Il Promontorio (35) Non in mio nome s’innalzino barriere

 

Una spiaggia della penisola, tra antiche difese da mar. Raggiunta da lontano, con un vetro sottobraccio, in un tardo pomeriggio imprecisato per le onde, preciso e implacabile per gli uomini e le donne.
Confini sbandierati quanto mediatici; e conseguenze reali indicibili.
Il mare si frange sul vetro d’indifferenza, risacca e impasto d’acqua, sabbia, alghe.
Per via di porre, per via di levare.
Non in mio nome s’innalzino barriere, muri, arsure di sale impietose. Non in nostro nome asprezze e frontiere interiori.
Nostra battaglia pacifica sia l’apertura.

Articolo a cura di G. Asmundo
Fotografia di S. Paggioro e G. Asmundo

Il Promontorio (35) Non in mio nome s’innalzino barriere

Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

(Parigi, 2018, “Addio a Hikmet”)

 

Prima che bruci Parigi
di Nazim Hikmet

Parigi, 1958

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, sulla Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Da Nazim Hokmet – Robert Doisneau. Poesie d’amore (traduzione di Joyce Lussu), Milano, Mondadori, 2006

 

*

(Articolo e foto a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

Ogni goccia è mare #8: Tempesta emotiva

TRIBUNALE.jpg

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

*

Dimezzata la morte – ammazzata due volte
Olga, come ti appendi al collo mio e di tutte
come appalti allo sterno
mio e di tutte il tuo appello senza timbro.
Perciò intreccio un setaccio a mani nude
lego voce e respiro il costato e la lingua
per levare il lenzuolo dell’onta dal tuo viso
fabbrico nuovo un crivo – scrivo per altra cernita
la dimezzata sorte sigillo del mio genere
ma, Olga com’è greve
come fa freddo il ferro al collo mio e di tutte
la giustizia strozzata – la pronuncia attenuata
la tempesta emotiva la bestia motivata
è un inverno che intenebra la linea delle schiene
e attossica il sereno. Olga, perciò
setaccio lemmi e lutto lo faccio a mani nude
per trarne stigma e sangue
fioretto di memoria
perché non se ne attenui il diametro stringente
al collo mio e di tutte – Olga, per tutti e tutte
scrivo un cappio di tenebra a memoria
un nodo sulla pena: Olga, che questo è stato
l’attenuata misura data a bere
è misura di stato
è stato, e questo è stato
un passo pedagogico potente
tempestivo ripasso a ridosso dell’ora
di mimesi di miti di minuetti e mimose
voi protestate tesi, noi ripassiamo assiomi
degli uomini la legge strangola la giustizia
la nuda proprietà della tua carne
per bilancia e per spada si dimezza a dovere
potere del setaccio patriarcale
le maglie strette occluse dal tetano letale:
di qua la mano oscura la rognosa questione
di là la raffinata insofferenza
già in foggia di morale assoluzione

Patrizia Sardisco

*

Forse alla parola
ma credo alla presenza.
Presenza indistruttibile
che sia dire o tacere
di certo non si arretrerà di un passo
sui diritti.
Che sia una voce muta o cristallina
si resti a sostenere il fianco caldo
la mano stretta a confortare il braccio
di sorella, di fratello. Non distinti.
Reggendo briglie dei precedenti
frenando il doppio assassinio verbale
di chi sminuisce ogni senso attraverso
lessico da tinte rosa
legittimando orrori compiuti
è questa la decostruzione
al galoppo.
Forse una dolce parola sodale
rifonderà un comune sentire.
La parità di ognuno è cosa ferma
conquista in discussione in tempi grevi
che occorre rinsaldare in fiume d’oro.
La proprietà di carne è inammissibile
coraggio, nostra voce, nostre dita
sfavilliamo.

Gianluca Asmundo

*

Shreds

Coro

 

eccole le macerie
da saltarci sopra
da assaltare predare fare
scempio pezzo a pezzo
a piedi uniti ferrati pesanti
saltare
sopra sterno gola testa reni
saltare sul pube e sulla bocca
non lasciare che strazi goccianti
carogna di golose oscenità
a seno aperto
a cielo scoperto


Signora


-era
la mia vita –

 

 

Gendarmi

 

così come l’abbiamo trovata
signore
così come si presentava
la scena del misfatto
del crimine della colpa dell’osceno
delitto un po’
scomposta, signore, un po’
esposta in vista lasciata a corrompere
gli occhi di chi guarda
così contorta signore
come l’abbiamo trovata
come si presentava
smembrata storta distrutta
bellissima


Anomen

le iridi.
la palpebra.
cornee e cristallini.
ciglia, sopracciglia, arcate
piano piano
con metodo
con tenacia voluttà e pazienza
parte dopo parte
 l e n t a m e n t i s s i m a m e n t e
portarti via tutto

