L’ombra delle colline

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Oggi il cuore e la memoria mi riportano tra le pagine di un romanzo di Giovanni Arpino, a un titolo forse meno noto di quel Il buio e il miele, da cui nel 1974 fu tratto il film Profumo di donna, per quanto il libro che sento l’urgenza di rileggere valse ad Arpino lo Strega del 1964.
L’ombra delle colline mi pare debba essere riscoperto e attraversato, oggi – e dico oggi in senso letterale nella ricorrenza della Liberazione, ma anche oggi per dire dei giorni confusi e distorti che stiamo vivendo – come lo stesso viaggio a ritroso del suo protagonista, dalla Roma degli anni pacificati alle Langhe della Resistenza, dall’età adulta e disillusa all’adolescenza di lotta partigiana, da un dopo inquieto il cui senso sembra sfuggire alla presa anche a causa di un prima di cui si avverte confusamente che forse non si è avuto il coraggio di andare fino in fondo.

«La lapide è questa: il partigiano onesto, l’uomo onesto, è stato un tale che a un bel momento ha creduto giusto smetterla di rafficare, e oggi è un talaltro che rimpiange giorno e notte di non aver rafficato abbastanza. »

Ma sono davvero morti tutti, i partigiani, come diceva giusto ieri un giornalista di cui mi prenderò il gusto di non fare il nome? Nessuno più rimpiange il non aver spinto ancora più in fondo il cemento che doveva edificare e far forte la nostra casa? Cosa resta, oggi, di quella inquietudine, della stessa disillusione?
A tratti mi appare che la disillusione, incrostata di benessere, si sia come trasformata in una enorme installazione postmoderna, dove la giustapposizione di istanze diversissime si è fusa in un rigido mostruoso disimpegno privo di testa, senza colore, calore e memoria. E l’inquietudine ha assunto i contorni sfumati dell’ansia, paura del vuoto tanto quanto dell’altezza: una bestia a cui è facile dare una soma come fosse il più luminoso degli scettri e sussurrarle nelle orecchie nuove versioni della Storia.
Non è finita, non era finita. Dircelo francamente, per imparare un nuovo “rafficare” culturale, con ogni mezzo pacifico, in ogni angolo del Paese, in ogni piega di tempo che qualifica la nostra convivenza, un nuovo “rafficare” che scuota e sposti la tregua dal suo luogo di torpore e di sonno verso l’aperto dove la libertà non tema di mostrare le sue fragilissime ali, di spiegarle a misura di verità, controvento.
Leggo le ultime righe del romanzo di Arpino, con un senso di gratitudine profondissimo che urge nella mattina come il sole e l’azzurro premono dietro lo scirocco bianco che ci pesa sugli occhi. Cerco, cerchiamo ancora riparo all’ombra di quelle colline.

«Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente, un minuto o un giorno o un anno possono confondere la nostra storia, un minuto o un giorno o un anno possono restituirci l’animo di ritrovarla, renderla nuovamente piena di noi… Non esiste ricordo da abbandonare come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani…
Forse ci toccherà soggiacere a un’eterna rassegnazione, e dovremo saper sorridere, mitemente, con dolore educato, entro le spire dell’obbligo quotidiano. O forse un nuovo slancio, un benefico fulmine, ancora ci attendono, più in là, per rapirci in una più ricca, misteriosa ondata, per renderci esperti di una salvezza umana che ancora abbisogna del nostro intervento… Forse laggiù dove s’annida il pericolo, noi, proprio noi!, risorgeremo salvatori…
Per ora, già chiaro risulta questo vantaggio: non ci sarà condanna per l’impresa che risultò impossibile, per la qualità non raggiunta; saremo condannati solo se rifiuteremo di esprimere il bene segreto che ci attende nell’umile alba di ogni giorno… »

Nell’umile alba di ogni giorno. Buon 25 aprile.

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardsico)

L’ombra delle colline

Giorno della Memoria 2019

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Edith Birkin – A Camp of Twins, Auschwitz

 

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria”  sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere. (legge n. 211 del 20 luglio 2000)

 

a questi versi affidiamo  il nostro contributo di presenza e memoria

 

*

c’era mastodontica primavera, pisciata a fiori rosa sui selciati; misture di aprile, ossi e viandanza.

il selvatico con bisacce di rami spezzava gli occhi e parlava vento, diceva: fruga, sul petto ospiti il verde, e più vicino bisbigliava:

non è solitudine se non ascoltare sott’acqua, ascoltare, da sotto ascoltare, con l’acqua a frange ed echi, e una cima un po’ più su.

LaDonna aveva un numero sul petto.

non ti chiedono il nome, ripeteva, ma di metterli al centro, osannarli, divinità di pelle e odori, la pelle in quell’odore, una primula dov’era inverno, poi il cancello chiuso, l’immane dentro, d’un tratto tutti sul sentiero, in fretta fuori e sul sentiero. Nessuno è sbiadito. Nessuno è caduto.

 

ma non si guarisce, sai, dal Lontano.

LaDonna scosta il bianco dall’unghia. Fissa socchiusa la finestra.

Il Lontano fredda ogni notte sul collo. Si torna: e tutto si guarda come da un’assenza, alta irraggiungibile assenza; piattezza col tempo in mezzo, e davanti un corpo.

il silenzio costruito a fiati e cerchi, a terra e occhi, mura brillanti di spifferi, e il corpo attorno. mai soli.

sola torni, e quel silenzio ti piomba al Lontano

da un nuovo Lontano lo guardi

sei finita lì

 

Qualcuno racconta un’altra storia.

Qualcuno non crede.

Il numero prude. A volte ancora prude.

 

LaDonna ha mani spesse insonnia e consolazione, mani larghe posate dove forte la terra: forza che snatura spalle piccole, che intatto mostra il cuore ripido del tempo.

 

La ascolto, ferma al suo Lontano.

Identico il Lontano da cui ora vedo.

Sono finita lì.

Alba Gnazi

 

*

Scriviamo, sì, contiamo e camminiamo
offrendo fronte al cielo, gli occhi secchi
per la memoria viva, infuturata.
Presenti alla realtà, crosta salina
sul deserto. Eppure vividi germogli
squarcio di notte, sbaraglio d’aurora
raggiunti da una luce bassa, rossa
rincorsa crepitante sulla terra.
Contiamo come cunto, come canto
di storia bella e tragica
ferraglie di sincerità
e trasmissione orale
di noi cosa rimane oltre due carte
o muti oggetti
se non lo spazio aperto di tre generazioni
se non una parola chiara, tersa
imboccata
e il patrimonio salvo
di chi abbia pronunciato e chi ascoltato
cadrà su spalle ricche
giovani gambe per affrontare il tempo
di orme impresse su una neve assente
di bombe odierne schianto sul passato
di calcestruzzi issati e spine a mano
di sogni e di materia e fresca estate
di dolce ruscellare le speranze.
Chissà se opporre cura
carezza continuata
poesia che non si spezzi come pietra oblio
scrittura che resista, esista
al margine del sole
chissà se avrà funzione o anche valore.
Non scalderà una tenda gela
né salverà da alcuna fame o dramma
ma un palpito nel buio
di labbra che tocchino umide un orecchio
o una grafia a matita in riva a un lago
potrà suonare corde
nel più inatteso frangersi di mondo.

Gianluca Asmundo

*

La casa è un lento piovere protetto
tutto appare così, esterno e lontanissimo
la polvere sui libri disattesi
le voci che dissolvono il macello
in calibri opinabili, in dimensioni in numeri
in narrazioni opposte. L’ermeneutica è tana
liberi tutti. Eppure
non così a lungo sembrava aver piovuto
da dilavare gli occhi alla paura
colmarne le orbite svuotate
nelle fosse comuni. E invece è un mare.
E uno sterminio appena meno algebrico
scava intorno alla casa nel fatuo del tepore.
Senti come ogni goccia fa il tuo nome
il nome di tuo figlio addormentato
nella stanza più prossima al dirupo.
Trattieni il fiato, fanne traduzione.
Ostensione di nomi per le cose
perché resista e arda ciò che ancora si spezza
tra i vivi orbi e i morti senza voce.
Manda a memoria a fuoco crepitando
l’uguale mattatoio tra inferno e inferno
nell’angusto cantuccio che collassa
nel punto equidistante tra la Libia e Auschwitz.

Patrizia Sardisco

 

(articolo a cura della redazione)

 

(foto: fonte web)

Giorno della Memoria 2019

Lost in…: Gabriela Feceoru, poesie inedite tradotte da Daniela Mărculeţ

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tutta l’esperienza umana

ho sofferto come un dio che
non ha nulla da rimproverare a nessuno
come un dio ho espresso
segretamente un desiderio che

ho intenzione di soddisfare
ma ho il potere di esaudire
qualsiasi desiderio pregando a me e
salvando me stesso e
battezzo le mie mani con quali i peccati

si  fanno le mie mani con quali i peccati si
scrivono mi salvo dalla morte
sintetizzo la mia creazione come
i carrettieri dell’agricoltura perché loro
sanno bene cosa succede con la loro produzione

dipingo i miei capelli  in che colore
voglio il mio corpo lo guarisco
e lo faccio apparire stramitico mi
affeziono a chi desidero prendo
frustate in posti che mai
mostrerò a quelli che mi guardando in su
che a loro volta espongono i loro desideri
il mio desiderio è uno e lo dirò
nelle centinaia di pagine più
recenti dirò il mio desiderio  ripeterò

non perché qualcuno possa trovarlo
ma solo per me per aggiornarlo
ascoltandolo per me il desiderio
è più sacro della preghiera da lontano
santo perché è una chiamata ad approccio non è

un’esortazione a vanitose cose
nei pressi di fuorilegge sono vicino e
mi avvicino più forte forse sentirò che
è il momento ho il potere della decisione, io decido
quando è adempiuto ciò che è scritto e credo

che ciò che è scritto e la virgola tutto sarà fatto
sarà fatto con pause necessarie sta promesso
credo ed è fatto credo ed è fatto non pubblico più
niente non pubblico più nulla non pubblico più nulla
l’esposizione è una prova di vulnerabilità e
non sono più interessato a queste cose
rendo visibili le mie parole avvicino
le persone o sto portando via la gente niente
di quello che può esserci tra loro non mi interessa
hanno libero sfogo  ho libertà di azione  agiamo

separatamente non mi occupo dei loro affari
decido la mia nazionalità e il mio genere
mi definisco e cambio secondo me stesso
indosso il mio corpo e lo spoglio
soffro di un ordine assoluto

faccio un disordine assoluto lo stesso
ritengo opportuno a me sta anche
la forza di dichiarare anni morti per la pubblicazione

di qualsiasi tipo

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*

 

i miei amici hanno detto che stavi tornando

setaccio umano intrufolando luce
calda
è vero che stai tornando in paese
dicono che ti stai trasferendo con il lavoro
il luccichio sulle unghie rimarrà
intatto fino alla festa

lo giuro il cuore è
soave e per esemplificare
ti sto mandando  link sinonimo / anonimo
oliato aggraziato bitorzoluto

stilla diavoletta
impedita nelle vertebre
del corpo orientale rinfrescandosi
l’anima che giace su un lato

lei, l’anima, non riceverà nulla
da ciò che altri danno fino alla brezza
adatta ai tuoi passi liguri
ossessionando la terra fermando
l’evo in cui ci lasceremo
assorbiti dalla paura del sonno
quasi sperduti come sono
i corvi vaganti fissati con

spilli vigorosi dai due
fili paralleli dalla mia finestra
che vedo ad ogni risveglio
su uno sfondo di cielo sempre mancante
di nubi atrofizzando la mia
sensazione di riconciliazione con
la mia nuova situazione e il mio desiderio
malato

assurda a volare di là
dove l’odio è sempre  più
grande per prendere la pistola raddrizzandola
verso di me dopo averti

detto la verità  che sì, guarda,
è così, ti terrei per mano
per poi sparare e constatare che
non ho munizioni nemmeno per morire

metto in ridicolo il neon tremolante
ci osserviamo come in una sequenza mediocre uomini/bestie ho l’intera collezione di problemi senza soluzioni esponevo per convalidare l’elenco dei piani e quando ho pulito il tavolo si scossero le confidenze sorrido piangente

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*

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il cielo è blu e
gli angeli ci sono dentro

non ho scelto il momento giusto

come allora nella nostra cucina
ma ho un po’ di coraggio
vengo con te sicuramente
se te ne vai di nuovo
vengo con te sicuramente

resta qui accanto a me
in li-li-lin-gua-gua rumena

*

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Ho scritto un monologo lirico sulla vita e sul potere, sulla delusione, sull’empatia e sulle aspettative basate sul pattern familiare. Nell’ abbondante contenuto, dibatto la questione del ghosting. Molto vibe e tanta energia. Le ripetizioni danno l’inganno dell’inventario a certe situazioni che mi hanno desertificato il sè. Parlo di nuovo positivo e di nuovo positivo significa il tuo diritto e il mio e il suo, il nostro diritto di allontanarci dal tossico e riguadagnare la nostra autonomia corporea. Più un capriccio, questa volta di più per me che per il mondo, più come naturalmente vado oltre le apparenze. Riuscire a ricreare liricamente la mappa delle strade di Budapest,  strade che ho attraversato, essere in grado di mettere tutto insieme per creare una storia molto intima è stata una sfida che ha rilasciato una fusione internazionale. Posso essere accusata di ingenuità e pateticismo, sincerità eccessiva e illimitato biographismo, ma non posso essere accusata di mancanza di tatto, ritmo e sensibilità. Ho anche pagato questa volta il tributo con la forza della lingua del paese da cui provengo. Auguro a tutte le donne abbandonate di avvalersi basato sulle loro esperienze e a ogni uomo lasciato di esprimere i suoi sentimenti senza la paura che i suoi sentimenti lo avrebbero delimitato dalla mascolinità.

(Nota dell’Autrice – traduzione di Daniela Mărculeţ)

*

Notizie biobibliografiche

Gabriela Feceoru (1993, Petrosani) si  è laureata presso la Facoltà di Scienze e Lettere dell’Università “Petru Maior” di Târgu-Mureş è ha ottenuto un master della stessa facoltà. Esordio editoriale con il volume Blister ( Cartea Româneasca, 2017). Collabora con riviste letterarie e piattaforme letterarie: “Letteratura Romania”, “Euforion”, “Discobolul”, “Stampa culturale”, “LitArt”, “Banquet” ecc.  Presente nell’antologia poetica “L’offensiva dei debuttanti”, pubblicata sulla rivista “Familia” n. 6/2016 e nell’antologia “#Rezist! Poesia “, coordinata da Cosmin Perta, lavora alla rivista” Vatra “come segretaria letteraria.

*

I testi sopra proposti sono tratti dal volume inedito di Gabriela Feceoru ”Parlo di nuovo positivo e di nuovo positivo”.

La traduzione dei testi è stata eseguita da Daniela Mărculeţ.
Altre sue proposte sono su Un Posto di vacanza: rispettivamente qui e qui.

Le immagini che accompagnano i testi sono di proprietà dell’Autrice.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Lost in…: Gabriela Feceoru, poesie inedite tradotte da Daniela Mărculeţ

stanze d’isola

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E chi ha lasciato il cuore a vestigio di quella dimora,
a quella brama fare ritorno.
(Ibn Hamdis)

 
I.  Prologo

Di colpo
altopiano desolato
ovunque si volga
tutto è scomparso
livellato
risucchiato
(i colli, le gole, le città bianche)
calzari tra i sassi incolti
coreuta
lontano
dagli ulivi
dai teatri

Dovevamo recitare uno spettacolo
ma abbiamo dimenticato di imparare la parte

 

II. Parodo

Quando avremo finito di dimenticarci di noi stessi
e saremo scomparsi del tutto

resteranno soltanto le pietre,
restituite alle pietre.
Resteranno le querce immortali
sullo sfondo del bianco più solenne.
Il ronzio dell’ape insistente
nella calura che schiaccia.
E sciare nere che scivolano in mare
franando, di tanto in tanto.

 

XIV.

Di questo cielo rivolto a libeccio
non riuscirai a fissare i contorni
ora compaiono stelle sfocate
ora si insabbiano stelle arrossate

lo specchio ustore ti ha tolto la vista
come accecato è il tuo incerto vagare
smemora il giorno con greve calura
benda del mare gli occhi ti oscura.

 

XVII.

Al riaffacciarsi sul Belice.

Nascondemmo il pane
sotto le stesse pietre
con cui coprimmo i piedi ai nostri morti.

Non cade una goccia
sui tuoi occhi disseccati
per troppo lucido senso.

 

XVIII.

Se apro le orecchie, sento solo
ragli d’uomo
emergono dal buio cavernoso
compreso dal mio petto
otre amaro.

Magari potessi riudire
il canto docile delle cicale.
Con queste mani mi lego
a un tronco d’ulivo.

 
XXXV. Esodo

Quando i Ciclopi lasciarono l’isola
i piedi toccarono l’acqua e avanzarono
il capo basso e il cuore muto
dando le spalle all’agonia di cenere.
E quando, con mani non abituate
ebbero slegato gli ormeggi dagli scogli
e gli strilli delle capre legate alle zattere
senza voltarsi, piansero lacrime cispose.

Giovanni Luca Asmundo

 

 

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Stanze d’isola, Oèdipus, 2017 è l’opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0, promosso dall’Associazione Felix Cultura

www.festivalibrocampania.it

 

gianluca

Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.
Su stanze d’isola si può leggere una ricca nota a cura di Cristina Polli qui.
Sulla poesia di Giovanni Luca Asmundo, Giorgio Galli ha scritto qui .

 

(Articolo e foto di copertina a cura di Patrizia Sardisco)

 

stanze d’isola

Maria Grazia Insinga: Ophrys

maria grazia insinga

ERLEBNIS

I velo

all’esecuzione non potevi andare in due
l’una non vedeva l’altra
la testa cadeva una, poi l’altra
una alla volta e nessuno aveva intenzione
di bisbigliare le notti senza aversi
riaversi in luogo del collo cosa
in luogo della bocca cosa
cantare a quattro voci nell’uovo

II velo

il ricovero il sostrato la grammatura
specie genere famiglia provenienza
irreggimenta e cataloga giuditta
e giuditta l’atto col quale penetri
il velo coincide con la vita percezione
non consapevole all’ombra nell’uovo
non serve una retrospettiva non serve
tornare la luna celata in mezzaluna

ARMILLA

I sfera

Offre agli astanti mezzelune
il boia che taglia l’armilla.
Al centro il tuo polso lunulato
ci continua netta canta
senza coda né capo bipennate
e liminali all’altezza del sole.

II sfera

Si trasaliva all’ombra di tribù ofridee.
Ora non monca di nulla ammutolisci
e alle pareti dei prati l’alone dei chiodi
è memoria di un identico paesaggio
e a memoria lo mandi giù per uscirne
è un labirinto, un passaggio, una pena.

OPHRYS

I ciglio

Nel giardino liquido
l’omino impiccato
benedice il vento

raffiche di ciglia
ha ibridato l’aria

e tutto è in lacrime

II ciglio

Nel giardino luteo al fracasso
di Ophrys e salvia clandestina
o alle spalle dove di case
il crollo dura giusto
una stazione e non scorgi
tra i cigli le voci da cogliere

le madreisole sacri corpi
del creato e oscenità
probe di invisibile
ci aggrediscono.

*

Non è

Le vertigini nei capelli al monopolio della rosa
e l’onniveggenza che non è illuminava proprio niente.
L’ordine segreto disordinava tra cigli e ciglia
e ogni legge, come di consueto, avrebbe dovuto
schiantarci in un dirupo, o di sonno.

CURE

I soglia

Il mondo esplode in strada
mi esplode in mano mi stacca
dal corpo dal mondo tra una carta
e l’altra tra una carta e l’altra in fondo

non siete che un mazzo di carte
dichiaro non siete che generare
ingravidabalconi soli bianchi
nature morte con poeta.

II soglia

Non ha mai curato l’irrazionale, il razionale
scagliò il boia e mentre occultava la rabbia
perdendone il nascondiglio, inconsapevole
e pericolosa unica poesia possibile stava lì
seduta con le chiavi a smontarti l’urlo
e poi la testa e poi razionare i rancori e poi
la protezione degli estranei e tornava a fendere
l’irraggiamento dei corpi e serrare
serrare serrare serrare la soglia non serve.

(Ophrys, Anterem Edizioni – Cierre Grafica, 2017)

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: Ariane Deschamps)

Maria Grazia Insinga: Ophrys

Mariangela Gualtieri: Tu. Voi.

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La miglior cosa da fare stamattina
per sollevare il mondo e la mia specie
è di stare sul gradino al sole
con la gatta in braccio a far le fusa.
Sparpagliare le fusa
per i campi la valle
la collina, fino alle cime delle costellazioni
ai mondi più lontani. Fare le fusa
con lei – la mia sovrana.

Imparare quel mantra che contiene
l’antica vibrazione musicale
forse la prima, quando dal buio immoto
per traboccante felicità
un gettito innescò la creazione.

 

 
***

Nella mia testa non c’è altro che mare
altro che mare incantatore – altro nient’altro
che mare e sole in un crescendo silente
e dormiente.

Parla un mistero. Tace un mistero
e solo il corpo entra nel fiore
nel fiore d’acqua.

 

 
***

Eccomi. Sole celebrante
sprigiona l’intero mattino.
Polveri d’amore eseguono orme
e una pista conduce fino sotto
il cuore. Parole.
Staremo nell’ascolto pellegrino
all’incrocio fra stelle e zolle
dove l’inafferrabile stormisce
e guizza altrove. Saremo
completi d’una salute potenziale
con un ridere
che partecipa tutta la stagione
in giusto canto. Venite.
Potenze
del mattino, riconosciute
per sottigliezza.

Ah! Come mi abbandona ora
l’umana solfa e tutto viene
manifesto in splendore.
Questo stare appesi ad un respiro corale
dove anche il rospo concorre a questa luce.
Si frappone fra la mano e ciò
che la conduce un piano obliquo
di dolcezze. Un nascere delle cose
al giorno e tutte spogliate
le vecchie forme sono ricreate.

Buon giorno a voi che non vediamo.
Ciò che non vediamo
preme. Preme e viene
viene e sappiamo ciò che l’animale
conosce e non rivela.

Restiamo ancora
un poco.

 

 
***

mariangela gualtieri
Mariangela Gualtieri

Il fuoco del santo

Le parole si ammassavano in me
e facevano un fuoco ustionante
e morsi di cane
nei bracci, nelle nervature.
Le parole combustavano
dentro la carne
appiccavano un sepolto ardore
si mangiavano il sonno e il colore
rosa delle guance.
Cadevo distesa immobile
dentro giorni sepolti nel letto
mormoravo nel delirio preghiere
perché si fermasse l’invisibile
che mi staffilava continuamente
la nuca o in mezzo alla fronte.
Le parole – una covata di brace.
E parole pugnale e pustole
di una larva infettante. Restate –
mie micidiali. Mie rosse
mie care – guaritrici infuocate.

 

 
***

Casomai un silenzio si impenni,
resta nel suo legaccio di silenzio
tu coraggiosamente resta
fatti un manto con quel suo niente
non precipitare nel boato
nel camposportivo del mondo.
Accortezza ci vuole ora.
Un amore affilato. Tagliente.

 

 
***

Mi scavo nella tua direzione. Sono io
tuo canale. Tuo scorcio sono, búttati qui.
Addosso búttati. Da quel più strano dove
scaravéntati in me. Voce. Sazia. Serenella. Fa’.
Ti presto questa cassa del torace, questi alveoli
umani dove il sangue va a bere.
Sembri un tramonto. Sembri corteccia e il secco.
Tu sembri un volto che corre il cielo.
Salute a te.
A terre in lontananza consegni la visione.
Tu parli adesso in arancione
e in rosa. Sono le sette. Tu provieni.
Indichi un punto di somma luce. Tu. Voi.

 

 
***

Una sola è la vita sulla terra. E se
in me porta questo nome
è per sbaglio. È per abbaglio. Per uno
smarrimento dello sguardo che ha perso
la gittata vertiginosa. E fissa nello specchio
la figuretta modesta – filo d’erba
del prato – foglia fra foglie sei.

 

(Poesie tratte da Le giovani parole, Einaudi 2015)

gualtieri

*

Immagine in alto: Papavero Blu – Manipolazione sulla fotografia di un fiore di papavero. Valdorcia, aprile 2004. Dalla composizione “Gli elementi della Primavera: studio numero 2” (il fuoco) di mrxibis; website: deviantart.com

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Mariangela Gualtieri: Tu. Voi.