera che a me appare di struggente e plurivoca sottrazione.
Ad un primo livello, attraverso l’uso di una lingua di verità («nella mia “vera” lingua, il veneziano » mi scrive in privato l’autore, consegnandomi i suoi versi e una prima lente per leggerne più da vicino il senso, “come le ciàve de casa in fondo/la scarsèla”) la poesia di Xe sta trovarse è un sottrarre all’occhio e all’orecchio estranei, a “i foresti che ride e ghe fa le foto” la delicata scoperta reciproca di due persone che finalmente hanno trovato l’un l’altra. La lingua, in questa prospettiva, assume la valenza di codice segreto ed esclusivo, luogo di reciproco riconoscimento, via verso casa: “e tornàr casa par le cale sconte (e tornare a casa per le calli nascoste)”, un preservare, un proteggere un mondo privato. Ma questo mondo, al di là delle intenzioni dichiarate (poesie d’amore in veneziano, recita rassicurante il sottotitolo), non si esaurisce nella relazione con la persona amata cui pure il libro è dedicato, ma include il vocio caotico e cacofonico della città, una Venezia amatissima e giustamente avvertita come sotto l’assillo e l’assedio del consumo, del proprio consumarsi erosa dal tempo, ma più e peggio dal consumo turistico sempre più aggressivo che ne fa una depredata e depredante Babele, pietra metaforica dello scandalo della Bellezza esposta allo scupio, alla dissipazione, alla svendita. Sotto questo aspetto, la poesia di Sassetto è un ben più largo atto d’amore, un amore che sottrae e porta in salvo tutto intero un microcosmo dal vortice, “salvessa dal gorgo che ingióte”, dal turbinio delle parole lise e delle troppe parole, delle parole rese cenere perché “brusàe in foghi che pareva scaldàr”. È amore che sottrae Bellezzza dall’abuso e dall’usura del tempo, uno “staccare, strappare”, come recita uno dei versi di Paolo Ruffilli posti in esergo, con le mani nude e potenti del dialetto, palme larghe e nessun orpello retorico, tenace come “ ‘na cansón che te rùsa/in récia, come ‘na roba che non scampa via”: la schietta verità nella vera lingua.

Patrizia Sardisco

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Francesco Sassetto, Xe sta trovarse, Samuele Editore, Collana Scilla, 2017

 

Dialetti #6: Francesco Sassetto

Il Promontorio (14) In laguna con Derek Walcott

Canale tra le isole di Sant’Erasmo e del Lazzaretto Nuovo, Venezia (2017)

*

[…]
Ho circumnavigato ogni possibilità
per arrivare a questo:

una piccola casa su acqua grigia,
con le finestre sempre spalancate
al mare stantio. Certe cose non le scegliamo noi,

ma siamo quello che abbiamo fatto.
Soffriamo, gli anni passano, lasciamo
tante cose per via, fuorché il bisogno

di fardelli. L’amore è una pietra
che si è posata sul fondo del mare
sotto acqua grigia. Ora, non chiedo nulla

alla poesia, se non vero sentire:
non pietà, non fama, non sollievo. Tacita sposa,
noi possiamo sederci a guardare acqua grigia,

e in una vita che trabocca
di mediocrità e rifiuti
vivere come rocce.
[…]

Alcuni versi dalla poesia Concludendo di Derek Walcott
tratti da Mappa del mondo nuovo, Milano, Adelphi, 1992 (traduzioni di Barbara Bianchi, Gilberto Forti e Roberto Mussapi)

*

(articolo a cura di Giovanni Asmundo)

 

Il Promontorio (14) In laguna con Derek Walcott

Amarji: Cinque Poesie d’Amore

amarji
1
Fermo
chiuso
il tuo cuore nel mio
come una corteccia
come un grumo d’ambra.

Il tuo amore indifferente agli elementi, mi ha già reso
una rosa cosmica-,
dentro un’alba senza tempo, senza ombre.

 

2
L’inizio del frutto
la siesta della forma incompleta
la luna graffiata
senza moto
l’unità bianca – ch’è l’argento versato del silenzio –
tra la linfa e la notte
un taglio di sole entro un pozzo chiuso
il giglio turbato attorno a sé
tutta questa analogia
sei tu nel cerchio del sonno,
ed io sono qui, più isolato
di una falena odiosa
che ti guarda
come si guarda un idolo in fiamma.

 

3
Gravato
di mille gerani senza radici
il tuo ombelico lusinga il mio sangue,
sotto una notte
che si versa come spuma nera.

È troppo tardi per qualsiasi alba.
Il sole stesso si è sciolto nella notte della tua nudità;
e ora io sono morto,
sono una vasca,
una pietra….

[la foresta che è sfociata, con gli abeti e le farfalle e le gru,
nel tuo ombelico–
ha emesso la sua fonte nella mia bocca….]

 

4
Nei suoi lentischi, pecci e lentischi,
si accende il tuo corpo, corteccia su corteccia,
e albero dopo albero,
il mio corpo è la luna,
altro non ha da fare
sopra il tuo bosco stanotte\ che
bere il fumo e il profumo del fuoco.

 

5
Dormi, scende il mio corpo
nel pozzo del tuo corpo
ti svegli, si alza il mio corpo
nell’argilla del tuo corpo;
frettolosamente
i nostri corpi si scambiano
l’erba e la spuma e le stelle,
mentre la luna nel nostro bacio
prepara lentamente il suo nido serale.

(i testi presentati sono inediti)

** Amarji, pseudonimo di Rami Youness, è un poeta, autore, e traduttore siriano, nato a Laodicea nel 1980. Ha pubblicato finora 4 libri di poesia: N (Mawaqef 2008- Beirut, Libanon), Perugia: Il testo- Il corpo (Mawaqef 2009- Beirut, e Bidayat 2009- Damascus), Navigazioni Erotiche (Mawaqef 2011- Beirut, e Bidayat 2011- Damascus), Rosa dell’animale con Maria Grazia Calandrone (Edizione arabo: Attakween 2014- Damascus; Edizione Italiano: Zona Contemporanea 2015- Roma).
Ha tradutto in arabo: Giacomo Leopardi, Pensieri (Parola 2009- Abu Dhabi: Abu Dhabi per cultura e eredità); Dino Campana, Canti Orfici e gli Inediti (Attakween 2016- Damascus); Gabriele D’Annunzio, La Città Morta (Tuwa 2012- Londra, Gran Bretagna). Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve, scelta con Maria Grazia Calandrone (L’Altro 2012- No.3, Beirut e Damascus); Pier Paolo Pasolini, Carne e Cielo (Ninawa 2016- Damascus); Antonio Gramsci, L’Albero del Riccio e Nouve Lettere (Attakween 2016- Damascus); Michele Caccamo, Chi mi Spazierà il Mare (Attakween 2016- Damascus); Hölderlin, Pane e Vino e Altre Poesie (Attakween 2016- Damascus); Leonardo Da Vinci, Scritti Letterari (Attakween 2013- Damascus).

Amarji: Cinque Poesie d’Amore