-non conosco altro modo
per avere dentro
il tuo sguardo-


Coro

che i figli non vedano
che i figli non sappiano
la tela opaca del tempo
nessuna presa, oh!,nessuna resa


quel viso perfetto
l’immane schianto
quell’invitta bellezza
anche da morta


lasciano fiori e biglietti
crescono steli
anemoni d’aprile
violaciocche e ciclamini
lì dove le dita
dove intatta la schiena nel solco accolta
sembrava quasi dormisse
magari dormiva
ha dormito
tutto il tempo

non fosse per gli occhi

non ditelo ai figli
non glielo dite mai


di quegli occhi
sempre aperti


Anomen

e il cuore e il ventre e la pelle che copre
il petto
tra la gola e l’intestino
che gorgoglia dove la notte infila sapori

volevo esploderti dentro
così tacevo
perché mi udissi


eri la notte e il suo sapore
no che non te l’ho mai detto
potevo? io volevo
incorpare ogni frammento di quella vita con te
ma tu mi guardavi
non avevi che
gli occhi
che un giorno ho coperto, ricordi?

e anche così
riuscivi a guardarmi.


Coro

così larvale il cielo a terra in giù
e freddo. –


Signora

chi stava morendo?
chi ha cominciato?
chi era rimasto?
chi stava dove?
chi diceva ancora
sì?
chi ancora avrebbe
detto sì?

Coro


col cielo a terra in giù
continuando a dire sì



Anomen

Avere dentro, avere mio e per me solo
il tuo sguardo

Signora


Era
la mia vita.

 

Alba Gnazi

 

 

 

 

(Articolo a cura della Redazione)

(foto: fonte web)

 

Ogni goccia è mare #8: Tempesta emotiva

Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

“Zerbini verdi – vodorosli”, 2018

 

Testi tratti da Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, 1989 – traduzione di Gilberto Forti

Fotografie di G. Asmundo, Venezia, 2018

***

2
Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero. Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per altri, gli aromi natalizi degli aghi di pino e dei mandarini. Per me, sono le alghe marine sotto zero – un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che associa in sé il mondo vegetale quello acquatico (il russo ha una parola meravigliosa, vodorosli), un po’ per la vaga incongruenza e nascosto dramma subacqueo che questo nome comporta. Ognuno si riconosce in certi elementi; al tempo in cui aspiravo quell’odore sui gradini della Stazione i drammi nascosti e le le congruenze erano, decisamente, il mio forte. […]

3
Un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze – metano? carbone? zolfo? azoto? secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. È una questione di molecole, e la felicità, suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda.
Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole, con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di cui, da una parte all’altra, l’infinito ritagliava l’estremità. Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione, e lì il lampione distava solo venti metri. […]

6
Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio. Sui due lati, con l’acqua nera come pece fino al ginocchio, si levano gli enormi stipi intagliati di scuri palazzi ricolmi di tesori insondabili – oro, con ogni probabilità, a giudicare dal bagliore giallo, un tenue bagliore elettrico che trapelava di tanto in tanto da qualche fessura delle imposte. L’atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico, per essere precisi; ero entrato in quell’infinito che contemplavo dai gradini della Stazione, e ora avanzavo tra i corpi dei suoi abitanti, passavo davanti al capannello di ciclopi assopiti che ogni tanto, nell’acqua nera che li cingeva, alzavano e poi abbassavano una palpebra. […]

7.
Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì, e a dirtelo non sono tanto gli occhi, gli orecchi, il naso, il palato o il palmo della mano quanto i piedi, i quali assumono, stranamente, la funzione di un organo dei sensi. L’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità, specialmente di notte, quando la sua superficie somiglia a un selciato. Per quanto solido sia ciò che lo sostituisce sotto i tuoi piedi – il ponte di una nave –, sull’acqua stai un po’ più attento che a terra, tutte le tue facoltà sono chiamate a una maggiore vigilanza. Sull’acqua, per esempio, non ti lasci distrarre come per strada: le gambe ti tengono sotto costante controllo, te e le tue risorse, in costante equilibrio come se tu fossi una specie di bussola. Be’, forse questo intensificarsi delle tue risorse, sull’acqua, è davvero un’eco remota e tortuosa dei nostri cari, vecchi cordati. […]

 

“Omaggio al cap. 12 di Fondamenta degli Incurabili”, 2018

 

12
Comunque sia, non verrei mai qui d’estate, neanche sotto la minaccia di una pistola. Sopporto poco il caldo, e ancor meno le violente emissioni di idrocarburi e ascelle. E poi mi danno i nervi le mandrie in pantaloncini […]: per l’inferiorità della loro anatomia rispetto a quella delle colonne, delle lesene, delle statue; perché la loro mobilità e tutto ciò che essa esprime stride troppo con la stasi del marmo. Devo essere uno di quelli che preferiscono la scelta al flusso, e la pietra è sempre una scelta. In questa città un corpo umano, per quanto ben dotato, dovrebbe sempre, secondo me, essere mascherato dei vestiti, se non altro perché si muove. I vestiti sono forse la nostra unica approssimazione alla scelta del marmo.
[…]
È colpa – o merito – delle vedute e delle prospettive veneziane, perché in questa città un uomo conta più della sua silhouette che per i suoi connotati individuali, e una silhouette si può migliorare. E anche colpa – o merito – di tutto questo marmo, pezzi di marmo, intarsi, capitelli, cornicioni, rilievi, modanature, nicchie abitate disabitate, santi, non santi, vergini, angeli, cherubini, cariatidi, frontoni, balconi con i loro robusti polpacci al vento, e relative finestre, gotiche o moresche. Perché questa è la città dell’occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate. Il modo in cui le sfumature e i ritmi delle facciate e cercano di addolcire i colori e disegni sempre cangianti dell’acqua, basta questo perché tu corra ad agguantare una sciarpa fantasia, una cravatta insolita o che altro […]. E, in penultima analisi, l’occhio non sbaglia neanche tanto, se non altro perché lo scopo comune tutte le cose qui è sempre lo stesso: farsi vedere. E, in ultima analisi, questa città è un vero trionfo del cordato, perché quell’occhio, il nostro unico organo grezzo, quello più simile a un pesce, quello che nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. La sua gelatina esposta indugia con gioia atavica su tutte le meraviglie riflesse nell’acqua, palazzi, tacchi a spillo, gondole, eccetera, riconoscendo in sé – e in nessun altro – il grande strumento che le fatte affiorare alla superficie dell’esistenza.

13.
D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno consolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro. (La speranza, diceva Francesco Bacone, è una buona colazione, e una pessima cena). Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; delle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l’ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, quel profilo dei campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo. Per non parlare dei gabbiani dei colombi che ora accorrono per mettersi a fuoco, ora si dissolvono nell’aria. […]
Comunque, la gente ama il proprio melodramma più dell’architettura, e io non mi sento minacciato. È incredibile che la bellezza sia quotata meno della psicologia, ma fintanto che le cose stanno così riuscirò per mettermi questa città – ci riuscirò, in altre parole, sino alla fine dei miei giorni, e magari anche nell’altra vita.

 

Come porcellane, 2018

 

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*

(Articolo a cura di G. Asmundo)

 

 

Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

(Luce a Palermo, 2019)

«A chi obietta che finora nella storia non sono stati possibili cambiamenti strutturali con metodi nonviolenti, che non sono esistite rivoluzioni nonviolente, occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia.»

Danilo Dolci,  da Non sentite l’odore del fumo?, Laterza, Bari, 1971

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(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Fotografia dedicata a un “Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli dei figli”, un bambino senza volto né tempo, eternamente stagliato sugli scogli, sull’orizzonte marino, sul nostro orizzonte comune (Livorno, 2018).

“[…]

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantavano

ai massacri dei re,

essi che ballavano

alle guerre borghesi,

essi che pregavano

alle lotte operaie…”

Pier Paolo Pasolini, versi dalla poesia Profezia  (in Poesia in forma di rosa, 1964)

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Il Promontorio (30) Voce del verbo migrare

Nord Italia, novembre 2018

*

E alzando gli occhi rimasi a bocca aperta dallo stupore, fermandomi sul marciapiede, un sorriso estasiato sul volto: riudivo il suono a schiocchi, nella pace azzurra del cielo, delle cicogne. Il loro verso comunitario, beccheggiante, caldo, che reca una casa con sé.

migrare v. intr. [dal lat. migrare] (aus. essere). – Lasciare il luogo di origine per stanziarsi, anche solo temporaneamente, altrove. È più generico di emigrare (di cui non ha i sign. specifici), e si dice sia di masse umane e di gruppi etnici che si spostano in cerca di nuove sedi, sia di animali e particolarmente di uccelli, sia anche di altre cose (v. migrazione): le orde barbariche migravano verso i confini dell’Impero romano; intiere popolazioni erano costrette a m. e a perdere la loro terra, diventando gente dispersa e senza domani (Carlo Sgorlon); al principio dell’autunno le rondini migrano nei paesi caldi; Stormi d’uccelli neri, Com’esuli pensieriNel vespero migrar (Carducci). ◆ Part. pres. migrante, anche come agg. (v. la voce).

Treccani. Vocabolario online, consultato il 30 novembre 2018

***

Post Scriptum dell’1 dicembre 2018:

Guardiamo la realtà.
La piazza è assolata di meriggio. Sugli spalti delle panchine, alla mia destra, un ragazzo con un sacchetto trasparente di melograni parla in arabo al telefono, tre signore dell’est parlano amorevolmente delle anziane con cui vivono, una donna benvestita di età indefinibile sta in piedi e chatta, un vecchio dalla barba bianca senza casa dorme con la testa reclina su un vaso. A tre metri da qui, una pista di pattinaggio su ghiaccio piena di bambini italiani con pelle di ogni colore; e più in là si montano gli addobbi delle feste. Attorno a me tutti i chiacchiericci e le voci in tante lingue si mescolano armonicamente. La luce, tiepida e morbida, bagna tutto questo.

***
**
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(Articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (30) Voce del verbo migrare