l’ormeggio: la terra, l’appartenenza

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***

Mi porterò lontano,
dove la mia pelle è sconosciuta.
Dove nessuno ha mai udito il mio pianto.
Dove il mio canto è fresco
e il mio volto mai visto.
Farò baciare la mia pelle
a un sole sconosciuto.
A nuovi boschi farò udire il mio canto.
A nuovi cieli leverò il volto.
Poi tornerò,
dove i bambini conoscono il mio nome,
dove i vecchi mi segnano a dito,
dove tra campi e vigneti
la mia casa sarà rimasta ad aspettarmi.

Davide Cortese

 

***

Quando poi la sera ci si raduna
– come qualcuno prima e qualcuno
prima ancora – in questi venerdì
moltiplicati per ogni giorno
speso altrove, mentre
fuori il vento:
spesso e verticale come
un alfabeto di rimpianti, dritto
in forza al vetro – feroce e
schietto, tale al
viso a tregua offerto,
stanco, sì: ma ricomposto
tra i crepuscoli che
spannano ogni distanza, ogni viaggio
calpestato dal
ritorno. È dentro una gioia
che si impara ad aspettare.

*
*
*

Piuttosto che portarmi via da me,
ti porto via in me;
con me, nella mia mano,
al centro, come un fiore;
ti stropiccio e tu germogli,
ti dimentico e tu mi sani;
cuore, oh maledetto
cuore impuro;
afflitto, ridente, bianchissimo,
bianchissimo cuore.

(Alla terra, alla casa. Al ritorno.)

Alba Gnazi

 

***

Neve tardiva e briciole di pane
per il resistere dei pettirossi –
un’era glaciale a tradimento
sui nervi scoperti degli ulivi

non un gemito o un’ombra contrasta
la sublime immanenza della fine –
arranca vago uno scalpiccio convulso

i cani erranti fanno branco –
sbuffando rabbia e fame
risalgono primordiali l’abitato

– à la guerre comme à la guerre –
accendo un fuoco per sentire il sole –
bestiola illusa – non lo vedi
come siamo marginali alla vicenda

Maria Grazia Di Biagio

 

***

la tua mano_ te l’appoggi sugli occhi
con l’altra mi metti alla porta
mi dici che qui manca un tempo
l’ossigeno buono alla fiamma

sogghigni dal mare
hai socchiuso negli occhi
un ronzio durativo di rassegnazione

hai valige già fatte alle spalle
aperture inceppate
e sulle facciate lenzuola sprecate

littorio e barocco _ città
non ti guardi mai in faccia
le palme le mani e riposizioni
indietro e avanti le linee i futuri

Patrizia Sardisco

ormeggio 4

 

l’ormeggio: la terra, l’appartenenza

l’ormeggio: la terra, l’appartenenza

 

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cagliari, poetto

Non ricorda la terra, non ha dimora il respiro

Non ricordo se tu fossi
vento tra i fiori
ad annullare i pensieri,
aria contraria al sospirare,
o fiume paziente
che apriva la strada
dietro il cieco dei tornanti,
tra cieli tersi e minaccia di nubi,
a un passo dal battito.
Non ha dimora il respiro,
naviga nella memoria dell’isola,
cerca l’ebbrezza dei vapori
corruttori di vista,
sboccia l’impasto di aromi
in retrovie di gentilezza.
Ogni margine è abbracciato dal mare,
acqua fertile,terra accolta,
geografia che attende
la sua Penelope capace di tela,
a caccia di coraggio controvento,
in ansia di pace
dissolta l’imboscata del cuore.
Non ricorda la terra
se fosse madre destinata al pianto
o gioia celata nel veleno,
annuncio di compiutezza
e ritorno oltre l’incanto,
tu sei l’onda che accoglie la deriva,
scombinati i sentieri dell’affetto,
invase le vie di fuga,
in abbracci e devozione
mi tendi un agguato
d’appartenenza e d’amore.

Mauro Contini
** Questa poesia è per la mia amata isola, la Sardegna, ma è anche un altro passo nella ricerca dentro i territori del cuore.

***

 

tavoliere-delle-puglie-1
tavoliere delle puglie

Magia di un ritorno

Mi allontano
a piedi scalzi
dalla terra nutrice
e casa paterna
Oro rosso e oro giallo
enormi distese
di pomodoro
campi di grano
Porto con me una vita rivissuta
Solo per pochi attimi
Il cicaleccio delle massaie
le strade affollate di ragazzi
lo scorazzare degli affetti veri
Il sole è una ruota infuocata
La mia terra l’albero del pane
Negli occhi grandi e profondi
ormeggia una barca
Sono salva
L’ arca della luce.

Elina Miticocchio

***

 

ladispoli torre flavia 1
ladispoli, torre flavia

Tutte le direzioni

 

A lato sui tetti il declivio l’azzurro

mia madre

                        Sapranno mai quanti pori ho dovuto

                        scontare

– un due tre stella – sotto io, avanti tu

                      per coincidere l’io sono al me stesso

                      femminile ancestrale

-e sempre timballo

                la domenica –

                             sapranno, mai?

 

I trafori di nebbia i lucori dell’alba

le cantilene, le urgenze – possibilmente

senza fretta, le donne il caffè la cucina

mio padre sbarbato, la cantina

 

quanto dicembre raspasse

tra i pacchi composti in ritiro

una frusta quegli aghi di pino

a dicembre scoperto il

mattino, uggiolato di cane sui retri

svociati la merla zampetta già tardi, già tardi

qualcuno da sposare

                        qualcuno da seguire:

                                                        a dicembre.

Parallelepipedi di case ignare.

La mia ha un tetto che spiove e

una stufa col forno integrato.

La strada indicava TUTTE LE DIREZIONI

Truce ironia, pallido sacrilegio.

 

Ho scisso atomi, di notte

in notte. Costipando in un fonema

ripetuti tentativi di follia.

La lingua scinde quel che a spirito

duole. Rattrappita in un epilogo

per monade dirottata, ho cominciato

la scissione.

 

Che poi, non è che lì si stesse

Così male.

Non è che ovunque

Si stesse così male.

 

Dopotutto, c’è da imparare un nuovo idioma

ogni volta che si esce dal letto.

 

Il vino, quello rosso, ha ancora un retrogusto

acidulo. Quest’anno col merlot

è andata bene. Vedremo il prossimo.

 

La gente, quella nota, è uguale a mia nonna

di ritorno dall’orto. Un po’ tenera, un po’ stantia.

Alle escrescenze degli olivi penseremo

in aprile, quando sarà ora.

 

               Ci sono distopie umorali

               rancori in sordina, insofferenze.

                I quotidiani ranghi di cui

                 tenere conto.

Ne terremo conto.

 

                                                             Casa è anche questo.

 

Alba Gnazi 3.4.16

***

 

addaura
palermo, addaura

Dell’amore fraterno

C’era il sole,
qui il sole c’è sempre,
e ingoia la paura
con gli effluvi della zagara dell’amore fraterno.
In maggio come in luglio,
filadelfi generosi abbracciano Palermo
ma in una città sfregiata i profumi non si avvertono:
polvere acida irrita il respiro,
lieve si posa come il silenzio dopo il boato.
C’era il mare,
qui il mare c’è sempre,
e non fa mai paura,
neppure tra gli scogli aguzzi violati dal tritolo.
In maggio come in luglio,
Palermo riluce di oro e cobalto
ma in una città ferita i colori dileguano:
polvere acida copre le ciglia,
lieve si stende come il grigio velo della morte.
C’erano due ragazzi, erano in due,
qui l’amicizia è per sempre,
ha il profumo della zagara dell’amore fraterno,
e il mare e il sole lo avevano nel cuore
e nello sguardo, intenerito di fiducia e speranza,
e intelligenza e ironia.
Erano complici, l’uno dell’altro forte,
e l’afrore acre e mortifero dei vicoli più bui,
della lordura, non convinse la paura,
non assopì le idee, non piegò la volontà.
Dell’amore fraterno germogliarono i fiori,
il vento ne sparse i petali e il profumo.
Inutilmente, ingiustamente dissero a loro: fermatevi.
Ugualmente andarono,
ché il cuore guidava quei passi.
Invano, ignobili dissero a loro: tacete.
Ugualmente dissero lo strazio dell’ingiustizia,
ché il tuono urlava loro in petto.
Lottarono e caddero per la lotta. Non dite loro: stolti!
Ché stolto è colui che giace
in fondo al letto dell’indifferenza
mentre il fiume dell’iniquità corrompe le sue membra
inconsapevoli, e morte.
Mentre chi lotta e muore
vive
la propria e l’altrui vita.

Patrizia Sardisco

 

(foto: fonte web)

l’ormeggio: la terra, l’appartenenza

l’ormeggio

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occorre decelerare per avvicinarsi a Un posto di Vacanza

 

per cogliere dall’acqua prospettive fluttuanti, in una sosta breve a breve distanza dalla costa, senza gettare l’ancora

 

per farsi specchio e luccichio, occhi socchiusi e cuore mobile, bascula di parole: gomena, per qualche ora, sulle bitte in attesa

 

l’ormeggio sarà la sosta gradita di due voci amiche, in dialogo con noi e con il Posto, di martedì, con un tema di mese in mese diverso

 

 

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(foto: fonte web)

 

l’ormeggio