Pietro Romano, poesie inedite

bozza-automatica-1633
Pietro Romano*

 

il tenue del tocco, qui, pronto
a farsi incandescenza:

un focolare nella crepa,
nella pagina in bianco.

 

*

gli occhi chiusi si riaprano pieni
della parola minima radente
il fondo della voce escoriata.

 

*

Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,
quando, con l’odore di terra riarsa, le parole
separano le nubi dalle nubi, gli uccelli
dagli uccelli, le foglie dalle foglie?

 

*

Teca del dire, falce la parola:
in alleanza al verso, disossato
sulla lingua l’istante della crepa

 

*

Qui è un dimenticare – nel fioco
del palmo, esule è la crepa dove
a ora incerta si è, nell’abisso.

 

*

Quella prossimità di tenui luci,
di superfici impassibili e solchi di strada,
io non riesco a invocarla in una scia di versi
in cui sfavilli l’istante prima.

 

*

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa – nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede sé stessa.

 

*

Testimone del trauma di nascere su tutto il visibile, lontani dall’increato. E l’informe: crollo tra le ciglia. Per non farsi abbagliare, l’invisibile si sotterra. Varchi verso voci perdute. Invisibile, lasciaci entrare.

*

 

Cenni biobibliografici

Pietro Romano (Palermo, 1994) è laureato in Lettere. È autore di due raccolte di poesia, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018). I suoi versi sono apparsi in riviste nazionali e internazionali e tradotti in greco e spagnolo. Attualmente, frequenta il corso di Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

 

*La foto in alto è di proprietà dell’Autore

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Pietro Romano, poesie inedite

Attilio Lolini: Bestiario gotico

bestiario gotico lolini.jpg

 

GAMBERI

Vanno in fila ad interrogare il mondo
come gamberi sulla spiaggia verso il mare
ma nessuno sa chi è e da dove approda

lascia che vadano i giorni
a galoppo sulle strade del niente
mentre le rane gracchiano negli stagni.

 
IL MAGO

Quando uno non sente niente
scrive versi da demente

parole di vecchi
da buttare nei secchi

sto sdraiato nel lettuccio
a occhi aperti, al calduccio

dall’esterno arriva un brusio
di gente che prega dio

ma non ho mai saputo
cosa in realtà è accaduto

dicono sia apparso un drago
cavalcato da un mago

ma nella città d’occidente
non è mai successo niente.

 
BRUMA

Mattino quando sorge la luna
il buio cala insieme alla bruma
si mette a letto la brava gente
quella che fa poco o non fa niente

vita matta
vita astratta
vita insana
vita brutta

va dormita tutta.

 
FORESTA

Chi scrive
non vive.

Le parole
salgono
nel cielo

foglie
di una foresta

che corre
e s’arresta
invano

sul bordo
d’una mano.

 
MARE

Il paesaggio indifferente
s’adagia nella memoria

un fantasma, una scoria

lenta s’avvicina l’onda
che presto inonda
il mare dei sogni.

 
LAGHETTO

Trema la luce sul vetro
finge un laghetto
inesistente

per dare al niente
qualche labile parvenza.

Ciò che dico
un balbettio represso

cantilena d’un bimbo
nel mare ignoto
che lo circonda.

 

da Bestiario gotico, Edizioni l’Obliquo, 2014

 

Attilio Lolini (Siena, 1939 – San Rocco a Pilli, 2017) ha pubblicato diverse raccolte presso L’Obliquo di Brescia, tra cui la sua ultima plaquette, Bestiario gotico (2015). Per i tipi di Einaudi sono invece l’auto-antologia Notizie dalla necropoli (2005), che raccoglie trent’anni di scrittura poetica e che gli ha valso i premi Viareggio e Mondello, il libro in prosa, scritto a quattro mani con Sebastiano Vassalli, Belle lettere (1991) e Carte da Sandwich (2013), di cui abbiamo già scritto qui.

(Articolo e foto a cura di Patrizia Sardisco)

Attilio Lolini: Bestiario gotico

Anna Bertini, selezione di poesie da ”Fuori il silenzio ad ombra”

download

 

Dolori e Clangori (sez. Lutti)

Dolori sporadici
tra costato e colonnato
chiodi arrugginiti
aliti di gente difficile,
partiture cromatiche
melodie sfilacciate.
La stagione causa infiltrazioni
emozioni che non riescono
senza deus ex machina
a sembrare tali.
C’è bisogno
di un carro di pompieri
di quattro carabinieri
e un burattinaio,
di quella ballerina
da Nuova Delhi
che sapeva leggere
i pensieri, poi con la forbice
li aggiustava pari.
Dolori e clangori
cinci–allegrieri, tortore
annidate tra i travetti
del tetto col loro chioccìo
portano a dubitare
di qualsiasi goccia che cade.
Non sarà pioggia, solo
un versamento pleurico
l’apoteosi della ritenzione –
ogni acquazzone
un’emorragia
che ti muore e via.

 

Leghorn (sez. Sguardi)

Barche e silenzio
canali immobili,
prigioni mormorano pentimenti.
Sampietrini dalla finestra
all’orlo della piazza
colpiscono la memoria
e non lasciano gloria
per le antiche fortezze.
Gramsci si dondola
nell’angiporto –
ragione o torto
fu lui maestro
di politiche
ora rese asfittiche
da cervelli fuggiti
lasciando i corpi.
In cielo gabbiani
contro le gru del porto
tra tagadà scoloriti
negli stabilimenti balneari.
Uomini e donne rugose
riscattano il fondoschiena
contro il fondo–scena
dei tramonti.
La cunta di vento
scandisce le ore,
meridiane assolate
le facciate dell’Ottocento.
Barriera Margherita,
oltre gli archi magioni di
ricchi mercanti, spariti
con l’arrivo dei mercatini
e degli yankee-boy.
Alcuni di noi sono andati via.
Ma parlando, quando apri le tue “a”
ciascuno sa che vieni da Leghorn.

 

La fiducia dei boschi (sez. Sguardi)

Ha fiducia il bosco
nelle radici:
sa dissetare per ricrescere,
lascia che si rinforzi
ciò che è stabile,
lascia che si spezzi
ciò che è caduco.
Sa profittare
della marcescenza
e del rigoglio
in parti uguali.
Con i profumi del suolo
nutre le altezze,
continua intanto a
scavare invisibile
le coltri del tempo.

 

Lisboa again (sez. Scherzi)

Sentirne paura e bisogno
trovare un pertugio tra ceselli
la strada dischiusa nel chiasmo
delle guglie, la finzione
sul mare che attrasse
Vasco da Gama.
Un verso rimasto chiuso
sulle labbra morte di Caiero
si libra nell’aria.
D’arenaria bionda,
la meraviglia trattiene
lo stupore nei pori:
ogni bellezza non somiglia
che se stessa, e l’animo
rapito in fronte a lei sta,
solo.

 

Le donne di Amedeo (Sez. Scherzi)

Penetrante il fico
ci abbraccia con l’odore,
quando di schiena va Jeanne
il colore nero–addio
spande nella sua capigliatura.
Beatrice canta del suo tempo
la parola, e Anna Achmatova
accentua il recitare di versi.
In un incontro tardivo
vivo è l’amato tra le amanti.
Tra fumi e aromi
catturati siamo
dalle trame maudit
nel tempo di Modì.

 

Onde e giostre (Sez. Variazioni)

Onde che si cavalcano
sulle giostre
e giorni mossi
di sicurezze a pezzi
che tieni care e strette
nelle calze bucate.
Camminiamo sugli scogli
infilando bottoni e coralli rossi
e tu che dici con fil di voce
non voglio sciarade di ricordi.
Girovagare, noi due braccate,
– tu dai ricordi, io da collane e ossi –
sul lungomare a cantare,
sedute alle giostre,
sui cavalloni
presi in prestito dal mare.

 

Vastità (Sez. Variazioni)

La vastità si fa brezza
e srotola il kilim della notte
è il momento di chiedere al creato chi sei –
il blu ti fascia la testa di stelle
Dal bivacco si alza alto un nome
capace di cavalcare le distanze
sfiora le dune ammutolite
offrendosi per i dubbi della preghiera
Sprigiona l’alba improvvisa
sulle camere spalancate dei deserti
la conta di passi perduti
si tramuta in traiettorie di ritorni
Clessidra imperitura che scorri tra le dita
nutriamo speranza di tornare diversi
da quando qui siamo venuti
diversi per intervento di tua eco
ampliati per similitudine

 

Selezione a cura dell’Autrice Anna Bertini

 

Testi tratti da “Fuori il silenzio ad ombra” , Edizioni Caosfera, Collana Alabaster diretta da Adriana Gloria Marigo, maggio 2018

 

***

Dalla Prefazione di Anna Maria Bonfiglio

Anna Bertini è artista a tutto tondo, non solo poetessa e
scrittrice, ma donna dalla personalità multipla, scaturita e
nutrita da esperienze extraterritoriali che l’hanno portata ad
assimilare culture di vari luoghi, fra cui la Germania dove ha
vissuto parecchi anni. La sua scrittura possiede un timbro
“europeo”, un’impronta che, per stile e per tematiche, va
ben oltre l’hortus conclusus della terra d’origine. Raffinata e
composta, alimentata da sguardi che penetrano l’animus
della realtà contraddittoria del tempo storico in cui si muove,
la poesia bertiniana tocca le molteplici corde dell’esistenza,
dalle inquietudini dell’anima ai turbamenti provocati dagli
sconvolgimenti sociali, dalle gioie degli affetti alla pietas
per gli esclusi e gli emarginati. La raccolta si compone di
quattro sezioni: Lutti, Sguardi, Scherzi, Variazioni, seguite da
Visitazioni – sezione dedicata ai contributi del poeta Michele
Paoletti e del musicista Vincenzo Fantacone –, una scala
tematica ampia che accoglie elementi letterari con rimandi
alla musica, alla storia personale e sociale, alla pensosità e
alla joie de vivre. Vale a dire a quel complesso di componenti
che sono della vita. (…)
Fuori il silenzio ad ombra è un incastro di testi poetici ad
andamento sinusoidale sul cui asse si alternano in armonia
le onde emozionali del pensiero.

***

Notizie biobibliografiche

Anna Bertini è vissuta “migrante” tra la Toscana e la Baviera; ha trascorso tre mesi in Africa per adottare sua figlia Nathalie; ha viaggiato molto per lavoro, occupandosi delle carriere di musicisti e dell’organizzazione di eventi musicali. La passione per la scrittura e quella per la musica risalgono a tenere età. Collabora con magazine e testate online, è presente con sue opere in svariate antologie. È autrice di racconti, liriche, ma anche di testi per musica e teatro musicale. Ha pubblicato nel 2015 “Profusioni”, raccolta di versi, e nel 2017 “Duende”, entrambi per FusibiliaLibri. Duende è una silloge di racconti dedicati alla memoria di Antonio Tabucchi. Fuori il silenzio ad ombra, uscito nel maggio del 2018 per i tipi di Caosfera, è la sua seconda silloge poetica.

 

*Fonte della foto di copertina: http://www.caosfera.it

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Anna Bertini, selezione di poesie da ”Fuori il silenzio ad ombra”

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Testi di Cristina Polli, tratti da Tutto e ogni singola cosa (Roma, Edilet, 2017)

Fotografie di Giovanni Asmundo (coste mediterranee, 2011-2018)

*

Metafore di pietra

Genero metafore di pietra,
roccaforti a spigolo vivo, oltre
strati di parole che trapassano
come lame taglienti i miei pensieri –
residui di avidità – prigionieri
di una cupa estranea accidia.

Abito nella mia torre d’avorio,
fortezza eletta al mio sentire,
solitudine arroccata dove lascio
aditi dischiusi ad intuire
destini di umanità contrassegnati
da composti tormenti di passioni.

Rethymno, 2018

***

Il tempo della poesia

La poesia costruisce monumenti
con briciole di pane,
cammina su tele argentee di ragno.
In un tempo senza ore, né giorni
tesse trame di seta…
E annoda dolori
che l’hanno scalfita,
più spesso ferita,
o anche dilaniata.
____________

In un tempo sospeso sull’essere
la poesia accorda il suo suono.

Rethymno, 2018

***

Nausicaa

Se approdi naufrago alla mia riva
avrai di certo vesti
e unguenti
per toglierti il sale
disseterò l’arsura
dei giorni abbacinati
stretti alla catena
delle notti insonni
e ti toglierò dai lobi
il fragore delle onde in corsa
la corsa dei venti battenti sulla prora.
Rinnegherai il tuo vagabondare
e sarai il mio dolore d’abbandono.
Se approdi naufrago alla mia riva.

Castel di Tusa, 2016

***

Distacco

Cosa sto cercando,
così, ancorata al distacco?
Guardo, oltre la balaustra,
l’orizzonte che si compie da solo
nell’umida sera recando echi di schiume
lontane, veli di pensieri che si levano
ed annebbiano le parole che lente,
incuranti, rispondono:
“Va bene, fermiamoci qui.”
Ci sediamo, ma abito l’assenza

Procida, 2016

***

Risoluzione del dolore

Vorrei che mi avvolgessero suoni in erre-emme
cantati in un immemore fluire
che ci riconosce nei vuoti impercettibili
nel buio tra gli archetipi.

Venezia Mestre, 2011

***

Canti del disapparire

Non ho voce
se non ascolti
e taci.
———Bianche di spuma
———le onde si rifrangono
E io in evaporare dispersa
mi trattengo
———Canto del disapparire.

Non ho volto
se il sembiante dissolto
cancelli.
———Gonfi d’acqua e pianto
———corpi in emersione
E io spuma di mare le membra
lambisco
———Sudario di speranze.

Non c’è requie
se le grida tra i flutti
non senti.
———Da deserti roventi
———esili di arsure
Il nostro fatale errare in acque
trasmigrato
———Canti del disapparire.

Tunisi, 2015

***

Cose quotidiane

Traduciamo il giorno
con dita e respiro
e sovente nell’incontro atteso
dei nostri sguardi stanchi
mi chiedi una prova di immanenza
quel tutto indiviso
anelito di amanti
ricerca di mutuo approdo
delle nostre derive
e io vorrei che vedessi
la bellezza dell’ora
che ci congeda dalle cure
e prova per sé
quel che noi siamo.

Venezia Mestre, 2012

***

Piccola vita del pomeriggio

Stava sulla tovaglia rossa
un mucchio di panni
bagnati-spiegazzati-colorati
che ora si asciugano al sole
appesi a uno stendino provvisorio
e svolazzano apparendo oltre i vetri della finestra
come bambini che tornano
con risate fragorose
e poi riprendono i giochi.

Trogir, 2013

***

Tutto e ogni singola cosa

A decantare questo succo di fibre d’anima
si depositerebbero sul fondo residui
di dolori e potrei raggiungere
l’ebbrezza
con nettare di sogni
e di visioni,
trovare anch’io il mio Lete
e perdermi nell’oblio,
ma poi vuoterei il bicchiere fino alla feccia,
ché non ti saprei Amore se non prendessi
tutto e ogni singola cosa di te.

Venezia, 2014

***

(articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Miriam Bruni: inediti

miriam bruni.jpg

*

Quanti appostamenti
per farti mia. E poi daccapo
ricominciare – con nuove
attese e appuntamenti.

Quanto giovane tu sia
lo sa solo chi ti ha amata
E ti celi così bene che pochi
restano, non conviene.

Sei regina senza scettro.
E a nessun scranno dai diritto.

Io nacqui tua, Poesia.

Però giurami, Dio, che non è
– non sarà idolatria.

 

*

La poesia è il mio cielo come tra maschi lo è forse
giocare a pallone sotto la pioggia e qualche lampione.

Un riscatto ai gesti continui di madre e donna sui giochi,
gli indumenti, la cucina e i formali documenti. E’

intimo richiamo, profumo, dedizione: l’unica pianta
viva del mio balcone. Forse è da lei che ho imparato

sopravvivenza per ostinazione. – O lei da me? Non ha
importanza. Tra silenzio e parole viviamo.

All’oscurità come nel sole. Con poca terra e uno strano
amore. Oceani blu di enigmatico ardore.

 

*

Il Colle
della Guardia
è simile
al mio petto:
un solo seno
e un cielo
pieno di rondini
accoppiate in volo.

 

*

La pelle
dei figli,
i doni
del giorno.
Nell’ essere siamo
voluti – redenti.
Puri sgorghiamo
dalle sorgenti.
Ma è nel volere
che siamo
feriti
– nell’ob-audire.
Ed anche
degli arcobaleni
noi non vediamo
che pezzettini…

 

*

Morsicate la nebbia,
se occorre. La gola
utilizzate
per uscire dalle buche.
Non restate,
non fermatevi al dolore

– Camminate!

 

*

La mia ombra non conosce
la stanchezza del mio capo.

Sforbicia passi – silenziosa –
su Bologna e mi accompagna.

Poi la sera giù dal treno
si dilegua / la mia ombra.

Senza storie senza invidie
la mia ombra mi rinfranca.

 

NOTA BIO

Nata (1979) e residente a Bologna, laureata in Lingue e Letterature moderne, attualmente insegno Lingua e Cultura Spagnole in scuole cittadine.
Da sempre scrivo e leggo poesie. Potete trovare mie composizioni su riviste (ad esempio Versante Ripido e L’Undici), blog letterari e ovviamente nei miei tre libri. Di fine 2011 è la prima raccolta intitolata “Cristalli”. Nel 2014 ho pubblicato “Coniugata con la vita. Al torchio e in visione”. E nel 2017 “Credere nell’attesa”. Queste due ultime con le edizioni Terra d’Ulivi.
Quest’anno ho ricevuto il primo premio per la sezione Poesia al Concorso letterario “Coop for Words” e ho iniziato ad occuparmi come responsabile artistico dell’Officina Culturale di Pianoro col collega Loris Arbati.
La mia poetica mira a concisione e intellegibilità. Con la parola cerco di raccogliere, ordinare ed esprimere l’emozione che mi preme dentro, l’intuizione, l’immagine, lo slancio che vengono ad abitarmi.

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Miriam Bruni: inediti

Riccardo Canaletti, cinque poesie inedite

canaletti
Riccardo Canaletti*

 

guarda fuori, voci e lampi, indistintamente, brulicano,
e quanti appartati, apparenti distanti. quanti.
la pioggia arriverà fra giorni, questo tempo bruno
rosso ci sorveglia. è un alito sottile di rimbombo
un avvertimento. e quando arriverà saremo in casa,
ancora un attimo a immaginare chi scappa dall’acqua. poi mangeremo
le fragole di stagione, avviteremo il bacino alla fronte
delle ore. resteremo immobili nel pomeriggio.
quasi morti. quasi spariti del tutto.

***

di quanto percorrere ci facciamo
gambe, insoliti a immedesimarci nella luce
se troviamo tra le case uno spiraglio –
come di aria pulita tra fumi – come
di poltiglia lasciata in pace e fermentare:
così noi capiremmo il morire, restandoci
a coltivare fogli di terra. di quanta
perduta, sconveniente, euforia
conosciamo la voce, davanti alla morte

***

sul largo marciapiede, di ritorno
dalla spesa, ecco l’aiuola solita di un grigio
miserabile di uomo, ed ecco un’ape
un’ape leggera che riusciva a scavalcare
foglie senza volare, per continuare
il suo passeggio. e qualcuno avrà pensato
che per lei, così piccola, sarà stato un vero
prato. ma l’ape conosce il prato vero
le dinamiche dei fili d’erba –
sa di certo che pioverà e noi saremo
più vicini. lì lei vedrà il vero fiore

***

siamo in due su questo
prato, vicino alla pace che
consegnan le calure mattutine,
sul lago, sulla breccia, e dietro
sterminate colline. siamo noi
e non parliamo, affoghiamo
nella babele dei fiori. tu
ora dormi: e che dettato il tuo
profilo. che grammatica i capelli
che impercettibilmente muovi

***

ho visto quasi il passo
fermo, la memes di un viaggiare
lontano, assorto – poi ho
visto un uomo senza volto
dal volto cupo, fissarmi all’estremità
della riva. quanto all’andare
era un venire di strade tra
disordine naturale e case
(case addobbate, come
abbandonate; tanto piene
eppur silenziose), ninnare me
che mi specchiavo nel mio
doppio, in attesa di non essere

solo doppio uomo, ma unicum,
uomo intero

***

Riccardo Canaletti nasce nel 1998 nelle Marche. Scrive in silenzio.

 

*L’immagine in alto appartiene a Riccardo Canaletti.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

 

Riccardo Canaletti, cinque poesie inedite

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice

51fahzuri2l-_sr600315_piwhitestripbottomleft035_piamznprimebottomleft0-5_sclzzzzzzz_.jpg

 

 

A mia madre.

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.

Era minuta e infreddolita
le scarpe piccole
le mani bianche
come semini.

Ed eccola,
divenire mia madre
– all’improvviso –
come una rosa
sbocciata prima del tempo
che stupisce
e mi innamora.

Sono rimasta a guardarla
nell’ombra di un sorriso
perché avrei voluto trattenerla
– per sempre –
su quella strada
con quel pezzo di pane,
il mio cuore,
tra le mani
in un maggio perpetuo.

 

***

 

Via Campansi*

Chissà cosa vedono negli occhi,
cosa trattengono le pupille d’acqua
che guardano in aria, oltre il soffitto
la calma trascendente delle ore a letto
eterno sgualcito, lo stesso, dove una
domenica è sempre pari a un lunedì
fai tu, tanto è permesso qui –
assopirsi un momento e non destarsi più.

Le bocche spalancate inghiottono l’aria
passeri stanchi a posare sui rami in estate –
la terra arida soffre con loro, nel
visibilio straziante di giunchi in cancrena.

In via Campansi c’è odore di sonno,
odore di morte dalle finestre chiare
all’entrata la senti, avvicinarsi la bestia ctonia
che avanza, che spinge alle porte
quella della chiesa alla tua sinistra, ultima
via d’uscita, per quelli che dormono qui.

*
Caterina faceva le calze, mi spiega
sulla sedia a rotelle, ma la domenica riposava,
mi assicura, la domenica è il giorno del Signore.

Alla finestra, riposa Maria. Mi dice che se mi sporgo
un po’ pure io, ci riesco a vederla sua madre
all’altra finestra in attesa, oltre il cortile in agonia,
a braccia conserte che ride e sospira.

Ma adesso la conta dei figli non torna
tra le mani un due che diventa uno solo.
E col cuore di mamma mi dice nel pianto,
che adesso sua madre sorride e l’aspetta.

*Via Campansi 18 è l’indirizzo di una delle più importanti case di riposo di Siena,
presso cui, la domenica pomeriggio, i volontari clown di corsia dell’Associazione
Vip Siena svolgono una tanto importante attività di servizio.

***

 

Il miracolo

Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana. Il cammino fu agile quella mattina,
in dieci minuti il tragitto percorso.

Il 131R sapeva di noi, sapeva dell’ansia
degli occhi aperti a trafiggere il buio in cerca di pace.

Sedersi fu come sentire la lama sul collo nel punto
preciso, l’ascia del boia sospesa a un millimetro dal cranio
l’insenatura della nuca con tutto il suo brivido in mezzo.

*
Quando l’autista ha messo in moto eccolo il taglio
a fendere l’osso.

Ero già con te, tu ancora non c’eri.

 

***

Alessandra-Fichera-ARGO

Alessandra Fichera è nata a Caltagirone nel 1994. Laureata in Studi Umanistici vive a Siena, dove studia Storia dell’Arte medievale. Ha conseguito diversi premi letterari, tra cui il Primo Premio al Concorso Nazionale “Le stanze del tempo”, promosso dalla Fondazione Claudi di Serrapetrona (MC), conferito nell’ambito del Festival d’Estate a Palazzo Claudi e che le ha permesso la pubblicazione della sua opera prima “Per vederti fiorire”, edita da CartaCanta editore nel 2017. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Carteggi Letterari”, “Laboratori Poesia”, “Argo”.

***

Post-it all’Autrice a cura di Alba Gnazi

Una scoperta per me interessante e suggestiva, la poesia di Alessandra Fichera, di cui ho avuto modo di leggere la silloge dal titolo ‘’Per vederti fiorire’’ (edita da Carta Canta in quanto opera vincitrice del concorso nazionale ‘’Le stanze del tempo’’). L’opera è composta di una trentina di poesie suddivise in tre sezioni. Tra le citazioni, a mo’ di prologo e viatico, alcuni passi tratti da Anedda, Sicari, Ginzburg, Leibniz, a denotare la natura composita della formazione di questa giovane poetessa, il cui stile netto, scevro di ripetizioni e ridondanze, rende il verso agile e incisivo, la lettura scorrevole e gradevole, nonostante i temi che affronta siano variati e spessi e il percorso attraverso Sé accidentato e in più punti oscuro.
Eccoci, dunque, al cospetto di figure in movimentato brusio sul fondale delle azioni, dei posti, dei fatti più consueti:

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.
(dalla poesia dedicata a sua madre)

Nei piatti riempiti di sole
il sorriso timido del ritrovarsi
ancora bambini
(‘A fera o luni)

 

oppure intagliate in una creta che le consegna a indifferibile memoria (La morte della vergine, Valentina se n’è andata, Rosa aurora del Portogallo); orlate di malinconia, in supplice attesa di un tempo o di un volto, remoti quanto l’attesa stessa (Via Campansi); oppure sotto forma di un terribile, seducente, irraggiungibile amore, del cui svolgimento, evoluzioni e involuzioni, ferocia e intensità, fino all’epilogo, la Fichera tratteggia curve ascendenti e discendenti:

E questa notte che si apre
con i mille portoni sulla strada
e ognuno dischiude come un segreto
il tuo viso, a tratti, nel buio
nel tuo darti metonimico e spasmodico
(Bello come il Libano).

 

‘’Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana.’’
(Il miracolo)

 

Ci fu da cambiare i soldi, io i franchi
manco me li ricordo, io che ci volevo meno diversi
che la distanza era solo sulla carta, e invece eccola lì,
la distanza, aspettava di balzare fuori come una lepre
le orecchie tese pronte all’urlo
nel disfacimento
(La partenza)

 

Insieme, il fluire magmatico di luoghi -scenario di vicissitudini intime ed esistenziali– come Firenze, Milano, Bologna; di stazioni, vie, stanze: di corpi dentro le stanze: e sopra a tutto, e dentro e intorno a tutto, lo sguardo che assume di ogni realtà una vibrazione che intera la comprende e a suo modo la spiega, sineddoche e misura di attraversamenti che contribuiscono a mappare un reticolo di emozioni, intuizioni, significati, perdite, mancanze e mutazioni necessarie perché sintomatiche di un vastissimo sentire, specchio di un altrettanto vasto, densissimo vivere.
A prologo della raccolta si trova la poesia La luce mi taglia la faccia, che torna come epilogo con aggiunta di un verso, a segnare l’avvenuto passaggio, la catarsi, la fioritura di cui il titolo reca messaggio: la poeta ha compiuto il viaggio, il ciclo si è concluso, ed è ancora primavera, che se in Eliot è crudele perché inesorabile e illusoria, può tuttavia cingere di luci inedite anche la solitudine e offrire un posto e un tempo ‘’per vedersi fiorire’’.

 

Alba Gnazi

 

 

 

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice