LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ


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Ingrandisci l’immagine e deliziati la vista

 

Sei tu? gli chiedo quando sento due mani
afferrando i miei fianchi mentre porto le borse col cibo.

Come mi hai trovato, Signore? Hai inseguito l’odore forte
di insicurezza? La primavera è il miglior camuffamento. Rimango

immobile, camminando verso casa, per lasciarti prendere
le mie misure per un nuovo costume di carne.

Carne minuscola e veloce come i tuoi pacchetti
di luce.  Blocchi di neve compattata si rompono

dal tetto e ripiombano a terra. Con tutto
questo chiasso non si accorgerebbe nessuno

del rumore intasato che farebbe un corpo
gettato. I tuoi palmi salgono piano

sulla mia schiena e slacciano il reggiseno. I seni ribalzano
sulla strada piena di fanghiglia, facendo sudare gli alberi

sotto la paziente pioggia. Perdonami, Signore, ma non voglio
complicazioni. Anche nel sogno ho iniziato a rifiutare gli uomini.

*

Superpoteri

Si può vivere senza sesso ma non senza contatto, dice
una donna con la pelle rugosa in un programma sulla

salute, mentre raccolgo il bucato nel balcone.
Da quando ho partorito mio marito si è raffreddato


parecchie volte. Io nemmeno una.
La prima cosa che faccio la mattina è di

mettere la fede al mio dito. Passando dalla pelle
perfetta del bambino a quela usurata del partner

è difficile, dice la donna. Mio marito sorride
al bambino poi va nella sua stanza. La pioggia cade

nelle finestre con la furia dei corpi disperati
per entrare. Ho visto i coccodrilli immobili

in acqua mentre venivano confortati
dall’uomo, mostri con pelle repellente,

privi di forza. Mio figlio, che tengo quasi tutto
il tempo tra le mie braccia, allunga una mano dal letto

e dice Aaa. Probabilmente qualche ombra attirò
la sua attenzione. Mi fermo alla soglia con il bucato al petto

quando capisco che mi sorride. La prima cosa
che faccio la mattina è diventare invisibile.


*

Ci crediamo soli, ma la casa è piena

Stiamo per terra sulla coperta su cui mio
padre dormiva e ascoltiamo dischi con racconti –

voci che conosco così bene che
le confondo. Anche il giradischi era suo.

Ripeto le parole, mio figlio ride.
I may never be happy,
but tonight I am content,

scriveva Sylvia Plath all’età di 18 anni nel diario. Ho scritto,
al test di filosofia, che la felicità non può essere

visuta che nella memoria. Sono in camera da letto,
in una poltrona. Sdraiato, mio pare mi dice

che non trova più alcuna gioia. Ha fatto
il trapianto midollare. Nemmeno le piccole gioie, chiedo

con la voce da terapeuta. Mi guarda come se avessi detto
 qualcosa di stupido. In realtà, ha iniziato a chiudere

i suoi conti. Ho scritto molto nel saggio, terrorizzata
a non contraddirmi alla fine, mi hanno diminuito

dieci centesimi. Forse ho dimenticato di mettere una virgola.
Forse avrei dovuto scrivere gratitudine invece di felicità.

*

L’altro lato della Luna

…at the instant I disappear beh
ind the moon, I am alone now, truly alone, and absolutely isolated from any known life. I am it. Michael Collins, astronauta su Apollo 11


Ci sono tre immagini che contengono un così grande segreto
che non avrei capito nemmeno se me lo spiegasse

Morgan Freeman. Ho sognato le prime due.
La terza non la credo nemmeno adesso.

Nella prima resto di notte su una collina e vedo
sul cielo la Terra così vicina e bella che mi ferisce

gli occhi. Nella seconda sono su un campo fangoso, mi guardo
intorno e vedo solo una debole luce verde, ma un pianto

prolungato mi fa alzare lo sguardo. Un animale enorme, forse
una balena, passa senza intoppi su di me attraverso l’acqua scura.

Nella terza scendo di giorno nella cappella di una chiesa e guardo
mio padre. Metto la mano sul suo petto. La morte lo rese resistente.

I becchini lo tirerano come fosse una trave
sbagliata, perché hanno dimenticato di mettergli il berretto.

Papino, dico, cercando di stabilire una connessione
con l’oggetto. Forse sono in un documentario

sulle immersioni. In realtà, ci sono quattro immagini.
Una donna, rimane immobile nell’acqua torbida e fissa

tra i rovi gli occhi di un coccodrillo.
Quando riemerge inizia a piangere e mi sveglia

il bimbo che mi vede ma mi sorride
solo dopo pochi secondi.

*


Diana-Geacăr-I

Diana Geacăr (1984) è scrittrice e traduttrice. Ha pubblicato i volumi di poesia  Ciao, io sono Diana e sono la tua compagna di stanza (Vinea Publishing, 2005, Premio nazionale di poesia Mihai Eminescu OPUS PRIMUM), La bellezza dell’uomo sposato (Vinea Publishing, 2009, Premio Marin Mincu),  Ma noi siamo gente comune  (Casa editrice Cartea Românească, 2017) e il volume di racconti Chi abita nel seminterrato (Casa editrice Parallela 45, 2018). Ha pubblicato poesie e racconti in riviste letterarie (Poesis International, Tempo, Literomania, Levure littéraire, Crevice, Subcapitol ecc) e nelle antologie (Esercizi di risolutezza.  L’antologia dei poeti vincitori del Premio Nazionale di Poesia Mihai Eminescu – OPUS PRIMUM 1999-2017, Casa editrice Max Blecher, 2017; Tu, prima di tutto. Un’antologia di poesia d’amore contemporanea, Casa editrice Parallela 45, 2017, coordinatore Cosmin Perta ecc). Nel 2009 ha partecipato alla terza edizione del workshop di traduzione di poesie Re:verse, organizzato a Szigliget, in Ungheria, da József Atilla Circle Letterary Association of Young Writers (JAK). Ha tradotto in inglese poesie per la rivista online Crevice e per l’antologia della poesia internazionale contemporanea Ritratti di confine / GrenzPortraits (Klak Verlag, Berlino, 2017, coordinatore Rodica Draghincescu), in cui è presente anche come autore, e, dall’inglese e  francese, libri di letteratura contemporanea.  Fa parte del team editoriale della rivista online di letteratura e multimedia Crevice. Vive a Târgovişte,  Romania.

*

Le poesie qui presentate sono tratte da ”Ma noi siamo gente comune” (titolo originale Dar noi suntem oameni obişnuiţi) edito da Cartea Românească, 2017.

Traduzione dall’originale romeno di Daniela Mărculeţ.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ

Ogni goccia è mare #9: Franco Intini

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Neda Shafiee Moghaddam

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

LA VITA NELLE MANI DEI PUPARI

 

Capii il principio di prestazione quando lottai con lui
non proprio io
ma una ragazza con un piercing al naso
e mi vergognai che lo facesse per me in un sogno triste
contro un egiziano simile ad un ramarro
che le spezzò le reni sbattendola per terra

Io potevo solo prendere un pezzo di cielo
cercare Dio
come avrei fatto con lo scoglio
che nasconde un granchio

ma ci mettevo tempo, inutilmente,
in ogni caso
non come il cuore della ragazza che aveva tutto
anche il suo dio

Così passai per la sua casa
e vidi che c’era un padre che si strappava i capelli
per la vergogna di avere una figlia
che si faceva uccidere piuttosto che abiurare

Il principio si ritirò in una pancia di lombrico
a rimpinzarsi di Executive center
prima di consegnare le chiavi
tra le mani dei pupari

Sconfitto quella notte
dagli occhi forti di un donna senza abiura
che somigliava all’altra nel penzolare

Franco Intini

 

(poesia ispirata dall’esecuzione di Reyhaneh Jabbari (26 anni) accusata dell’omicidio dell’uomo che voleva stuprarla e impiccata il 24 ottobre 2014, in Iran)

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

 

Ogni goccia è mare #9: Franco Intini

Riccardo Mazzamuto, Tre poesie da ”Diligenza del non padre di famiglia” con una nota di lettura di Alba Gnazi

diligenza
Copertina anteriore del libro; fonte immagine: http://www.lafeltrinelli.it

COLLOQUIO DI LAVORO
Si sondano tragitti
per trovare lavoro
quotidiani continui
annunci economici…
realizzabili senza
precisi propositi
di qualità… importante
percepire stipendio.
Esigenza vitale
poiché hai l’auto
a rate, bicicletta
e scooter smartfone
vacanze abbigliamento.
Cominci a studiare…
Arriva il primo a cento
km dal domicilio
in ordine alle date
dei concorsi o test
orale se ammesso.
Sul posto duemila
puzzolenti umani
di sudore da viaggio

da batteri da germi
attendono l’entrata.
Dei compagni di branco
banco né un conoscente
né sguardo o graffio
né sorriso, o aiuti…
Centoventiminuti
come tempo massimo
per essere archivista.
Assolti dai nostri
incerti culturali…
Domande di cultura
(Coltura) generale.
Domanda numero uno:
”Sei maschio o femmina”
Domanda numero due:
“Presidente di Stato
duemiladieci”
Domanda numero tre:
“Sei di destra o sinistra”
e così via… eccetera…
Domande di cultura
(Coltura) esplorativa.

Domanda numero uno:
“Dimmi della famiglia”
Domanda numero due:
“Perché questa carriera”
Domanda numero tre:
“Come è fatto un libro”
e così via eccetera…
Anche io finito il tempo
a casa tutti a casa
consegno il test scritto…
Ai concorsi… passati
non ho più pensato…
per tempo mi invita
una raccomandata
ad un colloquio
di lavoro in città.
Da segretaria in sede
alla data puntuale
vengo accolto
ad aspettare il Dottore…
Dopo poco distinto
con fascicolo e sguardo
arriva il Dottore
diritto negli occhi.

