Franca Alaimo legge Maria Grazia Insinga

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Ophrys di Maria Grazia Insinga, Anterem ed., 2017

 

Volendo penetrare all’interno dell’enigmatica tessitura versificatoria, che costituisce il coerente e personalissimo stilema linguistico di Maria Grazia Insinga, a partire da La porta meta fisica (2013) fino all’ultima silloge Ophrys (2017), bisognerà che mi serva degli appigli (anch’essi abilmente camuffati) che l’autrice offre qua e là al lettore, a cominciare (paradossalmente) dall’Indice, la cui struttura rivela molto più di quanto non possa sembrare.
Basta infatti osservare attentamente con quale cura ed originalità grafica esso sia stato concepito e ‘disegnato’ per cavarne delle informazioni non di poco peso.
Esso, innanzitutto, obbedisce al ritmo del numero due (quanti sono i soggetti di questo teatro poetico), e del numero tre (quante sono le sezioni in cui si divide la silloge e le parti del corpo rappresentate: la testa, il torso, i piedi). Il numero 21 (20+ 1), ripetuto agli estremi del disegno simbolico di un corpo, ricorda, fra l’altro, la data di nascita dell’autrice e il 22 (2+2) dell’elenco dei testi inclusi nella sezione centrale, torso, il mese: aprile.
Nel suo insieme la composizione dell’Indice fa venire alla mente una specie di particolarissimo spartito musicale e di fatto, nello scorrere i titoli dei testi, sempre abbinati (in una sorta di canto e controcanto), se ne leggono alcuni che rimandano al lessico musicale, come “acuto”, “ottave” “salterio”, “regola” che rammentano l’altra passione artistica della Insinga che suona, come si legge nella sua biografia, in un duo pianistico ed è docente di Pianoforte.
Forse, corro un rischio troppo grosso nel vedere anche nel taglio delle teste delle ottave un richiamo ad un’immagine molto ricorrente nella silloge, ma è una suggestione troppo forte per tacerla; tanto quanto nel ricordare che l’insieme delle frequenze sonore udibili dall’orecchio umano si estende dai 20 Hz ai 20KHz, a cui, però l’Insinga aggiunge sempre un’unità come a dire che lei e l’altra eravamo più della somma, e che con la sua poesia desidera sforare la capacità d’intendimento del lettore.
Nel corpo della silloge i riferimenti al lessico musicale si moltiplicano aggiungendo suggestioni ed echi insoliti, ché, infatti, la poesia dell’Insinga procede secondo una successione di “fraseggi” armonici, anch’essi però difficili da intendere, essendo affidati a numerose omofonie e omonimie e paranomasie, come anche a una fitta rete di reiterazioni, che rivelano tutte un orecchio raffinatissimo e una competenza non comune della tecnica poetica.
Lo scoperchiamento del segreto così gelosamente serrato da queste rime richiede una lettura molto tenace ed un’attenzione profonda nei confronti delle connotazioni simboliche di segni e figure. Intanto il numero due, come già accennato inizialmente, rivela che i soggetti ‘messi in scena’ sono due giuditta e giuditta, l’una… l’altra, sebbene le due persone sono presentate/ senza distinzione se io non esiste e tu.
Cosa viene rappresentato, dunque? Una moltiplicazione dell’identità? Un palinsesto identitario sopra un altro palinsesto identitario? La risposta contiene in sé un potente ossimoro: uno smarrimento reciproco della razionalità (la testa), del controllo emozionale (il torso, sede del cuore), della direzione corretta, dell’equilibrio, dell’atto stesso di stare nel mondo (i piedi), incastonato tuttavia in un testo perfettamente pensato ed organizzato in tutte le sue parti e quindi parzialmente affondato, per autodifesa, all’interno di un rapporto quasi matematico di numeri e corrispondenze ritmiche.
Lo smarrimento della razionalità (la perdita, come si dice, della testa) è rappresentato dall’atto reiterato della decapitazione: all’esecuzione non potevi andare in due/ l’una non vedeva l’altra/ la testa cadeva una, poi l’altra; dalla presenza, più volte ripresa, di un boia e di un omino impiccato e dall’identico nome-schermo, Giuditta, che rimanda all’episodio biblico della decapitazione di Oloferne per mano dell’intrepida donna ebrea.
All’interno dei testi s’impone all’attenzione l’insistenza sul fiore della rosa insieme ad altri termini attinenti allo stesso campo semantico. Ora, alle rosacee appartiene pure il fiore del pesco: sottolinearlo non è cosa peregrina, perché tutto ciò toglie un altro velo all’enigma della destinataria di questa silloge che è, dunque, la stessa della precedente titolata Persica: l’autrice se lo lascia sfuggire, forse senza volerlo, quando a piè del testo Echinadi (p. 41) scrive in corpo minutissimo, appena leggibile: lei sta per mangiare la pesca.
La rosa, inoltre, è certamente una figura letteraria, divenuta ormai topica, dell’amore anche celeste; e, di fatto, nei testi della silloge non mancano elementi di sacralizzazione alludenti alla pura scaturigine del sentimento; sebbene prevalga, sensuale, tormentosa e fulgida, la fiamma della passione che trova la sua immagine floreale nell’ophrys che dà titolo alla silloge. Il pensiero va a Proust in cui l’eros è rappresentato da una cattleja.
La perdita della razionalità è, d’altra parte, dichiarata chiaramente dalla poeta: ho perso il filo di me che ho perso/ qui e altrove logica e sovvertimento (I filo, p.47); questo senso di affondamento dell’io (del noi) è metaforizzato anche dalla presenza di spazi ormai inesistenti, come la terra di Tirrenide o l’isoletta Ferdinandea; ed è sufficiente scorrere i titoli di certi testi, come Apnea, Sisma, Sproloqui, Schianti, Tagli, per cogliere, in tutta la loro incandescenza, il dolore, lo smarrimento, la profondità della ferita, i turbamenti.
La parola ha un bel da fare nel cercare di contenere, cingere, fare da muro e scudo. Mi ha profondamente colpito quanto mi ha detto la Insinga, durante il nostro ultimo incontro a Capo d’Orlando, a proposito della funzione della sua poesia: “Dire tutto, proprio tutto, senza che il lettore possa dire di avere capito”. Mi scuso, dunque, se mi autocito (lo so, non è elegante), ma vorrei dedicare all’autrice di Ophrys questa mia sestina che sembra riassumerne la poetica: Se la parola spalanca la tua porta/ mentre obliosa tu vivi senza scorta,/ guarda che il suo assedio non sia morte. / E dunque non lasciarti a cuore nudo: / con rime e metri forgiati uno scudo/ adatto a dominar suo sguardo crudo.
Ma quanto la poeta è riuscita a nascondere? Di fatto, se le sue parole poetiche tentano di fare velo, non così hanno operato, nella vita reale, i giudizi degli altri. Ci sono dei versi terribili (uno dei quali ripetuto) che ci avvertono del disagio etico, dell’isolamento di chi trasgredisce la cosiddetta normalità: e le teste mozze schiaffeggiate/ dal boia senza dignità; in balia di una cosa sola di due uscita dalla bocca/ a mostrificare fornicare l’impotenza del sesto precetto; una civile decapitazione esangue o la fogna civile del dire.
E però niente, nemmeno la severa architettura di questa silloge, argina, di fatto, il tumulto amoroso: bocche, polso lunulato, raffiche di ciglia, voci, capelli, vertebre sgorgano da questi versi, avanzano nella loro grazia scabra, in una visione di purezza, ché dicono il vero i versi di Jacqueline Risset, citati a conclusione del suo ultimo testo: “amour absolu de tout objet/ qui meurt”.

