Lost in: Violeta Savu – Poesie

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Violeta Savu

Una noce

Ho condiviso una noce con Nora.
Aveva il sapore di una torta
al cioccolato inumidita con spezie
come alla Vigilia di Natale.

C’era anche l’odore della mamma
nella sferica drupa. Dopo
aver sbucciato il nocciolo ho
guardato nella corteccia legnosa.
Forse si scorgeva un’icona.

– Da dove hai preso questa noce?
– L’ho trovata
oggi
alla mamma
vicino alla croce.

Non c’è un albero
di noce
in tutto
il cimitero.

*

 

Adamo ed Eva - Tamara de Lempicka
Adamo ed Eva (part.), Tamara de Lempicka*

 

 

Sono come Sonia!

Lui stava salendo la scala
io stavo seguendo la sua ombra.
Non mi ama perché non soffondo
bellezza. Sono insulsa e nerastra.

Mi saluta dopo aver fatto l’amore.
Sto tirando i miei vestiti con pigri movimenti.
Niente su di noi, qualcosa degli altri.

Si ritira, parla con l’altra
al telefono. Non mi muovo. Prolungo il momento
tra l’ispirazione e l’espirazione. Dietro di me
lui risponde: „tantissimo”. Intuisco
la domanda della donna: „mi ami?”
„tantissimo”

„mi ami?!”

(Dal volume Da lontano lui mi vide bella)

*

 

Caro suicidio, non ti amo!

Caro suicidio, non tormenti i miei sogni. Ma, posso dire di avere una buona rimembranza di te. Ricordo come ho cercato di incontrarti nel mio primo anno di college. Sono stata bocciata all’ esame nella mia prima sessione, ho litigato con i miei e tornavo da un rendez-vous. Avevo scoperto che il ragazzo di cui ero innamorata amava follemente un’altra… E sappi, caro suicidio, ho provato, ma non sono riuscita ad essere tua amica!

Caro suicidio, non ti amo! E ti ho sconfitto
con una lunga gonna rossa
presa in prestito da una amica. Come potevo gettarmi
nel vuoto se non
indossavo i miei vestiti? La gonna era
fatta di materiale di alta qualità.
Senza alcuna piega, le sue pliche sembravano
onde di un mare in cui
è scesa la lava di un vulcano. Ricordo come ti ho detto.
Caro suicidio,
ti sto rinviando! Ho un incontro estremamente importante.
Devo restituire la gonna rossa
in cui ero vestita quando mi hanno preso
alcuni pensieri simili
con quelli di Esenin Hemingway Maiakovski Heym.
Anch’io avevo un „buco
nel soffitto”, ma come potrei averlo pensato fino in fondo,
come questi uomini,
se stavo indossando una gonna lunga lunga per terra?!
E, da sotto cupola della campana
di vetro uscirono le code di stoffa bruciata, la frangia di Sylvia.
Eppure, caro
suicidio, te lo giuro, ho una buona rimembranza di te.
Ho preso in prestito la gonna
rossa per essere elegante. Per essere bella. Pensando
all’amore. Lui non mi amava.
Mi sentivo brutta e sola. Ho camminato stonata
per le strade e sono entrata accidentalmente
nella scala di un grattacielo. Ho chiamato l’ascensore, una bara
scorrevole, rialzata in piedi. Ho
premuto il tasto 11. Raggiunsi un tetto dove
potevo guardare il panorama
della città. E, caro suicidio, sai cosa ho fatto?
Alzai l’orlo della gonna al cielo,
mi immaginavo che sono croco autunnale girando,
girando. Suicidio,
la tua bellezza inebriante come fiore brina. Fiore
dei morti. Ho visto
davanti agli occhi persone radunate accanto al mio corpo
inanimato. L’errata
identificazione. La mia amica. I genitori. I suoi fratelli e sorelle,
il fidanzato, tutti spaven
tati. All’improvviso ho capito, la sofferenza dei suoi cari
non potrei coprirlo con
la morbidezza delle macchie di sangue stampate sulla gonna
data in prestito. Caro suicidio,
non ti adoro, non ti ammiro, non ti amo! La tua forza
può essere indebolita da
una farfalla di stoffa rossa. Così vaporosa e lunga,
la gonna rossa
ha congiunto il cielo alla terra! Caro suicidio, io no,
non ti amo!

