Nicola Manicardi, poesie inedite

NManicardi
Nicola Manicardi

 

 

Preferisco non parlarti
con senso di vertigine
scrivendo
ma, guardandoti dal suolo quotidiano
nelle vicine distanze che ci annullano
da un fare che fa solo rima,
perché lontani dalla parola
che non ci siamo detti.

***

Tu
che mi chiedi il saluto
con una stretta di mano
mi fuggi
dalla prossemica di un abbraccio
senza capire che il cuore
non si tocca neppure
quando si muore.

***

Cosa ci faccio qui al parcheggio
con il piede fuori dalla macchina
e interrogativi fra le rughe?
Non ho un solo lunedì
ma tanti
ravvicinati giorni torpidi
mi dicono di andare
andare, andare dove
se poi non mi conosco
e manco di saluto?

***

Non c’è quarzo che brilli
nell’ora
il tempo è morto nell’attesa
che qualcosa ci illumini.

***

Togliendo, rimetto
omettendo – commetto
L’atto di stare, non è sempre
come ingiusta, è la parola.

***
Ti dissi che vedevo dal vetro
la fragilità del giorno.
Non era l’asfalto sotto casa
la grondaia rotta, neppure
l’insegna difronte senza la vocale.
È vero, non sono passati a tagliare l’erba
e, oramai anche le strisce pedonali
sono sbiadite
lo vedi tutto questo trasparire dal nostro viso?

***

Un giorno faremo a meno di me

Tu sarai nel sud est Asiatico
parlerai cinque lingue
nella metropoli che diventerà il tuo palmo.
Mi racconterai: del cibo,
del significato della parola “multietnico”
della compostezza.
Avrai imparato a mangiare con le bacchette?
Per la fioritura di primavera non ci sarò.
Sarò sotto allo stelo che guardi
l’impasto di terra dove camminerai
il timbro di voce che avrà parola
nel tuo silenzio, domani.

***

 

“Per me scrivere è vivere, perché non so mai dove mi porterà. É un viaggio lunghissimo, interminabile, dove non si arriva mai. Questo forse per me è proprio il fascino di questo momento di raccoglimento. Uso questo termine, “provare a fare poesia” è un modo di vivere, insomma è un modo per comunicare ciò che sto attraversando nel giorno, durante il giorno, mettendo appunto all’interno della mia poetica, il mio “io, che siamo noi, oggetti, luoghi, tutto descritto molto spesso all’interno di una stanza, che fondamentalmente è la mia stanza, dove spesso mi capita appunto di guardare il mondo, diciamo sempre più all’interno delle cose e protetti dentro quattro mura, per cercare di rimanere riparati da quello che è l’esterno. L’esterno che mi capita di vedere, ma preferisco come un ignoto osservare tutto ciò che vedo e vivo”

(Nicola Manicardi, risposta a un’intervista alla testata online XXI Secolo)

 

Fonte immagine: web.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Nicola Manicardi, poesie inedite

Pietro Romano, poesie inedite

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Pietro Romano*

 

il tenue del tocco, qui, pronto
a farsi incandescenza:

un focolare nella crepa,
nella pagina in bianco.

 

*

gli occhi chiusi si riaprano pieni
della parola minima radente
il fondo della voce escoriata.

 

*

Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,
quando, con l’odore di terra riarsa, le parole
separano le nubi dalle nubi, gli uccelli
dagli uccelli, le foglie dalle foglie?

 

*

Teca del dire, falce la parola:
in alleanza al verso, disossato
sulla lingua l’istante della crepa

 

*

Qui è un dimenticare – nel fioco
del palmo, esule è la crepa dove
a ora incerta si è, nell’abisso.

 

*

Quella prossimità di tenui luci,
di superfici impassibili e solchi di strada,
io non riesco a invocarla in una scia di versi
in cui sfavilli l’istante prima.

 

*

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa – nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede sé stessa.

 

*

Testimone del trauma di nascere su tutto il visibile, lontani dall’increato. E l’informe: crollo tra le ciglia. Per non farsi abbagliare, l’invisibile si sotterra. Varchi verso voci perdute. Invisibile, lasciaci entrare.

*

 

Cenni biobibliografici

Pietro Romano (Palermo, 1994) è laureato in Lettere. È autore di due raccolte di poesia, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018). I suoi versi sono apparsi in riviste nazionali e internazionali e tradotti in greco e spagnolo. Attualmente, frequenta il corso di Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

 

*La foto in alto è di proprietà dell’Autore

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Pietro Romano, poesie inedite

Dialetti #6: Francesco Sassetto

 

sassetto.jpg

 

Presentiamo una poesia tratta dal volumetto Xe sta trovarse, Samuele Editore, 2017 e una breve nota di lettura a cura di Patrizia Sardisco

 

MAGIO

E tante robe de l’amor go da imparàr e
de ti che ti me compàgni e te piase
la me vose, i me oci, anca el me dente
sbecà, e queo che no so ti me lo disi ti
come ti fa co i putei de scuola a ménar
le létere a posto par far le parole.

E mi te tengo come la ciàve de casa in fondo
la scarsèla, come un lampiòn co fa scuro, ‘na
tovàgia a quadréti da vecia ostarìa, un vin
ciàro e s-cièto, ‘na canson che te rùsa
in récia, come ‘na roba che no scampa via,
na magiéta colór de quel glisine che là
in fondo de la cale, ti lo vedi

xe pena fiorìo.

 

MAGGIO
E tanto dell’amore devo imparare e/di te che mi accompagni e ti piacciono/la mia voce, i miei occhi, persino il mio dente/spezzato, e ciò che ignoro me lo insegni tu/come fai con i bambini a scuola a comporre/bene le lettere per costruire le parole//E io ti tengo come le chiavi di casa in fondo/alla tasca, come un lampione quando viene la notte, una/tovaglia a quadretti da vecchia osteria, un vino/limpido e schietto, una canzone che ronza/all’orecchio, come qualcosa che non fugge via/una maglietta color del glicine che là/in fondo alla calle, lo vedi,//è appena fiorito.

 

Nota all’autore

In un recente intervento radiofonico, presentando il dramma in dialetto friulano I Turcs tal Friùl, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1944 ed edito in questi giorni da Quodlibet nella nuova collana Ardilut curata da Giorgio Agamben, con una traduzione in versi in italiano del bravo Ivan Crico, il critico e semiologo Luigi Tassoni ricorda, tra le altre cose, come il grande autore delle Poesie a Casarsa “riconosce nel dialetto la possibilità di ritrovare una identità più vicina a un senso originario dell’uomo, e cioè non corrotto dalla Storia o dal cosiddetto progresso consumistico”. Ritornare su queste posizioni di Pasolini è stato per me lume e bussola nel precisare meglio le diverse, suggestive inquietudini che Xe sta trovarse, l’ultimo libro di Francesco Sassetto, edito dai tipi di Samuele Editore nella collana Scilla, mi aveva regalato e che continuavano a riproporsi con pulsante magnetismo alla mia attenzione di lettrice lenta e ruminante.
Da tempo ormai avverto come qualcosa di acclarato e pacifico, quasi universalmente riconosciuto dagli studiosi, che la reciproca contaminazione tra lingua italiana e dialetto abbia effetti rigeneranti per la stessa lingua italiana e consenta, d’altro canto, di aprire interessanti piste di sperimentazione e spazi di ricerca di verità, nuovo vigore e rigore nella scrittura in versi, cogliendo sonorità, suggestioni e soluzioni diversamente impensabili.

E davvero, nel bel libro di Sassetto, avverto ricerca, esplorazione del tessuto identitario, cura del senso originario delle cose e dell’Uomo e, aggiungo, avverto l’offerta di una mappa, una topografia della voce poetica dell’autore: sono convinta che la scelta del dialetto come lingua della poesia (sempre che di scelta sia possibile parlare, che non sia più corretto affermare che dal dialetto si venga scelti e parlati) sono convinta che tale scelta dica, e parecchio, del luogo natio di quella poesia, che essa sia, in effetti, il luogo in cui la poesia ha la propria sorgente. E immagino sia piuttosto chiaro che per luogo non intendo qui uno spazio geografico ma una posizione interna, un dispiegarsi e situarsi dell’Io che ne orienta l’ascolto e la voce, ripulendo entrambi dal rumore e precisandone l’opzione di poetica.
Nella poesia di Francesco Sassetto, un soave dialetto veneziano è, in questo senso, lo strumento artistico di precisione, la finissima lima cui si affida un’opera che a me appare di struggente e plurivoca sottrazione.
Ad un primo livello, attraverso l’uso di una lingua di verità («nella mia “vera” lingua, il veneziano » mi scrive in privato l’autore, consegnandomi i suoi versi e una prima lente per leggerne più da vicino il senso, “come le ciàve de casa in fondo/la scarsèla”) la poesia di Xe sta trovarse è un sottrarre all’occhio e all’orecchio estranei, a “i foresti che ride e ghe fa le foto” la delicata scoperta reciproca di due persone che finalmente hanno trovato l’un l’altra. La lingua, in questa prospettiva, assume la valenza di codice segreto ed esclusivo, luogo di reciproco riconoscimento, via verso casa: “e tornàr casa par le cale sconte (e tornare a casa per le calli nascoste)”, un preservare, un proteggere un mondo privato. Ma questo mondo, al di là delle intenzioni dichiarate (poesie d’amore in veneziano, recita rassicurante il sottotitolo), non si esaurisce nella relazione con la persona amata cui pure il libro è dedicato, ma include il vocio caotico e cacofonico della città, una Venezia amatissima e giustamente avvertita come sotto l’assillo e l’assedio del consumo, del proprio consumarsi erosa dal tempo, ma più e peggio dal consumo turistico sempre più aggressivo che ne fa una depredata e depredante Babele, pietra metaforica dello scandalo della Bellezza esposta allo scupio, alla dissipazione, alla svendita. Sotto questo aspetto, la poesia di Sassetto è un ben più largo atto d’amore, un amore che sottrae e porta in salvo tutto intero un microcosmo dal vortice, “salvessa dal gorgo che ingióte”, dal turbinio delle parole lise e delle troppe parole, delle parole rese cenere perché “brusàe in foghi che pareva scaldàr”. È amore che sottrae Bellezzza dall’abuso e dall’usura del tempo, uno “staccare, strappare”, come recita uno dei versi di Paolo Ruffilli posti in esergo, con le mani nude e potenti del dialetto, palme larghe e nessun orpello retorico, tenace come “ ‘na cansón che te rùsa/in récia, come ‘na roba che non scampa via”: la schietta verità nella vera lingua.

Patrizia Sardisco

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Francesco Sassetto, Xe sta trovarse, Samuele Editore, Collana Scilla, 2017

 

Dialetti #6: Francesco Sassetto

Ogni goccia è mare #10: Antonino Caponnetto

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Giorgio de Chirico, Piazza d’Italia con sole spento

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

MILLE SOLI SI SPENGONO
quando una donna è mortalmente offesa
quando violenza oscenità follia
ne insudiciano il corpo
ne sfregiano e percuotono la mente
mille stelle si oscurano
quando contro di lei, giorno per giorno,
la tirannia malata
d’un maschio non più uomo, lui, che in fondo
odia se stesso e quelli del suo branco,
contro di lei, femmina madre donna,
senza sosta imperversa,
senza ragione. E d’improvviso uccide
in lei speranze e sogni.
Ogni bellezza in lei non ha più casa
ogni cosa è mutata nel suo opposto
ogni ferita è silenziosa colpa,
voglia di morte, odio senza fine.
Ma durerà per sempre tutto questo?

Di nuovo tu sarai
femmina madre donna, ancora e sempre
portatrice di vita, di bellezza
sorgente dell’amore quando il mondo
debellerà quel virus che lo uccide

adesso, qui, nel più nero dei giorni.

 

Antonino Caponnetto, da: Il sogno necessario (Niente guardiani, prego, alla Parola), Pellicano, Roma 2017

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Ogni goccia è mare #10: Antonino Caponnetto

la finestra dei mirtilli

martinez_lena

 

[…] pagine zeppe scritte senza penna
facce di carne con bagaglio appresso
e storie sminuzzate negli sguardi
(Nicola Romano)

 

d:
22.49

una finestra sugli occhi
ho una finestra sugli occhi
sugli occhi ho una finestra

qualia visivo
la forma del mio – tuo senso sfumato d’arancia
il troppo nulla dei lenzuoli di paglia il modo da
pettinare il sole nell’acqua della manica ‘a ciuri

aspetta

non aspettare

la svolta arcuata; la stanza è nel nome di figlia l’
assenza sbottonata quel momento prima cesoia di
latte ai piedi batte la romanza degli uno a uno e dita
affollate

c’era

:
ricordi quando c’era l’inverno sulla prateria della bocca?
[e soffici pungevano i coralli tra i
denti e non faceva male la difesa degli specchi
[o nell’in – sogno dei sandali alla mia guancia un
vento crudo di carezza asciuga la pioggia dalle parole al
[seme crescerà un’ora quel vuoto di cielo
alle ginocchia? è mai tardi la carta a questa sigaretta di
[grano? scappa. mi illusione nell’acqua
della manica ‘a ciuri

un
attimo

era

:

tutto è sonno fuori
solo un davanzale
ho agli occhi e un
gelsomino di luna

era il monile di allora con la solita catenina e quella
[preghiera agli angeli come se fosse ancora il
giorno dietro l’avutru cunzatu ‘n mezzu a lu sonu anticu di
[la cummare quannu scinniva li vrazza di
la notti s’appuiava di ciancu a lu scialle nivuru di una
[miseria d’amuri; a tia cu ti lu dissi ca
chista vuci st’affunnannu dove a restare piccolo è solo
[questo immenso taciturno / rumore

 

f:
16.18

C’ho pensato e quanto a fuggire dove sono impensabili
i pronostici, le ferie retribuite,
le feste vicine ai fine settimana
per un appetitoso ponte e non ho pensato neppure
a come salutarti per l’ultima volta,
forse perché non era l’ultima
ma si dice sempre così e poi si ricomincia
con la fiala sull’accendino, l’acre sul comodino
l’ingegno per stillare un paio d’ore di realtà immaginata.
In quella domenica di Pasqua è stato il telefono
con quel distorto squillo a riportarmi
nella tua voce rotta di madre
che per una intercessione ombelicale
aveva previsto la mia fuga senza indirizzo:
dovrei dirti grazie o forse non dirti niente adesso
che per i tuoi settant’anni ti muovi
come una creatura impulsiva,
incapace di dirmi che sono stato un guaio
nella bellezza di un giorno d’agosto
e se ho soltanto parole nella mia povertà di talento
ho avuto almeno quello di perdere
le coincidenze con la morte,

e adesso è tutta qui la nostra storia
ogni sera davanti a un pasto
con il silenzio delle mandibole
che fanno a pezzi la paura di dovermi
un giorno chiudere la porta
per un viaggio che non potrò impedire:
però è stato emozionante averti stretto il cuore,
sfamarmi dal tuo seno e morire
tutte le volte con la certezza
che sarei rinato nel tuo sguardo.
Le parole adesso chiamano da sogni numerati
pagina dopo pagina mi accorgo
che siamo in tanti con la valigia pronta
e il sole a metà della distanza
e forse sei tu la stanza dove afferro notizie
esiliate dal televisore urlante
come un temporale in piena confessione
e vorrei gridarti d’abbassare il volume,
di fermare il rumore, ormai siamo in due
a doverci sopportare per quella coccia di dna (e inchiostro)
che ci lega come l’acqua alla sete,
il precipizio al suolo, senza neppure
avvertire il dolore… ma lui ora lo sai
non smetterà di sorprenderci
parlerà di noi come due turisti
incantati dall’inferno.

La prima svista è stata
voltare le spalle al tempo
senza ascoltare quei minuti
accorsi per l’eterno.

 

da La finestra dei mirtilli, Salarchi Immagini, Prefazione a cura di Anna Maria Bonfiglio, Ragusa 2019

daita     Daìta Martinez è nata a Palermo. Segnalata e premiata in diversi concorsi di poesia, ha pubblicato in antologica con LietoColle, La Vita Felice, Mondadori, Akkuaria, Fusibilialibri, Cfr Edizioni e Il Soffio. Dietro l’una è la sua opera prima, segnalata al Premio Nazionale Maria Marino. Autrice dei testi in video Kalavria 2009, nel 2015 ha vinto il primo premio per la sezione dialettale del Concorso “Città di Chiaramonte Gulfi”. La bottega di Via Alloro è il suo ultimo lavoro poetico. Nel 2018 è stata finalista – sezione opere inedite in lingua siciliana della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. È stata inserita nell’Almanaccco di poesia italiana al femminile Secolo Donna 2018, Edizioni Macabor.

fernando lena.jpg  Fernando Lena è nato a Comiso in Sicilia nel 1969 dove vive e lavora. Ha pubblicato diversi libri di poesia, il primo risale al 1995 con il titolo E vola via edizioni Libro Italiano. Dopo un silenzio di quasi dieci anni ha pubblicato una piccola suite ispirata ad otto tele del pittore Piero Guccione edita dalla Archilibri di Comiso e successivamente sempre con lo stesso editore una raccolta dal titolo Nel rigore di una memoria infetta. Gli altri tre libri risalgono al 2014 per i Quaderni Dell’Ussero dal titolo La quiete dei respiri fondati edizioni Puntoacapo, e al 2016 Fuori dal Mazzo, libro d’arte (edizioni fuori commercio) e La profezia dei voli edizioni Archilibri (1° classificato al Premio Poetika e al Premio Città di Castiglione Cento Sicilie Cento Scrittori, 2° classificato al Premio Moncalieri, 3° classificato Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro e finalista al Premio Letterario San Domenichino). Suoi testi sono ospitati in diversi blog e partecipa spesso in festival dove la contaminazione poetica si incontra con altre discipline artistiche.

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

la finestra dei mirtilli

Patrizia Sardisco legge Di tanto vivere di Anna Maria Bonfiglio

Presentazione Bonfiglio
Cristina Armato, Anna Maria Bonfiglio, Anna Annaloro Patti, Patrizia Sardisco, Gisa Maniscalco

 

Lo scorso sabato 9 marzo 2019, a Palermo, negli accoglienti locali di Prospero –  Enoteca letteraria, in collaborazione con l’Associazione Kaleidos,  è stato presentato il poema in quattro atti di Anna Maria Bonfiglio, edito da Caosfera Edizioni.
Con l’autrice hanno dialogato, insieme a me, Gisa Maniscalco, Cristina Armato, Anna Annaloro Patti.
Presentiamo di seguito il testo della mia relazione introduttiva.

*

Credo che i libri di poesia rechino sempre una qualche esperienza di ricognizione del confine. Confine che intendo qui non (o non soltanto) in senso divisorio ma, anche richiamando l’eco etimologico, come il particolare spazio nel quale si “finisce insieme”: non filo spinato, non muro, quindi, ma zona di transizione e incontro; forse anche area di tensione ma, certamente, luogo di sporgenza su un doppio versante, verso sé e verso ciò che è altro da sé.
In una raccolta che porta un titolo così largo e aperto come Di tanto vivere, trovo conferma a questa mia riflessione nel senso che avverto in questo libro l’esperienza di uno spazio-tempo in cui il con-finare, il finire–con, è uno spingersi e uno sporgesi verso il molteplice potenzialmente infinito dell’altro da sé: a partire dall’Altro interno, potemmo dire, cioè dalla moltitudine che abita la voce poetante, e con la quale entrare in dialogo è un inabissarsi “con una coda di pesce”; per spingersi fino a lambire l’Altro più distante, l’alterità del mondo reale che oltrepassa non solo i confini del corpo e le stanze del privato ma si porta oltre, alieno rispetto alla “prigione di una gabbia”, alieno da un microuniverso inteso tanto come grembo quanto come prigione, che dunque è allo stesso tempo protettivo e castrante e in un certo senso, per dirla con Vittorio Sereni, alibi e beneficio, luogo “d’inquiete ombre” dal quale poter essere “stella” e “profeta”, fosse anche di bagliori inutili e di “stagioni in declino”.
A me pare che i motivi dominanti del libro di Anna Maria Bonfiglio percorrano questo luogo-tempo, lo spazio non ancora chiuso dell’approssimarsi, nella veglia, nell’ incontro e nel vaglio, di due opposte traiettorie che, come due raggi che con-fluiscono verso un centro fino a toccarsi, definiscono un diametro e dunque un perimetro, i “discoperti contorni” di un cerchio che la parola poetica, “alga segreta/dell’indagata geometria” forse “non basta a ricomporre”.
Quest’area che si inscrive tra verità e immaginazione, tra grumo di realtà e immaginario, è identificata con il topos sempre assai suggestivo della stanza. “Stanze” è il titolo della seconda sezione della raccolta, e lungo le pagine la stanza s’incardina in quel respiro di confine da cui l’Io poetante inaugura i Discorsi , un ordine del discorso, si potrebbe dire, per quanto privatissimo e autarchico quanto le ragnatele che rodono “il pupo antropomorfo” nel salotto retrò. In quest’area di frontiera, Anna Maria attraverso la sua poesia sembra esprimere una ricerca di senso che non si sottrae dal rimettere in questione il proprio rapporto con il Tempo, con la Memoria, con la Verità, con la stessa parola poetica cui sembra affidato proprio questo compito di ricomposizione e di allaccio di nomi e cose. “Più che la sovversiva promessa di felicità” scriveva Franco Fortini, ”la poesia , se si porta ai propri confini, riafferma l’esigenza che gli uomini raggiungano controllo, comprensione e direzione della propria esistenza.” È la stessa esigenza, la stessa tensione che qui sembra interrogare i “brandelli scomposti della nostra vita/che un giorno – pare /saranno ricomposti” per quanto, a ben guardare “nessuno sa se è vero”.
Emerge, tuttavia, un punto di svolta, di frattura. La voce poetante del resto non lo nasconde, anzi, lo dichiara subito, fin dal primo verso del libro che inizia con un “Ora che…”; e di questi segni (di svolta) dissemina l’intera raccolta, marcando in più d’un testo un ora rispetto a un allora e a un poi. Avvertendoci che, oltre l’apparenza, vanno esplorati i “fiumi azzurri sotterranei”, e che i segni di questa frattura sono proprio “quello che non appare”. La svolta allora è forse da rintracciarsi in una consapevolezza nuova, permeata di disincanto, certo, e di una pena che però non è pena soltanto per il tempo che si fa più breve, o per il tempo della solitudine, ma pena per una pena non fino in fondo esperita, per un tempo non a sufficienza difeso, non pianto abbastanza, nonostante non ne sfuggisse la caducità: “Eppure sapevamo/che alle nostre spalle/…/” i giardini sarebbero sfioriti”.
Se questo è vero sul versante interno, dall’altro lato la poesia è però, anche, ciò che consente di sottrarsi al confinamento, e mentre “Abbraccia la libertà del cielo/con grido di migrante” si fa osservatorio dal quale mettere a fuoco il canto, letteralmente dalle stanze dell’immaginario poetico, in “un incendio che esplode e si fa verso”. La quarta sezione, dal titolo Miserere, è un “grido accorato di denuncia”, come lo definisce Valentina Meloni nell’acuta e attenta Prefazione al volume, veglia e canto per il mondo offeso, intrecciando un convincente fil rouge tra le sezioni del libro, tra interno ed esterno: storia privata e Storia, ricomposte, entrambe “sotto la pietra viva della pena”
Di tanto vivere, di tanto dire, restano dunque le “schegge/ del tempo vissuto” e quelle “minutaglie destinate ai gabbiani” hanno il bagliore adamantino di un boccone tagliente: di un residuo destinato a ferire ancora e ancora, mentre il canto s’innalza, e ancora più in là, quando l’eco del grido sarà voce dispersa.
Un certo gusto crepuscolare percorre come un brivido tutta la raccolta, negli stati d’animo: malinconia, abbandono, solitudine, pur senza sfociare mai nel patetismo, e un’amara ironia; nel materiale tematico: illusioni giovanili, volti, gesti, cose di un tempo ormai tramontato o “che non venne mai”.
Emblematico, in questo senso, appare il testo Minimo e infinito, inserito nella sezione Discorsi, e nel quale sembrano compendiarsi istanze poetiche e tema di questo libro, mirabile quanto a levità e forza espressiva nel volgere di pochi versi.

 

*

Minimo e infinito

Lasciatemi tutti i miei fiori finti
Il mio salotto retrò
il Pupo antropomorfo
róso da ragnatele autarchiche.
Li chiamo per nome uno per uno
uomini e cose e piccole creature
del minimo mio bosco ed infinito
– senza confini e reti –
nell’inquietezza di perdere
il loro nome e il volto
nella cupa foschia di un tempo morto.

*

Giorno dei morti

Al mattino era la cerca degli angoli
più oscuri delle stanze –
forse i Morti ci avrebbero premiati
entrando nella notte a piedi scalzi
o tramutati in misteriosi insetti.
La mosca, per esempio era zio Gino –
dieci anni e una polmonite.

La nonna raccontava della guerra
Da cui zio Raffaele tornò dopo
tanti anni dentro una teca lignea

(ombre del nostro immaginario
custodite dai Lari della casa)

Lo scotto era salire alla collina
e pregare in ginocchio –
mestizia a sacrificio
e per ringraziamento

Ci accompagnano ora altre assenze
brandelli scomposti della nostra vita
che un giorno – pare –
saranno ricomposti

nessuno sa se è vero.

*

Wait for sleep

Mezzanotte.
Mi perdo come sempre
nei ripetuti righi dei poeti
che scrivono di senso
e di nonsenso
seminando scarti semantici
a belletto di pensieri stranianti –
ermetismo di nuova fattura
che inaugura l’ennesima
avanguardia.
Non so se è insipienza
questo mio arrocco a difesa
della parola semplice e sguarnita
perla di liquido sentire
annuncio di aurora che ritorna
per carezzare l’anima nel deserto
di stupri e di assassini.

da Di tanto vivere, Caosfera, 2018 , Collana Alabaster diretta da Adriana Gloria Marigo Prefazione a cura di Valentina Meloni

 

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Patrizia Sardisco legge Di tanto vivere di Anna Maria Bonfiglio

Ogni goccia è mare #8: Tempesta emotiva

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Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

*

Dimezzata la morte – ammazzata due volte
Olga, come ti appendi al collo mio e di tutte
come appalti allo sterno
mio e di tutte il tuo appello senza timbro.
Perciò intreccio un setaccio a mani nude
lego voce e respiro il costato e la lingua
per levare il lenzuolo dell’onta dal tuo viso
fabbrico nuovo un crivo – scrivo per altra cernita
la dimezzata sorte sigillo del mio genere
ma, Olga com’è greve
come fa freddo il ferro al collo mio e di tutte
la giustizia strozzata – la pronuncia attenuata
la tempesta emotiva la bestia motivata
è un inverno che intenebra la linea delle schiene
e attossica il sereno. Olga, perciò
setaccio lemmi e lutto lo faccio a mani nude
per trarne stigma e sangue
fioretto di memoria
perché non se ne attenui il diametro stringente
al collo mio e di tutte – Olga, per tutti e tutte
scrivo un cappio di tenebra a memoria
un nodo sulla pena: Olga, che questo è stato
l’attenuata misura data a bere
è misura di stato
è stato, e questo è stato
un passo pedagogico potente
tempestivo ripasso a ridosso dell’ora
di mimesi di miti di minuetti e mimose
voi protestate tesi, noi ripassiamo assiomi
degli uomini la legge strangola la giustizia
la nuda proprietà della tua carne
per bilancia e per spada si dimezza a dovere
potere del setaccio patriarcale
le maglie strette occluse dal tetano letale:
di qua la mano oscura la rognosa questione
di là la raffinata insofferenza
già in foggia di morale assoluzione

Patrizia Sardisco

*

Forse alla parola
ma credo alla presenza.
Presenza indistruttibile
che sia dire o tacere
di certo non si arretrerà di un passo
sui diritti.
Che sia una voce muta o cristallina
si resti a sostenere il fianco caldo
la mano stretta a confortare il braccio
di sorella, di fratello. Non distinti.
Reggendo briglie dei precedenti
frenando il doppio assassinio verbale
di chi sminuisce ogni senso attraverso
lessico da tinte rosa
legittimando orrori compiuti
è questa la decostruzione
al galoppo.
Forse una dolce parola sodale
rifonderà un comune sentire.
La parità di ognuno è cosa ferma
conquista in discussione in tempi grevi
che occorre rinsaldare in fiume d’oro.
La proprietà di carne è inammissibile
coraggio, nostra voce, nostre dita
sfavilliamo.

Gianluca Asmundo

*

Shreds

Coro

 

eccole le macerie
da saltarci sopra
da assaltare predare fare
scempio pezzo a pezzo
a piedi uniti ferrati pesanti
saltare
sopra sterno gola testa reni
saltare sul pube e sulla bocca
non lasciare che strazi goccianti
carogna di golose oscenità
a seno aperto
a cielo scoperto


Signora


-era
la mia vita –

 

 

Gendarmi

 

così come l’abbiamo trovata
signore
così come si presentava
la scena del misfatto
del crimine della colpa dell’osceno
delitto un po’
scomposta, signore, un po’
esposta in vista lasciata a corrompere
gli occhi di chi guarda
così contorta signore
come l’abbiamo trovata
come si presentava
smembrata storta distrutta
bellissima


Anomen

le iridi.
la palpebra.
cornee e cristallini.
ciglia, sopracciglia, arcate
piano piano
con metodo
con tenacia voluttà e pazienza
parte dopo parte
 l e n t a m e n t i s s i m a m e n t e
portarti via tutto

-non conosco altro modo
per avere dentro
il tuo sguardo-


Coro

che i figli non vedano
che i figli non sappiano
la tela opaca del tempo
nessuna presa, oh!,nessuna resa


quel viso perfetto
l’immane schianto
quell’invitta bellezza
anche da morta


lasciano fiori e biglietti
crescono steli
anemoni d’aprile
violaciocche e ciclamini
lì dove le dita
dove intatta la schiena nel solco accolta
sembrava quasi dormisse
magari dormiva
ha dormito
tutto il tempo

non fosse per gli occhi

non ditelo ai figli
non glielo dite mai


di quegli occhi
sempre aperti


Anomen

e il cuore e il ventre e la pelle che copre
il petto
tra la gola e l’intestino
che gorgoglia dove la notte infila sapori

volevo esploderti dentro
così tacevo
perché mi udissi


eri la notte e il suo sapore
no che non te l’ho mai detto
potevo? io volevo
incorpare ogni frammento di quella vita con te
ma tu mi guardavi
non avevi che
gli occhi
che un giorno ho coperto, ricordi?

e anche così
riuscivi a guardarmi.


Coro

così larvale il cielo a terra in giù
e freddo. –


Signora

chi stava morendo?
chi ha cominciato?
chi era rimasto?
chi stava dove?
chi diceva ancora
sì?
chi ancora avrebbe
detto sì?

Coro


col cielo a terra in giù
continuando a dire sì



Anomen

Avere dentro, avere mio e per me solo
il tuo sguardo

Signora


Era
la mia vita.

 

Alba Gnazi

 

 

 

 

(Articolo a cura della Redazione)

(foto: fonte web)

 

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