L’ombra delle colline

arpino.jpg

 

Oggi il cuore e la memoria mi riportano tra le pagine di un romanzo di Giovanni Arpino, a un titolo forse meno noto di quel Il buio e il miele, da cui nel 1974 fu tratto il film Profumo di donna, per quanto il libro che sento l’urgenza di rileggere valse ad Arpino lo Strega del 1964.
L’ombra delle colline mi pare debba essere riscoperto e attraversato, oggi – e dico oggi in senso letterale nella ricorrenza della Liberazione, ma anche oggi per dire dei giorni confusi e distorti che stiamo vivendo – come lo stesso viaggio a ritroso del suo protagonista, dalla Roma degli anni pacificati alle Langhe della Resistenza, dall’età adulta e disillusa all’adolescenza di lotta partigiana, da un dopo inquieto il cui senso sembra sfuggire alla presa anche a causa di un prima di cui si avverte confusamente che forse non si è avuto il coraggio di andare fino in fondo.

«La lapide è questa: il partigiano onesto, l’uomo onesto, è stato un tale che a un bel momento ha creduto giusto smetterla di rafficare, e oggi è un talaltro che rimpiange giorno e notte di non aver rafficato abbastanza. »

Ma sono davvero morti tutti, i partigiani, come diceva giusto ieri un giornalista di cui mi prenderò il gusto di non fare il nome? Nessuno più rimpiange il non aver spinto ancora più in fondo il cemento che doveva edificare e far forte la nostra casa? Cosa resta, oggi, di quella inquietudine, della stessa disillusione?
A tratti mi appare che la disillusione, incrostata di benessere, si sia come trasformata in una enorme installazione postmoderna, dove la giustapposizione di istanze diversissime si è fusa in un rigido mostruoso disimpegno privo di testa, senza colore, calore e memoria. E l’inquietudine ha assunto i contorni sfumati dell’ansia, paura del vuoto tanto quanto dell’altezza: una bestia a cui è facile dare una soma come fosse il più luminoso degli scettri e sussurrarle nelle orecchie nuove versioni della Storia.
Non è finita, non era finita. Dircelo francamente, per imparare un nuovo “rafficare” culturale, con ogni mezzo pacifico, in ogni angolo del Paese, in ogni piega di tempo che qualifica la nostra convivenza, un nuovo “rafficare” che scuota e sposti la tregua dal suo luogo di torpore e di sonno verso l’aperto dove la libertà non tema di mostrare le sue fragilissime ali, di spiegarle a misura di verità, controvento.
Leggo le ultime righe del romanzo di Arpino, con un senso di gratitudine profondissimo che urge nella mattina come il sole e l’azzurro premono dietro lo scirocco bianco che ci pesa sugli occhi. Cerco, cerchiamo ancora riparo all’ombra di quelle colline.

«Tutto è ancora qui, tutto è ancora presente, un minuto o un giorno o un anno possono confondere la nostra storia, un minuto o un giorno o un anno possono restituirci l’animo di ritrovarla, renderla nuovamente piena di noi… Non esiste ricordo da abbandonare come fosse una fredda, stanca cenere cui più non somigliamo: ogni vero ricordo è ancora un richiamo, una verità che ci lavora nelle ossa, un febbrile atto di sfida al buio di domani…
Forse ci toccherà soggiacere a un’eterna rassegnazione, e dovremo saper sorridere, mitemente, con dolore educato, entro le spire dell’obbligo quotidiano. O forse un nuovo slancio, un benefico fulmine, ancora ci attendono, più in là, per rapirci in una più ricca, misteriosa ondata, per renderci esperti di una salvezza umana che ancora abbisogna del nostro intervento… Forse laggiù dove s’annida il pericolo, noi, proprio noi!, risorgeremo salvatori…
Per ora, già chiaro risulta questo vantaggio: non ci sarà condanna per l’impresa che risultò impossibile, per la qualità non raggiunta; saremo condannati solo se rifiuteremo di esprimere il bene segreto che ci attende nell’umile alba di ogni giorno… »

Nell’umile alba di ogni giorno. Buon 25 aprile.

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardsico)

L’ombra delle colline