“Lei ha svolto il concorso
in modo perfetto,
è degno del lavoro
neanche un errore,
però un particolare
al concorso Lei scrive
«Celibe»;
anche adesso
o coniugato e figli?”
“ Dottore identica
situazione, convivo
con la madre… Dottore,
né separazioni…
convivenze né figli
matrimoni alle spalle”.
Poi disse: “Mi dispiace
diventa un problema
l’azienda chiede
la diligenza del buon
padre di famiglia.
Non ha affidabilità
per questo lavoro,
arrivederci… avrebbe
messo su famiglia…
Poi replica: “Sappia
ha un anno di tempo
primo da graduatoria
con quel requisito
il posto spetta a Lei… ”

“ Buonasera Dottore”.
“ Buonasera… Sera”.
Quel posto suscitava
interesse, azienda
guadagno e carriera
solida unica in zona…
Sconforto economico…
preso afflitto distrutto
apro il telefono
chiamo dal passato
quelle ragazze amate
con fede praticate.

«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Convivo… mi dispiace
abito fuori città»…
«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao mi sono sposata
aspetto un figlio »…

«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao lavoro fuori
mi trovo benissimo
giro… giro… che sballo»…
«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao… quale onore…
tesoro mio stupendo
uomo maschio mio…
Quante volte ti avrei
voluto chiamare… ok…
Vediamoci stasera…
che gioia ok bacio»…
Veronica ragazza
scorta tappa serate
del mercoledì o sere
andate a buca da “Miss”…
o per sesso anale.
Usciti insieme… dopo
un attimo, finiamo
per realizzare amore
sesso non protetto
con emissione di sperma.
Una… due… tre… quattro…
cinque… sei… sette… otto…
volte… e nove volte…
Dai ritardi muliebri
Veronica mi avvisa
in pizzeria che sarei
diventato o forse
padre o forse babbo…
Ho un’abitazione,
due camere da letto
arredata, aggiornata
con mobili ikea.
Regolata l‘unione
quella diventerà
il nido di comodo.
Veronica è pronta
al parto, parto parto
accelerando l’auto…
Spinge lei… spinge lui…
il bambino guarda
la luce… spinge spinge…
Torniamo a casa in tre
spinge familiare
la vita… familiare

Conquisto il lavoro
promesso, assunto
con l’accordo ferreo
di diligenza del buon
padre di famiglia…
Posso stima gioire
fiducia dei superiori
collettività tutta.
Passano mesi anni
anni mesi anni mesi…
Il bambino prospera
il rapporto tra me
e Veronica cambia…
cresciuti e cambiati
senza discussione
né litigi né sesso
soluzione unica
la separazione…
“Buongiorno Pier Vittorio
benvenuto inferno
di separati matti”…
Nonostante fosse mia
l’abitazione sono
costretto ad andare
torno da mia madre,
fortuna, godo almeno
di spazio… fortuna.

Il legale conclude
somministrazione
pratiche di divorzio
alimenti per due…
Veronica non perde
tempo, conquistata
da nuovo compagno
separato con figli
rimane incinta…
Due più uno più uno…
famiglia allargata…
Tornarono insieme…
per legge e diritto
contro lo sdegno mio.
Non riesco ad accettarmi…
perdo tranquillità
ironia e speranza
e sogni… mi trasformo
cavia dei petrolieri…
della Chiesa, produco
ricchezza istigato
da progetti sociali
folli e folli folli…
alla mia distruzione
si contrappone gioia
di “Santi Padri Capi”

Per controllo società,
i loro figli, loro
ricchezza e potere
generazionale.
Loro… loro e loro
esistenza divina.

*

TERRA MIA
Italia Toscana
e Occidente sono
venuto per miseria.
Soldi lavoro soldi
in terra mia nativa
là… ho moglie figli…
Di questo paese suolo
non m’importa niente.
Anzi appena ho i soldi
necessari ammucchiati
andrò via… via con gioia,
grande… alla faccia
di questo popolo…
e del vostro Stato.
Il castigo maggiore
io padre di famiglia
è essere allontanato
da affetti amori.
Da sapori odori
terra… mia terra mia…

Ho abitudini… gusti
religione pensieri
tinta… pelle diversa
e privo di libertà…
quindi schiavizzato.
Orrore d’Occidente…
Famiglia allo sfascio
diritti errati, schifo
politico mafioso…
È il perbenismo vostro
business di comodo
trafficanti d’umani.
Penso al mio paese,
ogni volta rimpiango
la mia gente misero
forse ergastolano…
L’orizzonte consola
solitudine oltre
oltre speranza oltre là…
un giorno quel mare
buio lo attraverserò…
Se costretto all’inferno…
questo, non cambierò
le mie usanze origini
abitudini e tutte…
In culo integrazione.

Passo la notte quando
ad occhi chiusi ascolto
il silenzio sogno…
Mare costa… una nave
aspetta il mio destino
di uomo, di religione,
di Dio e mia famiglia…
Occidente Occidente
se vuoi veramente
di giusto qualcosa
per me, lasciami andare.
Libera le mie terre
affinché possa in vita
vivere là… terra mia
con il mio sole mare
cielo luna terra mia…

*

FANTASMI
Le finestre mostrano
di solito in città
altre finestre dove
puoi percepire
il residente accanto
vicino e di fronte
se sei fortunato…
Invece abitando
a terreno puoi
imbatterti in nauseanti
odoracci di piedi
per presenza di area
adibita a Moschea
con Pellegrini scalzi
preganti dopo una
giornata di lavoro.
Dei palazzi pareti
serrano ogni altra
veduta probabile
forse magari dietro
c’era un parco con verde
una bella fontana
o appena un albero
o appena un cielo…

Tu noi sei siamo
obbligato obbligati
a vedere solo in
una – quel ritaglio
perché qualche
demente comunale
deciderà in Regione
anche per te noi voi…
Questo se abiti in città…
fuori, o campagna
o periferia mono–
bi – familiari ammesso
che non si intrometta
qualche fantomatico
testa sapientone
a depredare vista
e panoramica, le
finestre diventano
soltanto elemento
essenziale per area
e luce alla stanza.
Non permette il contesto
d’immaginare, sia pur
attraente è statico…
un albero collina
uno spazio di verde,
non ci fai più caso
ti abitui per sognare
devi prendere l’auto

e andare in giro
o alla tv o al computer.
In città le finestre
oltre al rapporto aero
illuminante danno
altro significato:
ad immaginare occhi
che guardano fiumi
auto dalle strade vie…
volo di tetti uccelli
in cerca di niente
frastuoni mutano
come persone e anni
o televisione alta
del vicino o più d’ogni
realtà occasione
d’immaginare eventi
che forse accadranno.
Mattine con vedute
diverse pomeriggio
e sera dalla notte.
Le finestre in città
dal 3° piano servono
anche al suicidio,
semmai ci fosse questa
estrema esigenza…
Quante finestre ad «ora»
case squillo spiate
hanno esistenza in città
tutti in comproprietà
sanno tutto di tutti,
pareri abiti nomi
politici e sessuali
truffe sentimentali…
ma, quando all’interno
qualcosa di fatale
accade non riesce
nessuno a dar dettagli
precisi all’evento…
Eletti psicologi
sociologi, sembrano
loro in confusione
mentale, e malati…
i soggetti in cura
continuano a colpire…

Germogliano amori
avventure amicizie
maschio e maschio
femmina e femmina
maschio e femmina
Tutte brave persone,
l’epilogo tragico
avveniva e sempre
tra maschio femmina
con morte della stessa.

Forse vedono solo
oltre quella finestra…
solo ciò che accade
ad altri tirare fuori
comodità per Chiesa
ma dentro la stanza o
le stanze all’interno
delle finestre c’era
vuoto perbenismo
criminal familiare.

Testi tratti da Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.), prefazione di Angelo Maugeri; Italic 2018

*

NOTA DI LETTURA DI ALBA GNAZI

*Pàdre: dal lat. (e umbr.) Pàter [acc. PATREM] – gr. Patèr [got. Fadar; a.a.ted. Fatar. mod. Vater; ingl. Father; lit. e slav. Bati; celt. Athair per Pathair]; sscr. Pitâ (acc. Pitaram), dalla rad. sscr. , che tiene il concetto di proteggere (sscr. pâti) ed anche quello di nutrire, ond’anche il sscr. gô-pas pastore di vacche (ted. Kuk vacca), il gr. Patèomai mi nutro, à-pastos digiuno (a- privativo), la quale radice sembra identica almeno affine a quella del sscr. Patis signore, pâ-yú custode: dunque a lettera quei che protegge, ovvero che nutre, che mantiene, che sostiene la famiglia (cfr. Potere, Valere, nonché Foraggio, Paglia (?), Pascere).
Il Genitore, il Capo della famiglia.
Presso i Latini fu anche titolo dei vecchi e dei Senatori, degli eroi e tra gli dei particolarmente di Giove, che perciò si disse Jup–piterumbr. Iu-pater che sta per Iovis-pater; e anche oggi si dà per rispetto ai sacerdoti e ai monaci.

*Fonte: https://www.etimo.it/?term=padre

*

La raccolta di Riccardo Mazzamuto prende l’abbrivio dall’istituto della paternità, nome che origina (vedi sopra) da un atavico senso di protezione e conservazione della specie la cui essenza ed etimologia deriviamo da antichi popoli eurasiatici attraverso millenni di vita nomade e stanziale.

La paternità viene qui analizzata partendo dal supposto giuridico che affida al padre una gestione ‘’diligente’’ dell’istituto famigliare, quindi estesa ed esposta a più vaste interpretazioni che si innestano nella società e nell’antropologia dei tempi odierni il cui percorso, direi quasi inevitabilmente, conduce il poeta a considerazioni e movimenti che ne svelano i caratteri più occulti e intimi, più scomodi e imbarazzanti; a capovolgerne, destrutturandola, l’accezione semantica consueta.

Dà l’avvio alle composizioni la situazione in cui il protagonista Pier Vittorio, soggetto e oggetto dell’intera raccolta, è chiamato ad affrontare il primo dei conflitti – ma anche: il primo limite, la prima conditio sine qua non – che alimentano il vivere della società (e non dell’individuo: vedremo meglio perché): per ottenere il lavoro di archivista – l’ambivalenza e l’ironia di questa scelta, qui come altrove, viene messa in luce dai soliloqui e dalle riflessioni che continuamente P.V. rilascia, volte al mantenimento della propria libertà di spirito, di scelta e di azione, che contrasta recisamente con gli esiti del suo percorso – deve essere sposato e avere figli.

Il contraddittorio nasce già dal titolo della raccolta: la diligenza del non padre di famiglia: questa negazione in termini e intenzioni, dichiarata presa di posizione e sfida alle convenzioni e alle norme universalmente accettate, caratterizza l’intero corpus delle poesie; viene reiterata e incisa anche quando, obtorto collo, il soggetto è appunto chiamato a scelte radicali che cambieranno la sua vita: ‘’Conquisto il lavoro/promesso, assunto/con l’accordo ferreo/di diligenza del buon/padre di famiglia…/Posso stima gioire/fiducia dei superiori/collettività tutta.’’ Da Colloquio di lavoro.

Ecco quindi che viene coinvolta, in questo tracciato esperienziale ed esistenziale, una counterpart al nostro protagonista, Veronica; moglie e non compagna, in passato già ragazza per il divertimento e non amica, quindi madre dei figli: mai complice (‘’Dai ritardi muliebri/Veronica mi avvisa/in pizzeria che sarei/diventato o forse/padre o forse babbo…//Ho un’abitazione,/due camere da letto/arredata, aggiornata/con mobili ikea./Regolata l‘unione/quella diventerà/il nido di comodo’’, ibid.), mai confidente, a sua volta ostaggio di preimposti ruoli.

Un vissuto coniugale, questo tratteggiato dal Mazzamuto, denso di squallore e solitudine nell’esercizio sterile di un rapporto che potremmo definire di comodo, instaurato per raggiungere scopi non confessabili all’altro (avvincente e colma di ironia la descrizione della ricerca, susseguente al colloquio di lavoro, di una possibile compagna, effettuata contattando telefonicamente amiche e fidanzate i cui numeri erano ancora su una vecchia agenda – a mo’ di call center), che in qualche modo condensa il costante svilimento degli impulsi più sani e vitali di una normale relazione di coppia.

Nella riflessione del Mazzamuto la paternità, deprivata del suo più gioioso e naturale stato, viene declinata e corretta secondo i doveri imposti da una serie di norme civili, storiche, religiose e sociali in cui l’individuo non ha né scelta né ragione in quanto tale, ma solo in quanto parte di un ingranaggio e cartina di tornasole di una società inumana, arida e distopica.

La distorsione del valore della paternità rispecchia le molteplici dinamiche di aberrazione del tessuto civile e morale dei nostri tempi, delle province e delle metropoli, nell’intimo delle abitazioni fin nelle piazze e nelle chiese. Lo sguardo impietoso del nostro poeta si sofferma su questa grave latenza del senso paterno (inteso nell’accezione di figura che protegge e custodisce posta in incipit) in più contesti e dimensioni: ad esempio, là dove indica l’ipocrisia e il mercimonio che abitano i luoghi di culto -questi a sfavore di un più auspicabile, benché dal poeta non inteso scontato, interesse per il prossimo e per le sue vicende proprio da parte dei precettori della fede – oltre, beninteso, a una crisi senza uscita della religiosità, dell’assenza dell’adesione e della ricerca di un ente superiore salvifico e – lui sì – protettivo, scevro delle debolezze e dell’inconsistenza umane (‘’Io avevo altri ideali/Dio ha altri ideali.’’, da Dio Vostro): ma senza speranza di rinvenirne alcuno, se non in un minuscolo barlume entro di sé. E ancora sonda, quindi spalanca le imposte per guardare dentro alle case, a scoprirne – dietro alla munificenza e all’abbaglio dell’aspetto – miserie e abissi; efficace, a tal proposito, la sezione in cui affronta la trasformazione di abitazioni fatiscenti, nido di umanità torbide e violente, in moderni palazzi di vetro aventi il fine di ‘’Consegna[re] le case alla vista di chiunque. Maggiore controllo familiare… in forma di e\o grande fratello’’ – da Le pezze infangate si smacchiano in famiglia.

Con uno stile spezzato reso narrativamente in prima persona, costituito da frequenti enjambement, versificazione breve, interruzioni sintattiche, cambi di ritmo, aggettivazione ridotta, a rendere il dettato incalzante, aperto a più interpretazioni e agganci a un ampio ventaglio di sottintesi, Mazzamuto incanala in una visione a tratti ironica e spietata, a tratti mesta e pensosa, gli egoismi e le smanie di una società (in)umana immessa in una natura antropizzata e grigia, dietro, dentro e attorno a costellazioni familiari e rapporti sociali ridotti ai minimi termini.

Ne deriva una sorta di spaesamento, di non identificazione, di inappartenenza al tessuto sociale, ai legami interpersonali che ne costituiscono la trama, tanto quanto al senso del divino, al cui posto prevalgono indifferenza, latitanza di misericordia e solidarietà, manifestazioni esteriori esasperate e contenuti nulli; come azzerata è la percezione dell’altro e di sé nella rispettiva interezza: si tratta, infine, dello straniamento rivelatorio e vieppiù sempre più consapevole di un uomo che guarda la sua e altrui esistenza popolate da sogni irrealizzabili, pantomime e fantasmi; impotente, sterile e straordinariamente solo.

*

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE

mazzamuto

Riccardo Mazzamuto è nato a Livorno nel 1966;  ha pubblicato “Abitudini d’animo” (Editrice Nuova Fortezza1988) prefazione di Laura Bandini  raccolta in versi;”La Sorte dell’ingranaggio” (Campanotto Editore Udine 1993) raccolta in versi prefazione di Carlo Marcello Conti; “ De profundis” (Gazebo Firenze1997 l’area di Broca) racconto in prosa prefazione di Mariella Bettarini. La Volpe e il Gatto (Lietocolle Editore Faloppio 2016) Segnalato Premio Camaiore 2017 e finalista Premio “Amaro Silano” 2018 (Cosenza).

E’ presente in due Antologie  in versi, edizioni ’88 e ’89 “La Torre di Calafuria” (Edizioni Il Gabbiano Livorno) prefazione di Riccardo Marchi e Antologia Premio Capannori 2017 (Marco Del Bucchia Editore).  Della sua Poesia si sono occupati anche Raffaello Bertoli Giampiero Neri Davide Rondoni Giuliano Ladolfi Valerio Nardoni Dante Maffia Renata Giambene Mariella Bettarini e Dario Bellezza, suoi testi sono stati pubblicati sia su riviste cartacee che online.

 

Su Un Posto di vacanza è stata tempo fa proposta una selezione poetica di Riccardo Mazzamuto leggibile a questo link.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Riccardo Mazzamuto, Tre poesie da ”Diligenza del non padre di famiglia” con una nota di lettura di Alba Gnazi

KOMMOS. Processione per isterectomia di Iuliana Lungu nella traduzione di Daniela Mărculeţ

lungu coprtina

 

de profundis

vediamo,
a cosa ti serve l’utero,

Donna?

(no, non è un esame
sul mio corpo,

l’anatomia della donna  È
metafisica)

cos’è la donna
senza organi genitali

cos’è?
Donna

senza utero non È?
luogo di mandato  trans-

generazionale
non è più

cos’è la donna
senza organi genitali,

posto per l’Uomo
no lo È?

ricevi vita in
prestito,
a cosa ti serve?

dimmi, donna!
a cosa ti serve l’utero?

dimmi, donna!
a cosa ti serve il sangue?

dimmi, donna!
non si tratta solo di procreazione?

NON È,

Il mandato è più una decifrazione.

*

nonimmacolato silenzio

 

dolcemente mi ha preso per mano,
con un tenero bacio
mi ha sussurrato:

vai piano,
qui si indossa il bianco.

nessun mortale può mantenere un segreto,

mi ha citato su Freud,
il senso del silenzio degli oggetti,
mentre svestiva un ecografo:

ti racconterò una storia,
qui si indossa il bianco.
se la sua bocca è sigillata, le dita parleranno.

 

mi ha detto di guardare
lo schermo
la risposta da parte tua:

non aver paura
qui scrive bianco su bianco:

il tradimento respira attraverso ogni poro.

*

nitrogenia  

 

nel blocco
operatore
la pittura del corpo
è in esecuzione

con betadine
al freddo.
Il medico
mi dice:

RilassaTi!
ripeti la formula
chimica,
per conforto

ripeta
dopo di me
donna,
(C6H9NO)n·xI:

ci sei
hacca
nove

a r i a   b r u c i a t a

 

(abbastanza inerte,
Lavoisier
lo ha chiamato
azoto,

senza vita.
i suoi composti erano
conosciuti
nel Medioevo.

 

Gli alchimisti
l’hanno chiamato
aqua fortis.
miscelavano

miscelavano
tutto
per
aqua regia.

per
aqua regia,
la dissoluzione
dell’oro)

Il Medico:

lascia la storia,
donna,
continua con
la formula chimica,

ripeta
solo
dopo
di me!

Donna:

ossigeno)ooo
xl
sette
volte

Il Medico:

schiena piegata,
mento in petto,
le braccia
insieme.

Il Coro:

come per la preghiera
come per la preghiera

metterli
tra le cosce,
morbido
come un panno.

L’Eco:

morbido come un panno
come un panno
un panno
panno

donna,diversamente

 

l’ago
non arriva
dove
occorre.

non sta tesa
il dipinto sulla schiena
viene indossato
con colori caldi

L’Eco:

con colori caldi
colori caldi
caldi.

Corifea:

avete dei figli?
È la migliore
cosa!

L’Uomo:

lo standard di vita
è dato da
tonnellate di

Il Coro:

acciaio sull’uomo
acciaio sull’uomo

La Folla:

quando ci rimprovererà
questa terra
torneremo
qui

Il Coro:

da un ospedale all’altro
da un ospedale all’altro
te lo dico
mia dolce
bambina,

ogni abbraccio
potrebbe essere l’ultimo

Il Coro:
senza betadine
senza betadine.

*

anesthesia
 

io vi addormento io vi sveglio
non definite voi cosa sia la morte.

noi non

stabiliamo la logica
la convenzione con

la vita
scorre.
io non
posso fermare
la dispersione
del sangue.

il momento in cui
so che non
è possibile
che l’uomo
torni indietro
intero.

io non.

il tunnel arancione
qualsiasi incontro con te.

Shakespeare,
nella sua genialità,
si domandava:

sono morte le persone
quando i loro capelli e le unghie
stanno crescendo
nelle loro tombe?

Einstein avrebbe detto:
Quando arriva
la stazione Clapham Junction
a questo treno?
i capelli e le unghie rimangono
invariati,
la pelle si ritrae
attorno a loro,
sarebbe l’ultima verità

riguardo
noi non.

ma i miei capelli
continuano a crescere.
la distanza tra

noi non.

possiamo tenere la coscienza
quando la nuvola  sta ghiacciando
il battito d’ali.

nu(b)i  mossi di
proteine,
questa energia.

iberniamo temporaneamente
alla caccia d’ali.

 

 

Testi tratti da ”KOMMOS. Processione per isterectomia” (originale: ”KOMMOS. Procesiune pentru histerectomie”), edito da FRACTALIA, di Iuliana Lungu 

 

lungu

Iuliana Lungu è psicoterapeuta dell’orientamento psicoanalitico. Ha pubblicato e tradotto saggi e articoli sulla psicoanalisi. Nel 2016 ha pubblicato per la prima volta poesie sul sito Qpoem, sulla rivista Familia, la rivista Vatra e Bottega Culturale (Prăvălia Culturală). Quest’anno, guidata dalla poetessa Medea Iancu in una residenza letteraria organizzata dalla casa editrice Cartea Românească, ha preparato il suo primo volume di poesie KOMMOS. Processione per isterectomia.

“Iuliana Lungu scrive sull’identità, sulla femminilità e l’accettazione / ridistribuzione del genere; le sue poesie sono un rituale di purificazione e libertà da pregiudizi, modelli, un rituale speciale che riguarda il sé e la verità. Le sue poesie parlano degli schemi che ci impongono la società, della vergogna, della colpa, della censura, ma soprattutto della colpa e della vergogna di essere una donna. ” Medeea Iancu

*

La traduzione proposta in questa sede è di Daniela Mărculeţ, che ha già curato per Un Posto di vacanza una trasposizione poetica dalla lingua romena, come è possibile leggere qui.  

Immagini inviate dalla Traduttrice.

Articolo a cura di Alba Gnazi

KOMMOS. Processione per isterectomia di Iuliana Lungu nella traduzione di Daniela Mărculeţ

Anna Bertini, selezione di poesie da ”Fuori il silenzio ad ombra”

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Dolori e Clangori (sez. Lutti)

Dolori sporadici
tra costato e colonnato
chiodi arrugginiti
aliti di gente difficile,
partiture cromatiche
melodie sfilacciate.
La stagione causa infiltrazioni
emozioni che non riescono
senza deus ex machina
a sembrare tali.
C’è bisogno
di un carro di pompieri
di quattro carabinieri
e un burattinaio,
di quella ballerina
da Nuova Delhi
che sapeva leggere
i pensieri, poi con la forbice
li aggiustava pari.
Dolori e clangori
cinci–allegrieri, tortore
annidate tra i travetti
del tetto col loro chioccìo
portano a dubitare
di qualsiasi goccia che cade.
Non sarà pioggia, solo
un versamento pleurico
l’apoteosi della ritenzione –
ogni acquazzone
un’emorragia
che ti muore e via.

 

Leghorn (sez. Sguardi)

Barche e silenzio
canali immobili,
prigioni mormorano pentimenti.
Sampietrini dalla finestra
all’orlo della piazza
colpiscono la memoria
e non lasciano gloria
per le antiche fortezze.
Gramsci si dondola
nell’angiporto –
ragione o torto
fu lui maestro
di politiche
ora rese asfittiche
da cervelli fuggiti
lasciando i corpi.
In cielo gabbiani
contro le gru del porto
tra tagadà scoloriti
negli stabilimenti balneari.
Uomini e donne rugose
riscattano il fondoschiena
contro il fondo–scena
dei tramonti.
La cunta di vento
scandisce le ore,
meridiane assolate
le facciate dell’Ottocento.
Barriera Margherita,
oltre gli archi magioni di
ricchi mercanti, spariti
con l’arrivo dei mercatini
e degli yankee-boy.
Alcuni di noi sono andati via.
Ma parlando, quando apri le tue “a”
ciascuno sa che vieni da Leghorn.

 

La fiducia dei boschi (sez. Sguardi)

Ha fiducia il bosco
nelle radici:
sa dissetare per ricrescere,
lascia che si rinforzi
ciò che è stabile,
lascia che si spezzi
ciò che è caduco.
Sa profittare
della marcescenza
e del rigoglio
in parti uguali.
Con i profumi del suolo
nutre le altezze,
continua intanto a
scavare invisibile
le coltri del tempo.

 

Lisboa again (sez. Scherzi)

Sentirne paura e bisogno
trovare un pertugio tra ceselli
la strada dischiusa nel chiasmo
delle guglie, la finzione
sul mare che attrasse
Vasco da Gama.
Un verso rimasto chiuso
sulle labbra morte di Caiero
si libra nell’aria.
D’arenaria bionda,
la meraviglia trattiene
lo stupore nei pori:
ogni bellezza non somiglia
che se stessa, e l’animo
rapito in fronte a lei sta,
solo.

 

Le donne di Amedeo (Sez. Scherzi)

Penetrante il fico
ci abbraccia con l’odore,
quando di schiena va Jeanne
il colore nero–addio
spande nella sua capigliatura.
Beatrice canta del suo tempo
la parola, e Anna Achmatova
accentua il recitare di versi.
In un incontro tardivo
vivo è l’amato tra le amanti.
Tra fumi e aromi
catturati siamo
dalle trame maudit
nel tempo di Modì.

 

Onde e giostre (Sez. Variazioni)

Onde che si cavalcano
sulle giostre
e giorni mossi
di sicurezze a pezzi
che tieni care e strette
nelle calze bucate.
Camminiamo sugli scogli
infilando bottoni e coralli rossi
e tu che dici con fil di voce
non voglio sciarade di ricordi.
Girovagare, noi due braccate,
– tu dai ricordi, io da collane e ossi –
sul lungomare a cantare,
sedute alle giostre,
sui cavalloni
presi in prestito dal mare.

 

Vastità (Sez. Variazioni)

La vastità si fa brezza
e srotola il kilim della notte
è il momento di chiedere al creato chi sei –
il blu ti fascia la testa di stelle
Dal bivacco si alza alto un nome
capace di cavalcare le distanze
sfiora le dune ammutolite
offrendosi per i dubbi della preghiera
Sprigiona l’alba improvvisa
sulle camere spalancate dei deserti
la conta di passi perduti
si tramuta in traiettorie di ritorni
Clessidra imperitura che scorri tra le dita
nutriamo speranza di tornare diversi
da quando qui siamo venuti
diversi per intervento di tua eco
ampliati per similitudine

 

Selezione a cura dell’Autrice Anna Bertini

 

Testi tratti da “Fuori il silenzio ad ombra” , Edizioni Caosfera, Collana Alabaster diretta da Adriana Gloria Marigo, maggio 2018

 

***

Dalla Prefazione di Anna Maria Bonfiglio

Anna Bertini è artista a tutto tondo, non solo poetessa e
scrittrice, ma donna dalla personalità multipla, scaturita e
nutrita da esperienze extraterritoriali che l’hanno portata ad
assimilare culture di vari luoghi, fra cui la Germania dove ha
vissuto parecchi anni. La sua scrittura possiede un timbro
“europeo”, un’impronta che, per stile e per tematiche, va
ben oltre l’hortus conclusus della terra d’origine. Raffinata e
composta, alimentata da sguardi che penetrano l’animus
della realtà contraddittoria del tempo storico in cui si muove,
la poesia bertiniana tocca le molteplici corde dell’esistenza,
dalle inquietudini dell’anima ai turbamenti provocati dagli
sconvolgimenti sociali, dalle gioie degli affetti alla pietas
per gli esclusi e gli emarginati. La raccolta si compone di
quattro sezioni: Lutti, Sguardi, Scherzi, Variazioni, seguite da
Visitazioni – sezione dedicata ai contributi del poeta Michele
Paoletti e del musicista Vincenzo Fantacone –, una scala
tematica ampia che accoglie elementi letterari con rimandi
alla musica, alla storia personale e sociale, alla pensosità e
alla joie de vivre. Vale a dire a quel complesso di componenti
che sono della vita. (…)
Fuori il silenzio ad ombra è un incastro di testi poetici ad
andamento sinusoidale sul cui asse si alternano in armonia
le onde emozionali del pensiero.

***

Notizie biobibliografiche

Anna Bertini è vissuta “migrante” tra la Toscana e la Baviera; ha trascorso tre mesi in Africa per adottare sua figlia Nathalie; ha viaggiato molto per lavoro, occupandosi delle carriere di musicisti e dell’organizzazione di eventi musicali. La passione per la scrittura e quella per la musica risalgono a tenere età. Collabora con magazine e testate online, è presente con sue opere in svariate antologie. È autrice di racconti, liriche, ma anche di testi per musica e teatro musicale. Ha pubblicato nel 2015 “Profusioni”, raccolta di versi, e nel 2017 “Duende”, entrambi per FusibiliaLibri. Duende è una silloge di racconti dedicati alla memoria di Antonio Tabucchi. Fuori il silenzio ad ombra, uscito nel maggio del 2018 per i tipi di Caosfera, è la sua seconda silloge poetica.

 

*Fonte della foto di copertina: http://www.caosfera.it

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Anna Bertini, selezione di poesie da ”Fuori il silenzio ad ombra”

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice

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A mia madre.

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.

Era minuta e infreddolita
le scarpe piccole
le mani bianche
come semini.

Ed eccola,
divenire mia madre
– all’improvviso –
come una rosa
sbocciata prima del tempo
che stupisce
e mi innamora.

Sono rimasta a guardarla
nell’ombra di un sorriso
perché avrei voluto trattenerla
– per sempre –
su quella strada
con quel pezzo di pane,
il mio cuore,
tra le mani
in un maggio perpetuo.

 

***

 

Via Campansi*

Chissà cosa vedono negli occhi,
cosa trattengono le pupille d’acqua
che guardano in aria, oltre il soffitto
la calma trascendente delle ore a letto
eterno sgualcito, lo stesso, dove una
domenica è sempre pari a un lunedì
fai tu, tanto è permesso qui –
assopirsi un momento e non destarsi più.

Le bocche spalancate inghiottono l’aria
passeri stanchi a posare sui rami in estate –
la terra arida soffre con loro, nel
visibilio straziante di giunchi in cancrena.

In via Campansi c’è odore di sonno,
odore di morte dalle finestre chiare
all’entrata la senti, avvicinarsi la bestia ctonia
che avanza, che spinge alle porte
quella della chiesa alla tua sinistra, ultima
via d’uscita, per quelli che dormono qui.

*
Caterina faceva le calze, mi spiega
sulla sedia a rotelle, ma la domenica riposava,
mi assicura, la domenica è il giorno del Signore.

Alla finestra, riposa Maria. Mi dice che se mi sporgo
un po’ pure io, ci riesco a vederla sua madre
all’altra finestra in attesa, oltre il cortile in agonia,
a braccia conserte che ride e sospira.

Ma adesso la conta dei figli non torna
tra le mani un due che diventa uno solo.
E col cuore di mamma mi dice nel pianto,
che adesso sua madre sorride e l’aspetta.

*Via Campansi 18 è l’indirizzo di una delle più importanti case di riposo di Siena,
presso cui, la domenica pomeriggio, i volontari clown di corsia dell’Associazione
Vip Siena svolgono una tanto importante attività di servizio.

***

 

Il miracolo

Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana. Il cammino fu agile quella mattina,
in dieci minuti il tragitto percorso.

Il 131R sapeva di noi, sapeva dell’ansia
degli occhi aperti a trafiggere il buio in cerca di pace.

Sedersi fu come sentire la lama sul collo nel punto
preciso, l’ascia del boia sospesa a un millimetro dal cranio
l’insenatura della nuca con tutto il suo brivido in mezzo.

*
Quando l’autista ha messo in moto eccolo il taglio
a fendere l’osso.

Ero già con te, tu ancora non c’eri.

 

***

Alessandra-Fichera-ARGO

Alessandra Fichera è nata a Caltagirone nel 1994. Laureata in Studi Umanistici vive a Siena, dove studia Storia dell’Arte medievale. Ha conseguito diversi premi letterari, tra cui il Primo Premio al Concorso Nazionale “Le stanze del tempo”, promosso dalla Fondazione Claudi di Serrapetrona (MC), conferito nell’ambito del Festival d’Estate a Palazzo Claudi e che le ha permesso la pubblicazione della sua opera prima “Per vederti fiorire”, edita da CartaCanta editore nel 2017. Alcuni suoi testi sono apparsi su “Carteggi Letterari”, “Laboratori Poesia”, “Argo”.

***

Post-it all’Autrice a cura di Alba Gnazi

Una scoperta per me interessante e suggestiva, la poesia di Alessandra Fichera, di cui ho avuto modo di leggere la silloge dal titolo ‘’Per vederti fiorire’’ (edita da Carta Canta in quanto opera vincitrice del concorso nazionale ‘’Le stanze del tempo’’). L’opera è composta di una trentina di poesie suddivise in tre sezioni. Tra le citazioni, a mo’ di prologo e viatico, alcuni passi tratti da Anedda, Sicari, Ginzburg, Leibniz, a denotare la natura composita della formazione di questa giovane poetessa, il cui stile netto, scevro di ripetizioni e ridondanze, rende il verso agile e incisivo, la lettura scorrevole e gradevole, nonostante i temi che affronta siano variati e spessi e il percorso attraverso Sé accidentato e in più punti oscuro.
Eccoci, dunque, al cospetto di figure in movimentato brusio sul fondale delle azioni, dei posti, dei fatti più consueti:

Stamani
ho visto una donna
sbocconcellare del pane
per strada.
(dalla poesia dedicata a sua madre)

Nei piatti riempiti di sole
il sorriso timido del ritrovarsi
ancora bambini
(‘A fera o luni)

 

oppure intagliate in una creta che le consegna a indifferibile memoria (La morte della vergine, Valentina se n’è andata, Rosa aurora del Portogallo); orlate di malinconia, in supplice attesa di un tempo o di un volto, remoti quanto l’attesa stessa (Via Campansi); oppure sotto forma di un terribile, seducente, irraggiungibile amore, del cui svolgimento, evoluzioni e involuzioni, ferocia e intensità, fino all’epilogo, la Fichera tratteggia curve ascendenti e discendenti:

E questa notte che si apre
con i mille portoni sulla strada
e ognuno dischiude come un segreto
il tuo viso, a tratti, nel buio
nel tuo darti metonimico e spasmodico
(Bello come il Libano).

 

‘’Un amore che leva il sonno a cucchiaiate dagli occhi –
si capiva già da lì il significato, il valore del battito
il tremore delle mani.

Tutto era colmo di grazia, tu in tutto abitavi.
Nel ciottolo eroso dai secoli, nella pietra
scalfita sul muro di erba, tutto annunciava il tuo arrivo –
la buriana.’’
(Il miracolo)

 

Ci fu da cambiare i soldi, io i franchi
manco me li ricordo, io che ci volevo meno diversi
che la distanza era solo sulla carta, e invece eccola lì,
la distanza, aspettava di balzare fuori come una lepre
le orecchie tese pronte all’urlo
nel disfacimento
(La partenza)

 

Insieme, il fluire magmatico di luoghi -scenario di vicissitudini intime ed esistenziali– come Firenze, Milano, Bologna; di stazioni, vie, stanze: di corpi dentro le stanze: e sopra a tutto, e dentro e intorno a tutto, lo sguardo che assume di ogni realtà una vibrazione che intera la comprende e a suo modo la spiega, sineddoche e misura di attraversamenti che contribuiscono a mappare un reticolo di emozioni, intuizioni, significati, perdite, mancanze e mutazioni necessarie perché sintomatiche di un vastissimo sentire, specchio di un altrettanto vasto, densissimo vivere.
A prologo della raccolta si trova la poesia La luce mi taglia la faccia, che torna come epilogo con aggiunta di un verso, a segnare l’avvenuto passaggio, la catarsi, la fioritura di cui il titolo reca messaggio: la poeta ha compiuto il viaggio, il ciclo si è concluso, ed è ancora primavera, che se in Eliot è crudele perché inesorabile e illusoria, può tuttavia cingere di luci inedite anche la solitudine e offrire un posto e un tempo ‘’per vedersi fiorire’’.

 

Alba Gnazi

 

 

 

Alessandra Fichera, alcune poesie da “Per vederti fiorire” più un post-it all’Autrice

Francesca Del Moro: Una piccolissima morte

francesca del moro

 

*

China su di te
contenendoti
ti sono scesa
negli occhi
come pioggia
nel mare
annerito
dalla notte.

Cerco stelle
per nuotare
a riva.

L’acqua pesa
il fondo
mi lusinga.

 

*

Mi ha risposto con una frase
aguzza, gelida, precisa,
sta tutta in una riga.
Ha scelto con cura il sostantivo,
i verbi, la punteggiatura. Ha espunto
ogni sfumatura di calore. Ha tagliato via
il sogno, la tenerezza, l’amore,
la possibilità del ricordo.
Io reagisco con una mancanza
di gentilezza che mi è nuova
all’amica che mi parla,
allo sconosciuto che passa.
La frase è ferma in mezzo al petto
e taglia.

 

*

Il coltello è fermo
in mezzo al petto
sento il freddo
del metallo, il taglio
ostacola il battito
costringe il respiro
a un percorso alternativo
spacca il corpo
longitudinalmente
io gli tremo intorno
e lentamente mi separo.

 

*

Mi guarda. Mastica una gomma a piena bocca.
Si gratta la pancia da alcolista. Ha una birra in mano,
nell’altra tiene il telecomando. Onnivedente,
ci ha tutti in onda contemporaneamente.
E si diverte un sacco. Preme un tasto
e io mi gonfio d’amore. Si gode l’ennesimo
spettacolo del rifiuto. Spegne il televisore
solo dopo avermi guardata abbastanza
piangere con la fronte appoggiata al muro.

 

da Una piccolissima morte, EDIZIONIFOLLI 2017, Milano – Bologna

 

 

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foto: fonte YouTube, Le conseguenze della musica”-Memorie Dal SottoSuono

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Francesca Del Moro: Una piccolissima morte

Marina Marchesiello, poesie inedite

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Ti faccio un dono
ora che ho un altro amore
altri occhi tristi e meno mani.
Ti faccio un ballo,
ora che ho più sangue,
più ricordi felici e meno gambe
Ti faccio un pegno,
ora che ho più bambini
e meno mi segno.
Ti faccio grande e con te mi avvolgo.
Sono il tuo nastro perduto nell’aiuola.
Conservami in tasca, come da piccolo.
Come se, con te,
non fossi mai venuta da sola al mondo.

***

Un filo d’erba questa ora
così leggera e solitaria.
C’è ancora luce per tutti, a prima sera,
ad asciugare i panni appena tolti
del nostro sembrarci di oggi.
Sono pani non addentati
le nostre speranze e parole,
lasciate a seccare
sull’umida terra di quello che è stato.
È un filo d’erba che mangio,
questa ora di pace e di luce.
Bisogna che impari a non dirne,
ma indovinarne bene il sapore.
Bisogna che sgrani coi denti mancanti
i suoi teneri minuti,
ne sputi rimpianti e rifiuti
e faccia della notte (e il suo giorno)
un unico sogno.
Che si fa da bambini o nei prati.

***

Mi piace che siano petali gonfi
questi venti che mi soffiano dentro.
Questi lontani fiori marini.
Mi piace siano calde le mani
che mi segnano le rive dei fianchi
che mi avvicinano al fresco orizzonte.
Che mi schiudono la bocca agli ami.
D’illusione, nutrita, risalgo.
Niente aria e niente cielo
per il mio sangue che cresce.
Solo acqua è il mio mare che nasce.

***

 

(Di come nessuno vinca mai)

 

È stato un trionfo la mia notte.
Ho contato tutti i miei ricordi migliori,
come perle cinesi da appendere al collo.
Come facevo da bambina
Una dopo l’altra, in fila,
senza tregua.
La pace era il tempo della vita
che si infilava, dritto e preciso,
a comporre il mio unico gioiello.
Nello specchio mi brillavano le guance
un poco sgualcite
e gli occhi riposavano su morbidi cuscini di molti addii.
È stato un trionfo anche il mio nuovo giorno.
Avendo già fatto di alcuni peccati la mia incerta confessione,
ero pronta a godermi la via della giusta espiazione.
Porto sempre con me la mia collana,
dovesse mai sfuggirmi di sapere
come son fatti l’una per l’altro
la notte e il nuovo giorno
e di come, di essi, nessuno vinca mai.

***

Madre, conservami nella tasca sacra
dove hai sempre un testo vuoto
per spiegare le cose che, come noi,
non hanno metro.
Madre, contienimi la paura
di non sapermi davvero guardare indietro
mentre tu piangi
ed io non so come farti andare avanti.
Sono sempre io,
la stessa bambina con il viso felice
nascosto dal tuo velo.
Non so perché, per sopravvivere,
ho imparato tutta sola ad amare la rima
che più presto ci avvicina
a quella nostra primissima idea di cielo.

***

Sventola l’albero e non chiede sostegno.
Gocciola la nuvola e non teme
il suo pianto.
Guardano cielo e terra,
i miei occhi, e ne assolvono
la disonesta lontananza.
Nella tasca ho sempre un biglietto
di un film che non vedrò,
di un treno che non prenderò,
di parole che non scriverò.
Per amori e morti che non rivivrò.
Sventola l’albero mentre comunque piove.
Mani in tasca e occhi in fuori,
resto in vita a perdonarne
ogni celestiale incompiutezza.

***

Mi cascano le parole
mentre ho le tue ali di ciglia sulla fronte.
Mi casca, di miele è, la bocca.
Intera è la ronda a cercare carne viva
tra le tue e le mie ossa.
Ho il presentimento
che lunga a finire
sarà la resa.
Prima che si sappia chi pronuncerà l’altrui nome per primo,
come se, finalmente,
delle cose avesse capito il senso e la sua fila.
Mi raccolgo le dita.
Le assaggio con nessuna fatica.
Han toccato il fiore e anche il seme.
Non mi casca più nulla.
Solo io, se possibile, mi sostengo nel volare,
per credere
a tutta la nostra arnia di vita.

***

Poiché io sono madre,
mi ricorda, del mio tempo, il pendolo.
Ho il ventre gonfio e tondo,
come da sempre vuole il mondo
E accarezzo riccioli sudati e tiepidi
ogni notte che il buio appoggia sui miei fianchi
d’incerto domani i gomiti
Io proteggo gli angeli per non darli in pasto agli incubi
Io sorveglio i diavoli perché non tirino il filo della luna
E di ogni figlio, non solo i miei,
rimanga intatto un sogno che non sia divorato in fretta
nell’ora bieca e solare di qualunque disfatta
Poiché io sono madre,
anche per questo sacro nome, più nessuno lascerò nella fame.

***

Vorrei dimenticarvi tutte,
dicevo alle mie dita,
lungo la notte, persa ogni strada di casa.
Io, l’ostinata custode della memoria dei pochi,
non avevo più voglia di conte
tra il dato e l’avuto.
E al mattino mi reggevo le vesti pesanti,
con le stesse mani,
come fossi venuta da molto lontano.
Ora me ne sto più vicina ad un pallido incrocio,
il corpo, finalmente indurito,
sul bagnato sagrato del mondo.
Bisogna che affondi in mia nuova terra santa.
Che ritrovi il miracolo
di una resurrezione senza dimora.
Mentre misuro ogni ampiezza dei miei gesti,
saluto e mi espongo.
Bisogna farsi cantuccio in pieghe di memoria
per rimanere bui ma compresi.
Scavalcare la luce sul volto proprio e solo,
per apprezzare l’ombra tra i recessi dei molti.

***

Nella moltitudine niente hai potuto
Ed io ho ripreso il mio corpo tra i tanti pochi
Volevo mi somigliassi
Ma mi hai lasciato intatti i panni
Mentre un bambino piangeva e chiedeva latte
Mentre un passante zittiva e spingeva la fretta
So che non sono neanche io
Quella goccia bianca che fa muovere
il pensiero e i fianchi
Neanche io il nutrimento
Per te e tutta questa gente
che ha poche mani nelle mani
E pochi tra i tanti a ridare luce,
tra il ventre ed i capelli,
alla parte che segreta aspetta.

***

Scelgo la lentezza con parsimoniosa apprensione.
Mi aggiusto i capelli con dita senza sangue,
mentre mi incitano ad andare e far presto.
Dicono che non siamo in tempo di pace,
che bisogna inchinarsi alla lotta senza sosta,
alla fame smisurata, al trambusto degli orrori,
al pensare succinto e levigato,
al vestire comodo e conformato.
Ma io ho la lentezza nei capelli,
nelle ginocchia e in tutti i miei indispensabili orpelli.
Ho occhi che indugiano su mari,
teste e finestre,
su braccia tenere di vecchi e bambini
in cerca di solari vitamine
su tutti gli antichi rifugiati,
dispersi e ritrovati.
Sulle morti leggere come soavi ricordi.
Se qui si cerca la fretta e la dura morte,
io scelgo la lentezza
con una pernacchia di grande ammirazione.

***

Nota biografica 

”Sono nata a Salerno, e per questo sono stata fortunata. La nascita è stata giusta: è avvenuta in una città del sud e poco lontano da Napoli. Sono tre cose che per me vanno benissimo: il sud, il mare e Napoli. Poi mi va bene anche il nome, Marina. Il mare mi accompagna perfettamente: così acquoso, silenzioso, misterioso ma anche tanto amoroso, come una grande madre che sfama tutti. Con la Sua bellezza che va e ritorna. Ed io della bellezza non posso fare a Meno. Se la bellezza mi stancherà vorrà dire che sarò morta, o quasi . E tutto ciò che è stato, per me, nel mio costante accarezzare la nostalgia, deve diventare bello. Anche la mia insolita infanzia, a ripensarci adesso. Avere genitori particolari, speciali nel bene e nel male, ti fa faticare un po’ più a crescere. E così ho deciso: io non cresco mai. Cresco quel tanto che basta per arrivare (ma no, che non ci arrivo) a capire la mia nemica giurata: la morte. Anche per combatterla ci scrivo delle poesie, le scrivo dai primi anni del liceo; mi nascondo seduta sotto un ultimo banco vicino ad una finestra. Da lì guardo tutta la gente che arranca a vivere per le strade del mondo (magari neanche se ne accorge) e la gente (ma magari neanche ci pensa) e tutto quello che prima o poi morirà e chissà come farà a lasciare almeno una traccia in giusta memoria. La professoressa mi lascia fare. Mi chiama la sua piccola poetessa. Anche mio padre mi chiama così. Anche se non pubblico nulla, questo mi può bastare. Ho tutti i miei fedeli lettori che si scambiano i miei fogli. Ci emozioniamo insieme, quanto mi piace. Succede anche con i miei bambini. Sto bene con i bambini, sto bene con i miei due bambini: Leonardo ed Eva. Dopo essermi laureata in lettere moderne mi sono trasferita a Roma, città dove vivo con loro e mia madre. Qui ho iniziato anche a lavorare come copywriter in diverse agenzie di comunicazione (tanto per utilizzare questo bisogno impellente di scrivere e cercare di guadagnarci anche il pane, scrivevo piccole favole per miei coetanei e poi raccolte di racconti brevi su riviste locali) ho fatto la pubblicista per un quotidiano on line, sperimentato, come attrice, il cinema e il teatro (tuttora faccio parte di un bel gruppo appartenente ad una scuola molto valevole e molto attenta alla “poesia del sentire” “Il Cineteatro”). Ma prima di venire a Roma il mio primo impegno “professionale” è stato in Radio. Già quindicenne facevo la speaker per una radio locale; la musica è un’altra mia grande fonte di vita e bellezza. La poesia e la musica, chi potrebbe mai dividerle. E così che mi arrivano le parole. Da sempre. Sono note che mi arrivano da molto lontano. E ancora devo scoprire chi a suggerirmele. E dove e come vive. Io so però che grazie a quella voce musicale che vuole che io scriva, ovunque e in qualunque momento della mia storia io mi trovi, riesco meglio a dare un senso a questa vita. Voglio che questa voce continui a dettarmi le parole (so anche come meglio mettermi perché lei arrivi con la sua musica e il sangue che si sente scorrere meglio) allora, io poi potrò sbagliare (io che di regole non ne ho e non ne seguo) ma io di meglio, per vivere, non posso sentire. Così scrivo dentro il mio Vivo.

P.S. Per ora non ho mie pubblicazioni da consigliarvi. Sono però presente nell’ultima agenda poetica edita da Lieto Colle.”

Marina Marchesiello

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

 

 

 

 

Marina Marchesiello, poesie inedite

Franca Alaimo legge Etcetera di Maria Grazia Insinga

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Inusuale quanto decisamente funzionale appare la veste editoriale di Etcetera dell’autrice Maria Grazia Insinga, se è vero che l’accostamento verbale-pittorico dei segni, la qualità della carta e la struttura a fisarmonica del libro (così vuoto e silenzioso sul retro assolutamente bianco, forse in attesa, come dice l’ultimo verso dell’ultimo testo e non ho finito di altri segni, o forse soltanto alternativa di purezza), servono a confezionare la scena cartacea più adatta al raffinato sperimentalismo di una scrittura, in cui ricchezza culturale, sapienza musicale, elementi biografici determinano un effetto di continuità pur all’interno di un’instancabile variazione. Tutto questo sollecita, insieme al godimento intellettuale, quello della vista e del tatto, coinvolti anch’essi in un’elaborazione simbolica a tutto campo.
E, dunque, i delicati acquarelli di Alessandra Varbella raffiguranti una serie di conchiglie, non vanno ammirati come semplici presenze “ornative”, ma come portatori di altri sensi ai sensi già veicolati dalle parole poetiche, le quali pure, in una sorta di imitazione delle trasparenze cromatiche di quelli, tessono un mobilissimo acquatico fluire di suoni, spesso germinanti l’uno dall’altro come si legge in: terribile tutto ciò che inizia/ con terra e finisce con moto / e con bile e terreo con ore, dove i corpi verbali integri di terrore, terribile, terremoto vengono scomposti in terreo, bile, moto, tutti attinenti all’orrifico, al monstrum, ma anche all’angoscia dell’eros.
La frammentazione del corpo-lingua corrisponde a quello del corpo fisico, ché le sue parti (seni, gambe, testa, cuori) si spargono nei versi distruggendo una unità, un kosmos di ordine e bellezza obbediente al criterio della reciproca funzionalità e insieme acquisendo una nuova, autonoma significazione, con un rimando, per analogia figurativa e metaforica, al mito orfico dello smembramento del dio Dioniso. Con esso si istituiva, infatti, un processo trasmutativo grazie al quale l’atto separativo della coscienza normale diventa necessario per la sua reintegrazione e trasfigurazione, intesa, quest’ultima, come capacità di andare oltre le sue figure. Dioniso, che secondo Socrate è il dio che ispira i poeti, è, inoltre, portatore di furor e di traboccamento anche amoroso.
Né va dimenticato, per tornare alla simbologia delle conchiglie, straordinarie concrezioni del tempo (così come le parole e i miti) e creature acquatiche custodi del morbido della carne, che esse alludono agli organi genitali, soprattutto alla vulva e, dunque, si collegano al concetto di procreazione e fertilità.
Avanzando nel territorio della realtà, come in quello dell’irrealtà, il linguaggio descrive contemporaneamente l’impossibilità del possibile e il possibile dell’impossibilità, in una sorta di groviglio inestricabile, che accosta il nitore dei dettagli alla visionarietà, creando un enigmatico teatro calcato da uomini che diventano bestie (capovolgendo il significato escatologico dell’incarnazione cristica e la centralità di un umano sempre più corrotto), avvelenatrici, divinità incapaci di compassione, tuffatori, personaggi della cultura come Idrisi e Paul Celan, giumente (che salgono e scendono scale a spirale al posto degli angeli della scala di Giobbe) e animali fantastici, come l’unicorno.
A esso rimanda l‘exergo da Rainer Maria Rilke, in cui la chiave di lettura, in rapporto a questo libro della Insinga, va colto nella capacità di rendere presente e reale l’assente, il quale egualmente è stato (…) amato, tentando l’innesto di una situazione biografica nel sistema mitico: così va letto il testo: la divinità non può toccare terra/ sono il portatore consacrato/ sollevo l’altra ridotta a divinità/ e non do mai il cambio a nessuno// il suo tappeto è interdetto ai morti/ e ai non l’altra siede su una pelle/ uno scranno la mia schiena a pezzi/ carponi i suoi piedi sui miei piedi che evoca una raffigurazione cinese della dea Kuan-yin, che troneggia su un unicorno disteso.
All’eros rimanda comunque il corno dell’animale, simbolo bipolare, unificatore dell’elemento maschile, in quanto penetrante e fallico, e di quello femminile, in quanto, se capovolto, mostra la sua cavità.
Al primo alludono i versi: mentre Paul tornava all’oscuro/ col membro eretto per l’ultima volta/ a succhiare l’ultima acqua dell’ultimo fiume, in cui Paul è lo scrittore Celan. A questo proposito così scrive Antonio Devicienti: “Paul è l’unicorno che si lascia affondare nell’acqua-madre, il portatore del verbo che, però, non addiviene a una risoluzione positiva della propria vicenda (l’incarnazione che salva il mondo), ma, al contrario, torna all’indistinto dove principio e fine si confondono e sono inidentificabili.”
Ma l’unicorno è anche metafora della poesia, in quanto, come l’animale si ammanta, all’interno delle varie civiltà che lo hanno accolto nel loro immaginario, di qualità e poteri opposti (distruttori e/o riparatori), così essa è chiamata a decodificare, destrutturare, desacralizzare per poi ri-dire, ri-fondare, ri-sacralizzare ciò che vive nel reale e nell’immaginario: è quanto accade nei versi prima citati, che attingono a un mito paleocristiano, secondo il quale l’unicorno entra in un lago avvelenato e, tracciando il segno della croce con il corno, lo purifica. Solo che, nell’appropriarsi del mito, la Insinga lo sveste di ogni significazione religiosa per sottometterlo alle ragioni laiche della Storia e della Poesia ed all’insondabile mistero della Morte: nelle acque entra un uomo (uno scrittore nello specifico, che trovò la morte per acqua) e non l’unicorno-Cristo; e tutto scivola in una indeterminatezza che non sa dire, se non nell’impossibilità del dire, con chiaro riferimento alle vicende biografiche e letterarie di Celan, di certo uno dei più amati riferimenti dell’autrice, se è vero che, come lo scrittore ebreo-tedesco, anche lei tenta (ma senza ricorrere alla facilità della rima riparatrice) il ritmo della musica nei suoi testi poetici.
E così torniamo a citare il breve testo conclusivo: Sigillo, concepito come una sorta di controcanto ai versi di Thibault de Champagne (poeta molto stimato dallo stesso Dante), che probabilmente vuole sottolineare il lungo cammino della poesia, dal duecento ad oggi: un viaggio senza sosta nelle parole, e senza stanchezza alcuna, ché, anzi, il baio “oscuro” e “puro” scalpita e non ho finito.
La silloge possiede una qualità iniziatica a partire dalla sua struttura: tre i testi per ogni sezione per un numero complessivo (se si esclude il sigillo che sostituisce il proemio) di 12 (multiplo di tre); quattro le sezioni che alludono ai quattro elementi in cui s’inverbano i quattro componenti fondamentali del mondo fisico: la terra messa in relazione con la bile (terribile tutto ciò che inizia/ con terra e finisce con moto/ e con bile e terreo con ore); l’aria messa in relazione con il sangue, i colori (e disperati i tuffatori arabici in un mar rosso/ in cerca della coralligena); l’acqua, linfa vitale e insieme principio distruttivo (affondamento, annegamento): mentre Paul tornava all’oscuro/ col membro eretto per l’ultima volta/ a succhiare l’ultima acqua del fiume; e, infine il fuoco, anch’esso ambivalente che scalda, illumina e purifica, ma porta anche morte: fuoco con altro fuoco a capo e il sole sul suo capo ma l’altra/ splende e splende sette anni.
Etcetera chiude una trilogia compatta e intensissima (le altre due sillogi sono Persica e Ophris) che imita una sorta di viaggio nei tre regni della natura e della psiche culminante nell’affermazione: la beatitudine supera/ la vocazione alla beatitudine/ non posso essere più precisa di così, senza però che si progetti, in itinere, un termine, un luogo che non sia un Non-luogo, in cui l’avanzamento moltiplica il rischio dell’inespresso e il miracoloso ventaglio delle possibilità, perché, come scrive Celan, tutto è meno di/ quanto è, tutto di più.

Franca Alaimo

 

 

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Maria Grazia Insinga, Etcetera, Fiorina Edizioni, 2017

Franca Alaimo legge Etcetera di Maria Grazia Insinga

Moreno Innocenti, una selezione di poesie dalla raccolta inedita ”Delle Ombre”

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Dicevi che ci saremmo visti a Baghdad.
Dicevi di un tè sulla soglia
di un vecchio ospedale.
Sentivo la sabbia graffiare lo scalino
-ma ognuno ha i suoi passi-
Dicevi
-e ci arriva non sempre per primo-.
E chi ti aspettava da un tempo
infinito portava una benda
sopra la gamba mancante.
La scimmia di platino urlava
che avremmo pagato un embargo.
Ed io ti vedevo spalmare
l’unguento di giada e catrame
sul sangue e il sudore.
La fragile linea della tua schiena
sul ponte che un tempo fu assiro.
La schiena dicevo
a vederla piegata sul sangue
rappreso,
una mina gentile
avranno pensato.
La scimmia sorride
che tanto si deve crepare.
Dicevi di un tè.
Continuo a pensarti
e ognuno ha una lingua.
Dovremo comunque pregare.

 

*

INFINITO

 
Guarda com’è selvaggio
questo mio nulla di pensiero.
Oddio sto impazzendo
sguarnendo smembrando
giacendo crollando
vivendo ansimando
morendo – ma quando ? –
svolgendo un rimando
compiendo uno sguardo
cantando un mio canto.
Ma forse è un gerundio,
il mio cuore,
un verbo soltanto.

 

*

Tu non sei l’aria fredda
che viene dal mondo
né il suo riparo.
Tu non sei l’erba informe
i rami violenti sui sassi appiattiti.
Non sei la luce vagante
la tremola fiamma
che taglia l’inverno.
Non sei la magnolia altezzosa
o l’ortensia smarrita.
Tu non sei il vaso sfiorito
di mezzo cortile.
Non la vergogna di questo orizzonte
che parla di festa e dimentica il dono.
Sei tutto l’amore
e il suo abbandono.

 

*

ASFALTO

 
Anche tu, figlio mio,
sei la perla di cemento
che s’adagia alle nudità
d’asfalto.
Anche tu le travi scontrose
e il fumo stordente
del centro.
Anche tu il ponte
di catrame
e, senza parlare,
sei la pietra selvaggia.
Seppure la pioggia
sollevi il veleno,
la calce si adegua
e resta il tuo volto,
il mio cuore,
il cielo e il suo baleno.

 

*

POTRAI PERDONARE?

 
E le piante gelate
dell’inverno.
E la terra violenta e bruna,
i vetri solitari
e il tonfo lontano dell’acqua
e qualcuno che grida
le porte impazzite
volgari.
E il tuo segreto
di andare e andare finché smetta
la pioggia gelata
e il freddo inumano.
Potrai perdonare
questi muri isolati
alti e miserabili
e la pietra schiacciante
pesante
e cattiva ?
Feroce è la vita
e il mondo tutto
e forse ti ostini
ad andare
ma il tuo cammino
interrompe l’ordine;
ci siamo sgomenti,
ti ci risvegli
che è tardi
ed io che mi ostino
vagabondo
aspettando l’estate.
Ogni giorno mi ostino
mi pento
di gioie passate.

 

*

MADRE

 
Questo è il figlio che ti chiede
che ti illumina il ricordo.
Alta sulle spalle
ti ho lasciata
con le mani sporche e tese.
Alta come Dio
e in Dio infinita,
anche tu immortale e in croce.
Ma eri un grido disperato,
la preghiera
detta sottovoce.

 

*

Le scarpe di mio padre sono immobili
e leggere. Quanta strada sotto i tacchi consumati,
quanto peso hanno portato nei giorni vagabondi.
Le scarpe di mio padre ne hanno visto di sudore
e di fatica.
Stanno ferme appese al filo del ricordo di un amore
nato all’ombra dei vent’anni,
nato all’ombra di un dolore.
Le scarpe di mio padre l’hanno visto risalire
quest’Italia benedetta per cercare un po’ di pane,
sopravvivere al tempo e alla vertigine.
Rimane quel passo gentile, educato, che svanisce in lontananza.
Ed io che resto, amo mio padre
e la sua mancanza.

 

*

Il mio paese è bello
ai limiti del dolore.
Quando il vento sorseggia
le strade e la nuvola
china lo sguardo.
C’è la luce che fanno le musiche
ai muretti di fiori e sassi.
Io ricordo due occhi verdi
all’incrocio sotto le stelle.
Quando mi innamoravo di lei,
giocando i capelli a piccoli passi.
A stento ci ascoltiamo
nuvole basse alle pareti.
Risorgi anche tu
crisalide inattesa,
aurora sublime.
In attesa del mio inverno
per scaldarsi un poco il volto.
Che a castagne si va asciutti
se non piove sugli occhi.

 

*

BEATE LE TUE MOLTITUDINI

 
Avresti dovuto esserci.
Così breve come la fame.
Intensa e solitaria attesa mattutina.
Avremmo dovuto parlare
di catene rotte e ricordi
disumani prima del tuo viso.
Avresti dovuto darmi carezze.
L’avevi promesso.
Avrei misurato il tuo cuore col mio.
Per questo ti perdono
con strazianti sorrisi.
Beate le tue moltitudini.
I tuoi molti dolori.
Perché ti sono accanto
per tua stessa natura.
Per tua dolcissima scelta.
Beate le tue debolezze,
i tuoi limiti sacri.
Perché soli hanno i tuoi contorni,
partoriscono i confini,
ti possiedono di infinita gioia.

 

*

Bella. Sei bella della sera
che mi sfigura il volto.
Della domenica mattina
quando scivoli agli scogli
e dici “ho fame e non è pronto?”
Ed io ti riconosco perché
sei la dama lunare che mi carezza
nuda. E allora vorrei trattenerti
per il cuore e guardarti
ciondolare : “caffè caldo miele
e dolce señorita,
per la mia dama lunare.
A me invece della polvere
e il tabacco, che mi voglio
arrotolare”. Vedi che sei bella ?
Altrimenti non avrebbe
senso, tutto questo innamorare.
Ti bacio agli angoli esterni
della bocca. Così da farti
sospirare. Piano. Piano.
E ancora sospirare.
E ancora ti bacio. Così
che il tuo sorriso ti faccia
da altare. E prego
le tue labbra così tiepide
di farmi respirare.
E tu mi passi il fiato
goccia a goccia
mentre canto “La vie en rose”
sospeso alla tua bocca oracolare.
Non vedi ? Ti appartengo.
Mentre bacio i tuoi respiri.
Altra vita non posso
mendicare.

 

*

E infine alla fine vinse
il corvo.
Che tra le ali portava un grano.
E tra le zampe un seme di vento.
No, non sai del gioco dei lampi
che tanto ti fanno tremare.
A nulla è servita la pioggia
o il tuono.
Non a tenerti alle mie braccia raccolte.
Non a lasciarti dormire
al mio petto.
A nulla è servito il canto
del quadrifoglio sul ramo di melo
o il suono d’un vecchio tamburo.
Tam tam fa il ricordo del cuore
che un tempo ti strinse.
Tam tam fa il dolore
che infine alla fine vinse.

 

*

 

Lasciami passare, voce notturna.
Lascia che raccolga una lontana
cantilena.
Che parli di tempeste e boschi
e fate e comignoli.
Lascia che si voltino
i folletti, le lucciole sospese,
la Dama solitaria
e il dio del fiume.
Che la lepre fermi il passo.
Tutti i grilli e le civette
si addormentino sereni.
Che anche lei mi veda andare
tra le stelle e il Firmamento.
Che le resti la mia luce.
Un buonumore del vento.

 

Poesie tratte dalla raccolta inedita Delle Ombre

 

*

Notizie biografiche

Moreno Innocenti nasce sulle sponde del Lago Maggiore nel mese di Novembre del 1980.

Frequenta il Liceo Scientifico. Si iscrive alla Facoltà di Lettere degli Università degli Studi di Milano, non ultimando però gli studi.

Scrive versi e brevi racconti, musiche e testi.

Cresce innamorato di De André e Pavese, Leonard Cohen e Tabucchi. Ungaretti e Neruda a fargli compagnia nelle sere al camino. Montale e le rughe dei limoni.

Alcune poesie ricevono riconoscimenti e Menzioni d’Onore all’interno di rassegne e concorsi letterari.

Più volte il Prof. Gabriele La Porta  sceglie i suoi componimenti per leggerli e commentarli all’interno di trasmissioni televisive in onda sulla Rai (“Anima”).

Siti e Blog dedicati alla Poesia ospitano alcuni suoi versi.

Crede nella Bellezza, nelle cose lontane. Negli Spiriti liberi. Nella delicatezza che spesso ci appartiene.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Moreno Innocenti, una selezione di poesie dalla raccolta inedita ”Delle Ombre”