Lost in: Violeta Savu – Poesie

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Violeta Savu

Una noce

Ho condiviso una noce con Nora.
Aveva il sapore di una torta
al cioccolato inumidita con spezie
come alla Vigilia di Natale.

C’era anche l’odore della mamma
nella sferica drupa. Dopo
aver sbucciato il nocciolo ho
guardato nella corteccia legnosa.
Forse si scorgeva un’icona.

– Da dove hai preso questa noce?
– L’ho trovata
oggi
alla mamma
vicino alla croce.

Non c’è un albero
di noce
in tutto
il cimitero.

*

 

Adamo ed Eva - Tamara de Lempicka
Adamo ed Eva (part.), Tamara de Lempicka*

 

 

Sono come Sonia!

Lui stava salendo la scala
io stavo seguendo la sua ombra.
Non mi ama perché non soffondo
bellezza. Sono insulsa e nerastra.

Mi saluta dopo aver fatto l’amore.
Sto tirando i miei vestiti con pigri movimenti.
Niente su di noi, qualcosa degli altri.

Si ritira, parla con l’altra
al telefono. Non mi muovo. Prolungo il momento
tra l’ispirazione e l’espirazione. Dietro di me
lui risponde: „tantissimo”. Intuisco
la domanda della donna: „mi ami?”
„tantissimo”

„mi ami?!”

(Dal volume Da lontano lui mi vide bella)

*

 

Caro suicidio, non ti amo!

Caro suicidio, non tormenti i miei sogni. Ma, posso dire di avere una buona rimembranza di te. Ricordo come ho cercato di incontrarti nel mio primo anno di college. Sono stata bocciata all’ esame nella mia prima sessione, ho litigato con i miei e tornavo da un rendez-vous. Avevo scoperto che il ragazzo di cui ero innamorata amava follemente un’altra… E sappi, caro suicidio, ho provato, ma non sono riuscita ad essere tua amica!

Caro suicidio, non ti amo! E ti ho sconfitto
con una lunga gonna rossa
presa in prestito da una amica. Come potevo gettarmi
nel vuoto se non
indossavo i miei vestiti? La gonna era
fatta di materiale di alta qualità.
Senza alcuna piega, le sue pliche sembravano
onde di un mare in cui
è scesa la lava di un vulcano. Ricordo come ti ho detto.
Caro suicidio,
ti sto rinviando! Ho un incontro estremamente importante.
Devo restituire la gonna rossa
in cui ero vestita quando mi hanno preso
alcuni pensieri simili
con quelli di Esenin Hemingway Maiakovski Heym.
Anch’io avevo un „buco
nel soffitto”, ma come potrei averlo pensato fino in fondo,
come questi uomini,
se stavo indossando una gonna lunga lunga per terra?!
E, da sotto cupola della campana
di vetro uscirono le code di stoffa bruciata, la frangia di Sylvia.
Eppure, caro
suicidio, te lo giuro, ho una buona rimembranza di te.
Ho preso in prestito la gonna
rossa per essere elegante. Per essere bella. Pensando
all’amore. Lui non mi amava.
Mi sentivo brutta e sola. Ho camminato stonata
per le strade e sono entrata accidentalmente
nella scala di un grattacielo. Ho chiamato l’ascensore, una bara
scorrevole, rialzata in piedi. Ho
premuto il tasto 11. Raggiunsi un tetto dove
potevo guardare il panorama
della città. E, caro suicidio, sai cosa ho fatto?
Alzai l’orlo della gonna al cielo,
mi immaginavo che sono croco autunnale girando,
girando. Suicidio,
la tua bellezza inebriante come fiore brina. Fiore
dei morti. Ho visto
davanti agli occhi persone radunate accanto al mio corpo
inanimato. L’errata
identificazione. La mia amica. I genitori. I suoi fratelli e sorelle,
il fidanzato, tutti spaven
tati. All’improvviso ho capito, la sofferenza dei suoi cari
non potrei coprirlo con
la morbidezza delle macchie di sangue stampate sulla gonna
data in prestito. Caro suicidio,
non ti adoro, non ti ammiro, non ti amo! La tua forza
può essere indebolita da
una farfalla di stoffa rossa. Così vaporosa e lunga,
la gonna rossa
ha congiunto il cielo alla terra! Caro suicidio, io no,
non ti amo!

(Dal volume Frange)

*

savu 3
Violeta Savu

Il lamento di Eva

Promettimi
che guarirai la mia cicatrice
che ogni donna nasconde
non per pudore
ma per l’abisso della solitudine

 

*

 

 

Notturno

inginocchiavo nel corpo dell’uomo
come in un tempio pagano
e lui premeva il mio cuore
in una reminiscenza aliena

non ricordo altro che
le belle bugie,
un velluto che avvolgeva
il bacio triviale, il tremore
della tenda prima della scena

un’immagine allungata di un dio
spavaldo lui mi condanna la delicatezza

 

*

 

 

Separazione

con rammarico di ninfa scelta
sarò il tuo ultimo miraggio
una viola traballante
sulle acque di terraferma

 

***

 

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Notizie biobibliografiche

Violeta Savu (21 febbraio 1973, Bacău), laureata in matematica; è poeta e performer. Membro dell’Unione degli Scrittori dalla Romania; editore della rivista “Ateneu”. Ha pubblicato quattro volumi di poesie: “Rifugi in lirica” (Pallas, 2004), „Atocmiri” (Studion, 2006), “Da lontano lui mi vide bella” (Tracus Arte, 2011) e „Frange” (Tracus Arte, 2016). Nel 2016, al Festival Internazionale di Dramma “Valentin Silvestru”, nella sezione Drammaturgia, vince il Terzo Premio, con lo spettacolo “Clara e Robert. Carta sullo spartito “.  Ha pubblicato poesie e articoli letterari in numerose riviste del paese (“Vitraliu”, “Vatra”, “Famiglia”, “Ex Ponto”, “Poem caffe”, “Poesis international”). Per la rivista Poem caffe ha collaborato anche con delle rassegne cinematografiche. In Poesis International è stato pubblicato un aggruppamento delle sue poesie in inglese, tradotto da Elena Ciobanu. Ha in preparazione un volume drammaturgico che conterrà quattro pezzi di teatro con il titolo “Five Tattoos”.

 *

La traduzione delle poesie qui proposte è opera di Daniela Mărculeţ.

*Fonte immagine T. de Lempicka: web

Photo credits: Mia Nazarie, via Daniela Mărculeţ. 

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Lost in: Violeta Savu – Poesie

Pietro Romano, poesie inedite

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Pietro Romano*

 

il tenue del tocco, qui, pronto
a farsi incandescenza:

un focolare nella crepa,
nella pagina in bianco.

 

*

gli occhi chiusi si riaprano pieni
della parola minima radente
il fondo della voce escoriata.

 

*

Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,
quando, con l’odore di terra riarsa, le parole
separano le nubi dalle nubi, gli uccelli
dagli uccelli, le foglie dalle foglie?

 

*

Teca del dire, falce la parola:
in alleanza al verso, disossato
sulla lingua l’istante della crepa

 

*

Qui è un dimenticare – nel fioco
del palmo, esule è la crepa dove
a ora incerta si è, nell’abisso.

 

*

Quella prossimità di tenui luci,
di superfici impassibili e solchi di strada,
io non riesco a invocarla in una scia di versi
in cui sfavilli l’istante prima.

 

*

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa – nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede sé stessa.

 

*

Testimone del trauma di nascere su tutto il visibile, lontani dall’increato. E l’informe: crollo tra le ciglia. Per non farsi abbagliare, l’invisibile si sotterra. Varchi verso voci perdute. Invisibile, lasciaci entrare.

*

 

Cenni biobibliografici

Pietro Romano (Palermo, 1994) è laureato in Lettere. È autore di due raccolte di poesia, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018). I suoi versi sono apparsi in riviste nazionali e internazionali e tradotti in greco e spagnolo. Attualmente, frequenta il corso di Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

 

*La foto in alto è di proprietà dell’Autore

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Pietro Romano, poesie inedite

Riccardo Mazzamuto, Tre poesie da ”Diligenza del non padre di famiglia” con una nota di lettura di Alba Gnazi

diligenza
Copertina anteriore del libro; fonte immagine: http://www.lafeltrinelli.it

COLLOQUIO DI LAVORO
Si sondano tragitti
per trovare lavoro
quotidiani continui
annunci economici…
realizzabili senza
precisi propositi
di qualità… importante
percepire stipendio.
Esigenza vitale
poiché hai l’auto
a rate, bicicletta
e scooter smartfone
vacanze abbigliamento.
Cominci a studiare…
Arriva il primo a cento
km dal domicilio
in ordine alle date
dei concorsi o test
orale se ammesso.
Sul posto duemila
puzzolenti umani
di sudore da viaggio

da batteri da germi
attendono l’entrata.
Dei compagni di branco
banco né un conoscente
né sguardo o graffio
né sorriso, o aiuti…
Centoventiminuti
come tempo massimo
per essere archivista.
Assolti dai nostri
incerti culturali…
Domande di cultura
(Coltura) generale.
Domanda numero uno:
”Sei maschio o femmina”
Domanda numero due:
“Presidente di Stato
duemiladieci”
Domanda numero tre:
“Sei di destra o sinistra”
e così via… eccetera…
Domande di cultura
(Coltura) esplorativa.