(Dal volume Frange)

*

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Violeta Savu

Il lamento di Eva

Promettimi
che guarirai la mia cicatrice
che ogni donna nasconde
non per pudore
ma per l’abisso della solitudine

 

*

 

 

Notturno

inginocchiavo nel corpo dell’uomo
come in un tempio pagano
e lui premeva il mio cuore
in una reminiscenza aliena

non ricordo altro che
le belle bugie,
un velluto che avvolgeva
il bacio triviale, il tremore
della tenda prima della scena

un’immagine allungata di un dio
spavaldo lui mi condanna la delicatezza

 

*

 

 

Separazione

con rammarico di ninfa scelta
sarò il tuo ultimo miraggio
una viola traballante
sulle acque di terraferma

 

***

 

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Notizie biobibliografiche

Violeta Savu (21 febbraio 1973, Bacău), laureata in matematica; è poeta e performer. Membro dell’Unione degli Scrittori dalla Romania; editore della rivista “Ateneu”. Ha pubblicato quattro volumi di poesie: “Rifugi in lirica” (Pallas, 2004), „Atocmiri” (Studion, 2006), “Da lontano lui mi vide bella” (Tracus Arte, 2011) e „Frange” (Tracus Arte, 2016). Nel 2016, al Festival Internazionale di Dramma “Valentin Silvestru”, nella sezione Drammaturgia, vince il Terzo Premio, con lo spettacolo “Clara e Robert. Carta sullo spartito “.  Ha pubblicato poesie e articoli letterari in numerose riviste del paese (“Vitraliu”, “Vatra”, “Famiglia”, “Ex Ponto”, “Poem caffe”, “Poesis international”). Per la rivista Poem caffe ha collaborato anche con delle rassegne cinematografiche. In Poesis International è stato pubblicato un aggruppamento delle sue poesie in inglese, tradotto da Elena Ciobanu. Ha in preparazione un volume drammaturgico che conterrà quattro pezzi di teatro con il titolo “Five Tattoos”.

 *

La traduzione delle poesie qui proposte è opera di Daniela Mărculeţ.

*Fonte immagine T. de Lempicka: web

Photo credits: Mia Nazarie, via Daniela Mărculeţ. 

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Lost in: Violeta Savu – Poesie

Nicola Manicardi, poesie inedite

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Nicola Manicardi

 

 

Preferisco non parlarti
con senso di vertigine
scrivendo
ma, guardandoti dal suolo quotidiano
nelle vicine distanze che ci annullano
da un fare che fa solo rima,
perché lontani dalla parola
che non ci siamo detti.

***

Tu
che mi chiedi il saluto
con una stretta di mano
mi fuggi
dalla prossemica di un abbraccio
senza capire che il cuore
non si tocca neppure
quando si muore.

***

Cosa ci faccio qui al parcheggio
con il piede fuori dalla macchina
e interrogativi fra le rughe?
Non ho un solo lunedì
ma tanti
ravvicinati giorni torpidi
mi dicono di andare
andare, andare dove
se poi non mi conosco
e manco di saluto?

***

Non c’è quarzo che brilli
nell’ora
il tempo è morto nell’attesa
che qualcosa ci illumini.

***

Togliendo, rimetto
omettendo – commetto
L’atto di stare, non è sempre
come ingiusta, è la parola.

***
Ti dissi che vedevo dal vetro
la fragilità del giorno.
Non era l’asfalto sotto casa
la grondaia rotta, neppure
l’insegna difronte senza la vocale.
È vero, non sono passati a tagliare l’erba
e, oramai anche le strisce pedonali
sono sbiadite
lo vedi tutto questo trasparire dal nostro viso?

***

Un giorno faremo a meno di me

Tu sarai nel sud est Asiatico
parlerai cinque lingue
nella metropoli che diventerà il tuo palmo.
Mi racconterai: del cibo,
del significato della parola “multietnico”
della compostezza.
Avrai imparato a mangiare con le bacchette?
Per la fioritura di primavera non ci sarò.
Sarò sotto allo stelo che guardi
l’impasto di terra dove camminerai
il timbro di voce che avrà parola
nel tuo silenzio, domani.

***

 

“Per me scrivere è vivere, perché non so mai dove mi porterà. É un viaggio lunghissimo, interminabile, dove non si arriva mai. Questo forse per me è proprio il fascino di questo momento di raccoglimento. Uso questo termine, “provare a fare poesia” è un modo di vivere, insomma è un modo per comunicare ciò che sto attraversando nel giorno, durante il giorno, mettendo appunto all’interno della mia poetica, il mio “io, che siamo noi, oggetti, luoghi, tutto descritto molto spesso all’interno di una stanza, che fondamentalmente è la mia stanza, dove spesso mi capita appunto di guardare il mondo, diciamo sempre più all’interno delle cose e protetti dentro quattro mura, per cercare di rimanere riparati da quello che è l’esterno. L’esterno che mi capita di vedere, ma preferisco come un ignoto osservare tutto ciò che vedo e vivo”

(Nicola Manicardi, risposta a un’intervista alla testata online XXI Secolo)

 

Fonte immagine: web.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Nicola Manicardi, poesie inedite

Pietro Romano, poesie inedite

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Pietro Romano*

 

il tenue del tocco, qui, pronto
a farsi incandescenza:

un focolare nella crepa,
nella pagina in bianco.

 

*

gli occhi chiusi si riaprano pieni
della parola minima radente
il fondo della voce escoriata.

 

*

Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,
quando, con l’odore di terra riarsa, le parole
separano le nubi dalle nubi, gli uccelli
dagli uccelli, le foglie dalle foglie?

 

*

Teca del dire, falce la parola:
in alleanza al verso, disossato
sulla lingua l’istante della crepa

 

*

Qui è un dimenticare – nel fioco
del palmo, esule è la crepa dove
a ora incerta si è, nell’abisso.

 

*

Quella prossimità di tenui luci,
di superfici impassibili e solchi di strada,
io non riesco a invocarla in una scia di versi
in cui sfavilli l’istante prima.

 

*

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa – nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede sé stessa.

 

*

Testimone del trauma di nascere su tutto il visibile, lontani dall’increato. E l’informe: crollo tra le ciglia. Per non farsi abbagliare, l’invisibile si sotterra. Varchi verso voci perdute. Invisibile, lasciaci entrare.

*

 

Cenni biobibliografici

Pietro Romano (Palermo, 1994) è laureato in Lettere. È autore di due raccolte di poesia, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018). I suoi versi sono apparsi in riviste nazionali e internazionali e tradotti in greco e spagnolo. Attualmente, frequenta il corso di Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

 

*La foto in alto è di proprietà dell’Autore

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Pietro Romano, poesie inedite

Dialetti #6: Francesco Sassetto

 

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Presentiamo una poesia tratta dal volumetto Xe sta trovarse, Samuele Editore, 2017 e una breve nota di lettura a cura di Patrizia Sardisco

 

MAGIO

E tante robe de l’amor go da imparàr e
de ti che ti me compàgni e te piase
la me vose, i me oci, anca el me dente
sbecà, e queo che no so ti me lo disi ti
come ti fa co i putei de scuola a ménar
le létere a posto par far le parole.

E mi te tengo come la ciàve de casa in fondo
la scarsèla, come un lampiòn co fa scuro, ‘na
tovàgia a quadréti da vecia ostarìa, un vin
ciàro e s-cièto, ‘na canson che te rùsa
in récia, come ‘na roba che no scampa via,
na magiéta colór de quel glisine che là
in fondo de la cale, ti lo vedi

xe pena fiorìo.

 

MAGGIO
E tanto dell’amore devo imparare e/di te che mi accompagni e ti piacciono/la mia voce, i miei occhi, persino il mio dente/spezzato, e ciò che ignoro me lo insegni tu/come fai con i bambini a scuola a comporre/bene le lettere per costruire le parole//E io ti tengo come le chiavi di casa in fondo/alla tasca, come un lampione quando viene la notte, una/tovaglia a quadretti da vecchia osteria, un vino/limpido e schietto, una canzone che ronza/all’orecchio, come qualcosa che non fugge via/una maglietta color del glicine che là/in fondo alla calle, lo vedi,//è appena fiorito.

 

Nota all’autore

In un recente intervento radiofonico, presentando il dramma in dialetto friulano I Turcs tal Friùl, scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1944 ed edito in questi giorni da Quodlibet nella nuova collana Ardilut curata da Giorgio Agamben, con una traduzione in versi in italiano del bravo Ivan Crico, il critico e semiologo Luigi Tassoni ricorda, tra le altre cose, come il grande autore delle Poesie a Casarsa “riconosce nel dialetto la possibilità di ritrovare una identità più vicina a un senso originario dell’uomo, e cioè non corrotto dalla Storia o dal cosiddetto progresso consumistico”. Ritornare su queste posizioni di Pasolini è stato per me lume e bussola nel precisare meglio le diverse, suggestive inquietudini che Xe sta trovarse, l’ultimo libro di Francesco Sassetto, edito dai tipi di Samuele Editore nella collana Scilla, mi aveva regalato e che continuavano a riproporsi con pulsante magnetismo alla mia attenzione di lettrice lenta e ruminante.
Da tempo ormai avverto come qualcosa di acclarato e pacifico, quasi universalmente riconosciuto dagli studiosi, che la reciproca contaminazione tra lingua italiana e dialetto abbia effetti rigeneranti per la stessa lingua italiana e consenta, d’altro canto, di aprire interessanti piste di sperimentazione e spazi di ricerca di verità, nuovo vigore e rigore nella scrittura in versi, cogliendo sonorità, suggestioni e soluzioni diversamente impensabili.

E davvero, nel bel libro di Sassetto, avverto ricerca, esplorazione del tessuto identitario, cura del senso originario delle cose e dell’Uomo e, aggiungo, avverto l’offerta di una mappa, una topografia della voce poetica dell’autore: sono convinta che la scelta del dialetto come lingua della poesia (sempre che di scelta sia possibile parlare, che non sia più corretto affermare che dal dialetto si venga scelti e parlati) sono convinta che tale scelta dica, e parecchio, del luogo natio di quella poesia, che essa sia, in effetti, il luogo in cui la poesia ha la propria sorgente. E immagino sia piuttosto chiaro che per luogo non intendo qui uno spazio geografico ma una posizione interna, un dispiegarsi e situarsi dell’Io che ne orienta l’ascolto e la voce, ripulendo entrambi dal rumore e precisandone l’opzione di poetica.
Nella poesia di Francesco Sassetto, un soave dialetto veneziano è, in questo senso, lo strumento artistico di precisione, la finissima lima cui si affida un’opera che a me appare di struggente e plurivoca sottrazione.
Ad un primo livello, attraverso l’uso di una lingua di verità («nella mia “vera” lingua, il veneziano » mi scrive in privato l’autore, consegnandomi i suoi versi e una prima lente per leggerne più da vicino il senso, “come le ciàve de casa in fondo/la scarsèla”) la poesia di Xe sta trovarse è un sottrarre all’occhio e all’orecchio estranei, a “i foresti che ride e ghe fa le foto” la delicata scoperta reciproca di due persone che finalmente hanno trovato l’un l’altra. La lingua, in questa prospettiva, assume la valenza di codice segreto ed esclusivo, luogo di reciproco riconoscimento, via verso casa: “e tornàr casa par le cale sconte (e tornare a casa per le calli nascoste)”, un preservare, un proteggere un mondo privato. Ma questo mondo, al di là delle intenzioni dichiarate (poesie d’amore in veneziano, recita rassicurante il sottotitolo), non si esaurisce nella relazione con la persona amata cui pure il libro è dedicato, ma include il vocio caotico e cacofonico della città, una Venezia amatissima e giustamente avvertita come sotto l’assillo e l’assedio del consumo, del proprio consumarsi erosa dal tempo, ma più e peggio dal consumo turistico sempre più aggressivo che ne fa una depredata e depredante Babele, pietra metaforica dello scandalo della Bellezza esposta allo scupio, alla dissipazione, alla svendita. Sotto questo aspetto, la poesia di Sassetto è un ben più largo atto d’amore, un amore che sottrae e porta in salvo tutto intero un microcosmo dal vortice, “salvessa dal gorgo che ingióte”, dal turbinio delle parole lise e delle troppe parole, delle parole rese cenere perché “brusàe in foghi che pareva scaldàr”. È amore che sottrae Bellezzza dall’abuso e dall’usura del tempo, uno “staccare, strappare”, come recita uno dei versi di Paolo Ruffilli posti in esergo, con le mani nude e potenti del dialetto, palme larghe e nessun orpello retorico, tenace come “ ‘na cansón che te rùsa/in récia, come ‘na roba che non scampa via”: la schietta verità nella vera lingua.

Patrizia Sardisco

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Francesco Sassetto, Xe sta trovarse, Samuele Editore, Collana Scilla, 2017

 

Dialetti #6: Francesco Sassetto

Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

(Parigi, 2018, “Addio a Hikmet”)

 

Prima che bruci Parigi
di Nazim Hikmet

Parigi, 1958

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
vorrei una notte di maggio
una di queste notti
sul lungosenna Voltaire
baciarti nella bocca
e andando poi a Notre-Dame
contempleremmo il suo rosone
e a un tratto serrandoti a me
di gioia paura stupore
piangeresti silenziosamente
e le stelle piangerebbero
mischiate alla pioggia fine.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio sul lungosenna
sotto i salici, mia rosa, con te
sotto i salici piangenti molli di pioggia
ti direi due parole le più ripetute a Parigi
le più ripetute, le più sincere
scoppierei di felicità
fischietterei una canzone
e crederemmo negli uomini.

In alto, le case di pietra
senza incavi né gobbe
appiccicate
coi loro muri al chiar di luna
e le loro finestre diritte che dormono in piedi
e sulla riva di fronte il Louvre
illuminato dai proiettori
illuminato da noi due
il nostro splendido palazzo
di cristallo.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché il mio cuore è sul suo ramo
in questa notte di maggio, sulla Senna, nei depositi
ci siederemmo sui barili rossi
di fronte al fiume scuro nella notte
per salutare la chiatta dalla cabina gialla che passa
– verso il Belgio o verso l’Olanda? –
davanti alla cabina una donna
con un grembiule bianco
sorride dolcemente.

Finché ancora tempo, mio amore
e prima che bruci Parigi
finché ancora tempo, mio amore.

Da Nazim Hokmet – Robert Doisneau. Poesie d’amore (traduzione di Joyce Lussu), Milano, Mondadori, 2006

 

*

(Articolo e foto a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (34) Prima che bruci Parigi

LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ


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Sei tu? gli chiedo quando sento due mani
afferrando i miei fianchi mentre porto le borse col cibo.

Come mi hai trovato, Signore? Hai inseguito l’odore forte
di insicurezza? La primavera è il miglior camuffamento. Rimango

immobile, camminando verso casa, per lasciarti prendere
le mie misure per un nuovo costume di carne.

Carne minuscola e veloce come i tuoi pacchetti
di luce.  Blocchi di neve compattata si rompono

dal tetto e ripiombano a terra. Con tutto
questo chiasso non si accorgerebbe nessuno

del rumore intasato che farebbe un corpo
gettato. I tuoi palmi salgono piano

sulla mia schiena e slacciano il reggiseno. I seni ribalzano
sulla strada piena di fanghiglia, facendo sudare gli alberi

sotto la paziente pioggia. Perdonami, Signore, ma non voglio
complicazioni. Anche nel sogno ho iniziato a rifiutare gli uomini.

*

Superpoteri

Si può vivere senza sesso ma non senza contatto, dice
una donna con la pelle rugosa in un programma sulla

salute, mentre raccolgo il bucato nel balcone.
Da quando ho partorito mio marito si è raffreddato


parecchie volte. Io nemmeno una.
La prima cosa che faccio la mattina è di

mettere la fede al mio dito. Passando dalla pelle
perfetta del bambino a quela usurata del partner

è difficile, dice la donna. Mio marito sorride
al bambino poi va nella sua stanza. La pioggia cade

nelle finestre con la furia dei corpi disperati
per entrare. Ho visto i coccodrilli immobili

in acqua mentre venivano confortati
dall’uomo, mostri con pelle repellente,

privi di forza. Mio figlio, che tengo quasi tutto
il tempo tra le mie braccia, allunga una mano dal letto

e dice Aaa. Probabilmente qualche ombra attirò
la sua attenzione. Mi fermo alla soglia con il bucato al petto

quando capisco che mi sorride. La prima cosa
che faccio la mattina è diventare invisibile.


*

Ci crediamo soli, ma la casa è piena

Stiamo per terra sulla coperta su cui mio
padre dormiva e ascoltiamo dischi con racconti –

voci che conosco così bene che
le confondo. Anche il giradischi era suo.

Ripeto le parole, mio figlio ride.
I may never be happy,
but tonight I am content,

scriveva Sylvia Plath all’età di 18 anni nel diario. Ho scritto,
al test di filosofia, che la felicità non può essere

visuta che nella memoria. Sono in camera da letto,
in una poltrona. Sdraiato, mio pare mi dice

che non trova più alcuna gioia. Ha fatto
il trapianto midollare. Nemmeno le piccole gioie, chiedo

con la voce da terapeuta. Mi guarda come se avessi detto
 qualcosa di stupido. In realtà, ha iniziato a chiudere

i suoi conti. Ho scritto molto nel saggio, terrorizzata
a non contraddirmi alla fine, mi hanno diminuito

dieci centesimi. Forse ho dimenticato di mettere una virgola.
Forse avrei dovuto scrivere gratitudine invece di felicità.

*

L’altro lato della Luna

…at the instant I disappear beh
ind the moon, I am alone now, truly alone, and absolutely isolated from any known life. I am it. Michael Collins, astronauta su Apollo 11


Ci sono tre immagini che contengono un così grande segreto
che non avrei capito nemmeno se me lo spiegasse

Morgan Freeman. Ho sognato le prime due.
La terza non la credo nemmeno adesso.

Nella prima resto di notte su una collina e vedo
sul cielo la Terra così vicina e bella che mi ferisce

gli occhi. Nella seconda sono su un campo fangoso, mi guardo
intorno e vedo solo una debole luce verde, ma un pianto

prolungato mi fa alzare lo sguardo. Un animale enorme, forse
una balena, passa senza intoppi su di me attraverso l’acqua scura.

Nella terza scendo di giorno nella cappella di una chiesa e guardo
mio padre. Metto la mano sul suo petto. La morte lo rese resistente.

I becchini lo tirerano come fosse una trave
sbagliata, perché hanno dimenticato di mettergli il berretto.

Papino, dico, cercando di stabilire una connessione
con l’oggetto. Forse sono in un documentario

sulle immersioni. In realtà, ci sono quattro immagini.
Una donna, rimane immobile nell’acqua torbida e fissa

tra i rovi gli occhi di un coccodrillo.
Quando riemerge inizia a piangere e mi sveglia

il bimbo che mi vede ma mi sorride
solo dopo pochi secondi.

*


Diana-Geacăr-I

Diana Geacăr (1984) è scrittrice e traduttrice. Ha pubblicato i volumi di poesia  Ciao, io sono Diana e sono la tua compagna di stanza (Vinea Publishing, 2005, Premio nazionale di poesia Mihai Eminescu OPUS PRIMUM), La bellezza dell’uomo sposato (Vinea Publishing, 2009, Premio Marin Mincu),  Ma noi siamo gente comune  (Casa editrice Cartea Românească, 2017) e il volume di racconti Chi abita nel seminterrato (Casa editrice Parallela 45, 2018). Ha pubblicato poesie e racconti in riviste letterarie (Poesis International, Tempo, Literomania, Levure littéraire, Crevice, Subcapitol ecc) e nelle antologie (Esercizi di risolutezza.  L’antologia dei poeti vincitori del Premio Nazionale di Poesia Mihai Eminescu – OPUS PRIMUM 1999-2017, Casa editrice Max Blecher, 2017; Tu, prima di tutto. Un’antologia di poesia d’amore contemporanea, Casa editrice Parallela 45, 2017, coordinatore Cosmin Perta ecc). Nel 2009 ha partecipato alla terza edizione del workshop di traduzione di poesie Re:verse, organizzato a Szigliget, in Ungheria, da József Atilla Circle Letterary Association of Young Writers (JAK). Ha tradotto in inglese poesie per la rivista online Crevice e per l’antologia della poesia internazionale contemporanea Ritratti di confine / GrenzPortraits (Klak Verlag, Berlino, 2017, coordinatore Rodica Draghincescu), in cui è presente anche come autore, e, dall’inglese e  francese, libri di letteratura contemporanea.  Fa parte del team editoriale della rivista online di letteratura e multimedia Crevice. Vive a Târgovişte,  Romania.

*

Le poesie qui presentate sono tratte da ”Ma noi siamo gente comune” (titolo originale Dar noi suntem oameni obişnuiţi) edito da Cartea Românească, 2017.

Traduzione dall’originale romeno di Daniela Mărculeţ.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

LOST IN: POESIE DI DIANA GEACĂR TRADOTTE DA DANIELA MĂRCULEŢ

Appello per la libreria “L’Orto dei Libri” a Roma e per una battaglia culturale nonviolenta

Orto dei libri librerie migliori di Roma

 

via 198 // Appello per la libreria “L’Orto dei Libri” a Roma e per una battaglia culturale nonviolenta

 

Care amiche e amici di Roma e di tutta Italia,
vi rivolgo un sentito appello in sostegno della libreria L’Orto dei Libri, una meravigliosa perla rara curata da Giorgio Galli, libraio e scrittore.

In questi giorni in cui accade che i libri possano essere considerati spazzatura su manifesti apposti in pubblica via. In cui le aggressioni alla cultura sono ormai quotidiane e, quel che è più grave, legittimate dall’alto, dalle stesse voci che costruiscono insicurezza a tavolino. In cui alla conoscenza e al dialogo si stanno in larga parte sostituendo ignoranza indotta e sentimenti di odio. In cui assistiamo al logoramento della scuola così come dell’educazione al libero pensiero.

In questo clima che si annerisce sempre di più, in cui il populismo getta le basi per un “regime di fatalismo” e di credenza, offrendo a bella posta panem et circenses in cambio di tornaconto, clic sui social e, soprattutto, deleghe incondizionate, sul filo delle quali si gioca la partita capillare del potere effettivo.

Ebbene, da anni non si rendeva così necessario ribadire con estrema chiarezza il ruolo della cultura nella nostra società. E i libri ne restano un respiro imprescindibile.

Le parole di carta, in un’epoca che vede anche processi di svalutazione della parola e della scrittura, di decostruzione del linguaggio, di censure indirette, restano uno degli elementi più fragili e potenti da salvaguardare attivamente, riversare, trasmettere.

I libri mi sembra restino una delle basi migliori su cui appoggiare un presente lesionato e ricominciare a edificare il progresso. A partire dai fondamenti culturali della nostra società aperta.

La “battaglia” nonviolenta per la nostra cultura va combattuta con coraggio e determinazione. Opponendo all’assolutismo il dialogo. Ma senza compromessi su ciò che è giusto e sbagliato, in direzione ostinata e contraria rispetto a chi fomenti un clima di relativismo fatalista.

E se da qualche parte bisogna iniziare, se da qualche parte questa “battaglia” sul presente e il futuro va combattuta, allora è a fianco di chi resiste attivamente e strenuamente, a dispetto di ogni difficoltà, giorno dopo giorno, in un Paese in cui il valore dei libri e della conoscenza viene svalutato programmaticamente, come ad esempio insegnanti, librai, operatori culturali.

Per chi supera a fatica ogni ostacolo nel mantenere vivo un giardino per la cultura, come una libreria, concepito e soprattutto agito come uno spazio di apertura, come un luogo. Che direi preziosissimo, quanto mai necessario.

Per chi sorride tutti i giorni, adoperandosi con il sudore della fronte per il proprio progetto culturale attivo, vero, concreto, come una piccolissima ma meravigliosa libreria, una delle più belle e appassionate librerie che, personalmente, conosca.

Per questo rinnovo tutto il mio appoggio e L’Orto dei Libri, che vi invito a visitare e sostenere, a Roma, in quanto perla rara.

La selezione è curata con rara amorevolezza e pertinenza. Lo scaffale di poesia, tra gli altri, indimenticabile.

E se non siete a Roma neanche di passaggio, spero possiate seguirla sul web, condividerne il progetto, diffonderne il messaggio.

Per resistere a fianco di chi crede in un sogno culturale nonostante tutto. Per coltivare un angolo, comune, del giardino.

G. Asmundo

 

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Dal sito della libreria:

«L’Orto dei Libri è una piccola libreria ma è anche un luogo di incontro e uno spazio eventi. Uno spazio piccolo, adatto all’intimità, alla calma, all’ascolto. È un posto dove non si deve avere fretta. Potete assistere a serate musicali e presentazioni di libri, prendere parte a incontri su argomenti di vostro interesse, seguire laboratori per voi, per i vostri piccoli e perfino sui vostri animali! A proposito di questi ultimi, il Miao&Bau Bar all’esterno è pensato apposta per far bere i vostri amici, quindi… servitevene e lasciate che loro si servano!

È, soprattutto, un posto in cui potete divertirvi e stare bene. Entrate e sentite profumi di carta, legno, incenso e giardino. Girate fra gli scaffali e fate un giro ideale del mondo in 19 metri quadri grazie a una scelta di libri internazionale. È un negozio di quartiere caldo e accogliente, una libreria con lo spirito delle drogherie di una volta. Potete vivere qualche minuto in un interno che sembra un esterno e che ricorda il concetto antico di Hortus come luogo di ricreazione del corpo e dello spirito».

L’Orto dei Libri

Via Diego Simonetti 70, Roma

+39 347 006 0096

email: ortolibri@gmail.com

Facebook: https://www.facebook.com/lortodeilibri

Instagram: https://www.instagram.com/ortolibri/

Sito web: https://www.lortodeilibri.it

 

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