Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

eunuca.jpg

 

di nuca esausta
guardiana della culla
il suo crepuscolo

l’attrazione del neutro
un nucleo potenziale
servile a un suo orbitale malinconico

#0
pingue di sangue
esausto
a ostentare
obnubilata da obsolete tiare
la supponenza della tua postura
la nuca nuda
e sciatta

fai paura

*

#3

parole sante asettiche
_ma una parola buona
non si nega a nessuno

un monito infecondo
un obolo, un elogio
un fiore giù da un molo
fuori dall’area cieca

_mentre si volta accorta
a non bagnarsi i piedi
non sporcarsi le mani

*

#6

di nuca
prona ai muri
puoi lavarti le mani. Intanto

reti a strascico
rigettano ai pesci
anche il tuo stesso lunghissimo viaggio

*

#10

e il riallineamento
dall’entropia all’ordine
avviene per spontaneo spiaggiamento
poi la raccolta indifferenziata
dentro strutture plastiche
oscuranti
dotate di cerniera
di una forzata chiusura lampo
della storia

*

#11

 

scotoma, modalità on
sui quadranti sud orientali
_campo visivo stretto
a ciò che serve al calcolo

estetica economica
calcare i neri ai margini
rinforzare le linee
di confine
esaltare le campiture interne

*

#22

risoluzione nitida
ridotta al lumicino
mima una tarda notte
il polso della Vecchia
ombre
cinesi
islamiche, africane

sui muri implementati
le linee di frattura
vengono segnalate
a un ricompattatore
a colla fobica
per la manutenzione

*

#24

occorrerà convincere di essere
della giustezza della propria parte
della buona regia
_che qui è lontano dal corpo dell’inferno
che non avrà le braccia mai l’inferno
o gambe o mani
o dita lunghe e l’ombra
di nessun’onta, né accusa né rivendicazione_
occorre stari calmi e usare
calme e diplomatiche parole
lasciar sbollire il mare
prendere tempo
tenere stretto il largo
resistere e diffondere la voce
che quello nella culla
è il cuore giusto del tempo antropizzato
il resto è contingenza necessaria
l’acido sanatorio della storia

*

Testi tratti da eu-nuca, edizioni Cofine – collana ”Aperilibri”-, anno 2018;
prefazione di Anna Maria Curci.

patrizia
Patrizia Sardisco, immagine: web

Post-it all’Autrice (di Alba Gnazi)

mentre ancora, a cadenza quasi quotidiana, veniamo sommersi dall’ultimo annegamento, dall’ennesimo estremo ritrovamento; mentre ancora, di qua da un porto – linea maginot che azzera il tempo di chi aspetta – e spesso anche la vita -, e ancora, dall’incertezza di sapere chi/dove e cosa/quando, ecco che arriva il tuo eunuca, patrizia; eu-nuca, col prefisso in de-privante presentazione a dir la testa nuda di europa via dal corpo, mentre intera, eunuca, compare sterile in un ondivago oltretempo.

eunuca europa, raggrinzita tra tiare corpi pance piene e rottami, metafora potente del tempo prossimo, di quello scorso e luce spuria a tracciare i percorsi di un incertissimo quasi mozzo futuro (”e il cielo inscena un foglio quasi bianco/un profondissimo disegno cieco’‘, testo #4); trasmessa, eunuca, dal tuo dettato linguistico tutt’altro che piano, che anzi induce alla rilettura, alla meditazione: ché quando si ostende innanzi agli occhi uno spettacolo simile occorre con fermezza guardare, con pazienza guardare, con coraggio: e senza voltare gli occhi: così dinnanzi alla tua Poesia spietata, priva di riflessi e perdoni, di pacata furia latrice.

di là dal mare arriva la tua voce, un’emersione meditata e sofferta dal fondo cuore caldo di quest’europa, a dir di chi e per chi resta indietro, sperso nei flutti della generale indifferenza, quella che interrogata non sa spiegare: di chi sguazza nella politica, tirando su muri chiudendo porti ormeggiando corpi e vite tra secche e flutti, tra visti e rifiuti (‘‘non sono figli tuoi i fuori luogo/dove sono rotte le acque// (…) guardali, Vecchia, gettati al mondo/gettarsi all’altro mondo/saranno in chiaro adesso qualche ora/more di salmi oleografie e news”, testo #5; ”coscienza col colletto inamidato/ripiega carte nautiche e aspetta/l’autoazzeramento del problema”, testo #9)); di chi esulta del ripiegamento, come non fosse un’ammissione di incapacità, di arretramento e cecità (”scotoma, modalità on”, testo #11), ed esulta: come non fossero, di quest’europa sterile e glabra, cifra prima e ultima lo spostamento, la migrazione, il viaggio; come non ci fosse, nell’europa multietnica che raccoglie più lingue più storie più culture, un insieme sterminato di possibilità declinabili in vita comune, scambi, crescita: e non chiusura, non burocratizzazione feroce, non tolleranza dell’antiumano, non morte per ritardo di un lasciapassare, nell’inammissibile eppure palese negazione del diritto altrui a Essere e scegliere (”le porte/lasciate aperte/te le chiude di colpo//il primo vento dei nord/il primo vento dei no”, testo #19).

poesia non lirica, la tua, non nell’accezione di quanto attiene al personale, intimo e soggettivo, eppure lirica sui generis, ché a mio avviso questa silloge attesta, poesia per poesia, la profonda costernazione che ne anima il versificare e che viene traslata nel sentire collettivo di chi teme il cupio dissolvi implicito in certe scelte, in certe traiettorie sconsiderate; quello di chi guarda quest’europa/eunuca arida e infertile, nata vecchia (‘‘Nulla si crea, un Nulla che distrugge”, testo #8), che dell’irrimediabile, imbruttita vecchiaia ha la fatiscenza e la sordità, l’autoindulgenza più prossima a un incontinente e incontenibile egoismo (”t’ostini in distrazioni/hai frequenti momenti di amnesia//in sogno hai creduto che bastasse/mettere in fila piccole monete”, testo #8) , quello che scantona dall’altro anche a proprio detrimento.

è, questo, un canzoniere fitto di allitterazioni, rime interne, richiami anaforici, locuzioni non comuni e specialistiche, scarsa interpunzione: tratti tipici del tuo personalissimo stile, che ha fatto della sottrazione la propria cifra, e che nonostante la, e quindi, grazie alla complessità del lessico e del dettato poetico mai banale, arriva senza fraintendimenti al nucleo pulsante della questione: voce di Poeta che si leva per denunciare l’assuefazione al male, la sovraesposizione alle brutture, l’ordinarietà dell’inumano e indica nell’accoglienza, nell’aggregazione, nel dialogo vie non provvisorie per riacquistare (a europa, a chi la abita, a chi la amministra, a chi la percorre) dignità e umanità.

*

Articolo a cura di Alba Gnazi

Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

VITTORIO SERENI, UN POSTO DI VACANZA – I

Sereni
Vittorio Sereni al lavoro a Bocca di Magra, 1979 (fonte: web)

I

 

Un giorno a più livelli, d’alta marea

– o nella sola sfera del celeste.

Un giorno concavo che è prima di esistere

sul rovescio dell’estate la chiave dell’estate.

Di sole spoglie estive ma trionfali.

Così scompaiono giorno e chiave

nel fiotto come di fosforo

della cosa che sprofonda in mare.

 

Mai la pagina bianca o meno per sé sola invoglia

tanto meno qui tra fiume e mare.

Nel punto, per l’esattezza, dove un fiume entra nel mare

Venivano spifferi in carta dall’altra riva:

Sereni esile mito

filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità

…….

Strappalo quel foglio bianco che tieni in mano.

Fogli o carte non c’erano da giocare, era vero. A mani vuote

senza messaggio di risposta tornava dall’altra parte il traghettatore.

 

Un fiume negro – aveva promesso l’amico –

un bel fiume negro d’America

Questo era il dato invogliante. Opulento a fine corsa

pachidermico

in certe ore di calma.

Era in principio solo canne

polverose e, dalla foce, mare da carboniere…

Chissà che di lì traguardando non si allacci nome a cosa

… (la poesia sul posto di vacanza).

Invece torna a tentarmi in tanti anni quella voce

(era un disco) di là, dall’altra riva. Nelle sere di polvere e sete

quasi la si toccava, gola offerta alla ferita d’amore

sulle acque. Non scriverò questa storia.

 

Al buio tra canneti e foglie dell’altra riva

facevano discorsi: sulla – è appena un esempio –

retroattività dell’errore. Ma uno di sinistra

di autentica sinistra (mi sorprendevo a domandarmi)

come ci sta come ci vive al mare?

Sebbene fossero (non tutti) più forti rematori nuotatori di me.

Anno: il ’51. Tempo del mondo: la Corea.

Certe volte – dissi col favore del buio – a sentire voi parlare

si sveglia in me quel negro che ho tradotto:

<<Hai cantato, non parlato, né interrogato il cuore delle

cose: come puoi conoscerle?>> dicono ridendo

gli scribi e gli oratori quando tu…

Ma intanto si disuniva la bella sera sul mare

e sui discorsi sui tavoli sui recinti di canne

dove ballavano scalzi el pueblo del alma mia

si dichiarò autunnale il tocco delle foglie

confusione e scompiglio sulla riva sinistra.

 

Qua sopra c’era la linea, l’estrema destra della Gotica,

si vedono ancora – ancora oggi lo ripeto

ai nuovi arrivi con la monotonia di una guida  –

le postazioni dei tedeschi.

Dal forte gli americani tiravano con l’artiglieria

e nel ’51 la lagna di un raro fuoribordo su per il fiume

era ancora sottilmente allarmante,

qualunque cosa andasse sul filo della corrente

passava per una testa mozza di trucidato.

Ancora balordo di guerra, di quella guerra

solo questo mi univa a quei parlanti parlanti

e ancora parlanti sull’onda della libertà…

 

olycom - abbiati -
Vittorio Sereni a Bocca di Magra (Liguria) (Fonte immagine: web)

Un posto di vacanza è ”una poesia in sette parti” (cit. Vittorio Sereni) datata 1973 che introduce la terza sezione di Stella variabile (1981), contenuta in Vittorio Sereni, Poesie e prose, a cura di Giulia Raboni, con uno scritto di Pier Vincenzo Mengaldo, edite da Mondadori nella collezione ”Oscar”, ed. 2013, da cui è tratta la presente parte I.

*

”Sviluppato in sette movimenti, tutti cesellati dall’immagine antropologicamente significativa del moto marino (possibile, come rileva Clelia Martignoni, il modello profondo della Waste Land di Eliot, di cui compaiono alcune spie), che ne determina la struttura ondivaga, il poemetto si presenta come riflessione sulla propria poesia, narrata nel momento stesso del suo farsi (…), in una sorta di monologo-dialogo tra il poeta e le sue figure <<antagoniste>>, in prima istanza Fortini ma anche Vittorini (…), attraverso cui mettere a fuoco i temi e le contraddizioni del proprio atteggiamento di poeta e di uomo, istintivamente attratto dal canto (…), teso a cogliere le palpitazioni dell’esistenza (…) e a rappresentarla nelle sue dimensioni di mutevolezza e di fertilità, ma rassegnato alla fine a dover rassegnarsi all’interno della propria poesia”.

(dalla nota introduttiva di Giulia Raboni)

Fortini-Sereni-web
Franco Fortini e Vittorio Sereni (Fonte: web)
  • A questo link è possibile ascoltare la lettura dello stesso Sereni di questa prima parte del poemetto, per la quale si ringrazia l’Archivio Vittorio Sereni (www.archiviovittoriosereni.it).

 

  • Qui è possibile scaricare il pdf del testo integrale del poemetto con la nota esplicativa di Vittorio Sereni (sito dell’Unimi) alla prima edizione del 1973.

 

 

Le curatrici del blog, con profondo debito di riconoscenza. 

VITTORIO SERENI, UN POSTO DI VACANZA – I

Gabriele Galloni: poesie da In che luce cadranno, con un post-it all’Autore

 

gabriele galloni
Gabriele Galloni

 

 

I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

 

*

 

I morti cagano, pisciano come
i vivi. Solamente che faticano
a rispondere a tutte le domande

che gli vengono fatte. Preferiscono
ricordarsi di un nome,
scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.

 

*

 

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

 

***

 

Post-it all’Autore

Tu catturi l’attenzione subito, Gabriele, con queste poesie dallo stile epigrammatico, prive di lirismo e di concessioni a stilemi retorici, benché affrontino la difficilissima, rischiosa questione della Morte, e lo sappiano fare egregiamente. La dicono con la voce asciutta e quasi atona dei morti, o meglio dei vivi da morti che in un posto parallelo sono e fanno e compiono pensieri gesti e desideri esattamente come i vivi, inesatti e mai completi come i vivi, i quali hanno, più dei morti, solo l’incombenza di dover morire.

Spontanei certi parallelismi: col purgatorio dantesco, per certi versi con gli Hollow Men eliotiani, ma ancor più con gli Increati di Antonio Moresco:

<<Che cosa vedono i vostri occhi quando uno muore? Quello che vedono è la decomposizione dei corpi (…). Invece sta succedendo tutt’altro. (…) La situazione è molto più semplice, così semplice che voi vivi non riuscite neppure a immaginarla. (…) Ma, a questo punto, voi mi chiederete: “D’accordo, ma che cosa succede quando si muore?”. Niente. Niente? Com’è possibile che non succeda niente, se prima ci siamo e dopo non ci siamo?” Le cose non stanno esattamente così. Né prima ci siamo né dopo non ci siamo. >> (Antonio Moresco, da Gli increati, Mondadori 2015).

Tu, qui, provvedi a tratteggiare con lievissima ironia, senza la ferocia del contrappasso dantesco, l’alienazione disperante degli Uomini vuoti o gli smottamenti vertiginosi di Moresco, quella condizione che è l’essere vivi, l’agire come da vivi in Morte; a indicare una possibile via di comunicazione e accesso tra due soglie dal confine labile; fino a cauterizzare, con una sorta di rito apotropaico, il dolore della condizione mortale.

Senza lasciare mai la presa trattieni chi legge in un sospiro sospeso, a metà tra la sorpresa e la tenerezza in certi passaggi, lo sconcerto e la rivelazione in altri: la Morte, sembrano volerci dire questi morti, non rende più mansueti, solo più distanti, miopi e malinconici, rappresi in un Sé d’immodificabile essenza i cui sussulti permangono.

Tu hai vent’anni e scrivi con una consapevolezza del verso e delle tematiche affrontate che indicano una maturità e un’esperienza superiori. Dei vent’anni porti, tuttavia, l’occhio di un’innocenza cruda che ferisce, che scava giù in fondo (Tra i sette morti tu scegli il più piccolo – / conducilo a passeggio e infine sgozzalo. / Avverti i suoi fratelli e seppelliscilo. //) e costruisci pezzo a pezzo un’allegoria del vivere che nonostante il tema scabro e difficile, sembra voglia infondere levità e conforto, speranza e vicinanza: La musica dei morti è il contrappunto / dei passi sulla terra.

Ti seguiremo ancora Gabriele: chissà dove ci porterai, se questi sono gli esordi.

A.G.

*

in-che-luce-cadranno-copertina-1

 

Le poesie e i passi citati nel Post-it sono tratti da In che luce cadranno, RP Libri 2018.

Fonte immagini: web.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

Gabriele Galloni: poesie da In che luce cadranno, con un post-it all’Autore

Giuseppe Manitta su Crivu di Patrizia Sardisco

crivu

 

Patrizia Sardisco, “Crivu”, opera vincitrice del premio “Città di Marineo”, Plumelia edizioni- Fondazioni culturali Gioacchino Arnone, 2016, euro 10,00.

 

“Crivu” è un bel titolo per una raccolta di poesia in dialetto siciliano, perché è quell’arnese che moltissimi siciliani posseggono, perché sta nella quotidianità di un passato in cui necessitava “passare” la farina (o altro) in casa. Ma il setaccio, se così possiamo indicarlo, è altro per la poesia di Patrizia Sardisco o meglio non è solo quello della casa dei nonni, usando un luogo comune. Ben poco dunque s’inserisce nell’esperienza tradizionale e popolareggiante cui spesso siamo abituati da versificatori, cosa che le fa onore e che già in prima analisi setaccia questa sua silloge dalle tantissime in dialetto. Ma il suo “crivello” è anche altro, è una immagine della lingua e della letteratura che si pulisce, che torna per lo meno all’essenziale, e che ha caratterizzato spesso l’approccio autoriale o qualche tendenza settoriale. È logico, oserei dire banale, il rimando alla Crusca, l’accademia (per l’appunto) della purezza, che separa la farina dalla crusca, oppure alla stagione giovanile di una rivista forse poco nota, con coinvolgimento di un Pasolini negli anni fascisti: “Il Setaccio”. L’idea è sempre quella: la separazione del buono dal cattivo, presupponendo nei confronti della lingua e dei temi di essa un atteggiamento ben specifico. Il filtro della Sardisco ritorna all’essenziale, la sua poesia possiede specifico nitore stilistico, curato, in alcuni casi con evidente scansione dei tempi alternati per strofa e per verso (si veda “comu si nninga u russu d’i primuna”), da cui scaturisce una attrazione formale. Questo se badiamo al dato stilistico, ma se sondiamo quello linguistico la situazione si fa più complessa, perché in fondo il dialetto ha un orizzonte sociolinguistico parlato, ma al contempo la parola che non si scrive rimane inespressa («parola c’un si scrivi / un è di nuddu»), creando una mediazione tra conservazione (reperimento) lessicale e segno (‘fattuazione’ del reperimento). Questi sono i dati evidenti di una escavazione personale che trova i cocci di luce, il bacile del sonno, l’attendere i numeri dispari, le radici che sono acqua ecc. Una poesia, dunque, altamente metaforica, anzi forse meglio dire sostanzialmente tale. Eppure è una poesia non sradicata dalla dialettalità (e casi in Italia ve ne sono stati, come quello del dimenticato Cesare Ruffato), e questo non solo attraverso il codice di espressione (siciliano). Le immissioni popolari sono rinvenibili, anche se alcune volte nascoste e variate: «a vuci rintra u saccu / scrusci sulu pi mmia // mancu agghiorna e mi spia / e accumincia a munnare / u cuteddu s’affuca // e cchiù munna e cchiù tinci / nìviru ‘un si nni va / m’arresta rintra l’ossa // s’annarbulìu accumpari / lingua c’u tutt’a scorcia» (la voce nel sacco / fa rumore per me soltanto // non appena albeggia mi rivolge domande / comincia a sbucciare / il coltello soffoca // e più sbuccia e più macchia / nero che non va via / mi resta nelle ossa // se vacillo compare / lingua con la buccia). Il detto popolare di riferimento è con buona certezza quello che si riferisce alla noce sola, che dentro il sacco non fa rumore. Ma la variazione in questo caso è con la lingua (voce) che fa rumore (solo per l’autrice, per lo meno in apparenza), ma che diventa sempre più “sustanziale” sino a macchiare, come le noci sbucciate a mano, cioè a far nero, e quindi ad intridere le ossa. Una voce che macchia le ossa: questa è la lingua di Patrizia Sardisco, questo è “Crivu”.

[Giuseppe Manitta]

 

giuseppe manitta

Giuseppe Manitta ha pubblicato due antologie sulla narrativa italiana per la casa editrice Mursia. Ha tenuto convegni in Università italiane e in diverse Università dell’Est dell’Europa. Ha pubblicato monografie e curatele su Boccaccio, sul petrarchismo del ‘500, su Leopardi e su Carducci. In particolare su Leopardi ha pubblicato due monografie: Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (1998-2003) e Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (2004 – 2008). Con appendice 2009 – 2012. Di poesia ha pubblicato L’ultimo canto dell’upupa (2011, come premessa di Giorgio Barbieri Squarotti e introduzione di Carmine Chiodo) e Il giullare del tempo (2013, con prefazione di Francesco d’Episcopo). Collabora, inoltre, a varie riviste di italianistica tra le quali “La rassegna della Letteratura Italiana”. Dal 2016 cura la bibliografia leopardiana del Laboratorio Leopardi dell’Università La Sapienza di Roma.

(fonte nota biografica e foto: lapresenzadierato.com )

Giuseppe Manitta su Crivu di Patrizia Sardisco

FaceToFace Patrizia/Alba – Aprile 2017

willows_at_sunset
V. Van Gogh, Salici al tramonto

 

 

Quella forzosa torsione del tronco
le mani dell’uomo avranno messo tempo
mi dicevo – potenza e proiezione e forse gioco
e più dell’idea di gioco, forse
torceva tormentava
la risonanza interna di quel gesto
l’ubbidienza fermata dentro il legno, il gesto dentro il legno,
oltre il tempo miserrimo di un uomo
quel suo gioco contorto sopravvissuto

 

per un’idea di gioco le palpebre sorreggono

minuzie di fiamma che arde

lentezze di legno smangiato da un tempo in cune, ospizio

di placide assenze per ombre di mani sospese

sul nulla di carni che misere tremano che misere

sfanno

le brumaie della sera

 

Un pergolato spoglio e spoglio il giorno e io
là di passaggio, e pochi come me sottratti al sonno
l’ora in meno di buio – ma qui, oggi di più
cova una luce inutile e coperta
nel villaggio montano (lo era, un posto di vacanza)
l’ora nuova ha deluso, si replica domani

 

e lei che annodava sul polso

di pelle spremuta il sole e le vanghe,

e lanceoli di lana sputati al mattino,

il refe

d’ un affetto che guardinga aspettavo

come il tè accanto al letto

io vecchia bambina in quella casa

fraintesa da gesti d’ addio

e ora

di lei nessuna traccia

in quel posto che era

un posto di vacanza – né sul cuscino

 

 

È che leggo Sereni, o più che altro
è una stura e mi allaga, in quest’ernia di tempo nella luce di calce
le spalle alla montagna – e anch’io a un mio male
interno a una torsione innaturale, io dunque
come quel tronco in ferma in obbedienza
in che osservanza: e il fianco oltre la coltre a piombo
il verde lascia intuire ingiurie
le reiterate arsure, le incursioni dei torti, il nero immitigabile
il dolo sotto l’erba chiuso e come chiodi
i radi i nuovi abeti, inquieti
i nati e condannati
alla luce di chissà quali acri
messe a fuoco

 

la sommessa battente presa a quiete, qui adesso che

di Sereni il libro ho posato e vado

spaesandomi tra tratti d’erba e buche sfitte; la palude

gracchia canne a stormi ormai dimentichi d’arsure, tra le biche

e gli sciali di vento che fa coltre sulle cime, un piombo

tiepido che ad amore m’assesta e alle rade corrose che certo

devo aver carezzato, il suo viso carezzato, il suo

viso

che più non metto a fuoco.

 

 

e dalla chiesa, in questa bolla, mio figlio esce, io lo aspettavo
e l’arco riflesso posa e mi solleva
un cenno di saluto

mai ho pregato, eppure a preghiera mi tendo

in quest’ uterica bolla che accoglie le ripe allo Spazio sottratte

nel nebulare impeto che corpo e sangue mi fa netto

quel costante verdemare che ogni pena

e ogni piaga nel riflesso disfa

e mi saluta da lontano.

Patrizia Sardisco      

                                                                                                     Alba Gnazi

(FaceToFace derivante da  ”Ora legale ” di Patrizia Sardisco)

FaceToFace Patrizia/Alba – Aprile 2017

Poesie al padre (11): Franco Fortini

 

franco-fortini

 

Lettera

Padre, il mondo ti ha vinto giorno per giorno
Come vincerà me, che ti somiglio.

Padre di magre risa, padre di cuore bruciato,
Padre, il piú triste dei miei fratelli, padre,

Il tuo figliuolo ancora trema del tuo tremore
Come quel giorno d’infanzia di pioggia e paura

Pallido tra le urla buie del rabbino contorto
Perdevi di mano le zolle sulla cassa di tuo padre.

Ma quello che tu non dici devo io dirlo per te
Al trono della luce che consuma i miei giorni.

Per questo è partito tuo figlio; e ora insieme ai compagni
Cerca le strade bianche di Galilea.

 

 

da Tutte le poesie, Mondadori, Milano, 2014

poesie-fortini

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

Poesie al padre (11): Franco Fortini

La gioia!

la vie.jpg
La vie, Marc Chagall

Un’ora per la pazzia e la gioia! Oh furioso! Oh, non richiudetemi!
(Che cos’è che mi libera così in tempesta?
Che cosa vogliono dire i miei urli tra i lampi e i venti rabbiosi?)
Oh bere i mistici deliri più in profondità che ogni altro uomo!
Oh sofferenze tenere e selvagge! (Io le trasmetto a voi miei figli,
io le racconto a voi, a ragione, sposo, sposa.)
Oh, abbandonarmi a te chiunque tu sia, e tu a me, sfidando il mondo!
Ritornare al Paradiso! Oh timido, femmineo!
Attirarti a me, porre su di te per la prima volta le labbra di un uomo determinato.
Oh l’enigma, il nodo triplice, il gorgo scuro e profondo, tutto senza lacci, illuminato!
Andare di corsa dove c’è spazio abbastanza e aria abbastanza alla fine!
Essere svincolati da anteriori legami e convenzioni, io dai miei e tu dai tuoi!
Trovare un nuovo sinora impensato accordo con il meglio della Natura!
Avere ciascuno di noi la bocca libera dal bavaglio! Sentire oggi e ogni giorno che io basto come sono.
Oh, qualcosa di mai provato! Qualcosa simile all’estasi!
Sfuggire del tutto a ogni ancora e a ogni presa!
Andare libero! amare libero! precipitarsi incauto, pericoloso!
Corteggiare la distruzione con sarcasmi, con inviti!
Ascendere, saltare verso i cieli dell’amore indicati a me!
Salire sin lassù con la mia anima inebriata!
Perdermi se così deve essere!
Nutrire il resto della mia vita con un’ora di pienezza e di libertà!
Con un’ora breve di pazzia e gioia.

(Walt Whitman, Un’ora per la pazzia e la gioia, da Foglie d’erba

Traduzione di Giuseppe Conte, Mondadori 2016)

 

UNA NITIDA FORMA DI OSCURO

 

S’addensa una certa escursione termica

nell’abitudine di farci lustri e tersi

come in una qualsiasi notte di settembre

 

i contadini che smucchiano la paglia

in farfugli di biche odorose – nasse della terra

 

o una mela tagliata a spicchi sottratta al giallo

altrove tremulo d’ingressi loschi – il verme improprio

della circostanza, l’apparenza accidentale

del trapasso che smangia  per tre quarti uno spicchio

e di rimando

la compattezza del tonfo.

 

Non è in quel descriversi che s’apprezza

la cauta consistenza del favo bucato da artigli

di vento, lo sfratto al ronzio

promanato senza rumori, il turgore delle mani

quando un dito immerso all’oro cola

gioia – ché descrivere è prezzo, dicesti,

è assiepare nel Detto quanto fugge negli occhi,

limitare mozzando –

ma

il descriversi gioia vestendosi nudi, apprezzare

corpi e spazi in ogni nitida forma di oscuro

-la gioia! : che incombe svela precede, si annuncia

nei gesti di chi l’abita, sporge dai fiati, dai capelli spostati,

dal dito posato sugli occhi – certi istanti un po’ di più-

per insegnare a vedere

 

e tu vedi e tu guarda:

– la gioia!

 

(Alba Gnazi, 27.11.16, Inedita)

*

ridi richiami
sei nato: oppure stai nascendo

trascolorando l’indizio di un pensiero: stai
venendo in mente: al mondo

e in gola hai la perla
la trasparenza acquosa di Vermeer

e gli occhi sono tinnuli
eppure successivi nel pennello

eppure: ridi; eppure: chiami
scivolato da mani, come semina

secante equilibrista: oh, dunque lei
la gioia! il ramo il raggio entrante

un sole antecedente
sottratto all’ordinaria datazione: la gioia!

(Patrizia Sardisco, inedito)

*

(Articolo a cura di Alba Gnazi e Patrizia Sardisco)

La gioia!

Poesie scelte in dialetto, Patrizia Sardisco

crivu

(Le poesie qui presentate sono tratte dalla raccolta Crivu,

che ha ottenuto il I° posto nel 42° Premio Internazionale ‘’Città di Marineo’’,

Sez. Opere inedite in lingua siciliana,

a seguito del quale è stata pubblicata

dalla casa editrice Plumelia)

#1

 

cocci ‘i luci c’abballa

e s’accumenci di ddocu

po’ riri nzoccu e gghié

 

a vita rura

fin’a quannu cci ciusci

mentr’ancora t’abbrucia

 

a vuci crura

cunta papuli papuli

 

la favilla che danza/e se cominci da qui/ puoi dire qualsiasi cosa//la vita dura/ fin quando ci soffi su/ mentre ancora ti brucia/ la voce cruda/ narra tra le vesciche

***

 

#5

aspittari nùmmiri spariggi

attruvarisi sempri

nùmmiri vacanti

sempri i stissi

summari i voti

spartiri l’uri e i picciuli spinnuti

fari currispunniri

u tantu ‘o jornu

e u nenti rintra i vrazza

 

attintàrisi n’e discursi ‘i l’avitri

ìnchisi ‘i coffi

d’i vrazza caruti e mùtria strania

taliari ‘o latu

ammuccari ammucciàrisi

‘a curpa ‘i tutti i curpi

aspittari ‘a china

juncu calatu

stinnicchiatu curcatu

p’un s’arruzzulari

p’un si fari attruvari

 

aspettare numeri dispari/trovarsi sempre/ numeri vuoti/sempre gli stessi/sommare le volte/dividere le ore e il denaro speso/far corrispondere/il tanto al giorno/e il nulla tra le braccia// ascoltarsi nei discorsi altrui/riempirsi le borse/ della braccia cadute e insofferenza estranea/ guardare al proprio fianco/ingoiare e nascondere/ la colpa di tutte le colpe/aspettare la piena/giunco chino/disteso coricato/ per non cadere/per non farsi trovare

***

 

 

#12

 

esa esa

na vuci

i luna

 

nsapuna

‘i ntinni

‘e per’ aliva

 

arricenta

i ruppi

e rirri

 

‘un ti nni iri

 

Lievissima/una voce/di luna//insapona/i rami/più alti/degli ulivi//risciacqua/i nodi/e ride//non te ne andare

***

 

 

#23

 

parola c’un si scrivi

un è di nuddu

 

parrari è ciumi

curri e addivinta nenti

a mari ranni

_a rina fina

ca curri rintra u roggiu sempr’a stissa

 

scriviri è crivu

ri ogni ora ‘rura

ross’a passari

_a petra mmivu

ca senza tempo fiddulìa a lingua

 

 

crivusurache
”Crivu”

parola che non si scrive/non è di nessuno// parlare è fiume/scorre e diviene nulla/nel grande mare/la sabbia sottile/che scorre nell’orologio sempre uguale// scrivere è setaccio/di ogni ora dura/troppo grande per passare/ la pietra tagliente/che senza tempo lacera la lingua


 

 

patrizia-2015
L’Autrice: Patrizia Sardisco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

***

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

Poesie scelte in dialetto, Patrizia Sardisco

Milo De Angelis

de-angelis

 

*

Sono in un segreto frastuono
sono in questo cortile d’aria
e ogni parola di lei violaciocca
mi fa pensare a ciò che sono
un povero fiore di fiume
che si è aggrappato alla poesia.

 

*

Questa sera ruota la vena
dell’universo e io esco, come vedi,
dalla mia pietra per parlarti ancora
della vita, di me e di te, della tua vita
che osservo dai grandi notturni e ti scruto e sento
un vuoto mai estinto sulla fronte, un vuoto
torrenziale che ti agitava nel rosso dei giochi
e adesso ritorna e ancora ritorna
e arresta la danza delle sillabe
dove accadevi ritmicamente e tu
perdi il gomitolo dei giorni e spezzi
la tua sola clessidra e ristagni e vorrei
aiutarti come sempre ma non posso
fare altro che una fuga partigiana da questo cerchio
e guardare il buio che ti oscilla tra le tempie e ti castiga,
figlio mio.

 

*

Il ragazzo eterno che risiede
in te gioca e gioca ancora e insegue un pallone
che lo porta nel grande urlo dello stadio, nell’aperto
sorriso del mondo… cosa ti manca cosa cerchi in una
donna quale ombra quale segreto quale danza indefinita
che tradisce il sacro appuntamento
dell’ultimo minuto, e lo fa più lungo più breve,
più simile alla vita

Da Incontri e agguati, Mondadori, 2015

 

 

Milo De Angelis

FaceToFace: In-Luogo (di Me)

youre-never-alonemary-sdfghjkl
”You’re never alone”

 

Sono io

 

quell’infestato luogo, affetto

da stagioni brevi e passeri

immemori del proprio ritorno, quel luogo

spiato a occhi obliqui, bruciato nei cavi

di balene scandinàve fuggite agli addiacci

di fiordici labbri,  poesia a tenuta

scarna senza allori né compassi,

in me figlia

e di me parallelo,

veggente assonnata su boreali specchi

 

dissolto tenace luogo

di barbarie musicata a suon di risa

avendo corso

la rischiosa mollezza

di spolverare libri – tocco umido che ovunque

lascia echi –

quel

luogo

sedato da esclusivi

risentimenti, la tenace stoltizia di albe

pronunciate tra ceri penzolanti come un favo

che sgoccia sui decaloghi

di un’incorrotta malinconia.

 

AlbaG.

memyself-modified

.

 

Quell’infestato luogo

condensa e disfa privatissime

cosmogonie instabili

nuclei residuali 

di algie di abissi bui e preverbali

come sulle banchise il bianco in luce

tace l’abisso il sale in soluzione

la differenza tra la massa fissa

e la flottante deriva di lastroni

l’eco di fatui petali

sfocando abbacinando

ricuce aghi di ghiaccio in superficie

millanta simmetrie esagonali

sul gelo urente di quei luoghi infetti

ma tu parola parlami, parla attraverso me di me

sia verbo che trivella il tuo elicoide

sonda di falde d’ordine e acqua pura

di me nominazione di me cura

PatriziaS.

patrizia-seconda-immagine-modif

 

***

Immagine 1:  ”You’re nevere alone”, Mary sdfghjkl, pinterest.com 

Immagine 2: Alba Gnazi (foto personale)

Immagine 3: Patrizia Sardisco (l’immagine originale è di Ariane Deschamps, che ringraziamo sentitamente)

FaceToFace: In-Luogo (di Me)