Domanda numero uno:
“Dimmi della famiglia”
Domanda numero due:
“Perché questa carriera”
Domanda numero tre:
“Come è fatto un libro”
e così via eccetera…
Anche io finito il tempo
a casa tutti a casa
consegno il test scritto…
Ai concorsi… passati
non ho più pensato…
per tempo mi invita
una raccomandata
ad un colloquio
di lavoro in città.
Da segretaria in sede
alla data puntuale
vengo accolto
ad aspettare il Dottore…
Dopo poco distinto
con fascicolo e sguardo
arriva il Dottore
diritto negli occhi.

“Lei ha svolto il concorso
in modo perfetto,
è degno del lavoro
neanche un errore,
però un particolare
al concorso Lei scrive
«Celibe»;
anche adesso
o coniugato e figli?”
“ Dottore identica
situazione, convivo
con la madre… Dottore,
né separazioni…
convivenze né figli
matrimoni alle spalle”.
Poi disse: “Mi dispiace
diventa un problema
l’azienda chiede
la diligenza del buon
padre di famiglia.
Non ha affidabilità
per questo lavoro,
arrivederci… avrebbe
messo su famiglia…
Poi replica: “Sappia
ha un anno di tempo
primo da graduatoria
con quel requisito
il posto spetta a Lei… ”

“ Buonasera Dottore”.
“ Buonasera… Sera”.
Quel posto suscitava
interesse, azienda
guadagno e carriera
solida unica in zona…
Sconforto economico…
preso afflitto distrutto
apro il telefono
chiamo dal passato
quelle ragazze amate
con fede praticate.

«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Convivo… mi dispiace
abito fuori città»…
«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao mi sono sposata
aspetto un figlio »…

«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao lavoro fuori
mi trovo benissimo
giro… giro… che sballo»…
«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao… quale onore…
tesoro mio stupendo
uomo maschio mio…
Quante volte ti avrei
voluto chiamare… ok…
Vediamoci stasera…
che gioia ok bacio»…
Veronica ragazza
scorta tappa serate
del mercoledì o sere
andate a buca da “Miss”…
o per sesso anale.
Usciti insieme… dopo
un attimo, finiamo
per realizzare amore
sesso non protetto
con emissione di sperma.
Una… due… tre… quattro…
cinque… sei… sette… otto…
volte… e nove volte…
Dai ritardi muliebri
Veronica mi avvisa
in pizzeria che sarei
diventato o forse
padre o forse babbo…
Ho un’abitazione,
due camere da letto
arredata, aggiornata
con mobili ikea.
Regolata l‘unione
quella diventerà
il nido di comodo.
Veronica è pronta
al parto, parto parto
accelerando l’auto…
Spinge lei… spinge lui…
il bambino guarda
la luce… spinge spinge…
Torniamo a casa in tre
spinge familiare
la vita… familiare

Conquisto il lavoro
promesso, assunto
con l’accordo ferreo
di diligenza del buon
padre di famiglia…
Posso stima gioire
fiducia dei superiori
collettività tutta.
Passano mesi anni
anni mesi anni mesi…
Il bambino prospera
il rapporto tra me
e Veronica cambia…
cresciuti e cambiati
senza discussione
né litigi né sesso
soluzione unica
la separazione…
“Buongiorno Pier Vittorio
benvenuto inferno
di separati matti”…
Nonostante fosse mia
l’abitazione sono
costretto ad andare
torno da mia madre,
fortuna, godo almeno
di spazio… fortuna.

Il legale conclude
somministrazione
pratiche di divorzio
alimenti per due…
Veronica non perde
tempo, conquistata
da nuovo compagno
separato con figli
rimane incinta…
Due più uno più uno…
famiglia allargata…
Tornarono insieme…
per legge e diritto
contro lo sdegno mio.
Non riesco ad accettarmi…
perdo tranquillità
ironia e speranza
e sogni… mi trasformo
cavia dei petrolieri…
della Chiesa, produco
ricchezza istigato
da progetti sociali
folli e folli folli…
alla mia distruzione
si contrappone gioia
di “Santi Padri Capi”

Per controllo società,
i loro figli, loro
ricchezza e potere
generazionale.
Loro… loro e loro
esistenza divina.

*

TERRA MIA
Italia Toscana
e Occidente sono
venuto per miseria.
Soldi lavoro soldi
in terra mia nativa
là… ho moglie figli…
Di questo paese suolo
non m’importa niente.
Anzi appena ho i soldi
necessari ammucchiati
andrò via… via con gioia,
grande… alla faccia
di questo popolo…
e del vostro Stato.
Il castigo maggiore
io padre di famiglia
è essere allontanato
da affetti amori.
Da sapori odori
terra… mia terra mia…

Ho abitudini… gusti
religione pensieri
tinta… pelle diversa
e privo di libertà…
quindi schiavizzato.
Orrore d’Occidente…
Famiglia allo sfascio
diritti errati, schifo
politico mafioso…
È il perbenismo vostro
business di comodo
trafficanti d’umani.
Penso al mio paese,
ogni volta rimpiango
la mia gente misero
forse ergastolano…
L’orizzonte consola
solitudine oltre
oltre speranza oltre là…
un giorno quel mare
buio lo attraverserò…
Se costretto all’inferno…
questo, non cambierò
le mie usanze origini
abitudini e tutte…
In culo integrazione.

Passo la notte quando
ad occhi chiusi ascolto
il silenzio sogno…
Mare costa… una nave
aspetta il mio destino
di uomo, di religione,
di Dio e mia famiglia…
Occidente Occidente
se vuoi veramente
di giusto qualcosa
per me, lasciami andare.
Libera le mie terre
affinché possa in vita
vivere là… terra mia
con il mio sole mare
cielo luna terra mia…

*

FANTASMI
Le finestre mostrano
di solito in città
altre finestre dove
puoi percepire
il residente accanto
vicino e di fronte
se sei fortunato…
Invece abitando
a terreno puoi
imbatterti in nauseanti
odoracci di piedi
per presenza di area
adibita a Moschea
con Pellegrini scalzi
preganti dopo una
giornata di lavoro.
Dei palazzi pareti
serrano ogni altra
veduta probabile
forse magari dietro
c’era un parco con verde
una bella fontana
o appena un albero
o appena un cielo…

Tu noi sei siamo
obbligato obbligati
a vedere solo in
una – quel ritaglio
perché qualche
demente comunale
deciderà in Regione
anche per te noi voi…
Questo se abiti in città…
fuori, o campagna
o periferia mono–
bi – familiari ammesso
che non si intrometta
qualche fantomatico
testa sapientone
a depredare vista
e panoramica, le
finestre diventano
soltanto elemento
essenziale per area
e luce alla stanza.
Non permette il contesto
d’immaginare, sia pur
attraente è statico…
un albero collina
uno spazio di verde,
non ci fai più caso
ti abitui per sognare
devi prendere l’auto

e andare in giro
o alla tv o al computer.
In città le finestre
oltre al rapporto aero
illuminante danno
altro significato:
ad immaginare occhi
che guardano fiumi
auto dalle strade vie…
volo di tetti uccelli
in cerca di niente
frastuoni mutano
come persone e anni
o televisione alta
del vicino o più d’ogni
realtà occasione
d’immaginare eventi
che forse accadranno.
Mattine con vedute
diverse pomeriggio
e sera dalla notte.
Le finestre in città
dal 3° piano servono
anche al suicidio,
semmai ci fosse questa
estrema esigenza…
Quante finestre ad «ora»
case squillo spiate
hanno esistenza in città
tutti in comproprietà
sanno tutto di tutti,
pareri abiti nomi
politici e sessuali
truffe sentimentali…
ma, quando all’interno
qualcosa di fatale
accade non riesce
nessuno a dar dettagli
precisi all’evento…
Eletti psicologi
sociologi, sembrano
loro in confusione
mentale, e malati…
i soggetti in cura
continuano a colpire…

Germogliano amori
avventure amicizie
maschio e maschio
femmina e femmina
maschio e femmina
Tutte brave persone,
l’epilogo tragico
avveniva e sempre
tra maschio femmina
con morte della stessa.

Forse vedono solo
oltre quella finestra…
solo ciò che accade
ad altri tirare fuori
comodità per Chiesa
ma dentro la stanza o
le stanze all’interno
delle finestre c’era
vuoto perbenismo
criminal familiare.

Testi tratti da Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.), prefazione di Angelo Maugeri; Italic 2018

*

NOTA DI LETTURA DI ALBA GNAZI

*Pàdre: dal lat. (e umbr.) Pàter [acc. PATREM] – gr. Patèr [got. Fadar; a.a.ted. Fatar. mod. Vater; ingl. Father; lit. e slav. Bati; celt. Athair per Pathair]; sscr. Pitâ (acc. Pitaram), dalla rad. sscr. , che tiene il concetto di proteggere (sscr. pâti) ed anche quello di nutrire, ond’anche il sscr. gô-pas pastore di vacche (ted. Kuk vacca), il gr. Patèomai mi nutro, à-pastos digiuno (a- privativo), la quale radice sembra identica almeno affine a quella del sscr. Patis signore, pâ-yú custode: dunque a lettera quei che protegge, ovvero che nutre, che mantiene, che sostiene la famiglia (cfr. Potere, Valere, nonché Foraggio, Paglia (?), Pascere).
Il Genitore, il Capo della famiglia.
Presso i Latini fu anche titolo dei vecchi e dei Senatori, degli eroi e tra gli dei particolarmente di Giove, che perciò si disse Jup–piterumbr. Iu-pater che sta per Iovis-pater; e anche oggi si dà per rispetto ai sacerdoti e ai monaci.

*Fonte: https://www.etimo.it/?term=padre

*

La raccolta di Riccardo Mazzamuto prende l’abbrivio dall’istituto della paternità, nome che origina (vedi sopra) da un atavico senso di protezione e conservazione della specie la cui essenza ed etimologia deriviamo da antichi popoli eurasiatici attraverso millenni di vita nomade e stanziale.

La paternità viene qui analizzata partendo dal supposto giuridico che affida al padre una gestione ‘’diligente’’ dell’istituto famigliare, quindi estesa ed esposta a più vaste interpretazioni che si innestano nella società e nell’antropologia dei tempi odierni il cui percorso, direi quasi inevitabilmente, conduce il poeta a considerazioni e movimenti che ne svelano i caratteri più occulti e intimi, più scomodi e imbarazzanti; a capovolgerne, destrutturandola, l’accezione semantica consueta.

Dà l’avvio alle composizioni la situazione in cui il protagonista Pier Vittorio, soggetto e oggetto dell’intera raccolta, è chiamato ad affrontare il primo dei conflitti – ma anche: il primo limite, la prima conditio sine qua non – che alimentano il vivere della società (e non dell’individuo: vedremo meglio perché): per ottenere il lavoro di archivista – l’ambivalenza e l’ironia di questa scelta, qui come altrove, viene messa in luce dai soliloqui e dalle riflessioni che continuamente P.V. rilascia, volte al mantenimento della propria libertà di spirito, di scelta e di azione, che contrasta recisamente con gli esiti del suo percorso – deve essere sposato e avere figli.

Il contraddittorio nasce già dal titolo della raccolta: la diligenza del non padre di famiglia: questa negazione in termini e intenzioni, dichiarata presa di posizione e sfida alle convenzioni e alle norme universalmente accettate, caratterizza l’intero corpus delle poesie; viene reiterata e incisa anche quando, obtorto collo, il soggetto è appunto chiamato a scelte radicali che cambieranno la sua vita: ‘’Conquisto il lavoro/promesso, assunto/con l’accordo ferreo/di diligenza del buon/padre di famiglia…/Posso stima gioire/fiducia dei superiori/collettività tutta.’’ Da Colloquio di lavoro.

Ecco quindi che viene coinvolta, in questo tracciato esperienziale ed esistenziale, una counterpart al nostro protagonista, Veronica; moglie e non compagna, in passato già ragazza per il divertimento e non amica, quindi madre dei figli: mai complice (‘’Dai ritardi muliebri/Veronica mi avvisa/in pizzeria che sarei/diventato o forse/padre o forse babbo…//Ho un’abitazione,/due camere da letto/arredata, aggiornata/con mobili ikea./Regolata l‘unione/quella diventerà/il nido di comodo’’, ibid.), mai confidente, a sua volta ostaggio di preimposti ruoli.

Un vissuto coniugale, questo tratteggiato dal Mazzamuto, denso di squallore e solitudine nell’esercizio sterile di un rapporto che potremmo definire di comodo, instaurato per raggiungere scopi non confessabili all’altro (avvincente e colma di ironia la descrizione della ricerca, susseguente al colloquio di lavoro, di una possibile compagna, effettuata contattando telefonicamente amiche e fidanzate i cui numeri erano ancora su una vecchia agenda – a mo’ di call center), che in qualche modo condensa il costante svilimento degli impulsi più sani e vitali di una normale relazione di coppia.

Nella riflessione del Mazzamuto la paternità, deprivata del suo più gioioso e naturale stato, viene declinata e corretta secondo i doveri imposti da una serie di norme civili, storiche, religiose e sociali in cui l’individuo non ha né scelta né ragione in quanto tale, ma solo in quanto parte di un ingranaggio e cartina di tornasole di una società inumana, arida e distopica.

La distorsione del valore della paternità rispecchia le molteplici dinamiche di aberrazione del tessuto civile e morale dei nostri tempi, delle province e delle metropoli, nell’intimo delle abitazioni fin nelle piazze e nelle chiese. Lo sguardo impietoso del nostro poeta si sofferma su questa grave latenza del senso paterno (inteso nell’accezione di figura che protegge e custodisce posta in incipit) in più contesti e dimensioni: ad esempio, là dove indica l’ipocrisia e il mercimonio che abitano i luoghi di culto -questi a sfavore di un più auspicabile, benché dal poeta non inteso scontato, interesse per il prossimo e per le sue vicende proprio da parte dei precettori della fede – oltre, beninteso, a una crisi senza uscita della religiosità, dell’assenza dell’adesione e della ricerca di un ente superiore salvifico e – lui sì – protettivo, scevro delle debolezze e dell’inconsistenza umane (‘’Io avevo altri ideali/Dio ha altri ideali.’’, da Dio Vostro): ma senza speranza di rinvenirne alcuno, se non in un minuscolo barlume entro di sé. E ancora sonda, quindi spalanca le imposte per guardare dentro alle case, a scoprirne – dietro alla munificenza e all’abbaglio dell’aspetto – miserie e abissi; efficace, a tal proposito, la sezione in cui affronta la trasformazione di abitazioni fatiscenti, nido di umanità torbide e violente, in moderni palazzi di vetro aventi il fine di ‘’Consegna[re] le case alla vista di chiunque. Maggiore controllo familiare… in forma di e\o grande fratello’’ – da Le pezze infangate si smacchiano in famiglia.

Con uno stile spezzato reso narrativamente in prima persona, costituito da frequenti enjambement, versificazione breve, interruzioni sintattiche, cambi di ritmo, aggettivazione ridotta, a rendere il dettato incalzante, aperto a più interpretazioni e agganci a un ampio ventaglio di sottintesi, Mazzamuto incanala in una visione a tratti ironica e spietata, a tratti mesta e pensosa, gli egoismi e le smanie di una società (in)umana immessa in una natura antropizzata e grigia, dietro, dentro e attorno a costellazioni familiari e rapporti sociali ridotti ai minimi termini.

Ne deriva una sorta di spaesamento, di non identificazione, di inappartenenza al tessuto sociale, ai legami interpersonali che ne costituiscono la trama, tanto quanto al senso del divino, al cui posto prevalgono indifferenza, latitanza di misericordia e solidarietà, manifestazioni esteriori esasperate e contenuti nulli; come azzerata è la percezione dell’altro e di sé nella rispettiva interezza: si tratta, infine, dello straniamento rivelatorio e vieppiù sempre più consapevole di un uomo che guarda la sua e altrui esistenza popolate da sogni irrealizzabili, pantomime e fantasmi; impotente, sterile e straordinariamente solo.

*

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE

mazzamuto

Riccardo Mazzamuto è nato a Livorno nel 1966;  ha pubblicato “Abitudini d’animo” (Editrice Nuova Fortezza1988) prefazione di Laura Bandini  raccolta in versi;”La Sorte dell’ingranaggio” (Campanotto Editore Udine 1993) raccolta in versi prefazione di Carlo Marcello Conti; “ De profundis” (Gazebo Firenze1997 l’area di Broca) racconto in prosa prefazione di Mariella Bettarini. La Volpe e il Gatto (Lietocolle Editore Faloppio 2016) Segnalato Premio Camaiore 2017 e finalista Premio “Amaro Silano” 2018 (Cosenza).

E’ presente in due Antologie  in versi, edizioni ’88 e ’89 “La Torre di Calafuria” (Edizioni Il Gabbiano Livorno) prefazione di Riccardo Marchi e Antologia Premio Capannori 2017 (Marco Del Bucchia Editore).  Della sua Poesia si sono occupati anche Raffaello Bertoli Giampiero Neri Davide Rondoni Giuliano Ladolfi Valerio Nardoni Dante Maffia Renata Giambene Mariella Bettarini e Dario Bellezza, suoi testi sono stati pubblicati sia su riviste cartacee che online.

 

Su Un Posto di vacanza è stata tempo fa proposta una selezione poetica di Riccardo Mazzamuto leggibile a questo link.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Riccardo Mazzamuto, Tre poesie da ”Diligenza del non padre di famiglia” con una nota di lettura di Alba Gnazi

Patrizia Sardisco legge Elogi, di Franca Alaimo

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Lo scorso sabato 17 novembre, presso la libreria Macaione di Palermo, per la rassegna “Tempo di poesia”  ha avuto luogo la prima presentazione della silloge Elogi (Giuliano Ladolfi Editore, 2018) della poetessa palermitana Franca Alaimo, a cura mia e di Nicola Romano, con letture di Daìta Martinez.
Di seguito, vi proponiamo il testo della mia relazione introduttiva. Quella di Nicola Romano si può leggere qui.

Gli Elogi di Franca Alaimo

È notorio come nel mondo latino l’elogio avesse un carattere commemorativo o celebrativo e una lapidaria brevità, dato che per lo più veniva scolpito su tombe, su stele votive o su monumenti, oppure lo si scriveva sulle immagini degli antenati, per elencarne le imprese e le virtù.
In epoca medievale, invece, pare che i poeti abbiano cominciato a cimentarsi nell’elogio affrontando temi più bassi, o addirittura negativi, comunque certamente insoliti rispetto al passato.
E, più vicini a noi, anche scrittori e poeti come Leopardi, Gadda, Eco, hanno mostrato come, con un certo gusto del paradosso, le cose più biasimevoli, o le più semplici, cose che per la loro pochezza o banalità non meriterebbero alcuna attenzione celebrativa, possano essere fatte oggetto di lode e, argomentando alla rovescia, attraverso un’eversione dal senso comune, possano essere in qualche modo riscattate: aperto da uno sguardo nuovo, inedito, il reale viene offerto a nuove possibilità di prensione, sfaldandone la tempra monolitica e mostrandone una moltiplicazione di facce, di sfaccettature.
A me pare che, su questo solco, sia pure con moventi diversi, sia possibile offrire una preliminare collocazione al libro di Franca Alaimo, per gli oggetti dei suoi Elogi, oggetti minuscoli o di poco conto (cito a titolo di esempio una stampa cinese, diversi vegetali, piccoli animali, vocali, ma si potrebbe continuare) oppure addirittura controintuitivi (tra tutti, la morte ma forse peggio, lo stupro, l’orfanità …)
Facendo uso di una lingua chiara, che conduce al cuore del suo pensiero senza orpelli e senza avvitamenti, capace di elegante lirismo ma ugualmente capace di abitare le stanze fresche del parlato, anche gli Elogi di Franca Alaimo scolpiscono: sulle immagini della memoria più dolorosa, sui monumenti eretti ai miti dell’infanzia, sulle stele votive dedicate all’amore. Scolpiscono, gli Elogi di Alaimo, un proprio originale “cambio di passo” (qui sto citando uno dei titoli della sezione dedicata al tempo), il proprio sovvertimento controintuitivo, e sotto il sembiante di una poesia semplice, talora all’apparenza persino impulsiva e istintiva, ci regala (anche) una tessitura filosofica lievissima ma coerente.
Ma procediamo con ordine, consapevoli che potremo sporgerci solo da alcuni tra i molteplici versanti interpretativi che offrono un sentiero al nostro attraversare.

Sono partita da queste considerazioni sul genere letterario dell’elogio perché credo che questo libro vada affrontato a partire dal suo titolo, ponendo immediatamente la domanda sul perché un autore, oggi, avverta il bisogno di esprimere la propria poesia in forma di lode, o meglio per qual ragione le singole poesie che compongono questa biografia lirica debbano da noi essere lette come lodi, debbano, grazie proprio al titolo, venirci incontro anticipate da questo dichiarato portato laudativo. Se le leggessimo ciascuna per sé potremmo coglierne altri mille aspetti, ma l’autrice ce li pone in una specifica cornice.
E ancora di più: il libro avrebbe potuto intitolarsi, poniamo, La vita è bella e avere come sottotitolo la parola “elogi” per indicare il genere letterario di appartenenza: invece no, Elogi è proprio il titolo, isola senza sponda tutta da esplorare. Perche? Ecco, io vorrei lasciare in sospeso questo primo interrogativo, anzi tenerlo come sfondo al discorso che tenterò di portare innanzi, augurandomi di riuscire a imboccare il sentiero giusto per tornarvi.

Aprendo il libro, incontriamo subito una brevissima nota dell’autrice, quasi un’avvertenza, attraverso la quale veniamo a conoscenza del fatto che le poesie che leggeremo sono state scritte in un arco temporale che supera i vent’anni. “Arco” lungo il quale, come su un ponte, queste briciole, questi lucenti sassolini, sono stati gettati a tracciare un percorso ma chissà perché non più ripresi. Un arco, un arco come un ponte, quindi un camminamento sospeso, che però a lungo è rimasto invisibile o, meglio, non aperto, un varco non attivo. E allora non possiamo non chiederci: qual è la peculiarità di una raccolta che abbraccia, ma in silenzio, inedita, un tempo di scrittura tanto lungo? Quali sono le ragioni per le quali un testo poetico rimane confinato in un cassetto nel tempo, mentre per altre poesie coeve si prefigura e si realizza la pubblica condivisione? In forma di domanda, azzardo un abbozzo di risposta: perché lasciare briciole dietro di sé, se non per l’intenzione (conscia o no, poco importa) di ritrovare la strada verso casa, qualunque questa sia, comunque questa sia stata?

E andiamo finalmente all’impianto del libro, altro elemento ricco, a mio avviso, di implicazioni significative.
La nostra autrice decide di rivolgere le proprie note laudative al niente, al tutto, al tempo e all’amore, esattamente in quest’ordine e anche questa cosa mi si impone come degna di attenzione, insieme al peso specifico assunto da ciascuna sezione, con quella dedicata al tema del Tempo che, centrale, di gran lunga più corposa e preceduta dal Tutto, assume il ruolo di campata, nell’ideale ponte che il libro costruisce, lasciando come spalle, come colonne laterali, il Niente da una parte e l’Amore dall’altra, simmetricamente di 14 e 13 testi.
Eccoci dunque una mappa per il nostro attraversare: dal Niente all’Amore attraverso il Tempo, abbracciando Tutto.
Ed ecco, chiarissimo mi pare, il pensiero forte di questo libro, biografia in versi, elogio della vita, chiave che dissigilla il senso primigenio dell’essere nel mondo della nostra Autrice.
Un arco, un ciclo di vita, come direbbe la Psicologia, che da Franca Alaimo è assimilato a quello lunare che, solo, “raccoglie insieme/il tempo dell’infanzia e della morte” (Alberi, p.12). Un arco reso in un canto che trova in un certo abbassamento dell’io lirico (“Io: dico, sapendomi minuscola”, Il peso dei nomi, pag. 28) le proprie note più congeniali, le altezze empatiche e mature da cui cogliere e restituire gli elementi di rottura, lo squarcio, il sovvertimento, la mite ma ferma ribellione, che mi appare ravvisabile nelle tante avversative, nei frequenti ma e però che introducono le chiuse o comunque un’ideale seconda parte all’interno di moltissime liriche.
Dal Niente all’Amore. Dal nostro essere niente, nel senso di “indiviso tutto”, come ben sottolineato da Daìta Martinez nella quarta di copertina, oppure nel senso di una meno solare lusinga nichilistica? E poi, dal niente a quale amore?
Sono due abissi, si badi: il Niente (“la vita/che lentamente si sbriciola/(…), notti come pendii franati”, pag.14) e l’Amore che io ravviso nel continuo richiamo al divino e in un sorprendente, sapiente disseminare la parola gioia che germina nel rorido degli innumerevoli elementi naturali e che si farebbe un errore, credo, a rubricare come mero sfondo: gli oggetti della natura a mio parere si impongono in figura insieme all’Io, insieme al corpo, corpo essi stessi, vividi della stessa sostanza divina, anche se penso che qui non si stia parlando del Dio cristiano (per quanto fra i testi la parola dio ricorra tanto in maiuscolo che in minuscolo).
Sembra di sentire tra le pagine, nel vento così frequentemente evocato, un panteismo, una sorta di “tutto è pieno di dei”, trasfigurarsi e germinare in un “tutto è pieno di gioia”, attraverso la nuova prensione delle cose consentita dalla poesia, dal suo rivoluzionario sovvertimento della realtà, che innalzata e universalizzata consente al poeta di uscire dalla sua pesantezza opaca e di cantarla da una distanza che è precondizione di conoscenza ma, elemento che ritengo centrale nella poesia di Alaimo, immediatamente di ricongiungervisi , di ri-conoscersi come parte del tutto in una dimensione nuova, in un afflato profondo con il Tutto che non spaventa e soprattutto che salva. Superato l’horror vacui, superata l’angoscia di dispersione dell’Io, di perdita dei confini dell’Io, avvertirsi minuscoli e parziali, è ben diverso dal sentirsi annichiliti. È invece sentirsi parte di un equilibrio, di un ciclo , di un cosmo che si contribuisce a ordinare anche se rinunciando a cercare un senso che non sia questo esserci, (“senza che vi sia un vero senso” ,Canne e vento, pag. 20): e le Canne al vento di Deledda diventano Canne e vento e dice Alaimo: “un evento banale nel lungo movimento/che non ha altra sponda/se non dubitando e oscillando/essere vento per il respiro della canna/canna per il soffio del vento”. Sono versi bellissimi che basterebbero da soli a farci cogliere la direzione della riflessione filosofica dell’autrice, ma mi piace insistere sul soffio, su questo elemento naturale e divino nel quale mi pare di ravvisare una sorta di panteismo spinoziano: per il grande filosofo, Dio ossia la natura è in noi come in tutte le cose. Accettare questo pensiero è ciò che salva lo sgretolarsi dei giorni dal loro precipitare nel vuoto, nel niente. Ecco, in queste poesie, l’Io lirico avverte in sé, e nella realtà intorno a sé, la presenza di una pienezza di vita che lo avvolge e lo oltrepassa: il poeta avverte l’eternità, via via sempre meno confusamente. E con una invidiabile impennata di gioia si rende conto che l’essere umano non è un autonomo regno separato dal mondo ma partecipa del Tutto.
L’umana sete di felicità sembra qui identificarsi con la ricerca inesausta della capacità di sentire la gioia nel transeunte, nel doloroso, nell’incomprensibile, nell’infimo che caratterizza l’esperienza umana. Questo è possibile attraverso la scoperta poetica di un amore per la vita intesa come sovrapersonale cosa eterna e infinita, in grado di riempire l’animo di pura letizia e renderlo immune da quell’angoscia di dispersione e vanità di cui dicevo sopra.
“però adesso ripeto il mio sì/perché nulla si disperda fra me/e tutto ciò che ha respiro” (Al mattino, di nuovo, pag. 35): ecco questo libro è il dell’Io lirico, questo continuo tenace costruire e attraversare, questo ponte tra sé e la vita, tra noia e gioia, come ci dice Franca Alaimo ponendo queste due parole in rima nell’ultima poesia della raccolta, dialettica tra distanziamento mortifero dalla realtà, supina accettazione del destino e disperazione, da una parte, e accesso a una salvezza mercé “l’eccesso dell’amore”, pronta ad accogliere il soverchiante di una annunciazione capovolta, la tentazione del troppo che ancora gonfia il petto.

Ed ecco dunque la risposta al mio primo perché, quello relativo al titolo: si parla di elogi, qui, sembra dirci Alaimo, ma non soltanto: ci dice che si deve elogiare. Se lode è segno d’amore come partecipazione profonda, non può che essere di elogio un canto alla vita, anche quando a esser cantate son le più drammatiche tra le pagine vissute, anche quando riguardano il pensiero o l’esperienza della morte, anche quando affondano nella memoria della perdita più dolorosa o della più vile tra le violazioni che una donna possa subire.

Patrizia Sardisco

elogi copertina

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: Clelia Lombardo)

Patrizia Sardisco legge Elogi, di Franca Alaimo

Ogni goccia è mare #6: Sergio Sichenze

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Edvard Munch, Weeping Nude, 1913

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

 

Sii maledetto

L’amore
hai teso: attesa
della preda al laccio, vitreo
occhio, stupore.

Sii maledetto, maledetto
sii! La gazzella d’acque
sognante sopra le secche
di affilate rocce
hai trascinato: sigillo
di conquista.

Al primo
respiro il futuro
si è lacerato.

Sii maledetto, maledetta
sia la mano che la vita
afferra e rilascia:
a piacimento illusione
fluisce.

Sii maledetto:
intruso pugnale,
offesa, bruciore
che inghiotte, invisibile
parola di sangue.

L’amore
s’adombra
in un funerale.

Non voglio
tacere, sono uomo
senza genere.

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto: fonte web)

Ogni goccia è mare #6: Sergio Sichenze

Giorno della Memoria 2019

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Edith Birkin – A Camp of Twins, Auschwitz

 

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.
In occasione del “Giorno della Memoria”  sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere. (legge n. 211 del 20 luglio 2000)

 

a questi versi affidiamo  il nostro contributo di presenza e memoria

 

*

c’era mastodontica primavera, pisciata a fiori rosa sui selciati; misture di aprile, ossi e viandanza.

il selvatico con bisacce di rami spezzava gli occhi e parlava vento, diceva: fruga, sul petto ospiti il verde, e più vicino bisbigliava:

non è solitudine se non ascoltare sott’acqua, ascoltare, da sotto ascoltare, con l’acqua a frange ed echi, e una cima un po’ più su.

LaDonna aveva un numero sul petto.

non ti chiedono il nome, ripeteva, ma di metterli al centro, osannarli, divinità di pelle e odori, la pelle in quell’odore, una primula dov’era inverno, poi il cancello chiuso, l’immane dentro, d’un tratto tutti sul sentiero, in fretta fuori e sul sentiero. Nessuno è sbiadito. Nessuno è caduto.

 

ma non si guarisce, sai, dal Lontano.

LaDonna scosta il bianco dall’unghia. Fissa socchiusa la finestra.

Il Lontano fredda ogni notte sul collo. Si torna: e tutto si guarda come da un’assenza, alta irraggiungibile assenza; piattezza col tempo in mezzo, e davanti un corpo.

il silenzio costruito a fiati e cerchi, a terra e occhi, mura brillanti di spifferi, e il corpo attorno. mai soli.

sola torni, e quel silenzio ti piomba al Lontano

da un nuovo Lontano lo guardi

sei finita lì

 

Qualcuno racconta un’altra storia.

Qualcuno non crede.

Il numero prude. A volte ancora prude.

 

LaDonna ha mani spesse insonnia e consolazione, mani larghe posate dove forte la terra: forza che snatura spalle piccole, che intatto mostra il cuore ripido del tempo.

 

La ascolto, ferma al suo Lontano.

Identico il Lontano da cui ora vedo.

Sono finita lì.

Alba Gnazi

 

*

Scriviamo, sì, contiamo e camminiamo
offrendo fronte al cielo, gli occhi secchi
per la memoria viva, infuturata.
Presenti alla realtà, crosta salina
sul deserto. Eppure vividi germogli
squarcio di notte, sbaraglio d’aurora
raggiunti da una luce bassa, rossa
rincorsa crepitante sulla terra.
Contiamo come cunto, come canto
di storia bella e tragica
ferraglie di sincerità
e trasmissione orale
di noi cosa rimane oltre due carte
o muti oggetti
se non lo spazio aperto di tre generazioni
se non una parola chiara, tersa
imboccata
e il patrimonio salvo
di chi abbia pronunciato e chi ascoltato
cadrà su spalle ricche
giovani gambe per affrontare il tempo
di orme impresse su una neve assente
di bombe odierne schianto sul passato
di calcestruzzi issati e spine a mano
di sogni e di materia e fresca estate
di dolce ruscellare le speranze.
Chissà se opporre cura
carezza continuata
poesia che non si spezzi come pietra oblio
scrittura che resista, esista
al margine del sole
chissà se avrà funzione o anche valore.
Non scalderà una tenda gela
né salverà da alcuna fame o dramma
ma un palpito nel buio
di labbra che tocchino umide un orecchio
o una grafia a matita in riva a un lago
potrà suonare corde
nel più inatteso frangersi di mondo.

Gianluca Asmundo

*

La casa è un lento piovere protetto
tutto appare così, esterno e lontanissimo
la polvere sui libri disattesi
le voci che dissolvono il macello
in calibri opinabili, in dimensioni in numeri
in narrazioni opposte. L’ermeneutica è tana
liberi tutti. Eppure
non così a lungo sembrava aver piovuto
da dilavare gli occhi alla paura
colmarne le orbite svuotate
nelle fosse comuni. E invece è un mare.
E uno sterminio appena meno algebrico
scava intorno alla casa nel fatuo del tepore.
Senti come ogni goccia fa il tuo nome
il nome di tuo figlio addormentato
nella stanza più prossima al dirupo.
Trattieni il fiato, fanne traduzione.
Ostensione di nomi per le cose
perché resista e arda ciò che ancora si spezza
tra i vivi orbi e i morti senza voce.
Manda a memoria a fuoco crepitando
l’uguale mattatoio tra inferno e inferno
nell’angusto cantuccio che collassa
nel punto equidistante tra la Libia e Auschwitz.

Patrizia Sardisco

 

(articolo a cura della redazione)

 

(foto: fonte web)

Giorno della Memoria 2019

Lost in…: Gabriela Feceoru, poesie inedite tradotte da Daniela Mărculeţ

feceoru 1

 

tutta l’esperienza umana

ho sofferto come un dio che
non ha nulla da rimproverare a nessuno
come un dio ho espresso
segretamente un desiderio che

ho intenzione di soddisfare
ma ho il potere di esaudire
qualsiasi desiderio pregando a me e
salvando me stesso e
battezzo le mie mani con quali i peccati

si  fanno le mie mani con quali i peccati si
scrivono mi salvo dalla morte
sintetizzo la mia creazione come
i carrettieri dell’agricoltura perché loro
sanno bene cosa succede con la loro produzione

dipingo i miei capelli  in che colore
voglio il mio corpo lo guarisco
e lo faccio apparire stramitico mi
affeziono a chi desidero prendo
frustate in posti che mai
mostrerò a quelli che mi guardando in su
che a loro volta espongono i loro desideri
il mio desiderio è uno e lo dirò
nelle centinaia di pagine più
recenti dirò il mio desiderio  ripeterò

non perché qualcuno possa trovarlo
ma solo per me per aggiornarlo
ascoltandolo per me il desiderio
è più sacro della preghiera da lontano
santo perché è una chiamata ad approccio non è

un’esortazione a vanitose cose
nei pressi di fuorilegge sono vicino e
mi avvicino più forte forse sentirò che
è il momento ho il potere della decisione, io decido
quando è adempiuto ciò che è scritto e credo

che ciò che è scritto e la virgola tutto sarà fatto
sarà fatto con pause necessarie sta promesso
credo ed è fatto credo ed è fatto non pubblico più
niente non pubblico più nulla non pubblico più nulla
l’esposizione è una prova di vulnerabilità e
non sono più interessato a queste cose
rendo visibili le mie parole avvicino
le persone o sto portando via la gente niente
di quello che può esserci tra loro non mi interessa
hanno libero sfogo  ho libertà di azione  agiamo

separatamente non mi occupo dei loro affari
decido la mia nazionalità e il mio genere
mi definisco e cambio secondo me stesso
indosso il mio corpo e lo spoglio
soffro di un ordine assoluto

faccio un disordine assoluto lo stesso
ritengo opportuno a me sta anche
la forza di dichiarare anni morti per la pubblicazione

di qualsiasi tipo

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*

 

i miei amici hanno detto che stavi tornando

setaccio umano intrufolando luce
calda
è vero che stai tornando in paese
dicono che ti stai trasferendo con il lavoro
il luccichio sulle unghie rimarrà
intatto fino alla festa

lo giuro il cuore è
soave e per esemplificare
ti sto mandando  link sinonimo / anonimo
oliato aggraziato bitorzoluto

stilla diavoletta
impedita nelle vertebre
del corpo orientale rinfrescandosi
l’anima che giace su un lato

lei, l’anima, non riceverà nulla
da ciò che altri danno fino alla brezza
adatta ai tuoi passi liguri
ossessionando la terra fermando
l’evo in cui ci lasceremo
assorbiti dalla paura del sonno
quasi sperduti come sono
i corvi vaganti fissati con

spilli vigorosi dai due
fili paralleli dalla mia finestra
che vedo ad ogni risveglio
su uno sfondo di cielo sempre mancante
di nubi atrofizzando la mia
sensazione di riconciliazione con
la mia nuova situazione e il mio desiderio
malato

assurda a volare di là
dove l’odio è sempre  più
grande per prendere la pistola raddrizzandola
verso di me dopo averti

detto la verità  che sì, guarda,
è così, ti terrei per mano
per poi sparare e constatare che
non ho munizioni nemmeno per morire

metto in ridicolo il neon tremolante
ci osserviamo come in una sequenza mediocre uomini/bestie ho l’intera collezione di problemi senza soluzioni esponevo per convalidare l’elenco dei piani e quando ho pulito il tavolo si scossero le confidenze sorrido piangente

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*

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il cielo è blu e
gli angeli ci sono dentro

non ho scelto il momento giusto

come allora nella nostra cucina
ma ho un po’ di coraggio
vengo con te sicuramente
se te ne vai di nuovo
vengo con te sicuramente

resta qui accanto a me
in li-li-lin-gua-gua rumena

*

feceoru 3

Ho scritto un monologo lirico sulla vita e sul potere, sulla delusione, sull’empatia e sulle aspettative basate sul pattern familiare. Nell’ abbondante contenuto, dibatto la questione del ghosting. Molto vibe e tanta energia. Le ripetizioni danno l’inganno dell’inventario a certe situazioni che mi hanno desertificato il sè. Parlo di nuovo positivo e di nuovo positivo significa il tuo diritto e il mio e il suo, il nostro diritto di allontanarci dal tossico e riguadagnare la nostra autonomia corporea. Più un capriccio, questa volta di più per me che per il mondo, più come naturalmente vado oltre le apparenze. Riuscire a ricreare liricamente la mappa delle strade di Budapest,  strade che ho attraversato, essere in grado di mettere tutto insieme per creare una storia molto intima è stata una sfida che ha rilasciato una fusione internazionale. Posso essere accusata di ingenuità e pateticismo, sincerità eccessiva e illimitato biographismo, ma non posso essere accusata di mancanza di tatto, ritmo e sensibilità. Ho anche pagato questa volta il tributo con la forza della lingua del paese da cui provengo. Auguro a tutte le donne abbandonate di avvalersi basato sulle loro esperienze e a ogni uomo lasciato di esprimere i suoi sentimenti senza la paura che i suoi sentimenti lo avrebbero delimitato dalla mascolinità.

(Nota dell’Autrice – traduzione di Daniela Mărculeţ)

*

Notizie biobibliografiche

Gabriela Feceoru (1993, Petrosani) si  è laureata presso la Facoltà di Scienze e Lettere dell’Università “Petru Maior” di Târgu-Mureş è ha ottenuto un master della stessa facoltà. Esordio editoriale con il volume Blister ( Cartea Româneasca, 2017). Collabora con riviste letterarie e piattaforme letterarie: “Letteratura Romania”, “Euforion”, “Discobolul”, “Stampa culturale”, “LitArt”, “Banquet” ecc.  Presente nell’antologia poetica “L’offensiva dei debuttanti”, pubblicata sulla rivista “Familia” n. 6/2016 e nell’antologia “#Rezist! Poesia “, coordinata da Cosmin Perta, lavora alla rivista” Vatra “come segretaria letteraria.

*

I testi sopra proposti sono tratti dal volume inedito di Gabriela Feceoru ”Parlo di nuovo positivo e di nuovo positivo”.

La traduzione dei testi è stata eseguita da Daniela Mărculeţ.
Altre sue proposte sono su Un Posto di vacanza: rispettivamente qui e qui.

Le immagini che accompagnano i testi sono di proprietà dell’Autrice.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Lost in…: Gabriela Feceoru, poesie inedite tradotte da Daniela Mărculeţ

Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

eunuca.jpg

 

di nuca esausta
guardiana della culla
il suo crepuscolo

l’attrazione del neutro
un nucleo potenziale
servile a un suo orbitale malinconico

#0
pingue di sangue
esausto
a ostentare
obnubilata da obsolete tiare
la supponenza della tua postura
la nuca nuda
e sciatta

fai paura

*

#3

parole sante asettiche
_ma una parola buona
non si nega a nessuno

un monito infecondo
un obolo, un elogio
un fiore giù da un molo
fuori dall’area cieca

_mentre si volta accorta
a non bagnarsi i piedi
non sporcarsi le mani

*

#6

di nuca
prona ai muri
puoi lavarti le mani. Intanto

reti a strascico
rigettano ai pesci
anche il tuo stesso lunghissimo viaggio

*

#10

e il riallineamento
dall’entropia all’ordine
avviene per spontaneo spiaggiamento
poi la raccolta indifferenziata
dentro strutture plastiche
oscuranti
dotate di cerniera
di una forzata chiusura lampo
della storia

*

#11

 

scotoma, modalità on
sui quadranti sud orientali
_campo visivo stretto
a ciò che serve al calcolo

estetica economica
calcare i neri ai margini
rinforzare le linee
di confine
esaltare le campiture interne

*

#22

risoluzione nitida
ridotta al lumicino
mima una tarda notte
il polso della Vecchia
ombre
cinesi
islamiche, africane

sui muri implementati
le linee di frattura
vengono segnalate
a un ricompattatore
a colla fobica
per la manutenzione

*

#24

occorrerà convincere di essere
della giustezza della propria parte
della buona regia
_che qui è lontano dal corpo dell’inferno
che non avrà le braccia mai l’inferno
o gambe o mani
o dita lunghe e l’ombra
di nessun’onta, né accusa né rivendicazione_
occorre stari calmi e usare
calme e diplomatiche parole
lasciar sbollire il mare
prendere tempo
tenere stretto il largo
resistere e diffondere la voce
che quello nella culla
è il cuore giusto del tempo antropizzato
il resto è contingenza necessaria
l’acido sanatorio della storia

*

Testi tratti da eu-nuca, edizioni Cofine – collana ”Aperilibri”-, anno 2018;
prefazione di Anna Maria Curci.

patrizia
Patrizia Sardisco, immagine: web

Post-it all’Autrice (di Alba Gnazi)

mentre ancora, a cadenza quasi quotidiana, veniamo sommersi dall’ultimo annegamento, dall’ennesimo estremo ritrovamento; mentre ancora, di qua da un porto – linea maginot che azzera il tempo di chi aspetta – e spesso anche la vita -, e ancora, dall’incertezza di sapere chi/dove e cosa/quando, ecco che arriva il tuo eunuca, patrizia; eu-nuca, col prefisso in de-privante presentazione a dir la testa nuda di europa via dal corpo, mentre intera, eunuca, compare sterile in un ondivago oltretempo.

eunuca europa, raggrinzita tra tiare corpi pance piene e rottami, metafora potente del tempo prossimo, di quello scorso e luce spuria a tracciare i percorsi di un incertissimo quasi mozzo futuro (”e il cielo inscena un foglio quasi bianco/un profondissimo disegno cieco’‘, testo #4); trasmessa, eunuca, dal tuo dettato linguistico tutt’altro che piano, che anzi induce alla rilettura, alla meditazione: ché quando si ostende innanzi agli occhi uno spettacolo simile occorre con fermezza guardare, con pazienza guardare, con coraggio: e senza voltare gli occhi: così dinnanzi alla tua Poesia spietata, priva di riflessi e perdoni, di pacata furia latrice.

di là dal mare arriva la tua voce, un’emersione meditata e sofferta dal fondo cuore caldo di quest’europa, a dir di chi e per chi resta indietro, sperso nei flutti della generale indifferenza, quella che interrogata non sa spiegare: di chi sguazza nella politica, tirando su muri chiudendo porti ormeggiando corpi e vite tra secche e flutti, tra visti e rifiuti (‘‘non sono figli tuoi i fuori luogo/dove sono rotte le acque// (…) guardali, Vecchia, gettati al mondo/gettarsi all’altro mondo/saranno in chiaro adesso qualche ora/more di salmi oleografie e news”, testo #5; ”coscienza col colletto inamidato/ripiega carte nautiche e aspetta/l’autoazzeramento del problema”, testo #9)); di chi esulta del ripiegamento, come non fosse un’ammissione di incapacità, di arretramento e cecità (”scotoma, modalità on”, testo #11), ed esulta: come non fossero, di quest’europa sterile e glabra, cifra prima e ultima lo spostamento, la migrazione, il viaggio; come non ci fosse, nell’europa multietnica che raccoglie più lingue più storie più culture, un insieme sterminato di possibilità declinabili in vita comune, scambi, crescita: e non chiusura, non burocratizzazione feroce, non tolleranza dell’antiumano, non morte per ritardo di un lasciapassare, nell’inammissibile eppure palese negazione del diritto altrui a Essere e scegliere (”le porte/lasciate aperte/te le chiude di colpo//il primo vento dei nord/il primo vento dei no”, testo #19).

poesia non lirica, la tua, non nell’accezione di quanto attiene al personale, intimo e soggettivo, eppure lirica sui generis, ché a mio avviso questa silloge attesta, poesia per poesia, la profonda costernazione che ne anima il versificare e che viene traslata nel sentire collettivo di chi teme il cupio dissolvi implicito in certe scelte, in certe traiettorie sconsiderate; quello di chi guarda quest’europa/eunuca arida e infertile, nata vecchia (‘‘Nulla si crea, un Nulla che distrugge”, testo #8), che dell’irrimediabile, imbruttita vecchiaia ha la fatiscenza e la sordità, l’autoindulgenza più prossima a un incontinente e incontenibile egoismo (”t’ostini in distrazioni/hai frequenti momenti di amnesia//in sogno hai creduto che bastasse/mettere in fila piccole monete”, testo #8) , quello che scantona dall’altro anche a proprio detrimento.

è, questo, un canzoniere fitto di allitterazioni, rime interne, richiami anaforici, locuzioni non comuni e specialistiche, scarsa interpunzione: tratti tipici del tuo personalissimo stile, che ha fatto della sottrazione la propria cifra, e che nonostante la, e quindi, grazie alla complessità del lessico e del dettato poetico mai banale, arriva senza fraintendimenti al nucleo pulsante della questione: voce di Poeta che si leva per denunciare l’assuefazione al male, la sovraesposizione alle brutture, l’ordinarietà dell’inumano e indica nell’accoglienza, nell’aggregazione, nel dialogo vie non provvisorie per riacquistare (a europa, a chi la abita, a chi la amministra, a chi la percorre) dignità e umanità.

*

Articolo a cura di Alba Gnazi

Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

KOMMOS. Processione per isterectomia di Iuliana Lungu nella traduzione di Daniela Mărculeţ

lungu coprtina

 

de profundis

vediamo,
a cosa ti serve l’utero,

Donna?

(no, non è un esame
sul mio corpo,

l’anatomia della donna  È
metafisica)

cos’è la donna
senza organi genitali

cos’è?
Donna

senza utero non È?
luogo di mandato  trans-

generazionale
non è più

cos’è la donna
senza organi genitali,

posto per l’Uomo
no lo È?

ricevi vita in
prestito,
a cosa ti serve?

dimmi, donna!
a cosa ti serve l’utero?

dimmi, donna!
a cosa ti serve il sangue?

dimmi, donna!
non si tratta solo di procreazione?

NON È,

Il mandato è più una decifrazione.

*

nonimmacolato silenzio

 

dolcemente mi ha preso per mano,
con un tenero bacio
mi ha sussurrato:

vai piano,
qui si indossa il bianco.

nessun mortale può mantenere un segreto,

mi ha citato su Freud,
il senso del silenzio degli oggetti,
mentre svestiva un ecografo:

ti racconterò una storia,
qui si indossa il bianco.
se la sua bocca è sigillata, le dita parleranno.

 

mi ha detto di guardare
lo schermo
la risposta da parte tua:

non aver paura
qui scrive bianco su bianco:

il tradimento respira attraverso ogni poro.

*

nitrogenia  

 

nel blocco
operatore
la pittura del corpo
è in esecuzione

con betadine
al freddo.
Il medico
mi dice:

RilassaTi!
ripeti la formula
chimica,
per conforto

ripeta
dopo di me
donna,
(C6H9NO)n·xI:

ci sei
hacca
nove

a r i a   b r u c i a t a

 

(abbastanza inerte,
Lavoisier
lo ha chiamato
azoto,

senza vita.
i suoi composti erano
conosciuti
nel Medioevo.

 

Gli alchimisti
l’hanno chiamato
aqua fortis.
miscelavano

miscelavano
tutto
per
aqua regia.

per
aqua regia,
la dissoluzione
dell’oro)

Il Medico:

lascia la storia,
donna,
continua con
la formula chimica,

ripeta
solo
dopo
di me!

Donna:

ossigeno)ooo
xl
sette
volte

Il Medico:

schiena piegata,
mento in petto,
le braccia
insieme.

Il Coro:

come per la preghiera
come per la preghiera

metterli
tra le cosce,
morbido
come un panno.

L’Eco:

morbido come un panno
come un panno
un panno
panno

donna,diversamente

 

l’ago
non arriva
dove
occorre.

non sta tesa
il dipinto sulla schiena
viene indossato
con colori caldi

L’Eco:

con colori caldi
colori caldi
caldi.

Corifea:

avete dei figli?
È la migliore
cosa!

L’Uomo:

lo standard di vita
è dato da
tonnellate di

Il Coro:

acciaio sull’uomo
acciaio sull’uomo

La Folla:

quando ci rimprovererà
questa terra
torneremo
qui

Il Coro:

da un ospedale all’altro
da un ospedale all’altro
te lo dico
mia dolce
bambina,

ogni abbraccio
potrebbe essere l’ultimo

Il Coro:
senza betadine
senza betadine.

*

anesthesia
 

io vi addormento io vi sveglio
non definite voi cosa sia la morte.

noi non

stabiliamo la logica
la convenzione con

la vita
scorre.
io non
posso fermare
la dispersione
del sangue.

il momento in cui
so che non
è possibile
che l’uomo
torni indietro
intero.

io non.

il tunnel arancione
qualsiasi incontro con te.

Shakespeare,
nella sua genialità,
si domandava:

sono morte le persone
quando i loro capelli e le unghie
stanno crescendo
nelle loro tombe?

Einstein avrebbe detto:
Quando arriva
la stazione Clapham Junction
a questo treno?
i capelli e le unghie rimangono
invariati,
la pelle si ritrae
attorno a loro,
sarebbe l’ultima verità

riguardo
noi non.

ma i miei capelli
continuano a crescere.
la distanza tra

noi non.

possiamo tenere la coscienza
quando la nuvola  sta ghiacciando
il battito d’ali.

nu(b)i  mossi di
proteine,
questa energia.

iberniamo temporaneamente
alla caccia d’ali.

 

 

Testi tratti da ”KOMMOS. Processione per isterectomia” (originale: ”KOMMOS. Procesiune pentru histerectomie”), edito da FRACTALIA, di Iuliana Lungu 

 

lungu

Iuliana Lungu è psicoterapeuta dell’orientamento psicoanalitico. Ha pubblicato e tradotto saggi e articoli sulla psicoanalisi. Nel 2016 ha pubblicato per la prima volta poesie sul sito Qpoem, sulla rivista Familia, la rivista Vatra e Bottega Culturale (Prăvălia Culturală). Quest’anno, guidata dalla poetessa Medea Iancu in una residenza letteraria organizzata dalla casa editrice Cartea Românească, ha preparato il suo primo volume di poesie KOMMOS. Processione per isterectomia.

“Iuliana Lungu scrive sull’identità, sulla femminilità e l’accettazione / ridistribuzione del genere; le sue poesie sono un rituale di purificazione e libertà da pregiudizi, modelli, un rituale speciale che riguarda il sé e la verità. Le sue poesie parlano degli schemi che ci impongono la società, della vergogna, della colpa, della censura, ma soprattutto della colpa e della vergogna di essere una donna. ” Medeea Iancu

*

La traduzione proposta in questa sede è di Daniela Mărculeţ, che ha già curato per Un Posto di vacanza una trasposizione poetica dalla lingua romena, come è possibile leggere qui.  

Immagini inviate dalla Traduttrice.

Articolo a cura di Alba Gnazi

KOMMOS. Processione per isterectomia di Iuliana Lungu nella traduzione di Daniela Mărculeţ

Lorenzo Pataro, selezione di poesie edite e un inedito

Foto 145

C’è un vento di neve che scuce la pelle
lì fuori, ma la tua che stanotte
hai lasciato sul tavolo non cede al cadere
gelido del dolore, si ciba di quel
che rimane, parla col bicchiere mezzo rotto
mezzo vuoto, ascolta le crepe del vetro
in ansia per la tempesta imminente.
Sì, c’è un vento forte lì fuori, i passanti
sfidano la potenza sibilante
della lingua velenosa,
non comprendono i sintagmi minimi
delle frasi, sfugge il mistero della parola
sacra, perché sì, c’è un vento forte, fortissimo
lì fuori, un cane perlustra il resto
dei resti tolto alla fatalità della fame,
una carta col segreto dell’uomo-bambino
fuggita dalla torre s’inumidisce
di cielo superbo, e tu, smembrata,
voli leggera, protetta dal tuo silenzio
di carne, e vai, vai raccogliendo le parole
confuse, i cerchi, i gridi d’aiuto, cerchi
la chiave di svolta, i pezzi mancanti
per l’acqua sulla tovaglia che sfugge
alla logica del grembo, che soffre
sparpagliata e ha sete
di bianco.

(Inedito)  

***

Selezione di poesie da Bruciare la sete, Controluna Edizioni 2018.

 

(Silenzio)

 

Vorrei liberartene,
farlo marcire
(dentro due parentesi)
per non farti soffrire,
per farti fiorire.

Eppure gli scheletri
raramente escono
dagli armadi.
Come i tuoi
che hanno fatto un’oasi
di ceneri bianche.

*

La logica della quantità

 

Ho paura quando ti scopro bambina
con la bocca sporca di crema a ripulire
le barche sulla spiaggia
intrise di sabbia
per scovare le cifre
che mancano al tuo compimento.

Tutte le volte
come uno zero senza cifre davanti
accolgo fra le mie tremule braccia
la metafisica possibilità
che hai di riempirmi.

Un angelo senza ali dorme in quella nostra stanza vuota
in attesa di comunicarci un messaggio divino
che ci sottrae alla logica della quantità
e l’orologio tra le mani
conta i martellanti numeri restanti.

*

Darsi al vento

 

Ingoiare per sbaglio i noccioli delle ciliegie:
errore di fatalità diresti
istante negato che si partorisce dal buio
emerge dai cunicoli della gola
e li addenta come una madre quando vorace
trascina dai polsi il suo bambino
per insegnargli la ferocia dell’ascolto.

Ritirare la sete:
difetto di volontà diresti
istante scelto che si contorce
al sole, come ritira la lingua la serpe,
la saliva amara.

Spezzare la punta della matita
sentire le vertebre stridere
con la grafite:
errore di precisione diresti
pugile flaccido
bersaglio mancato per un soffio
troppa superbia nell’impugnare l’arma.

– Siamo fatti per cadere –
ti dico
mente ti ergi a un millimetro
dal mio gettare
e vorresti che i coltelli
non sviscerassero il vuoto.

*

La cenere

 

Nel bianco lancinante
mutismo di quella notte
fredda come una statua funebre,
giocavamo
a consumarci la voce
a furia di urlarci con gli occhi
a squarciagola
quanti petali ci eravamo strappati.

Ora resta solo la cenere
a scaldarci.

*

In viaggio

 

In viaggio
dormivi con le mani sopra gli occhi
come a proteggerti dai sogni
che non potevi realizzare.

Hai continuato a guardare il buio
accecandoti.

*

Veglia

 

Come Ungaretti
ho scritto
lettere piene d’amore
ma non ne ho ricevuto risposta

Non sono mai stato
tanto
attaccato al capo
del nostro filo spezzato.

*

Innalzarsi

 

Inabissarsi è solo toccare il fondo
per bersi il buio a piccoli sorsi
e poi innalzarsi
per poter raccontare
che solo l’acqua lurida del pozzo
mostra i propri mostri,
che solo rimpiangendo la Bellezza
si diventa di sé stessi Catarsi.

 

COPERTINA 1

 

 

Nota biobibliografica

Lorenzo Pataro, nato a Castrovillari il 14/11/1998, vivo a Laino Borgo, provincia di Cosenza, in Calabria. Diplomato al liceo scientifico di Lagonegro (Pz), sono al secondo anno di Lettere Moderne all’università degli studi di Salerno. Scrivo anche racconti e uno di questi, “Storia di un violino e di un corallo”, nel 2015, è stato pubblicato in un’antologia per scopi umanitari, Uomini su carta vol. 2, a cura di Gemma Gemmiti. Lo scorso giugno è stato pubblicato il mio primo libro di poesie, “Bruciare la sete”, per Controluna-Edizioni di poesia con la prefazione della poetessa Eleonora Rimolo. Due testi del libro sono stati pubblicati in anteprima dalla rivista Atelier Poesia (online) e uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro. Altri testi sono usciti per altre riviste e Lit-blog come Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia Ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero e di recente alcuni sono stati tradotti in romeno.

*

 

Immagini fornite dall’Autore.

Selezione testi e articolo a cura di Alba Gnazi.

Lorenzo Pataro, selezione di poesie edite e un inedito