Nicola Manicardi, poesie inedite

NManicardi
Nicola Manicardi

 

 

Preferisco non parlarti
con senso di vertigine
scrivendo
ma, guardandoti dal suolo quotidiano
nelle vicine distanze che ci annullano
da un fare che fa solo rima,
perché lontani dalla parola
che non ci siamo detti.

***

Tu
che mi chiedi il saluto
con una stretta di mano
mi fuggi
dalla prossemica di un abbraccio
senza capire che il cuore
non si tocca neppure
quando si muore.

***

Cosa ci faccio qui al parcheggio
con il piede fuori dalla macchina
e interrogativi fra le rughe?
Non ho un solo lunedì
ma tanti
ravvicinati giorni torpidi
mi dicono di andare
andare, andare dove
se poi non mi conosco
e manco di saluto?

***

Non c’è quarzo che brilli
nell’ora
il tempo è morto nell’attesa
che qualcosa ci illumini.

***

Togliendo, rimetto
omettendo – commetto
L’atto di stare, non è sempre
come ingiusta, è la parola.

***
Ti dissi che vedevo dal vetro
la fragilità del giorno.
Non era l’asfalto sotto casa
la grondaia rotta, neppure
l’insegna difronte senza la vocale.
È vero, non sono passati a tagliare l’erba
e, oramai anche le strisce pedonali
sono sbiadite
lo vedi tutto questo trasparire dal nostro viso?

***

Un giorno faremo a meno di me

Tu sarai nel sud est Asiatico
parlerai cinque lingue
nella metropoli che diventerà il tuo palmo.
Mi racconterai: del cibo,
del significato della parola “multietnico”
della compostezza.
Avrai imparato a mangiare con le bacchette?
Per la fioritura di primavera non ci sarò.
Sarò sotto allo stelo che guardi
l’impasto di terra dove camminerai
il timbro di voce che avrà parola
nel tuo silenzio, domani.

***

 

“Per me scrivere è vivere, perché non so mai dove mi porterà. É un viaggio lunghissimo, interminabile, dove non si arriva mai. Questo forse per me è proprio il fascino di questo momento di raccoglimento. Uso questo termine, “provare a fare poesia” è un modo di vivere, insomma è un modo per comunicare ciò che sto attraversando nel giorno, durante il giorno, mettendo appunto all’interno della mia poetica, il mio “io, che siamo noi, oggetti, luoghi, tutto descritto molto spesso all’interno di una stanza, che fondamentalmente è la mia stanza, dove spesso mi capita appunto di guardare il mondo, diciamo sempre più all’interno delle cose e protetti dentro quattro mura, per cercare di rimanere riparati da quello che è l’esterno. L’esterno che mi capita di vedere, ma preferisco come un ignoto osservare tutto ciò che vedo e vivo”

(Nicola Manicardi, risposta a un’intervista alla testata online XXI Secolo)

 

Fonte immagine: web.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Nicola Manicardi, poesie inedite

la finestra dei mirtilli

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[…] pagine zeppe scritte senza penna
facce di carne con bagaglio appresso
e storie sminuzzate negli sguardi
(Nicola Romano)

 

d:
22.49

una finestra sugli occhi
ho una finestra sugli occhi
sugli occhi ho una finestra

qualia visivo
la forma del mio – tuo senso sfumato d’arancia
il troppo nulla dei lenzuoli di paglia il modo da
pettinare il sole nell’acqua della manica ‘a ciuri

aspetta

non aspettare

la svolta arcuata; la stanza è nel nome di figlia l’
assenza sbottonata quel momento prima cesoia di
latte ai piedi batte la romanza degli uno a uno e dita
affollate

c’era

:
ricordi quando c’era l’inverno sulla prateria della bocca?
[e soffici pungevano i coralli tra i
denti e non faceva male la difesa degli specchi
[o nell’in – sogno dei sandali alla mia guancia un
vento crudo di carezza asciuga la pioggia dalle parole al
[seme crescerà un’ora quel vuoto di cielo
alle ginocchia? è mai tardi la carta a questa sigaretta di
[grano? scappa. mi illusione nell’acqua
della manica ‘a ciuri

un
attimo

era

:

tutto è sonno fuori
solo un davanzale
ho agli occhi e un
gelsomino di luna

era il monile di allora con la solita catenina e quella
[preghiera agli angeli come se fosse ancora il
giorno dietro l’avutru cunzatu ‘n mezzu a lu sonu anticu di
[la cummare quannu scinniva li vrazza di
la notti s’appuiava di ciancu a lu scialle nivuru di una
[miseria d’amuri; a tia cu ti lu dissi ca
chista vuci st’affunnannu dove a restare piccolo è solo
[questo immenso taciturno / rumore

 

f:
16.18

C’ho pensato e quanto a fuggire dove sono impensabili
i pronostici, le ferie retribuite,
le feste vicine ai fine settimana
per un appetitoso ponte e non ho pensato neppure
a come salutarti per l’ultima volta,
forse perché non era l’ultima
ma si dice sempre così e poi si ricomincia
con la fiala sull’accendino, l’acre sul comodino
l’ingegno per stillare un paio d’ore di realtà immaginata.
In quella domenica di Pasqua è stato il telefono
con quel distorto squillo a riportarmi
nella tua voce rotta di madre
che per una intercessione ombelicale
aveva previsto la mia fuga senza indirizzo:
dovrei dirti grazie o forse non dirti niente adesso
che per i tuoi settant’anni ti muovi
come una creatura impulsiva,
incapace di dirmi che sono stato un guaio
nella bellezza di un giorno d’agosto
e se ho soltanto parole nella mia povertà di talento
ho avuto almeno quello di perdere
le coincidenze con la morte,

e adesso è tutta qui la nostra storia
ogni sera davanti a un pasto
con il silenzio delle mandibole
che fanno a pezzi la paura di dovermi
un giorno chiudere la porta
per un viaggio che non potrò impedire:
però è stato emozionante averti stretto il cuore,
sfamarmi dal tuo seno e morire
tutte le volte con la certezza
che sarei rinato nel tuo sguardo.
Le parole adesso chiamano da sogni numerati
pagina dopo pagina mi accorgo
che siamo in tanti con la valigia pronta
e il sole a metà della distanza
e forse sei tu la stanza dove afferro notizie
esiliate dal televisore urlante
come un temporale in piena confessione
e vorrei gridarti d’abbassare il volume,
di fermare il rumore, ormai siamo in due
a doverci sopportare per quella coccia di dna (e inchiostro)
che ci lega come l’acqua alla sete,
il precipizio al suolo, senza neppure
avvertire il dolore… ma lui ora lo sai
non smetterà di sorprenderci
parlerà di noi come due turisti
incantati dall’inferno.

La prima svista è stata
voltare le spalle al tempo
senza ascoltare quei minuti
accorsi per l’eterno.

 

da La finestra dei mirtilli, Salarchi Immagini, Prefazione a cura di Anna Maria Bonfiglio, Ragusa 2019

daita     Daìta Martinez è nata a Palermo. Segnalata e premiata in diversi concorsi di poesia, ha pubblicato in antologica con LietoColle, La Vita Felice, Mondadori, Akkuaria, Fusibilialibri, Cfr Edizioni e Il Soffio. Dietro l’una è la sua opera prima, segnalata al Premio Nazionale Maria Marino. Autrice dei testi in video Kalavria 2009, nel 2015 ha vinto il primo premio per la sezione dialettale del Concorso “Città di Chiaramonte Gulfi”. La bottega di Via Alloro è il suo ultimo lavoro poetico. Nel 2018 è stata finalista – sezione opere inedite in lingua siciliana della 44° edizione del Premio Internazionale di Poesia Città di Marineo. È stata inserita nell’Almanaccco di poesia italiana al femminile Secolo Donna 2018, Edizioni Macabor.

fernando lena.jpg  Fernando Lena è nato a Comiso in Sicilia nel 1969 dove vive e lavora. Ha pubblicato diversi libri di poesia, il primo risale al 1995 con il titolo E vola via edizioni Libro Italiano. Dopo un silenzio di quasi dieci anni ha pubblicato una piccola suite ispirata ad otto tele del pittore Piero Guccione edita dalla Archilibri di Comiso e successivamente sempre con lo stesso editore una raccolta dal titolo Nel rigore di una memoria infetta. Gli altri tre libri risalgono al 2014 per i Quaderni Dell’Ussero dal titolo La quiete dei respiri fondati edizioni Puntoacapo, e al 2016 Fuori dal Mazzo, libro d’arte (edizioni fuori commercio) e La profezia dei voli edizioni Archilibri (1° classificato al Premio Poetika e al Premio Città di Castiglione Cento Sicilie Cento Scrittori, 2° classificato al Premio Moncalieri, 3° classificato Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro e finalista al Premio Letterario San Domenichino). Suoi testi sono ospitati in diversi blog e partecipa spesso in festival dove la contaminazione poetica si incontra con altre discipline artistiche.

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

la finestra dei mirtilli

Alessandro Brusa: In tagli ripidi. Alcuni testi e un breve post-it

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da Il vento che insegue veloce

Di grida è questo senso
e voce – a porta chiusa

il dolore – come il deserto
è da trattenere in pugni,
il respiro è segno
di strade

questo verso nuovo
ha dell’ingresso le spalle
e un varco di anni e
di battenti chiusi

già dall’altra parte
sui miei occhi tinteggio
il presente
ora a punta grossa.

*

Grido il filo
che in gola, di voce
narra lo spazio tolto a
questo mio petto

– tra i denti
e sulla strada che
bordano di sale –

e dolce è la lingua
come frana, di montagna
a morire

 

da  Il tempo che abitiamo in punta

Acqua vecchia misura il tempo
che ci corre lento i fianchi

il tempo che abitiamo in punta
per non bagnare la vita
che ancora non indossiamo,
e stesa aspetta.

*

È la tua voce
che hai perso
nella pelle scurita
e resa dura, e
corazza appena

in questa strada,
fatta di porfido e
di errori,
ancora una volta dal
lato sbagliato del mare.

 

da  Il taglio nel legno

In su la nota un pezzo
– tenuto, e corda –

il taglio nel legno
e la lima stesa
lo porgono a me
che sospeso lo tengo
fitto,
sotto il cuore
e stretto
: se penso a lei
e se per lei prego.

(J.S.Bach, partita per violino, n.2)

 

da  Nel nome del figlio

Di questo corpo ho fatto testo
se del tuo corpo tengo il segno
che di quella nascita mi ha fatto

 

da E giriamo in cerchio di amanti

Semini vita
nei solchi del
mio inverno
e la mano appoggiata
è sulla tua testa un fermo
e petali che non colgo

cerchi il passo con
quel braccio e carne
che ti regalo perché
altro non so fare

: se il cambio di stagione
è la vita che temo.

 

Post-it 

Giungo tra le pagine di In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), il libro che Alessandro Brusa ha pubblicato per i tipi di Giulio Perrone nel 2017, con prefazione a cura di Fabio Michieli e postfazione di Marco Simonelli, sospinta dalla lettura che di questa raccolta ha offerto Anna Maria Curci su Poetarum Silva e che invito a rileggere a questo link.
In tagli ripidi mi appare come l’attraversamento, tutto in salita e lacerante, del limite e del suo sconfinamento doloroso e necessario, limite qui identificato con il corpo, vero e proprio testo, come ci viene esplicitamente dichiarato dall’autore ma, a mio avviso, anche pre-testo per dire di un bilicante tenere il segno nel tempo (in tempo, al tempo), in un circolare ma fragile equilibrio che mi ha portato alla mente La danza, di Henri Matisse. Nella celebre tela, i corpi, essenziali e nudi, impegnati in un girotondo che è al tempo stesso gioioso e angosciante, sono colti nella tensione del mantenimento del duplice equilibrio di una noità che si mostra corruttibile, franante, pronta a spezzarsi e a ricomporsi, e di un abitare il noi, pur in una vorticosa e amante circolarità, “in punta” di corpo, “in punta” di mondo: come nella poesia di Brusa, nella quale mi pare di scorgere un perdersi e ri-trovarsi che è fatica eppure “vela maestra al vento”, “un urlo/che dice tienimi la mano/tienimi la mano”, sullo sfondo degli anni-cielo, in piedi, su un materasso-mondo.
Il noi, l’uso della prima persona plurale, sembra tradurre in questi versi la molteplicità delle relazioni io-tu, io-noi, io-io, e dalle quali il corpo viene in-segnato, in-tagliato: non posso fare a meno di pensare che In tagli ripidi intenda suggerire degli intagli ai quali la voce tenta di risalire, non senza fatica dato il crinale erto e friabile del tempo e dato che “dolce è la lingua/come frana, di montagna/a morire”.
È in questo senso, mi pare, che il corpo colto da Brusa tra un lì e allora e un qui e ora, offra il filo non lineare di sonda di sé, di ricerca dell’altro e della dicibilità di quel luogo magmatico e non verbale che sembra essere accessibile solo alla nominazione poetica: per voce che, nella circolarità (ancora!) padre-figlio-segno, “ruba rima/e allunga il verso”; per voce che, dispersa, ha “smarrito la parola”; per lingua che, nuova, “racconti anche l’azzardo della solitudine”. E, direi, per scelta di memoria, scandaglio del largo oceanico della storia tanto quanto dei rivoli brevi del microcosmo percettivo. Raccolta la sfida a fare “testo” dell’opacità irriducibile del corpo così inteso, a farsi segno in-segnato, occorrerà darsi ragione del tempo sperso/spento/spanto “in pochi rivoli”, di ciò che del corpo ha aperto una distanza, e ritrovare nell’osso della parola la propria appartenenza. Ma è sempre un filo narrativo che somma per sottrazione, per negazione, per attesa – essenza d’assenza – gli spazi (sotto lo sterno, nel petto, “appena sotto l’umore”): gli spazi schiusi e frammentati, tolti, desertificati, divorati, nel corpo a corpo con sé e con lo specchio primo e ultimativo costituito dalla relazione con la figura-corpo del padre, vero e proprio perno intorno a cui ruotano, fino a mutare direzione, gran parte dei significati che, pure non scritti, hanno tuttavia potenza prescrittiva: “Prescrivi un senso/a questa vita che non/scrivi”. E lungo questa mutata direzione, conosciuta la “linea /di deciso passaggio”, dopo tutto lo scavarsi, il farsi cavi, erosi, anche per identificazione con il corpo paterno, con il corpo muto, e il restare quasi soltanto “anima e fragile”, è come se venisse finalmente ad aprirsi un nuovo spazio per il silenzio, per la sua interiorizzazione che prelude a una voce nuova (“allora io rombo e tuono/e squillo”) e a una diversa e più consapevole possibilità di relazione, di esperire un noi in cui, accolto il confine, dismessa la rabbia, sia finalmente possibile prendersi per mano e perdonarsi, in una ricomposta identità dove tutto si tiene, e “perdonato/seppur dannato” proferire l’amore con la “parola/data in dote”.

Patrizia Sardisco

 

(articolo  a cura di Patrizia Sardisco)

Alessandro Brusa: In tagli ripidi. Alcuni testi e un breve post-it

Ogni goccia è mare #1: Cristina Polli

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Masaccio, La cacciata dall’Eden

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

Un altro inizio.

L’esilio di Eva

Al limitare del sogno

si avvede dell’angelo

che terribile

la attende

-Eva

esiliata

del nome

di madre-

E ora è donna

che conosce e dice.

 

L’oblio del mondo e delle preoccupazioni, che ci avvolge nell’incanto della bellezza, esige il tributo dell’esclusione, l’angoscia di essere allontanati per aver trasceso il limite posto tra il sé e il sublime.

L’oblio del mondo è la colpa dell’origine commessa da Eva, il dissolvimento della coscienza nel momento in cui ella diventa tutt’uno con la bellezza. Ma qualcosa interviene a distogliere Eva dall’estasi: nel suo cuore si fa strada lo sgomento che consegue allo smarrimento per aver reciso, seppure per un attimo, il laccio che la ancora alla cura di chi le è stato affidato. E, nella condanna dell’angelo terribile, ella trova conferma di non poter essere accettata che in questa veste, nell’essere colei che è legata, destinata alla cura dell’altro.

Ad Eva è stato conferito l’attributo “madre dei viventi”, “Eva” significa questo, ma ella è molto di più di questa definizione che la confina: è un sé che si dispiega anche in altre dimensioni, che sfugge agli aggettivi usati per qualificarla e delimitarla. Per conoscerla è necessario oltrepassare il recinto di referenze che la trattiene e lasciarsi attraversare da parole nuove. Eva, nell’estasi, nella comunione con il sublime, ha scoperto che esiste il luogo in cui ella si compie.

Il castigo rivela l’impotenza dell’angelo: messaggero di un mondo che Eva ha già trasceso, egli la ammonisce che uscire fuori dall’assetto delle cose significa perdere approvazione, essere privata di un nome attraverso il quale ella è riconoscibile e dal quale le derivano accettazione e consenso. Ma Eva ora sa che la sua identità non è contenuta nell’attributo con cui è conosciuta, che non coincide con esso; l’angelo può privarla solo di questo nome, ma non dell’essere, perché l’essere è inalienabile.

L’esilio di Eva è una esclusione dall’ordine delle cose di cui non è considerata degna di far parte dal momento in cui ha trasceso il limite. Esiliata da un mondo fissato nel suo assetto, è fuori dalle categorie, ma non da se stessa. Ella è la “madre dei viventi”, perché questa connotazione fa parte del suo essere, ella è l’ente che genera e che fa nascere, non per compito o per definizione, non perché le sia imposto un legame che la trattenga nell’ordine, ma per essenza, e la sua essenza esprime anche in questo modo l’essere tutt’uno con la bellezza e con il sublime.

A volte, sospesa tra nostalgia e anelito, si sofferma ad additare le cose dicendole nella loro incompiuta singolarità e rivela che esse sono inscindibili dalla sua conoscenza e dal suo canto.

Cristina Polli

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto : fonte web)

Ogni goccia è mare #1: Cristina Polli

Lost In: Daniela Hendea, poesie tradotte da Daniela Mărculeţ

Foto credit Daniela Hendea
(Photo credit: Daniela Hendea)

Trucco allo specchio in bagno

All’interno, ci siamo
separati.

Tu, sei entrato con la terapeuta
da una porta
che indicava il suo nome.

Io, sono entrata
accanto, dalla porta del bagno,
per applicare il fondotinta sulle ore
senza sonno che avvampavano
i miei zigomi.

Ho messo la crema
copriocchiaie sui polpastrelli
dell’indice e del medio,
con movimenti circolari
lucidavo
i pori aperti per la stanchezza.

All’applicazione del mascara
corse attraverso il muro
il tuo gemito
di disperazione, la frustrazione
dei palmi tagliando il tavolo,
l’agonia
per progredire nel nostro mondo
un po’ di più con ogni
seduta.

Ho tirato lo sciacquone a vuoto, sentivo
solo il fruscio del pennello
spolverando sul mento.

Ho applicato
matita per labbra con una mano,
che ho sostenuto con l’altro,
fermando il suo tremore,
per non sbagliare
il contorno.

*

Routine di ballo

Oggi mi eserciterò per conto mio. Configurerò
i movimenti che mi accompagneranno
da ora in poi la posa.

Sventolamento di dita davanti agli occhi.
Sgranocchiamento del polso destro.

Il giro attorno ad un pilastro
invisibile.

Da domani apriremo la strada insieme
tra la gente che fissa,
punta il dito.

Questa volta si limiteranno solo ad un sorriso,
capiranno discretamente, perché
non sei più solo, siamo
in due. Danzatori
nel campo elettromagnetico di un theremin,
addobbare l’andatura bipede con il volume
e la frequenza della sopravvivenza.

*

Foto Daniela Hendea
(Photo credit: Daniela Hendea)

 

Apocalisse

Gli schizzi densi hanno mitragliato
il tetto in lamiera per l’intera
notte.

Quando le nuvole si scontravano intravedevo
il tuo iride sotto l’assedio del delirio:
strillavi, rimbalzavi, applaudivi
quando il fulmine spezzava l’oscurità.

Il mattino dopo,
piegato sul barile da cui scorreva l’acqua piovana,
gettavi dentro, uno per uno,
tutte le figurine di plastica: il contadino, sua moglie,
il maiale, la mucca, il pollo, anche il tuo preferito,
il cavallo.

Le recinzioni di plastica rossa lucente galleggiavano nella deriva,
poi l’intero fienile, fuori dal quale
solo il tetto
bianco con piastrelle in rilievo,
era ancora visibile.

*

Strumenti

Tu, hai stretto la mano del dottore
nel gabinetto e poi nel corridoio.
Io, non ho condiviso il suo sorriso
studiato con il quale testava
i pazienti: – Notate? Non reagisce
alle emozioni.

Di ciò che il neurologo ci ha spiegato
che rappresentiamo per Mircea,
ho memorizzato
la parola

strumenti:

la macchina delle caramelle
senza moneta.

il bancomat
senza tesserina. Il sedile

imbottito con schienali.

Lo trascriveva
in termini di specialità
che giravano nelle sue pupille.

Siamo riusciti a reggere l’anima nella sala d’attesa,
dove una bambina lanciava cubetti
di materiale impermeabile sul vetro
turbato dal soffio biancastro
delle condutture.

Ti ho chiesto di tenere
i documenti piegati decine di volte
in cui
sono stati spiegati ampiamente i primi interventi
per i bambini in ritardo
di sviluppo.

Le pareti decorate con volti sorridenti
ci costringevano
come tra le membrane di una cervice/
nel collasso.

All’uscita dall’ospedale
il vento di marzo ci schiaffeggiava
deportando
l’odore della sterilizzazione dai passaggi nasali.

Adattavamo i nostri passi
istintivamente, due
pali
che ancoravano Mircea con le braccia,
lo portavano con piccole oscillazioni
alla stazione vicino al cancello nord dell’ospedale
dove siamo saliti
sul primo tram per
casa.

*

Daniela Hendea, dal volume in preparazione Accordatore di theremin.

Traduzione di Daniela Mărculeţ.

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(Photo credit: Daniela Hendea)

Note biografiche dell’Autrice

Daniela Hendea è nata a Zalau, Romania; si è laureata presso la Facoltà di Ingegneria Chimica dell’Università Tecnica “Gh. Asachi ” Iasi, con studi post-laurea presso l’Università di Stoccarda, Germania e Università del  Kansas, Stati Uniti.

Dopo anni di preoccupazioni scientifiche, Daniela Hendea è tornata alla poesia desiderando documentare nei testi l’esperienza pubblica e privata dell’autismo del suo figlio, uno dei protagonisti del volume di debutto in preparazione della casa editrice Fractalia, Bucarest.

Durante la sua residenza poetica sulla piattaforma Qpoem ha iniziato a pubblicare nella rivista di cultura Familia, poi ha continuato con poesie e traduzioni sulle riviste Apostrof, Pravalia culturala, Caiete Silvane, Alchemia. Dal gennaio 2018 fa parte dalla redazione della rivista Pravalia culturala.

Attualmente vive in Texas.

***

 

Note biografiche della Traduttrice

Daniela Mărculeţ ha un master in comunicazione e un lavoro nel dipartimento export-import di un’azienda italiana in Romania.

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(Photo credit: Daniela Marculet)

Ha vissuto dieci anni in Italia,

a Bergamo; è stata pubblicata in varie antologie di poesia italiana contemporanea:

“Il segreto delle fragole 2011- poetico diario”, Casa editrice LietoColle, “La donna – inno contemporaneo alla poesia”, Casa editrice Poesia è Rivoluzione “, e in quasi tutte le antologie pubblicate dall’Associazione Culturale Club Poetico, Casa editrice Autorinediti. Ha vinto il secondo posto nel concorso di poesia ”Parole dettate dal cuore”, Roma 2017, con la poesia “Parole d(g)ettate”. Fa parte del cenacolo letterario Qpoem. Collabora con la Casa Editrice RPlibri di Benevento, Italia, con la rivista di letteratura Pravalia culturala, traduce per la rivista “Poesis International“.

 

 

Lost In: Daniela Hendea, poesie tradotte da Daniela Mărculeţ

Riccardo Canaletti, cinque poesie inedite

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Riccardo Canaletti*

 

guarda fuori, voci e lampi, indistintamente, brulicano,
e quanti appartati, apparenti distanti. quanti.
la pioggia arriverà fra giorni, questo tempo bruno
rosso ci sorveglia. è un alito sottile di rimbombo
un avvertimento. e quando arriverà saremo in casa,
ancora un attimo a immaginare chi scappa dall’acqua. poi mangeremo
le fragole di stagione, avviteremo il bacino alla fronte
delle ore. resteremo immobili nel pomeriggio.
quasi morti. quasi spariti del tutto.

***

di quanto percorrere ci facciamo
gambe, insoliti a immedesimarci nella luce
se troviamo tra le case uno spiraglio –
come di aria pulita tra fumi – come
di poltiglia lasciata in pace e fermentare:
così noi capiremmo il morire, restandoci
a coltivare fogli di terra. di quanta
perduta, sconveniente, euforia
conosciamo la voce, davanti alla morte

***

sul largo marciapiede, di ritorno
dalla spesa, ecco l’aiuola solita di un grigio
miserabile di uomo, ed ecco un’ape
un’ape leggera che riusciva a scavalcare
foglie senza volare, per continuare
il suo passeggio. e qualcuno avrà pensato
che per lei, così piccola, sarà stato un vero
prato. ma l’ape conosce il prato vero
le dinamiche dei fili d’erba –
sa di certo che pioverà e noi saremo
più vicini. lì lei vedrà il vero fiore

***

siamo in due su questo
prato, vicino alla pace che
consegnan le calure mattutine,
sul lago, sulla breccia, e dietro
sterminate colline. siamo noi
e non parliamo, affoghiamo
nella babele dei fiori. tu
ora dormi: e che dettato il tuo
profilo. che grammatica i capelli
che impercettibilmente muovi

***

ho visto quasi il passo
fermo, la memes di un viaggiare
lontano, assorto – poi ho
visto un uomo senza volto
dal volto cupo, fissarmi all’estremità
della riva. quanto all’andare
era un venire di strade tra
disordine naturale e case
(case addobbate, come
abbandonate; tanto piene
eppur silenziose), ninnare me
che mi specchiavo nel mio
doppio, in attesa di non essere

solo doppio uomo, ma unicum,
uomo intero

***

Riccardo Canaletti nasce nel 1998 nelle Marche. Scrive in silenzio.

 

*L’immagine in alto appartiene a Riccardo Canaletti.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

 

Riccardo Canaletti, cinque poesie inedite

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice

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A mia madre.

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.

Era minuta e infreddolita
le scarpe piccole
le mani bianche
come semini.

Ed eccola,
divenire mia madre
– all’improvviso –
come una rosa
sbocciata prima del tempo
che stupisce
e mi innamora.

Sono rimasta a guardarla
nell’ombra di un sorriso
perché avrei voluto trattenerla
– per sempre –
su quella strada
con quel pezzo di pane,
il mio cuore,
tra le mani
in un maggio perpetuo.

 

***

 

Via Campansi*

Chissà cosa vedono negli occhi,
cosa trattengono le pupille d’acqua
che guardano in aria, oltre il soffitto
la calma trascendente delle ore a letto
eterno sgualcito, lo stesso, dove una
domenica è sempre pari a un lunedì
fai tu, tanto è permesso qui –
assopirsi un momento e non destarsi più.

Le bocche spalancate inghiottono l’aria
passeri stanchi a posare sui rami in estate –
la terra arida soffre con loro, nel
visibilio straziante di giunchi in cancrena.

In via Campansi c’è odore di sonno,
odore di morte dalle finestre chiare
all’entrata la senti, avvicinarsi la bestia ctonia
che avanza, che spinge alle porte
quella della chiesa alla tua sinistra, ultima
via d’uscita, per quelli che dormono qui.

*
Caterina faceva le calze, mi spiega
sulla sedia a rotelle, ma la domenica riposava,
mi assicura, la domenica è il giorno del Signore.

Alla finestra, riposa Maria. Mi dice che se mi sporgo
un po’ pure io, ci riesco a vederla sua madre
all’altra finestra in attesa, oltre il cortile in agonia,
a braccia conserte che ride e sospira.

Ma adesso la conta dei figli non torna
tra le mani un due che diventa uno solo.
E col cuore di mamma mi dice nel pianto,
che adesso sua madre sorride e l’aspetta.

*Via Campansi 18 è l’indirizzo di una delle più importanti case di riposo di Siena,
presso cui, la domenica pomeriggio, i volontari clown di corsia dell’Associazione
Vip Siena svolgono una tanto importante attività di servizio.

***

 

Il miracolo

Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana. Il cammino fu agile quella mattina,
in dieci minuti il tragitto percorso.

Il 131R sapeva di noi, sapeva dell’ansia
degli occhi aperti a trafiggere il buio in cerca di pace.

Sedersi fu come sentire la lama sul collo nel punto
preciso, l’ascia del boia sospesa a un millimetro dal cranio
l’insenatura della nuca con tutto il suo brivido in mezzo.

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Quando l’autista ha messo in moto eccolo il taglio
a fendere l’osso.

Ero già con te, tu ancora non c’eri.

 

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Alessandra-Fichera-ARGO

Alessandra Fichera è nata a Caltagirone nel 1994. Laureata in Studi Umanistici vive a Siena, dove studia Storia dell’Arte medievale. Ha conseguito diversi premi letterari, tra cui il Primo Premio al Concorso Nazionale “Le stanze del tempo”, promosso dalla Fondazione Claudi di Serrapetrona (MC), conferito nell’ambito del Festival d’Estate a Palazzo Claudi e che le ha permesso la pubblicazione della sua opera prima “Per vederti fiorire”, edita da CartaCanta editore nel 2017. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Carteggi Letterari”, “Laboratori Poesia”, “Argo”.

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Post-it all’Autrice a cura di Alba Gnazi

Una scoperta per me interessante e suggestiva, la poesia di Alessandra Fichera, di cui ho avuto modo di leggere la silloge dal titolo ‘’Per vederti fiorire’’ (edita da Carta Canta in quanto opera vincitrice del concorso nazionale ‘’Le stanze del tempo’’). L’opera è composta di una trentina di poesie suddivise in tre sezioni. Tra le citazioni, a mo’ di prologo e viatico, alcuni passi tratti da Anedda, Sicari, Ginzburg, Leibniz, a denotare la natura composita della formazione di questa giovane poetessa, il cui stile netto, scevro di ripetizioni e ridondanze, rende il verso agile e incisivo, la lettura scorrevole e gradevole, nonostante i temi che affronta siano variati e spessi e il percorso attraverso Sé accidentato e in più punti oscuro.
Eccoci, dunque, al cospetto di figure in movimentato brusio sul fondale delle azioni, dei posti, dei fatti più consueti:

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.
(dalla poesia dedicata a sua madre)

Nei piatti riempiti di sole
il sorriso timido del ritrovarsi
ancora bambini
(‘A fera o luni)

 

oppure intagliate in una creta che le consegna a indifferibile memoria (La morte della vergine, Valentina se n’è andata, Rosa aurora del Portogallo); orlate di malinconia, in supplice attesa di un tempo o di un volto, remoti quanto l’attesa stessa (Via Campansi); oppure sotto forma di un terribile, seducente, irraggiungibile amore, del cui svolgimento, evoluzioni e involuzioni, ferocia e intensità, fino all’epilogo, la Fichera tratteggia curve ascendenti e discendenti:

E questa notte che si apre
con i mille portoni sulla strada
e ognuno dischiude come un segreto
il tuo viso, a tratti, nel buio
nel tuo darti metonimico e spasmodico
(Bello come il Libano).

 

‘’Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana.’’
(Il miracolo)

 

Ci fu da cambiare i soldi, io i franchi
manco me li ricordo, io che ci volevo meno diversi
che la distanza era solo sulla carta, e invece eccola lì,
la distanza, aspettava di balzare fuori come una lepre
le orecchie tese pronte all’urlo
nel disfacimento
(La partenza)

 

Insieme, il fluire magmatico di luoghi -scenario di vicissitudini intime ed esistenziali– come Firenze, Milano, Bologna; di stazioni, vie, stanze: di corpi dentro le stanze: e sopra a tutto, e dentro e intorno a tutto, lo sguardo che assume di ogni realtà una vibrazione che intera la comprende e a suo modo la spiega, sineddoche e misura di attraversamenti che contribuiscono a mappare un reticolo di emozioni, intuizioni, significati, perdite, mancanze e mutazioni necessarie perché sintomatiche di un vastissimo sentire, specchio di un altrettanto vasto, densissimo vivere.
A prologo della raccolta si trova la poesia La luce mi taglia la faccia, che torna come epilogo con aggiunta di un verso, a segnare l’avvenuto passaggio, la catarsi, la fioritura di cui il titolo reca messaggio: la poeta ha compiuto il viaggio, il ciclo si è concluso, ed è ancora primavera, che se in Eliot è crudele perché inesorabile e illusoria, può tuttavia cingere di luci inedite anche la solitudine e offrire un posto e un tempo ‘’per vedersi fiorire’’.

 

Alba Gnazi

 

 

 

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice