Pietro Romano, poesie inedite

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Pietro Romano*

 

il tenue del tocco, qui, pronto
a farsi incandescenza:

un focolare nella crepa,
nella pagina in bianco.

 

*

gli occhi chiusi si riaprano pieni
della parola minima radente
il fondo della voce escoriata.

 

*

Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,
quando, con l’odore di terra riarsa, le parole
separano le nubi dalle nubi, gli uccelli
dagli uccelli, le foglie dalle foglie?

 

*

Teca del dire, falce la parola:
in alleanza al verso, disossato
sulla lingua l’istante della crepa

 

*

Qui è un dimenticare – nel fioco
del palmo, esule è la crepa dove
a ora incerta si è, nell’abisso.

 

*

Quella prossimità di tenui luci,
di superfici impassibili e solchi di strada,
io non riesco a invocarla in una scia di versi
in cui sfavilli l’istante prima.

 

*

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa – nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede sé stessa.

 

*

Testimone del trauma di nascere su tutto il visibile, lontani dall’increato. E l’informe: crollo tra le ciglia. Per non farsi abbagliare, l’invisibile si sotterra. Varchi verso voci perdute. Invisibile, lasciaci entrare.

*

 

Cenni biobibliografici

Pietro Romano (Palermo, 1994) è laureato in Lettere. È autore di due raccolte di poesia, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018). I suoi versi sono apparsi in riviste nazionali e internazionali e tradotti in greco e spagnolo. Attualmente, frequenta il corso di Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

 

*La foto in alto è di proprietà dell’Autore

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Pietro Romano, poesie inedite

Giovanni Perri, tre poesie inedite

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Giovanni Perri

Passage

né ricordi né oblii, né questi nomi che cercano di comparire e poi scompaiono che se l’inghiotte il vento; e neanche un rumore di foglie sotto i piedi neanche un varco, dissolta l’aria in un vapore d’oro: mi tocca ripescare dentro l’ozio, finire la parola estate o prolungarne il vizio a sera nei gelati al limone che fanno più tonda la luna, più sfocata l’arte di vivere: un ricomponimento generale dopo il tempo, appena tocchi la parola tempo e scende un vuoto oltre la linea rossa, azzurra;
ed è il profilo d’ambra dei tramonti tutti, fotografati ad est d’una parola, a nord;
sospesa senza peso la noia non cade, si fa come una sua tristezza dipinta a mezzocielo e varia nel suo variare d’ombre: di casa in casa, negli scambi di treno, tra pelle e pelle, per ciascuna valigia lasciata in volo con dentro i rumori del mare.


***

Cose

 

ho sistemato, sai, con cura, ogni piccola cosa: il rubinetto che perde,
la scala che da al seminterrato, il piede del tavolo in giardino. Ho messo
persino una lucina al ripostiglio, che tanto, dicevi, mancava. E ora che tutto è a posto
in questi cavi minuscoli del giorno, io mi sistemo: e riesco persino a parlarti, per ogni
goccia, passo, inclinatura del mondo.
A volte, lascio il televisore acceso su quei canali che vendono tappeti
e lì mi addormento: antenna, fossile, conchiglia. Più di ogni cosa
soffro lo squillo del telefono, ma anche lo specchio nell’armadio,
l’odore di questa saponetta che scappa dalle mani.
Sono le cose che restano, questioni antiche da sopportarne ogni piccola dose:
isole idiote, poesie che girano gli occhi
nidi all’orecchio che fanno paura.

 

***

di tutti i cuori che mi dai
quello più silenzioso amo,
col battito che sale da terra
e capriola come una parola andata in fumo.
Lo guardo e penso che è bello
saperti cogliere fiore del sangue:
nel tuo ovunque essere il seme della precisione,
la domanda senza domanda.

 

Giovanni Perri nasce a Napoli nel 1972. Comincia a pubblicare in rete nel 2013 dove convoglierà buona parte dei suoi precedenti scritti e molti altri a seguire (racconti, interventi critici e soprattutto poesie) che entreranno, con la frequentazione in gruppi, siti, blog, in fanzine di vari collettivi, riviste, antologie. Suoi testi compaiono anche nel Book-magazine “Antisociale” volumi “I- IV”, e nell’antologia IAP (In Arti Poesia), editi da “Amande”, oltreché in vari numeri del quadrimestrale letterario “Bibbia d’Asfalto” edizioni “Kipple O cina Libraria” (già “Matisklo”), e in varie iniziative editoriali del suddetto collettivo di cui è membro storico. Partecipa a due concorsi letterari di rilievo nazionale: nel 2013 “Premio Rolando” e nel 2016 premio “le trame di Neith” vincendo in entrambe le occasioni il primo premio.

(Le notizie biobibliografiche sono tratte da edizioniterradulivi.it)

Giovanni Perri ha pubblicato nel 2017 “e mi domando la specie dei sogni”, il suo primo libro di poesie, edito da  “Terra d’ulivi”.

 

*

Articolo a cura di Alba Gnazi

Giovanni Perri, tre poesie inedite

Enrico Marià, tre poesie senza titolo

Enrico Marià. Fonte: alessandrianews.it

Poesie inedite

 

Per dieci euro a quarant’anni
sbattere lei di settanta contro il muro.
Mamma non chiamare le guardie,
ma chiudi a chiave la porta
e lascia che mi scanni le vene.
Pensa a questo:
che è per tutti la cosa migliore
che quando ti telefoneranno
sarà già da tutto finito,
che sarà la mia assenza
il cancellato respiro-
l’ago che scuce,
sopportare la luce.

 

***

 

È ancora dare la bocca, il culo
per un giubbotto, un passaggio
qualche maglione.
Che il giorno è la notte più fredda
abbracciami forte come il mare-
tu il cielo scavata trincea,
tu la vita il morire
un assedio d’amore.

 

***

 

Che dovrebbe essere impossibile
l’amore fisico tra un uomo e un bambino;
io che ho iniziato a fumare a tre anni
a quattro nei supermercati il rubare,
io corpo oggetto, un grembo di silenzio
ogni sera alle nove soddisfare le sue voglie.
È il morire magra luna
le ali degli angeli-
restare di mio padre,
uno sputo
la saliva.

 

***

Enrico Marià è nato il 15 luglio del 1977 a Novi Ligure (AL) dove risiede. Ha pubblicato le raccolte: Enrico Marià (Annexia 2004); Rivendicando disperatamente la vita (Annexia 2006); Precipita con me (Editrice Zona 2007) e Fino a qui (puntoacapo Editrice 2010 con prefazione di Luca Ariano). Cosa resta (puntoacapo Editrice 2015 con prefazione di Mauro Ferrari). Ha preso parte a diverse antologie. Suoi testi compaiono su riviste e web alla stregua delle recensioni delle sue opere.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Enrico Marià, tre poesie senza titolo

Michela Zanarella: Le parole accanto

 

Michela Zanarella

CIO’ CHE RESTA DEL GRANO

Planano le dita
in trame di odori
sotto palpebre di pianura.
Il faggio racconta
le mie verdi assenze,
il silenzio che sale
ad invocare
memoria che sfuma.
Sono divenuti sorsi
di cielo
il confine che tace,
l’asfalto che trema,
l’origine che origlia
ciò che resta
del grano.

RACCONTAMI

Raccontami
come cambia direzione il vento
e di come si consola l’erba
del bianco della neve.
Io so del gergo della terra
che hai calpestato,
di quei passi
che hai riempito di sudore
tra i rovi di montagna.
Non sono stata capace
di gridare a cuore aperto
quanto manca la tua voce
al mio respiro.
Raccontami
quale meta spetta
al nostro tempo
e quale ragione
sta nella mia sete
di silenzio.

RACCOLGO CILIEGIE

Raccolgo ciliegie
come se fosse tornato il tempo
di perdermi tra i rami
a fissare l’odore del vento.
Chiudevo gli occhi
e mi stringevo addosso
rosse dolcezze
oltre al colore di un sole
che si muoveva
a ravvivare le polpe.
Tu lo sapevi
che in punta di piedi
mi sollevavo a riempire i palmi
di frutti e silenzi.
Raccolgo ciliegie anche adesso
senza essere tra le montagne
sola con la tua voce accanto
sfidando le labbra ad ascoltare
il sapore di allora.

(Le parole accanto, Interno Poesia Editore, 2017)

 

Dalla prefazione di Dante Maffia
“Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.
Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con una semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità…”.

 

 

Le-parole-accanto.png  Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.

Michela Zanarella: Le parole accanto

Amarji: Cinque Poesie d’Amore

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1
Fermo
chiuso
il tuo cuore nel mio
come una corteccia
come un grumo d’ambra.

Il tuo amore indifferente agli elementi, mi ha già reso
una rosa cosmica-,
dentro un’alba senza tempo, senza ombre.

 

2
L’inizio del frutto
la siesta della forma incompleta
la luna graffiata
senza moto
l’unità bianca – ch’è l’argento versato del silenzio –
tra la linfa e la notte
un taglio di sole entro un pozzo chiuso
il giglio turbato attorno a sé
tutta questa analogia
sei tu nel cerchio del sonno,
ed io sono qui, più isolato
di una falena odiosa
che ti guarda
come si guarda un idolo in fiamma.

 

3
Gravato
di mille gerani senza radici
il tuo ombelico lusinga il mio sangue,
sotto una notte
che si versa come spuma nera.

È troppo tardi per qualsiasi alba.
Il sole stesso si è sciolto nella notte della tua nudità;
e ora io sono morto,
sono una vasca,
una pietra….

[la foresta che è sfociata, con gli abeti e le farfalle e le gru,
nel tuo ombelico–
ha emesso la sua fonte nella mia bocca….]

 

4
Nei suoi lentischi, pecci e lentischi,
si accende il tuo corpo, corteccia su corteccia,
e albero dopo albero,
il mio corpo è la luna,
altro non ha da fare
sopra il tuo bosco stanotte\ che
bere il fumo e il profumo del fuoco.

 

5
Dormi, scende il mio corpo
nel pozzo del tuo corpo
ti svegli, si alza il mio corpo
nell’argilla del tuo corpo;
frettolosamente
i nostri corpi si scambiano
l’erba e la spuma e le stelle,
mentre la luna nel nostro bacio
prepara lentamente il suo nido serale.

(i testi presentati sono inediti)

** Amarji, pseudonimo di Rami Youness, è un poeta, autore, e traduttore siriano, nato a Laodicea nel 1980. Ha pubblicato finora 4 libri di poesia: N (Mawaqef 2008- Beirut, Libanon), Perugia: Il testo- Il corpo (Mawaqef 2009- Beirut, e Bidayat 2009- Damascus), Navigazioni Erotiche (Mawaqef 2011- Beirut, e Bidayat 2011- Damascus), Rosa dell’animale con Maria Grazia Calandrone (Edizione arabo: Attakween 2014- Damascus; Edizione Italiano: Zona Contemporanea 2015- Roma).
Ha tradutto in arabo: Giacomo Leopardi, Pensieri (Parola 2009- Abu Dhabi: Abu Dhabi per cultura e eredità); Dino Campana, Canti Orfici e gli Inediti (Attakween 2016- Damascus); Gabriele D’Annunzio, La Città Morta (Tuwa 2012- Londra, Gran Bretagna). Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve, scelta con Maria Grazia Calandrone (L’Altro 2012- No.3, Beirut e Damascus); Pier Paolo Pasolini, Carne e Cielo (Ninawa 2016- Damascus); Antonio Gramsci, L’Albero del Riccio e Nouve Lettere (Attakween 2016- Damascus); Michele Caccamo, Chi mi Spazierà il Mare (Attakween 2016- Damascus); Hölderlin, Pane e Vino e Altre Poesie (Attakween 2016- Damascus); Leonardo Da Vinci, Scritti Letterari (Attakween 2013- Damascus).

Amarji: Cinque Poesie d’Amore

Zbigniew Herbert: L’epilogo della tempesta

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*
Un cuore piccolo

Il proiettile che ho sparato
durante la grande guerra
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle

nel momento meno opportuno
quand’ero ormai sicuro
di aver dimenticato tutto
le sue – le mie colpe

eppure come gli altri
volevo cancellare dalla memoria
i volti dell’odio

la storia mi confortava
io combattevo la violenza
il Libro diceva
– era lui Caino

tanti anni paziente
tanti anni inutilmente
ho pulito con l’acqua della pietà
la fuliggine il sangue le offese
perché la nobile bellezza
il fascino dell’esistenza
e forse persino il bene
dimorassero in me
eppure come tutti
desideravo tornare
alla baia dell’infanzia
al paese dell’innocenza

il proiettile che ho sparato
da un piccolo calibro
nonostante le leggi di gravitazione
ha fatto il giro del globo
e mi ha colpito alle spalle
come volesse dirmi
che niente e nessuno
sarà perdonato

e così adesso siedo solitario
sul tronco di un albero tagliato
nel centro stesso
della battaglia dimenticata

io ragno grigio intesso
riflessioni amare

su una memoria troppo grande
su un cuore troppo piccolo

 
*
A Celasw Milosz

1
Sulla baia di San Francisco – le luci delle stelle
al mattino la nebbia che divide il mondo in due parti
e non si sa quale sia migliore più importante e quale peggiore
nemmeno in un sussurro si può pensare che siano uguali

2
Gli angeli scendono dal cielo
Alleluia
quando dispone
inclinate
rarefatte nell’azzurro
le sue lettere

 
*
Kant. Gli ultimi giorni

Questo – natura – proprio non testimonia la tua
magnanimità
e se non sei magnanima
potresti anche non esistere

Proprio non potevi offrirgli una morte improvvisa
come il crepitio di una candela
come una parrucca che scivola a terra
come il breve viaggio di un anello
su un tavolo liscio
che rotea rotola
infine si ferma come uno scarabeo
morto

E allora perché quei giochi crudeli
con un vecchietto
la memoria svanita
il risveglio incosciente
il terrore notturno
non era lui che aveva detto
«attenzione ai brutti sogni »
lui che sulla testa ha un ghiacciaio grigio
e al posto dell’orologio da tasca – un vulcano

È di pessimo gusto
imporre a chi
si esercita nel mestiere di fantasma
di diventare – improvvisamente –
uno spettro

 

*
Tommaso

Qui hanno appoggiato la lama sul corpo
proprio qui
e hanno spinto
e c’è un ricordo
che urla in tutte le lingue del pesce
– la ferita –

Il viso concentrato
i solchi sulla fronte
la luce bluastra del mattino
fredda e avversa

La mano del Maestro
guida dall’alto
l’indice di Tommaso

dunque è permesso il dubbio
consentita la domanda
dunque vale qualcosa la fronte
corrugata di Leonardo
le mani impazienti
invocate in aiuto

 
*
Dodicesimo piano

In memoria di Jan Lechon

Tutti i sorrisi
tutta l’amarezza
le percosse in viso e le carezze
i biglietti del tram e le lettere d’amore
le tasche vuote e il frullio del cuore
stanno in piedi sulla finestra aperta
dell’hotel Hudson

adesso tutto questo
si alza in punta di piedi
prende posto
sul rischioso promontorio
tra il muro e l’aria

verso cui si avvia il poeta
con le braccia spalancate

com’è disordinato
questo viaggio

prime corrono le mani
che fiutano la via migliore
e la testa piegata in avanti
vola sulle scale troncate
e dietro a una certa distanza
le vista che si è fermata a metà
e il pensiero conficcato in profondità come un respiro
e il tronco pesante come una campana divelta
infine tutto ciò che non è vestito di pelle
il rimpianto una conversazione interrotta una bolletta non pagata
e alla fine i versi
i versi volano più a lungo
ma anche loro alla fine cadranno

chi poteva prevedere la catastrofe
il corpo era prosciugato
e non era quella terra ad attrarlo

cade tra la follia impermeabile
gli steli dei calzoni gli crescono intorno
si sdraia su una lastra di pietra

quella non era la via più breve
dall’alta vetta degli anni e dei piani
il poeta è sceso nella valle terrena

da L’epilogo della Tempesta, Adelphi, 2016

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto: fonte web

 

Zbigniew Herbert: L’epilogo della tempesta

Mariangela Gualtieri: Tu. Voi.

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La miglior cosa da fare stamattina
per sollevare il mondo e la mia specie
è di stare sul gradino al sole
con la gatta in braccio a far le fusa.
Sparpagliare le fusa
per i campi la valle
la collina, fino alle cime delle costellazioni
ai mondi più lontani. Fare le fusa
con lei – la mia sovrana.

Imparare quel mantra che contiene
l’antica vibrazione musicale
forse la prima, quando dal buio immoto
per traboccante felicità
un gettito innescò la creazione.

 

 
***

Nella mia testa non c’è altro che mare
altro che mare incantatore – altro nient’altro
che mare e sole in un crescendo silente
e dormiente.

Parla un mistero. Tace un mistero
e solo il corpo entra nel fiore
nel fiore d’acqua.

 

 
***

Eccomi. Sole celebrante
sprigiona l’intero mattino.
Polveri d’amore eseguono orme
e una pista conduce fino sotto
il cuore. Parole.
Staremo nell’ascolto pellegrino
all’incrocio fra stelle e zolle
dove l’inafferrabile stormisce
e guizza altrove. Saremo
completi d’una salute potenziale
con un ridere
che partecipa tutta la stagione
in giusto canto. Venite.
Potenze
del mattino, riconosciute
per sottigliezza.

Ah! Come mi abbandona ora
l’umana solfa e tutto viene
manifesto in splendore.
Questo stare appesi ad un respiro corale
dove anche il rospo concorre a questa luce.
Si frappone fra la mano e ciò
che la conduce un piano obliquo
di dolcezze. Un nascere delle cose
al giorno e tutte spogliate
le vecchie forme sono ricreate.

Buon giorno a voi che non vediamo.
Ciò che non vediamo
preme. Preme e viene
viene e sappiamo ciò che l’animale
conosce e non rivela.

Restiamo ancora
un poco.

 

 
***

mariangela gualtieri
Mariangela Gualtieri

Il fuoco del santo

Le parole si ammassavano in me
e facevano un fuoco ustionante
e morsi di cane
nei bracci, nelle nervature.
Le parole combustavano
dentro la carne
appiccavano un sepolto ardore
si mangiavano il sonno e il colore
rosa delle guance.
Cadevo distesa immobile
dentro giorni sepolti nel letto
mormoravo nel delirio preghiere
perché si fermasse l’invisibile
che mi staffilava continuamente
la nuca o in mezzo alla fronte.
Le parole – una covata di brace.
E parole pugnale e pustole
di una larva infettante. Restate –
mie micidiali. Mie rosse
mie care – guaritrici infuocate.

 

 
***

Casomai un silenzio si impenni,
resta nel suo legaccio di silenzio
tu coraggiosamente resta
fatti un manto con quel suo niente
non precipitare nel boato
nel camposportivo del mondo.
Accortezza ci vuole ora.
Un amore affilato. Tagliente.

 

 
***

Mi scavo nella tua direzione. Sono io
tuo canale. Tuo scorcio sono, búttati qui.
Addosso búttati. Da quel più strano dove
scaravéntati in me. Voce. Sazia. Serenella. Fa’.
Ti presto questa cassa del torace, questi alveoli
umani dove il sangue va a bere.
Sembri un tramonto. Sembri corteccia e il secco.
Tu sembri un volto che corre il cielo.
Salute a te.
A terre in lontananza consegni la visione.
Tu parli adesso in arancione
e in rosa. Sono le sette. Tu provieni.
Indichi un punto di somma luce. Tu. Voi.

 

 
***

Una sola è la vita sulla terra. E se
in me porta questo nome
è per sbaglio. È per abbaglio. Per uno
smarrimento dello sguardo che ha perso
la gittata vertiginosa. E fissa nello specchio
la figuretta modesta – filo d’erba
del prato – foglia fra foglie sei.

 

(Poesie tratte da Le giovani parole, Einaudi 2015)

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*

Immagine in alto: Papavero Blu – Manipolazione sulla fotografia di un fiore di papavero. Valdorcia, aprile 2004. Dalla composizione “Gli elementi della Primavera: studio numero 2” (il fuoco) di mrxibis; website: deviantart.com

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Mariangela Gualtieri: Tu. Voi.