Franca Alaimo

 

Maria Grazia Insinga_OPHRYS                           maria grazia insinga

 

La raccolta Ophrys è stata finalista alla XXX edizione del Premio Lorenzo Montano. È possibile leggerne alcuni estratti qui

 

*

Franca Alaimo è nata a Palermo,  dove vive. È autrice di una quindicina di libri di poesie, di numerose prefazioni e di diversi saggi critici. Con il romanzo breve L’uovo dell’incoronazione, Serarcangeli, ha esordito nella narrativa. La sua ultima pubblicazione, per i tipi di LietoColle, è Traslochi (2016).

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

 

Franca Alaimo legge Maria Grazia Insinga

Marina Cvetaeva: VERSI PER LA FIGLIA

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DAL CICLO « VERSI PER LA FIGLIA »

 

 
1
Non so dove sei tu e dove sono io.
Le stesse canzoni e gli stessi affanni.
Così amiche noi due!
Così orfane tutt’e due!

E stiamo così bene insieme noi due –
senza casa, senza sonno e grezze…
Due uccelli: appena alzate – cantiamo,
due pellegrine, il mondo ci nutre.

 
2
E vaghiamo in due per le chiese
grandi – e piccole, le pievi.
E vaghiamo in due per le case
povere – e illustri, dei signori.

Una volta hai detto «Compramele!»
con un brillar d’occhi alle torri del Cremlino.
Il Cremlino è tuo dalla nascita. Dormi,
mia primogenita chiara e terribile.

 

3
E come sotto la terra l’erba
Fa amicizia col minerale di ferro –
tutto vedono due chiarissime
frane nell’abisso celeste.

Sibilla! Perché per la mia
bambina – un destino come questo?
Una sorte russa – per lei…
Il suo secolo: la Russia, il sorbo…

Novembre 1918

 
*
Un giorno, meravigliosa creatura,
io per te diventerò un ricordo,

là, nella tua memoria occhi-turchina
sperduto – così lontano-lontano.

Tu dimenticherai il mio profilo col naso a gobba,
e la fronte nell’apoteosi della sigaretta,

e il mio eterno riso, che tutti intriga,
e il centinaio – sulla mia mano operaia –

di anelli d’argento – la soffitta-cabina,
la divina sedizione delle mie carte…

e come, in un anno tremendo, innalzate dalla sventura,
tu piccola eri e io – giovane.

Novembre 1919

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Marina Cvetaeva: VERSI PER LA FIGLIA

Amelia Rosselli

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Non da vicino ti guarderò in faccia, né da
quella lontana piega della collina tu chiami
la tua bruciata esperienza. Colmo di rimpianto tu
continui a vivere, io brucio in un ardore che non
può sorridersi. E le gioconde terrazze dell’invernale
rissa di vento, grandine, e soffio di mista primavera
solcheranno il suolo della loro riga cruente. Io
intanto guarderò te piangere, per i valli
del tuo istante non goduto, la preghiera getta tutto
nelle sozze lavanderie di chi fugge: prega tu: sarcastica
ti livello al suolo raso della rosa città di cui
tu conosci solo il risparmiato ardore che la tua viltà
scambiò.

*

Severe le condanne a tre. In rotta con l’arcipelago fummo
travolti dal fiume, inorganica vicenda, terra e mare sputavano
sangue invece. Mentre tu partisti, io mi rimirai nel vasto
arcipelago che era la mia mente, molto severa, logica,
disperata di tanto vuoto: una battaglia, due, tre battaglie

perdute. Ma il furore dei nostri sguardi, tu lanterna
che credevi guidare, io manovella rotta, ma il furore
di questi nostri due sguardi c’inceppò: la vittoria scontata
la battaglia vinta, i banditi più forti di noi, l’unione
di due anime una tarantella.

*

proprio prima di dover partire scrissi
perciò voltando il dorso della promessa
cose molto belle che solo tu con la
tua faccia infantile da ragazzo costretto
ad esser fiero puoi indicarmi.

Sì, scrissi finalmente cose belle, tutte
per te – non v’era pubblico più disattento.

Amelia Rosselli, Le poesie, Garzanti 1997

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto fonte web

Amelia Rosselli

Un Posto, di sabato: Andrea Zanzotto, Ecloga II

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Andrea Zanzotto

La vita silenziosa

a M.

 

 

I

 

Sediamo insieme ancora

tra colli, nella domestica selva.

Tenere fronde dalle tempie scostiamo,

sole e cardi e vivaci prati scosto

da te, amica. O erbe che salite

verso il buio duraturo, verso

qui omnia vincit.

E venti estinguono e rinnovano

a ogni volgere d’ore e d’acque

le anime nostre.

Ma noi sediamo intenti

sempre a una muta fedele difesa.

Tenera sarà la mia voce e dimessa

ma non vile,

raggiante nella gola

-che mai l’ombra dovrebbe toccare-

raggiante sarà la tua voce

di sposalizio, di domenica.

Non saremo potenti, non lodati,

accosteremo i capelli e le fronti

a vivere

foglie, nuvole, nevi.

Altri vedrà e conoscerà: la forza

d’altri cieli, di pingui

reintegratici

atmosfere, d’ebbri paradossi,

altri moverà storia

e sorte. A noi

le madri nella cucina fuochi

poveri vegliano, dolce

legna in cortili cui già cinge il nulla

colgono. Poco latte

ci nutrirà finché

stolti amorosi inutili

la vecchiezza ci toglierà, che nel prossimo

campo le mal fiorite aiole

prepara e del cuore

i battiti incerti, la pena

e l’irreversibile stasi.

 

II

Ma tu conoscerai del mio sorriso

l’implorazione ferma

nei millenni come una ferita,

io del tuo l’alba ad ogni alba.

Germoglio lieve ti conoscerò:

quanto aprirai, quanto ci appagherai

di lievi avvenimenti.

Droghe innocue, bufere di marzo;

orti d’iridi e cera, sinecure

per menti e mani molli d’allergie;

letture su pulviscolo d’estati,

letture su piogge, tra spine infinite di pioggia.

Talvolta Urania il vero

come armato frutto ci spezzerà davanti:

massimi cieli,

voli che la notte

solstiziale riattizza,

gemme di remotissimi

odi e amori, d’idrogeno

sfolgorante fatica:

deposti qui nell’acqua di un pianeta

per profili di colchici e libellule.

 

Forse alzerò fino a te le mie ciglia

fino a te la mia bocca cui l’attesa

alterò dire, esistere.

E anche nella terra,

domani, l’ultimo mio indizio

inazzurrirà di stellari entusiasmi,

di veloci convulse speranze.

 

Avremo lontananze capovolte

specchi che resero immagini rubate

fiori usciti da mura ad adorarti.

Saremo un solo affanno un solo oblìo.

 

(Da IX Ecloghe, 1962 in Poeti Italiani del Novecento, a cura di P.V.Mengaldo, Mondadori Editore 1981)

***

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Il Poeta con la moglie, Marisa Michieli, cui il testo è dedicato

 

 

 

 

 

 

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

Un Posto, di sabato: Andrea Zanzotto, Ecloga II

Milo De Angelis

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*

Sono in un segreto frastuono
sono in questo cortile d’aria
e ogni parola di lei violaciocca
mi fa pensare a ciò che sono
un povero fiore di fiume
che si è aggrappato alla poesia.

 

*

Questa sera ruota la vena
dell’universo e io esco, come vedi,
dalla mia pietra per parlarti ancora
della vita, di me e di te, della tua vita
che osservo dai grandi notturni e ti scruto e sento
un vuoto mai estinto sulla fronte, un vuoto
torrenziale che ti agitava nel rosso dei giochi
e adesso ritorna e ancora ritorna
e arresta la danza delle sillabe
dove accadevi ritmicamente e tu
perdi il gomitolo dei giorni e spezzi
la tua sola clessidra e ristagni e vorrei
aiutarti come sempre ma non posso
fare altro che una fuga partigiana da questo cerchio
e guardare il buio che ti oscilla tra le tempie e ti castiga,
figlio mio.

 

*

Il ragazzo eterno che risiede
in te gioca e gioca ancora e insegue un pallone
che lo porta nel grande urlo dello stadio, nell’aperto
sorriso del mondo… cosa ti manca cosa cerchi in una
donna quale ombra quale segreto quale danza indefinita
che tradisce il sacro appuntamento
dell’ultimo minuto, e lo fa più lungo più breve,
più simile alla vita

Da Incontri e agguati, Mondadori, 2015

 

 

Milo De Angelis

Un posto, di sabato: Lezioni Americane (seconda parte)

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Nel giugno 1984 Italo Calvino fu invitato dall’Università Harvard a tenere le prestigiose Charles Eliot Norton Poetry Lectures per l’anno accademico 1985 – 1986. Egli passa dunque l’estate del 1985, la sua ultima estate, a lavorare nella casa di Roccamare alla preparazione di questo ciclo di conferenze in cui indica “i valori o qualità o specificità della letteratura” che gli stanno particolarmente a cuore, e lo fa attraverso la proposta di alcune parole – chiave. Queste Poetry Lectures non si terranno mai a causa della prematura scomparsa di Calvino, avvenuta nel settembre del 1985. Al momento di partire per gli Stati Uniti, delle sei lezioni previste ne erano state scritte cinque: la sesta l’avrebbe scritta a Harvard.
Il libro, uscito nel 1988 per Garzanti, riproduce il dattiloscritto trovato dalla moglie di Italo Calvino, Esther Judith Singer.

Presentiamo, in questa seconda parte, alcuni brani tratti dai testi della quarta e della quinta conferenza, e dall’appendice dell’edizione Oscar Mondadori, Cominciare e finire, stesura provvisoria della prima conferenza che in seguito verrà scartata ma che contiene parecchio materiale destinato a confluire nella sesta lezione, rimasta incompiuta: Consistency.

La prima parte si può leggere qui

VISIBILITA’

(…)quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la «civiltà dell’immagine»? Il potere di evocare immagini in assenza continuerà a svilupparsi in un’umanità sempre più inondata dal diluvio delle immagini prefabbricate? Una volta la memoria visiva di un individuo era limitata al patrimonio delle sue esperienze dirette e a un ridotto repertorio d’immagini riflesse dalla cultura; la possibilità di dar forma a miti personali nasceva dal modo in cui i frammenti di questa memoria si combinavano tra loro in accostamenti inattesi e suggestivi. Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione. La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.
Se ho incluso la Visibilità nel mio elenco di valori da salvare è per avvertire del pericolo che stiamo correndo di perdere una facoltà umana fondamentale: il potere di mettere a fuoco visioni a occhi chiusi, di far scaturire colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini. Penso a una possibile pedagogia dell’immaginazione che abitui a controllare la propria visione interiore senza soffocarla e senza d’altra parte lasciarla cadere in un confuso, labile fantasticare, ma permettendo che le immagini si cristallizzino in una forma ben definita, memorabile, autosuffciente, «icastica».

[…]

Comunque, tutte le «realtà» e le «fantasie» possono prendere forma solo attraverso la scrittura, nella quale esteriorità e interiorità, mondo e io, esperienza e fantasia appaiono composte della stessa materia verbale; le visioni polimorfe degli occhi e dell’anima si trovano contenute in righe uniformi di caratteri minuscoli e maiuscoli, di punti, di virgole, di parentesi; pagine di segni allineati fitti fitti come granelli di sabbia rappresentano lo spettacolo variopinto del mondo in una superficie sempre uguale e sempre diversa, come le dune spinte dal vento del deserto.

 

MOLTEPLICITA’

La conoscenza come molteplicità è il filo che lega le opere maggiori, tanto di quello che viene chiamato modernismo quanto di quello che viene chiamato il postmodern, un filo che – al di là di tutte le etichette – vorrei continuasse a svolgersi nel prossimo millennio.
Ricordiamo che il libro che possiamo considerare la più completa introduzione alla cultura del nostro secolo è stato un romanzo: Der Zauberberg [La montagna incantata] di Thomas Mann. Si può dire che dal mondo chiuso del sanatorio alpino si dipartono tutti i fili che saranno svolti dai maitres à penser del secolo: tutti i temi che ancor oggi continuano a nutrire le discussioni vi sono preannunciati e passati in rassegna.
Quella che prende forma nei grandi romanzi del XX secolo è l’idea d’una enciclopedia aperta, aggettivo che certamente contraddice il sostantivo enciclopedia, nato etimologicamente dalla pretesa di esaurire la conoscenza del mondo racchiudendola in un circolo. Oggi non è più pensabile una totalità che non sia potenziale, congetturale, plurima. A differenza della letteratura medievale che tendeva a opere che esprimessero l’integrazione dello scibile umano in un ordine e una forma di stabile compattezza, come la Divina Commedia, dove convergono una multiforme ricchezza linguistica e l’applicazione d’un pensiero sistematico e unitario, i libri moderni che più amiamo nascono dal confluire e scontrarsi d’una molteplicità di metodi interpretativi, modi di pensare, stili d’espressione. Anche se il disegno generale è stato minuziosamente progettato, ciò che conta non è il chiudersi in una figura armoniosa, ma è la forza centrifuga che da esso si sprigiona, la pluralità dei linguaggi come garanzia d’una verità non parziale. Com’è provato proprio dai due grandi autori del nostro secolo che più si richiamano al Medioevo, T.S. Eliot e James Joyce, entrambi cultori di Dante, entrambi con una forte consapevolezza teologica (sia pur con diverse intenzioni). T.S. Eliot dissolve il disegno teologico nella leggerezza dell’ironia e nel vertiginoso incantesimo verbale. Joyce (…) è soprattutto l’enciclopedia degli stili che realizza, capitolo per capitolo in Ulysses o convogliando la molteplicità polifonica nel tessuto verbale dei Finnegans Wake.

[…]

Tra i valori che vorrei fossero tramandati al prossimo millennio c’è soprattutto questo: d’una letteratura che abbia fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nella stesso tempo della scienza e della filosofia, come quella di Valéry saggista e prosatore.

[…]

Nella narrativa se dovessi dire chi ha realizzato perfettamente l’ideale estetico di Valéry d’esattezza nell’immaginazione e nel linguaggio, costruendo opere che rispondono alla rigorosa geometria del cristallo e all’astrazione d’un ragionamento deduttivo, direi senza esitazione Jorge Luis Borges (…) perché ogni suo testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico; perché sono sempre testi contenuti in poche pagine, con una esemplare economia d’espressione; perché spesso i suoi racconti adottano la forma esteriore d’un qualche genere della letteratura popolare, forme collaudate da un lungo uso, che ne fa quasi delle strutture mitiche.

[…]

Qualcuno potrà obiettare che più l’opera tende alla moltiplicazione dei possibili più s’allontana da quell’unicum che è il self di chi scrive, la sincerità interiore, la scoperta della propria verità. Al contrario, rispondo, chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

 

COMINCIARE E FINIRE

Fino al momento precedente a quello in cui cominciamo a scrivere, abbiamo a nostra disposizione il mondo – quello che per ognuno di noi costituisce il mondo, una somma di informazioni, di esperienze, di valori – il mondo dato in blocco, senza un prima né un poi, il mondo come memoria individuale e come potenzialità implicita; e noi vogliamo estrarre da questo mondo un discorso, un racconto, un sentimento (…)Ogni volta l’inizio è questo momento di distacco dalla molteplicità dei possibili: per il narratore l’allontanare da sé la molteplicità delle storie possibili, in modo da isolare e rendere raccontabile la singola storia che ha deciso di raccontare questa sera; per il poeta l’allontanare da sé un sentimento del mondo indifferenziato per isolare e connettere un accordo di parole in coincidenza con una sensazione o un pensiero.

[… ]

L’universo si disfa in una nube di calore, precipita senza scampo in un vortice d’entropia, ma all’interno di questo processo irreversibile possono darsi zone d’ordine, porzioni d’esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva. L’opera letteraria è una di queste minime porzioni in cui l’universo si cristallizza in una forma, in cui acquista un senso, non fisso, non definitivo, non irrigidito in un’immobilità mortale, ma vivente come un’organismo.
La poesia è la grande nemica del caso, pur essendo figlia anch’essa del caso e sapendo che il caso in ultima istanza avrà partita vinta. «Un coup de dés jamais n’abolira le hazard» [Un colpo di dadi mai abolirà il caso]. All’ineluttabile trionfo dell’entropia, Mallarmé risponde contrapponendole i suoi perfetti cristalli di parole, pur sapendo che la loro sostanza è la stessa a cui tende l’universo: la negazione, l’assenza, il niente.

un posto di sabato calvino

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Un posto, di sabato: Lezioni Americane (seconda parte)

Un posto, di sabato: Lezioni americane (prima parte)

un posto di sabato calvino
Italo Calvino, Lezioni Americane, Sei proposte per il prossimo millennio, Mondadori 2002

Nel giugno 1984 Italo Calvino fu invitato dall’Università Harvard a tenere le prestigiose Charles Eliot Norton Poetry Lectures per l’anno accademico 1985 – 1986. Egli passa dunque l’estate del 1985, la sua ultima estate, a lavorare nella casa di Roccamare alla preparazione di questo ciclo di conferenze in cui indica “i valori o qualità o specificità della letteratura” che gli stanno particolarmente a cuore, e lo fa attraverso la proposta di alcune parole – chiave. Queste Poetry Lectures non si terranno mai a causa della prematura scomparsa di Calvino, avvenuta nel settembre del 1985. Al momento di partire per gli Stati Uniti, delle sei lezioni previste ne erano state scritte cinque: la sesta l’avrebbe scritta a Harvard.
Il libro, uscito nel 1988 per Garzanti, riproduce il dattiloscritto trovato dalla moglie di Italo Calvino, Esther Judith Singer.

Presentiamo in questa prima parte alcuni brani tratti dai testi dalle prime tre conferenze

La seconda parte si può leggere qui

LEGGEREZZA

Dopo quarant’anni che scrivo fiction, dopo aver esplorato varie strade e compiuto esperimenti diversi, è venuta l’ora che io cerchi una definizione complessiva per il mio lavoro; proporrei questa: la mia operazione è stata il più delle volte una sottrazione di peso ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.
[…]
Presto mi sono accorto che tra i fatti della vita che avrebbero dovuto essere la mia materia prima e l’agilità scattante e tagliente che volevo animasse la mia scrittura c’era un divario che mi costava sempre più sforzo superare. Forse stavo scoprendo solo allora la pesantezza, l’inerzia, l’opacità del mondo: qualità che s’attaccano subito alla scrittura, se non si trova il modo di sfuggirle.
[…]
Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza: gli uccelli, una voce femminile che canta da una finestra, la trasparenza dell’aria, e soprattutto la luna. (…) il miracolo di Leopardi è stato togliere al linguaggio ogni peso fino a farlo assomigliare alla luce lunare. Le numerose apparizioni della luna nelle sue poesie occupano pochi versi ma bastano a illuminare tutto il componimento di quella luce o a proiettarvi l’ombra della sua assenza.

RAPIDITA’

…in un’epoca in cui altri media velocissimi e di estesissimo raggio trionfano, e rischiano d’appiattire ogni comunicazione in una crosta uniforme e omogenea, la funzione della letteratura è la comunicazione tra ciò che è diverso in quanto è diverso, non ottundendone bensì esaltandone la differenza, secondo la vocazione propria del linguaggio scritto. Il secolo della motorizzazione ha imposto la velocità come un valore misurabile, i cui records segnano la storia del progresso delle macchine e degli uomini. Ma la velocità mentale non può essere misurata e non permette confronti o gare, né può disporre i propri risultati in una prospettiva storica. La velocità mentale vale per sé, per il piacere che provoca in chi è sensibile a questo piacere, non per l’utilità pratica che si possa ricavarne.

[…]

Il mio lavoro di scrittore è stato teso fin dagli inizi a inseguire il fulmineo percorso dei circuiti mentali che catturano e collegano punti lontani dello spazio e del tempo. Nella mia predilezione per l’avventura e la fiaba cercavo sempre l’equivalente d’un’energia interiore, d’un movimento della mente. Ho puntato sull’immagine, e sul movimento che dall’immagine scaturisce naturalmente, pur sempre sapendo che non si può parlare d’un risultato letterario finché questa corrente dell’immaginazione non è diventata parola. Come per il poeta in versi così per lo scrittore in prosa, la riuscita sta nella felicità dell’espressione verbale, che in questo caso potrà realizzarsi per folgorazione improvvisa, ma che di regola vuol dire una paziente ricerca del mot juste, della frase in cui ogni parola è insostituibile, dell’accostamento di suoni e di concetti più efficace e denso di significato. Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile.

 

ESATTEZZA

Esattezza vuol dire per me soprattutto tre cose:
1) un disegno dell’opera ben definito e calcolato;
2) l’evocazioni di immagini nitide, incisive, memorabili; in italiano abbiamo un aggettivo che non esiste in inglese, «icastico»;
3) un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.
Perché sento il bisogno di difendere dei valori che a molti potranno sembrare ovvii? Credo che la mia prima spinta venga da una mia ipersensibilità o allergia: mi sembra che il linguaggio venga sempre usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile. Non si creda che questa mia reazione corrisponda a una intolleranza per il prossimo: il fastidio peggiore lo provo sentendo parlare me stesso. Per questo cerco di parlare il meno possibile, e se preferisco scrivere è perché scrivendo posso correggere ogni frase tante volte quanto è necessario per arrivare non dico a essere soddisfatto delle mie parole, ma almeno a eliminare le ragioni d’insoddisfazione di cui posso rendermi conto. La letteratura – dico la letteratura che risponde a queste esigenze – è la Terra Promessa in cui il linguaggio diventa quello che veramente dovrebbe essere.

[…]

In questa via di ricerca mi è stata vicina l’esperienza dei poeti: penso a William Carlos Williams (…) penso a Marianne Moore (…) e penso a Eugenio Montale che si può dire sommi i risultati di entrambi nella sua poesia L’anguilla, una poesia di una sola lunghissima frase che ha la forma dell’anguilla, segue tutta la vita dell’anguilla e fa dell’anguilla un simbolo morale. Ma soprattutto (…) penso a Francis Ponge in quanto con i suoi piccoli poemi in prosa ha creato un genere unico nella letteratura contemporanea (…) Ponge è per me un maestro senza eguali perché i brevi testi de Le parti pris des choses (…) rappresentano il miglior esempio d’una battaglia col linguaggio per farlo diventare il linguaggio delle cose, che parte dalle cose e torna a noi carico di tutto l’umano che abbiamo investito nelle cose.

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

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Italo Calvino (foto fonte web)
Un posto, di sabato: Lezioni americane (prima parte)

Un Posto, di Sabato: Passi scelti da ”Il colpo di coda – Amelia Rosselli e la poetica del lutto”

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‘’[…] dalle parti della Cina, patria di un pensiero del divenire (anziché dell’essere) in cui, incredibilmente per noi, è la parola poetica a definire il modello di quella politica. Non il progetto, la razionalità, la volontà del soggetto sono i valori da ricercare, bensì il flusso, il trovare la vena nel tagliare la giada, la disponibilità. Il calligrafo espressivo cinese, quello che arriva al kuang cao, la scrittura delle erbe […] non deve progettare, anzi deve evitare di farlo; deve fare il vuoto in sé, trovare il neutro, l’insapore, il nulla, il punto che possiede tutte le potenzialità, e solo da lì partire. In questo modo esprimerà non un se stesso, di cui alla cultura cinese importa ben poco, ma un fluire armonioso con le cose; oppure, se vogliamo, un divenire in relazione.

È questo medesimo divenire in relazione che mi pare caratterizzante il contenuto della scatola di Amelia Rosselli. Per quanto frequentemente nominato, l’io non sembra avere una funzione organizzatrice delle cose del mondo, nelle sequenze di queste poesie. Ha piuttosto l’aria di essere qualcosa che fluisce insieme con altre cose che fluiscono: il sospetto di un’identità personale che non arriva ad attualizzarsi se non per sprazzi momentanei – perché l’io non può mai essere sospeso del tutto. […] È qualcosa che può ricordare un flusso di coscienza, però ben diverso da quello joyciano: troppo simile a un flusso musicale, fatto di riprese e di sviluppi, di da capo e di spostamenti di accenti. Un flusso narrativo sarebbe di nuovo un’espressione dell’io, con la sua coerenza e la sua visione del mondo. Un flusso musicale non esprime invece di per sé alcuna concezione del mondo, nessun punto di vista singolare: è lì semmai che il divenire in relazione trova una modalità di espressione privilegiata.’’

 

(Daniele Barbieri, da ‘’L’improvviso di Amelia Rosselli’’, pp.13-14)

 

 

 

***

 

 

 

‘’[…] per Amelia Rosselli il linguaggio costituisce un universo a pieno titolo […]: nella sua poesia le parole hanno una carne e una sostanza ma, soprattutto, hanno suono:

 

’una problematica della forma poetica è stata per me sempre connessa a quella più strettamente musicale, e non ho mai in realtà scisso le due discipline, considerando la sillaba non solo come nesso ortografico ma anche come suono, e il periodo non solo un costrutto grammaticale ma anche un sistema […]. La lingua in cui scrivo di volta in volta è una sola, mentre la mia esperienza sonora logica associativa è certamente quella di molti popoli, e riflettibile in molte lingue.’’*

 

*(Amelia Rosselli) da Spazi Metrici

 

[…]

 

L’alba a rintocchi cade

sulla mia testa ammalata

il difficile umore m’assale

verde come la paura *

 

La sua poesia viene da lontano, bellicosa e bellissima dove ‘’I vostri inverni non bruciano di quel inchiostro che io tengo in mano’’, dagli anni della formazione, epifania di un nomadismo come disposizione esistenziale del poeticum che non si lascia mai catturare dai lacci dell’immediato e del visionario ma che pone in discussione la superficie trasparente della sillaba, della pagina, inaugurando una modalità sistematica di relazione tra significante e significato, nella quale presenza e differimento […] possiedono lo stesso valore veritativo, mescolandosi in una danza che pone l’una come riflesso necessario dell’altro […].

Ma è soprattutto sull’autonomia inventiva della parola che poggia il linguaggio esclusivo della sua poesia. ‘’

 

*Amelia Rosselli

 

 

(Antonella Pierangeli, da ‘’Amelia Rosselli, partitura per voce sola e livide disillusioni’’, pp.61-62-63)

 

 

 

***

 

 

 

‘’Come ci si estromette dal fare-vita?

Molto semplicemente mettendo al lavoro il lutto. Non si tratta necessariamente di morire, ma di praticare pedissequamente e quotidianamente la poetica del lutto, ovvero di morire poco per volta, ogni giorno e in ogni testo. Per questo è necessario almeno un addio, per questo bisogna declinare un intero sistema di addii. Si potrebbe dire che il sistema degli addii e la tenuta del ritmo siano gli elementi fondanti della roccaforte rosselliana. Una roccaforte che si potrebbe definire come una struttura ingabbiata.

[…]

Se la gabbia (e non mi riferisco solo a quella metrica) è un contenitore diventa necessario parlare di struttura quantificandone almeno altezza, larghezza e profondità. Se l’altezza è il dispositivo che dona intensità alla ripetizione divenendo sintomo di persuasione, se la larghezza è quel meccanismo che contrae e insieme dilata gli elementi della gabbia ove si consolida e si consuma l’atto stesso dello scrivere, se la profondità è spessore e consistenza nelle pieghe delle quali la Rosselli precipita, allora la struttura complessiva diviene inevitabilmente sapida e insieme sadica. C’è qui un farsi faccia-di-sé mentre ci si costruisce come interfaccia verso l’altro. Quell’altro che, nella sua altera terribilità, può rinvenire in superficie solo come proiezione della sua immagine, un’immagine parlante e scrivente.’’

 

 

(Enzo Campi, da ‘’Epico, sapido, sadico: per un (auto)ritratto di Amelia Rosselli’’, pp.87-88)

 

 

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Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

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Tutti i passi proposti sono qui riportati per gentile concessione di Enzo Campi, che desideriamo ringraziare; ciascun contributo è tratto dall’antologia

 

IL COLPO DI CODA

AMELIA ROSSELLI E LA POETICA DEL LUTTO

 

A cura di Enzo Campi

 

Marco Saya Edizioni 2016

 

 

 

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Le immagini sono tratte da: boinlettere.wordpress.com

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

 

Un Posto, di Sabato: Passi scelti da ”Il colpo di coda – Amelia Rosselli e la poetica del lutto”

Un Posto, di sabato: Conversazioni di Iosif Brodskij

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Iosif Brodskij (fonte web)

“Non sono le circostanze a creare uno scrittore, quanto piuttosto il contrario: uno scrittore, ciò che ha scritto, crea le proprie circostanze. Gli scritti e la persona non dipendono dalla sua biografia. È la biografia che deriva dagli scritti.”

 

“Sarebbe ora di ammettere che soltanto il contenuto può essere innovativo e che l’innovazione formale può avvenire solo entro i confini della forma. Rifiutare la forma significa rifiutare l’innovazione… Più che un crimine contro il linguaggio o un tradimento del lettore, il rifiuto della metrica è un atto di autocastrazione dell’autore.”

 

“…la maggior parte della gente cita Auden in modo sbagliato. Il verso dice:
«La poesia non fa accadere nulla: sopravvive». La poesia purifica la lingua, fa moltissime cose. È uno straordinario acceleratore mentale, per cominciare. Sintetizza una grande quantità di materiale, una gran quantità di materiale razionale e irrazionale. Dal mio punto di vista è molto spesso lo strumento cognitivo più efficace. Vive di vita propria. Ha le sue dinamiche. Ha un suo passato, un suo pedigree, un suo presente e un suo futuro. (…) Credo inoltre che sia, in termini assolutamente mondani, la forma suprema di eloquio umano, e in quanto tale rappresenti, dal mio punto di vista, lo scopo antropologico o genetico se vogliamo, della nostra specie. Non è un semplice intrattenimento, una «lettura». Se il linguaggio è ciò che ci distingue dal resto del regno animale, allora la poesia è il nostro imperativo biologico. La forma più succinta per dire qualcosa.”

 

“Non credo che il dolore sia necessario alla poesia. Anzi, spesso ottunde la sensibilità del poeta. Può uccidere.”

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“Una volta, forse a Stoccolma nell’87, ho detto che l’estetica è la madre dell’etica. Ne sono ancora fermamente convinto. Tutte le scelte fondamentali della nostra vita sono governate innanzi tutto dall’estetica. Non si sceglie di amare una donna per motivi etici, ma per una spinta estetica. Lo stesso avviene in letteratura, con la scrittura. Certo: si desidera essere veri, ma in poesia non basta che un verso abbia senso. Deve produrre un evento estetico. Io seguo una scuola che lavora su rime e metri, e questi aspetti estetici della poesia oggi rappresentano una scelta etica: sarebbe più semplice abbandonare la costruzione del verso, e scrivere le proprie opinioni in forma di monologo puro, di versi liberi. Ma, come disse Robert Frost, «scrivere in versi liberi è come giocare a tennis con la rete abbassata»

 

“…nel processo compositivo il poeta impiega sia il modo razionale che quello intuitivo. Curiosando tra gli appunti di un poeta troviamo molte crocette e segni, molti ripensamenti: cosa è successo? Semplicemente il poeta ha corretto i propri impulsi iniziali. Nel processo compositivo egli arriva a fondere il razionale con l’intuitivo, affermazione e negazione. Il poeta, in altre parole, è l’animale più sano: combina analisi e intuizione – analisi e sintesi – per giungere al risultato, alla rivelazione. Per questo la poesia è il più efficace acceleratore mentale.”

 

Iosif Brodskij (Leningrado, 1940 – New York, 1996), è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1987. 

I brani sono tratti da Iosif Brodskij, Conversazioni, Adelphi, Milano 2015  

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

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Un posto, di sabato

 

Un Posto, di sabato: Conversazioni di Iosif Brodskij

Un posto, di sabato

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è tempo per leggere, Un posto di vacanza

è mattina, e nell’antico portico vaporano moduli di luce obliqua e liquida; l’aria non suda e suona, da marmo a volta, di passi freschi, assorti e infrequenti: il torchio della fretta non è qui, intuirlo lontanissimo è già riposo, è sortilegio roseo di quieta sospensione

è sabato, e nel vecchio portico profumano brioche e pagine, il caffè è servito e il tavolino è il piano di un universo perfetto e circolare, la Terra piatta, in quieta sospensione, e oltre quel tondo niente: e in quel tondo, un cucchiaino suona concentrico e antiorario la precisione sfumata dell’ora concessa a un libro, la concentrata immersione nel sale di parole che risana, nell’abisso di se stessi che si legge riflesso, che si trova, che si perdona

Un posto, di sabato ospiterà alcune tra le pagine più inquiete delle nostre letture, i tarli e le rivelazioni,  i voli e i graffi, la materia viva del nostro interminato farci specie umana

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

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Un posto, di sabato