Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

(Parigi, 2018, “Addio a Hikmet”)

 

Prima che bruci Parigi
di Nazim Hikmet

Parigi, 1958

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, sulla Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Da Nazim Hokmet – Robert Doisneau. Poesie d’amore (traduzione di Joyce Lussu), Milano, Mondadori, 2006

 

*

(Articolo e foto a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ


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Sei tu? gli chiedo quando sento due mani
afferrando i miei fianchi mentre porto le borse col cibo.

Come mi hai trovato, Signore? Hai inseguito l’odore forte
di insicurezza? La primavera è il miglior camuffamento. Rimango

immobile, camminando verso casa, per lasciarti prendere
le mie misure per un nuovo costume di carne.

Carne minuscola e veloce come i tuoi pacchetti
di luce.  Blocchi di neve compattata si rompono

dal tetto e ripiombano a terra. Con tutto
questo chiasso non si accorgerebbe nessuno

del rumore intasato che farebbe un corpo
gettato. I tuoi palmi salgono piano

sulla mia schiena e slacciano il reggiseno. I seni ribalzano
sulla strada piena di fanghiglia, facendo sudare gli alberi

sotto la paziente pioggia. Perdonami, Signore, ma non voglio
complicazioni. Anche nel sogno ho iniziato a rifiutare gli uomini.

*

Superpoteri

Si può vivere senza sesso ma non senza contatto, dice
una donna con la pelle rugosa in un programma sulla

salute, mentre raccolgo il bucato nel balcone.
Da quando ho partorito mio marito si è raffreddato


parecchie volte. Io nemmeno una.
La prima cosa che faccio la mattina è di

mettere la fede al mio dito. Passando dalla pelle
perfetta del bambino a quela usurata del partner

è difficile, dice la donna. Mio marito sorride
al bambino poi va nella sua stanza. La pioggia cade

nelle finestre con la furia dei corpi disperati
per entrare. Ho visto i coccodrilli immobili

in acqua mentre venivano confortati
dall’uomo, mostri con pelle repellente,

privi di forza. Mio figlio, che tengo quasi tutto
il tempo tra le mie braccia, allunga una mano dal letto

e dice Aaa. Probabilmente qualche ombra attirò
la sua attenzione. Mi fermo alla soglia con il bucato al petto

quando capisco che mi sorride. La prima cosa
che faccio la mattina è diventare invisibile.


*

Ci crediamo soli, ma la casa è piena

Stiamo per terra sulla coperta su cui mio
padre dormiva e ascoltiamo dischi con racconti –

voci che conosco così bene che
le confondo. Anche il giradischi era suo.

Ripeto le parole, mio figlio ride.
I may never be happy,
but tonight I am content,

scriveva Sylvia Plath all’età di 18 anni nel diario. Ho scritto,
al test di filosofia, che la felicità non può essere

visuta che nella memoria. Sono in camera da letto,
in una poltrona. Sdraiato, mio pare mi dice

che non trova più alcuna gioia. Ha fatto
il trapianto midollare. Nemmeno le piccole gioie, chiedo

con la voce da terapeuta. Mi guarda come se avessi detto
 qualcosa di stupido. In realtà, ha iniziato a chiudere

i suoi conti. Ho scritto molto nel saggio, terrorizzata
a non contraddirmi alla fine, mi hanno diminuito

dieci centesimi. Forse ho dimenticato di mettere una virgola.
Forse avrei dovuto scrivere gratitudine invece di felicità.

*

L’altro lato della Luna

…at the instant I disappear beh
ind the moon, I am alone now, truly alone, and absolutely isolated from any known life. I am it. Michael Collins, astronauta su Apollo 11


Ci sono tre immagini che contengono un così grande segreto
che non avrei capito nemmeno se me lo spiegasse

Morgan Freeman. Ho sognato le prime due.
La terza non la credo nemmeno adesso.

Nella prima resto di notte su una collina e vedo
sul cielo la Terra così vicina e bella che mi ferisce

gli occhi. Nella seconda sono su un campo fangoso, mi guardo
intorno e vedo solo una debole luce verde, ma un pianto

prolungato mi fa alzare lo sguardo. Un animale enorme, forse
una balena, passa senza intoppi su di me attraverso l’acqua scura.

Nella terza scendo di giorno nella cappella di una chiesa e guardo
mio padre. Metto la mano sul suo petto. La morte lo rese resistente.

I becchini lo tirerano come fosse una trave
sbagliata, perché hanno dimenticato di mettergli il berretto.

Papino, dico, cercando di stabilire una connessione
con l’oggetto. Forse sono in un documentario

sulle immersioni. In realtà, ci sono quattro immagini.
Una donna, rimane immobile nell’acqua torbida e fissa

tra i rovi gli occhi di un coccodrillo.
Quando riemerge inizia a piangere e mi sveglia

il bimbo che mi vede ma mi sorride
solo dopo pochi secondi.

*


Diana-Geacăr-I

Diana Geacăr (1984) è scrittrice e traduttrice. Ha pubblicato i volumi di poesia  Ciao, io sono Diana e sono la tua compagna di stanza (Vinea Publishing, 2005, Premio nazionale di poesia Mihai Eminescu OPUS PRIMUM), La bellezza dell’uomo sposato (Vinea Publishing, 2009, Premio Marin Mincu),  Ma noi siamo gente comune  (Casa editrice Cartea Românească, 2017) e il volume di racconti Chi abita nel seminterrato (Casa editrice Parallela 45, 2018). Ha pubblicato poesie e racconti in riviste letterarie (Poesis International, Tempo, Literomania, Levure littéraire, Crevice, Subcapitol ecc) e nelle antologie (Esercizi di risolutezza.  L’antologia dei poeti vincitori del Premio Nazionale di Poesia Mihai Eminescu – OPUS PRIMUM 1999-2017, Casa editrice Max Blecher, 2017; Tu, prima di tutto. Un’antologia di poesia d’amore contemporanea, Casa editrice Parallela 45, 2017, coordinatore Cosmin Perta ecc). Nel 2009 ha partecipato alla terza edizione del workshop di traduzione di poesie Re:verse, organizzato a Szigliget, in Ungheria, da József Atilla Circle Letterary Association of Young Writers (JAK). Ha tradotto in inglese poesie per la rivista online Crevice e per l’antologia della poesia internazionale contemporanea Ritratti di confine / GrenzPortraits (Klak Verlag, Berlino, 2017, coordinatore Rodica Draghincescu), in cui è presente anche come autore, e, dall’inglese e  francese, libri di letteratura contemporanea.  Fa parte del team editoriale della rivista online di letteratura e multimedia Crevice. Vive a Târgovişte,  Romania.

*

Le poesie qui presentate sono tratte da ”Ma noi siamo gente comune” (titolo originale Dar noi suntem oameni obişnuiţi) edito da Cartea Românească, 2017.

Traduzione dall’originale romeno di Daniela Mărculeţ.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ

Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

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di nuca esausta
guardiana della culla
il suo crepuscolo

l’attrazione del neutro
un nucleo potenziale
servile a un suo orbitale malinconico

#0
pingue di sangue
esausto
a ostentare
obnubilata da obsolete tiare
la supponenza della tua postura
la nuca nuda
e sciatta

fai paura

*

#3

parole sante asettiche
_ma una parola buona
non si nega a nessuno

un monito infecondo
un obolo, un elogio
un fiore giù da un molo
fuori dall’area cieca

_mentre si volta accorta
a non bagnarsi i piedi
non sporcarsi le mani

*

#6

di nuca
prona ai muri
puoi lavarti le mani. Intanto

reti a strascico
rigettano ai pesci
anche il tuo stesso lunghissimo viaggio

*

#10

e il riallineamento
dall’entropia all’ordine
avviene per spontaneo spiaggiamento
poi la raccolta indifferenziata
dentro strutture plastiche
oscuranti
dotate di cerniera
di una forzata chiusura lampo
della storia

*

#11

 

scotoma, modalità on
sui quadranti sud orientali
_campo visivo stretto
a ciò che serve al calcolo

estetica economica
calcare i neri ai margini
rinforzare le linee
di confine
esaltare le campiture interne

*

#22

risoluzione nitida
ridotta al lumicino
mima una tarda notte
il polso della Vecchia
ombre
cinesi
islamiche, africane

sui muri implementati
le linee di frattura
vengono segnalate
a un ricompattatore
a colla fobica
per la manutenzione

*

#24

occorrerà convincere di essere
della giustezza della propria parte
della buona regia
_che qui è lontano dal corpo dell’inferno
che non avrà le braccia mai l’inferno
o gambe o mani
o dita lunghe e l’ombra
di nessun’onta, né accusa né rivendicazione_
occorre stari calmi e usare
calme e diplomatiche parole
lasciar sbollire il mare
prendere tempo
tenere stretto il largo
resistere e diffondere la voce
che quello nella culla
è il cuore giusto del tempo antropizzato
il resto è contingenza necessaria
l’acido sanatorio della storia

*

Testi tratti da eu-nuca, edizioni Cofine – collana ”Aperilibri”-, anno 2018;
prefazione di Anna Maria Curci.

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Patrizia Sardisco, immagine: web

Post-it all’Autrice (di Alba Gnazi)

mentre ancora, a cadenza quasi quotidiana, veniamo sommersi dall’ultimo annegamento, dall’ennesimo estremo ritrovamento; mentre ancora, di qua da un porto – linea maginot che azzera il tempo di chi aspetta – e spesso anche la vita -, e ancora, dall’incertezza di sapere chi/dove e cosa/quando, ecco che arriva il tuo eunuca, patrizia; eu-nuca, col prefisso in de-privante presentazione a dir la testa nuda di europa via dal corpo, mentre intera, eunuca, compare sterile in un ondivago oltretempo.

eunuca europa, raggrinzita tra tiare corpi pance piene e rottami, metafora potente del tempo prossimo, di quello scorso e luce spuria a tracciare i percorsi di un incertissimo quasi mozzo futuro (”e il cielo inscena un foglio quasi bianco/un profondissimo disegno cieco’‘, testo #4); trasmessa, eunuca, dal tuo dettato linguistico tutt’altro che piano, che anzi induce alla rilettura, alla meditazione: ché quando si ostende innanzi agli occhi uno spettacolo simile occorre con fermezza guardare, con pazienza guardare, con coraggio: e senza voltare gli occhi: così dinnanzi alla tua Poesia spietata, priva di riflessi e perdoni, di pacata furia latrice.

di là dal mare arriva la tua voce, un’emersione meditata e sofferta dal fondo cuore caldo di quest’europa, a dir di chi e per chi resta indietro, sperso nei flutti della generale indifferenza, quella che interrogata non sa spiegare: di chi sguazza nella politica, tirando su muri chiudendo porti ormeggiando corpi e vite tra secche e flutti, tra visti e rifiuti (‘‘non sono figli tuoi i fuori luogo/dove sono rotte le acque// (…) guardali, Vecchia, gettati al mondo/gettarsi all’altro mondo/saranno in chiaro adesso qualche ora/more di salmi oleografie e news”, testo #5; ”coscienza col colletto inamidato/ripiega carte nautiche e aspetta/l’autoazzeramento del problema”, testo #9)); di chi esulta del ripiegamento, come non fosse un’ammissione di incapacità, di arretramento e cecità (”scotoma, modalità on”, testo #11), ed esulta: come non fossero, di quest’europa sterile e glabra, cifra prima e ultima lo spostamento, la migrazione, il viaggio; come non ci fosse, nell’europa multietnica che raccoglie più lingue più storie più culture, un insieme sterminato di possibilità declinabili in vita comune, scambi, crescita: e non chiusura, non burocratizzazione feroce, non tolleranza dell’antiumano, non morte per ritardo di un lasciapassare, nell’inammissibile eppure palese negazione del diritto altrui a Essere e scegliere (”le porte/lasciate aperte/te le chiude di colpo//il primo vento dei nord/il primo vento dei no”, testo #19).

poesia non lirica, la tua, non nell’accezione di quanto attiene al personale, intimo e soggettivo, eppure lirica sui generis, ché a mio avviso questa silloge attesta, poesia per poesia, la profonda costernazione che ne anima il versificare e che viene traslata nel sentire collettivo di chi teme il cupio dissolvi implicito in certe scelte, in certe traiettorie sconsiderate; quello di chi guarda quest’europa/eunuca arida e infertile, nata vecchia (‘‘Nulla si crea, un Nulla che distrugge”, testo #8), che dell’irrimediabile, imbruttita vecchiaia ha la fatiscenza e la sordità, l’autoindulgenza più prossima a un incontinente e incontenibile egoismo (”t’ostini in distrazioni/hai frequenti momenti di amnesia//in sogno hai creduto che bastasse/mettere in fila piccole monete”, testo #8) , quello che scantona dall’altro anche a proprio detrimento.

è, questo, un canzoniere fitto di allitterazioni, rime interne, richiami anaforici, locuzioni non comuni e specialistiche, scarsa interpunzione: tratti tipici del tuo personalissimo stile, che ha fatto della sottrazione la propria cifra, e che nonostante la, e quindi, grazie alla complessità del lessico e del dettato poetico mai banale, arriva senza fraintendimenti al nucleo pulsante della questione: voce di Poeta che si leva per denunciare l’assuefazione al male, la sovraesposizione alle brutture, l’ordinarietà dell’inumano e indica nell’accoglienza, nell’aggregazione, nel dialogo vie non provvisorie per riacquistare (a europa, a chi la abita, a chi la amministra, a chi la percorre) dignità e umanità.

*

Articolo a cura di Alba Gnazi

Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Fotografia dedicata a un “Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli dei figli”, un bambino senza volto né tempo, eternamente stagliato sugli scogli, sull’orizzonte marino, sul nostro orizzonte comune (Livorno, 2018).

“[…]

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantavano

ai massacri dei re,

essi che ballavano

alle guerre borghesi,

essi che pregavano

alle lotte operaie…”

Pier Paolo Pasolini, versi dalla poesia Profezia  (in Poesia in forma di rosa, 1964)

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Lorenzo Pataro, selezione di poesie edite e un inedito

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C’è un vento di neve che scuce la pelle
lì fuori, ma la tua che stanotte
hai lasciato sul tavolo non cede al cadere
gelido del dolore, si ciba di quel
che rimane, parla col bicchiere mezzo rotto
mezzo vuoto, ascolta le crepe del vetro
in ansia per la tempesta imminente.
Sì, c’è un vento forte lì fuori, i passanti
sfidano la potenza sibilante
della lingua velenosa,
non comprendono i sintagmi minimi
delle frasi, sfugge il mistero della parola
sacra, perché sì, c’è un vento forte, fortissimo
lì fuori, un cane perlustra il resto
dei resti tolto alla fatalità della fame,
una carta col segreto dell’uomo-bambino
fuggita dalla torre s’inumidisce
di cielo superbo, e tu, smembrata,
voli leggera, protetta dal tuo silenzio
di carne, e vai, vai raccogliendo le parole
confuse, i cerchi, i gridi d’aiuto, cerchi
la chiave di svolta, i pezzi mancanti
per l’acqua sulla tovaglia che sfugge
alla logica del grembo, che soffre
sparpagliata e ha sete
di bianco.

(Inedito)  

***

Selezione di poesie da Bruciare la sete, Controluna Edizioni 2018.

 

(Silenzio)

 

Vorrei liberartene,
farlo marcire
(dentro due parentesi)
per non farti soffrire,
per farti fiorire.

Eppure gli scheletri
raramente escono
dagli armadi.
Come i tuoi
che hanno fatto un’oasi
di ceneri bianche.

*

La logica della quantità

 

Ho paura quando ti scopro bambina
con la bocca sporca di crema a ripulire
le barche sulla spiaggia
intrise di sabbia
per scovare le cifre
che mancano al tuo compimento.

Tutte le volte
come uno zero senza cifre davanti
accolgo fra le mie tremule braccia
la metafisica possibilità
che hai di riempirmi.

Un angelo senza ali dorme in quella nostra stanza vuota
in attesa di comunicarci un messaggio divino
che ci sottrae alla logica della quantità
e l’orologio tra le mani
conta i martellanti numeri restanti.

*

Darsi al vento

 

Ingoiare per sbaglio i noccioli delle ciliegie:
errore di fatalità diresti
istante negato che si partorisce dal buio
emerge dai cunicoli della gola
e li addenta come una madre quando vorace
trascina dai polsi il suo bambino
per insegnargli la ferocia dell’ascolto.

Ritirare la sete:
difetto di volontà diresti
istante scelto che si contorce
al sole, come ritira la lingua la serpe,
la saliva amara.

Spezzare la punta della matita
sentire le vertebre stridere
con la grafite:
errore di precisione diresti
pugile flaccido
bersaglio mancato per un soffio
troppa superbia nell’impugnare l’arma.

– Siamo fatti per cadere –
ti dico
mente ti ergi a un millimetro
dal mio gettare
e vorresti che i coltelli
non sviscerassero il vuoto.

*

La cenere

 

Nel bianco lancinante
mutismo di quella notte
fredda come una statua funebre,
giocavamo
a consumarci la voce
a furia di urlarci con gli occhi
a squarciagola
quanti petali ci eravamo strappati.

Ora resta solo la cenere
a scaldarci.

*

In viaggio

 

In viaggio
dormivi con le mani sopra gli occhi
come a proteggerti dai sogni
che non potevi realizzare.

Hai continuato a guardare il buio
accecandoti.

*

Veglia

 

Come Ungaretti
ho scritto
lettere piene d’amore
ma non ne ho ricevuto risposta

Non sono mai stato
tanto
attaccato al capo
del nostro filo spezzato.

*

Innalzarsi

 

Inabissarsi è solo toccare il fondo
per bersi il buio a piccoli sorsi
e poi innalzarsi
per poter raccontare
che solo l’acqua lurida del pozzo
mostra i propri mostri,
che solo rimpiangendo la Bellezza
si diventa di sé stessi Catarsi.

 

COPERTINA 1

 

 

Nota biobibliografica

Lorenzo Pataro, nato a Castrovillari il 14/11/1998, vivo a Laino Borgo, provincia di Cosenza, in Calabria. Diplomato al liceo scientifico di Lagonegro (Pz), sono al secondo anno di Lettere Moderne all’università degli studi di Salerno. Scrivo anche racconti e uno di questi, “Storia di un violino e di un corallo”, nel 2015, è stato pubblicato in un’antologia per scopi umanitari, Uomini su carta vol. 2, a cura di Gemma Gemmiti. Lo scorso giugno è stato pubblicato il mio primo libro di poesie, “Bruciare la sete”, per Controluna-Edizioni di poesia con la prefazione della poetessa Eleonora Rimolo. Due testi del libro sono stati pubblicati in anteprima dalla rivista Atelier Poesia (online) e uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro. Altri testi sono usciti per altre riviste e Lit-blog come Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia Ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero e di recente alcuni sono stati tradotti in romeno.

*

 

Immagini fornite dall’Autore.

Selezione testi e articolo a cura di Alba Gnazi.

Lorenzo Pataro, selezione di poesie edite e un inedito

Alessandro Brusa: In tagli ripidi. Alcuni testi e un breve post-it

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da Il vento che insegue veloce

Di grida è questo senso
e voce – a porta chiusa

il dolore – come il deserto
è da trattenere in pugni,
il respiro è segno
di strade

questo verso nuovo
ha dell’ingresso le spalle
e un varco di anni e
di battenti chiusi

già dall’altra parte
sui miei occhi tinteggio
il presente
ora a punta grossa.

*

Grido il filo
che in gola, di voce
narra lo spazio tolto a
questo mio petto

– tra i denti
e sulla strada che
bordano di sale –

e dolce è la lingua
come frana, di montagna
a morire

 

da  Il tempo che abitiamo in punta

Acqua vecchia misura il tempo
che ci corre lento i fianchi

il tempo che abitiamo in punta
per non bagnare la vita
che ancora non indossiamo,
e stesa aspetta.

*

È la tua voce
che hai perso
nella pelle scurita
e resa dura, e
corazza appena

in questa strada,
fatta di porfido e
di errori,
ancora una volta dal
lato sbagliato del mare.

 

da  Il taglio nel legno

In su la nota un pezzo
– tenuto, e corda –

il taglio nel legno
e la lima stesa
lo porgono a me
che sospeso lo tengo
fitto,
sotto il cuore
e stretto
: se penso a lei
e se per lei prego.

(J.S.Bach, partita per violino, n.2)

 

da  Nel nome del figlio

Di questo corpo ho fatto testo
se del tuo corpo tengo il segno
che di quella nascita mi ha fatto

 

da E giriamo in cerchio di amanti

Semini vita
nei solchi del
mio inverno
e la mano appoggiata
è sulla tua testa un fermo
e petali che non colgo

cerchi il passo con
quel braccio e carne
che ti regalo perché
altro non so fare

: se il cambio di stagione
è la vita che temo.

 

Post-it 

Giungo tra le pagine di In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), il libro che Alessandro Brusa ha pubblicato per i tipi di Giulio Perrone nel 2017, con prefazione a cura di Fabio Michieli e postfazione di Marco Simonelli, sospinta dalla lettura che di questa raccolta ha offerto Anna Maria Curci su Poetarum Silva e che invito a rileggere a questo link.
In tagli ripidi mi appare come l’attraversamento, tutto in salita e lacerante, del limite e del suo sconfinamento doloroso e necessario, limite qui identificato con il corpo, vero e proprio testo, come ci viene esplicitamente dichiarato dall’autore ma, a mio avviso, anche pre-testo per dire di un bilicante tenere il segno nel tempo (in tempo, al tempo), in un circolare ma fragile equilibrio che mi ha portato alla mente La danza, di Henri Matisse. Nella celebre tela, i corpi, essenziali e nudi, impegnati in un girotondo che è al tempo stesso gioioso e angosciante, sono colti nella tensione del mantenimento del duplice equilibrio di una noità che si mostra corruttibile, franante, pronta a spezzarsi e a ricomporsi, e di un abitare il noi, pur in una vorticosa e amante circolarità, “in punta” di corpo, “in punta” di mondo: come nella poesia di Brusa, nella quale mi pare di scorgere un perdersi e ri-trovarsi che è fatica eppure “vela maestra al vento”, “un urlo/che dice tienimi la mano/tienimi la mano”, sullo sfondo degli anni-cielo, in piedi, su un materasso-mondo.
Il noi, l’uso della prima persona plurale, sembra tradurre in questi versi la molteplicità delle relazioni io-tu, io-noi, io-io, e dalle quali il corpo viene in-segnato, in-tagliato: non posso fare a meno di pensare che In tagli ripidi intenda suggerire degli intagli ai quali la voce tenta di risalire, non senza fatica dato il crinale erto e friabile del tempo e dato che “dolce è la lingua/come frana, di montagna/a morire”.
È in questo senso, mi pare, che il corpo colto da Brusa tra un lì e allora e un qui e ora, offra il filo non lineare di sonda di sé, di ricerca dell’altro e della dicibilità di quel luogo magmatico e non verbale che sembra essere accessibile solo alla nominazione poetica: per voce che, nella circolarità (ancora!) padre-figlio-segno, “ruba rima/e allunga il verso”; per voce che, dispersa, ha “smarrito la parola”; per lingua che, nuova, “racconti anche l’azzardo della solitudine”. E, direi, per scelta di memoria, scandaglio del largo oceanico della storia tanto quanto dei rivoli brevi del microcosmo percettivo. Raccolta la sfida a fare “testo” dell’opacità irriducibile del corpo così inteso, a farsi segno in-segnato, occorrerà darsi ragione del tempo sperso/spento/spanto “in pochi rivoli”, di ciò che del corpo ha aperto una distanza, e ritrovare nell’osso della parola la propria appartenenza. Ma è sempre un filo narrativo che somma per sottrazione, per negazione, per attesa – essenza d’assenza – gli spazi (sotto lo sterno, nel petto, “appena sotto l’umore”): gli spazi schiusi e frammentati, tolti, desertificati, divorati, nel corpo a corpo con sé e con lo specchio primo e ultimativo costituito dalla relazione con la figura-corpo del padre, vero e proprio perno intorno a cui ruotano, fino a mutare direzione, gran parte dei significati che, pure non scritti, hanno tuttavia potenza prescrittiva: “Prescrivi un senso/a questa vita che non/scrivi”. E lungo questa mutata direzione, conosciuta la “linea /di deciso passaggio”, dopo tutto lo scavarsi, il farsi cavi, erosi, anche per identificazione con il corpo paterno, con il corpo muto, e il restare quasi soltanto “anima e fragile”, è come se venisse finalmente ad aprirsi un nuovo spazio per il silenzio, per la sua interiorizzazione che prelude a una voce nuova (“allora io rombo e tuono/e squillo”) e a una diversa e più consapevole possibilità di relazione, di esperire un noi in cui, accolto il confine, dismessa la rabbia, sia finalmente possibile prendersi per mano e perdonarsi, in una ricomposta identità dove tutto si tiene, e “perdonato/seppur dannato” proferire l’amore con la “parola/data in dote”.

Patrizia Sardisco

 

(articolo  a cura di Patrizia Sardisco)

Alessandro Brusa: In tagli ripidi. Alcuni testi e un breve post-it

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve

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Outtake

 I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo.

 

*

 

Fabula

 

Colleziona le foto dei suoi amici.
Le nasconde tra i giochi o nei quaderni
scarabocchiati della primavera.
Oltre seicento polaroid e tutto
il suo mistero è nel modo in cui dorme.

 

*

 

Fabula

 

Questa luna è una corsa di bambini
attorno a un pozzo quando il pozzo è pieno
fino all’orlo. E nessuno per chilometri.

 

*

 

Pro Verbis #4

 

E saremo l’Immagine dell’uomo.
Non la creatura breve, ma la traccia.

 

*

 

Pro Verbis #5

 

È questo:
che il mondo
diventa le cose.

Le tante
perdute.

 

*

 

Fabula

 

Ogni notte, in attesa che la carne
ritorni a vivere, portiamo i nostri
bambini al mare. Li guardiamo farsi
buio nel buio; ritornare all’alba.

 

*

 

Due poesie dalla sezione Ritratti di comunità in sei giorni

 

III

Padre Claudio disseppellisce i corpi
dei suoi fedeli prediletti e solo
per loro recita l’Apocalisse
di san Giovanni. Le pupille fisse
dei morti lo ringraziano. Il suo ruolo
è questo. Padre Claudio è poco più
che adolescente – poca è l’esperienza.

 

*

 

IV

Alberto, don Alberto: un gesuita
di ferro. I muscoli tirati a lucido
con l’olio. In posa davanti ai bambini
del centro di recupero; è domenica.
Lo spettacolo dura fino a quando
Alberto, don Alberto, stramazza
al suolo. Poi risorge come sempre.

 

*

Fabula

 

Solo la terra deve farsi terra –
così spogliamo il corpo di ogni cosa.
Cuciamo i tagli, ripuliamo il viso
dal seme. Raccogliamo i pezzi sparsi
per il salone; li bruciamo insieme
tutti per il falò di fine maggio.

 

*

 

Pro Verbis #6

 

Le conosco a memoria, queste stanze.
So bene come perderti ascoltando
l’acqua del corridoio in ombra: stanza
del mare.

 

*

 

Pro Verbis #7

 

In estate si fa l’amore nelle
case vuote, le case di vacanza.
Quando in giardino rimangono accese
le lampade tutta la notte,
cose date o cose rese.

 

 

Testi tratti da Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

 

Un Posto di vacanza ha ospitato altri contributi di Gabriele Galloni: è possibile leggere qui una serie di inediti; qui alcune poesie tratte da In che luce cadranno, la seconda raccolta poetica di Galloni, con una nota di Alba Gnazi e qui una lettura della summenzionata raccolta a cura di Michele Paoletti.

 

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Gabriele Galloni

 

(N.B.: Immagini tratte dal web)

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve