Nicola Manicardi, poesie inedite

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Nicola Manicardi

 

 

Preferisco non parlarti
con senso di vertigine
scrivendo
ma, guardandoti dal suolo quotidiano
nelle vicine distanze che ci annullano
da un fare che fa solo rima,
perché lontani dalla parola
che non ci siamo detti.

***

Tu
che mi chiedi il saluto
con una stretta di mano
mi fuggi
dalla prossemica di un abbraccio
senza capire che il cuore
non si tocca neppure
quando si muore.

***

Cosa ci faccio qui al parcheggio
con il piede fuori dalla macchina
e interrogativi fra le rughe?
Non ho un solo lunedì
ma tanti
ravvicinati giorni torpidi
mi dicono di andare
andare, andare dove
se poi non mi conosco
e manco di saluto?

***

Non c’è quarzo che brilli
nell’ora
il tempo è morto nell’attesa
che qualcosa ci illumini.

***

Togliendo, rimetto
omettendo – commetto
L’atto di stare, non è sempre
come ingiusta, è la parola.

***
Ti dissi che vedevo dal vetro
la fragilità del giorno.
Non era l’asfalto sotto casa
la grondaia rotta, neppure
l’insegna difronte senza la vocale.
È vero, non sono passati a tagliare l’erba
e, oramai anche le strisce pedonali
sono sbiadite
lo vedi tutto questo trasparire dal nostro viso?

***

Un giorno faremo a meno di me

Tu sarai nel sud est Asiatico
parlerai cinque lingue
nella metropoli che diventerà il tuo palmo.
Mi racconterai: del cibo,
del significato della parola “multietnico”
della compostezza.
Avrai imparato a mangiare con le bacchette?
Per la fioritura di primavera non ci sarò.
Sarò sotto allo stelo che guardi
l’impasto di terra dove camminerai
il timbro di voce che avrà parola
nel tuo silenzio, domani.

***

 

“Per me scrivere è vivere, perché non so mai dove mi porterà. É un viaggio lunghissimo, interminabile, dove non si arriva mai. Questo forse per me è proprio il fascino di questo momento di raccoglimento. Uso questo termine, “provare a fare poesia” è un modo di vivere, insomma è un modo per comunicare ciò che sto attraversando nel giorno, durante il giorno, mettendo appunto all’interno della mia poetica, il mio “io, che siamo noi, oggetti, luoghi, tutto descritto molto spesso all’interno di una stanza, che fondamentalmente è la mia stanza, dove spesso mi capita appunto di guardare il mondo, diciamo sempre più all’interno delle cose e protetti dentro quattro mura, per cercare di rimanere riparati da quello che è l’esterno. L’esterno che mi capita di vedere, ma preferisco come un ignoto osservare tutto ciò che vedo e vivo”

(Nicola Manicardi, risposta a un’intervista alla testata online XXI Secolo)

 

Fonte immagine: web.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Nicola Manicardi, poesie inedite

Pietro Romano, poesie inedite

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Pietro Romano*

 

il tenue del tocco, qui, pronto
a farsi incandescenza:

un focolare nella crepa,
nella pagina in bianco.

 

*

gli occhi chiusi si riaprano pieni
della parola minima radente
il fondo della voce escoriata.

 

*

Come tradurre l’azzurro arreso del cielo,
quando, con l’odore di terra riarsa, le parole
separano le nubi dalle nubi, gli uccelli
dagli uccelli, le foglie dalle foglie?

 

*

Teca del dire, falce la parola:
in alleanza al verso, disossato
sulla lingua l’istante della crepa

 

*

Qui è un dimenticare – nel fioco
del palmo, esule è la crepa dove
a ora incerta si è, nell’abisso.

 

*

Quella prossimità di tenui luci,
di superfici impassibili e solchi di strada,
io non riesco a invocarla in una scia di versi
in cui sfavilli l’istante prima.

 

*

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa – nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede sé stessa.

 

*

Testimone del trauma di nascere su tutto il visibile, lontani dall’increato. E l’informe: crollo tra le ciglia. Per non farsi abbagliare, l’invisibile si sotterra. Varchi verso voci perdute. Invisibile, lasciaci entrare.

*

 

Cenni biobibliografici

Pietro Romano (Palermo, 1994) è laureato in Lettere. È autore di due raccolte di poesia, dal titolo Il sentimento dell’esserci (Rupe Mutevole, 2015) e Fra mani rifiutate (I Quaderni del Bardo, 2018). I suoi versi sono apparsi in riviste nazionali e internazionali e tradotti in greco e spagnolo. Attualmente, frequenta il corso di Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna.

 

*La foto in alto è di proprietà dell’Autore

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Pietro Romano, poesie inedite

Ogni goccia è mare #5: Laura Pezzola

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Jackson Pollock, Naked Man with Knife, 1938–40

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere. 

 

ABBI CURA 

Abbi cura di questo tempo
ripiegalo come un vestito prezioso
sfilacciato dal troppo uso

a volte qualcuno sprofonda
nelle crepe del suo inferno
le voci sopite smagliano
dilaniando la vittima di turno

così *Irina la catenina strappata
e il corpo vestito di foglie
così Gessica con le bende sul volto
e uno sputo di vita allo specchio
e Antonella dissanguata sull’uscio
e Marcello arso vivo nel sonno

Abbi cura di loro – di questo tempo
che ci disegna insofferenti e freddi
con le mani rattrappite nelle tasche
e le vele ammainate sulla fronte

poiché l’onda quando torna
non distingue sterpi e madreperla
e il rettifilo di cemento fiancheggia
il deserto che avanza

Abbi cura di te – anche se non comprendi
anche se le tenebre del mondo
marciscono la pelle

quando il vento ti attraversa
apri la gabbia

fuori è soltanto questo:

un’aria leggera che spande
profumo di vita
e nega la distanza
tra il gelsomino e la menta.

* cronaca di Repubblica 08.03.2017 Antonella / 12.03.2017 Marcello / 17.03.2017 Gessica / 28.03.2017 Irina.

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Ogni goccia è mare #5: Laura Pezzola

Lost in…: Gabriela Feceoru, poesie inedite tradotte da Daniela Mărculeţ

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tutta l’esperienza umana

ho sofferto come un dio che
non ha nulla da rimproverare a nessuno
come un dio ho espresso
segretamente un desiderio che

ho intenzione di soddisfare
ma ho il potere di esaudire
qualsiasi desiderio pregando a me e
salvando me stesso e
battezzo le mie mani con quali i peccati

si  fanno le mie mani con quali i peccati si
scrivono mi salvo dalla morte
sintetizzo la mia creazione come
i carrettieri dell’agricoltura perché loro
sanno bene cosa succede con la loro produzione

dipingo i miei capelli  in che colore
voglio il mio corpo lo guarisco
e lo faccio apparire stramitico mi
affeziono a chi desidero prendo
frustate in posti che mai
mostrerò a quelli che mi guardando in su
che a loro volta espongono i loro desideri
il mio desiderio è uno e lo dirò
nelle centinaia di pagine più
recenti dirò il mio desiderio  ripeterò

non perché qualcuno possa trovarlo
ma solo per me per aggiornarlo
ascoltandolo per me il desiderio
è più sacro della preghiera da lontano
santo perché è una chiamata ad approccio non è

un’esortazione a vanitose cose
nei pressi di fuorilegge sono vicino e
mi avvicino più forte forse sentirò che
è il momento ho il potere della decisione, io decido
quando è adempiuto ciò che è scritto e credo

che ciò che è scritto e la virgola tutto sarà fatto
sarà fatto con pause necessarie sta promesso
credo ed è fatto credo ed è fatto non pubblico più
niente non pubblico più nulla non pubblico più nulla
l’esposizione è una prova di vulnerabilità e
non sono più interessato a queste cose
rendo visibili le mie parole avvicino
le persone o sto portando via la gente niente
di quello che può esserci tra loro non mi interessa
hanno libero sfogo  ho libertà di azione  agiamo

separatamente non mi occupo dei loro affari
decido la mia nazionalità e il mio genere
mi definisco e cambio secondo me stesso
indosso il mio corpo e lo spoglio
soffro di un ordine assoluto

faccio un disordine assoluto lo stesso
ritengo opportuno a me sta anche
la forza di dichiarare anni morti per la pubblicazione

di qualsiasi tipo

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*

 

i miei amici hanno detto che stavi tornando

setaccio umano intrufolando luce
calda
è vero che stai tornando in paese
dicono che ti stai trasferendo con il lavoro
il luccichio sulle unghie rimarrà
intatto fino alla festa

lo giuro il cuore è
soave e per esemplificare
ti sto mandando  link sinonimo / anonimo
oliato aggraziato bitorzoluto

stilla diavoletta
impedita nelle vertebre
del corpo orientale rinfrescandosi
l’anima che giace su un lato

lei, l’anima, non riceverà nulla
da ciò che altri danno fino alla brezza
adatta ai tuoi passi liguri
ossessionando la terra fermando
l’evo in cui ci lasceremo
assorbiti dalla paura del sonno
quasi sperduti come sono
i corvi vaganti fissati con

spilli vigorosi dai due
fili paralleli dalla mia finestra
che vedo ad ogni risveglio
su uno sfondo di cielo sempre mancante
di nubi atrofizzando la mia
sensazione di riconciliazione con
la mia nuova situazione e il mio desiderio
malato

assurda a volare di là
dove l’odio è sempre  più
grande per prendere la pistola raddrizzandola
verso di me dopo averti

detto la verità  che sì, guarda,
è così, ti terrei per mano
per poi sparare e constatare che
non ho munizioni nemmeno per morire

metto in ridicolo il neon tremolante
ci osserviamo come in una sequenza mediocre uomini/bestie ho l’intera collezione di problemi senza soluzioni esponevo per convalidare l’elenco dei piani e quando ho pulito il tavolo si scossero le confidenze sorrido piangente

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*

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

il cielo è blu e
gli angeli ci sono dentro

non ho scelto il momento giusto

come allora nella nostra cucina
ma ho un po’ di coraggio
vengo con te sicuramente
se te ne vai di nuovo
vengo con te sicuramente

resta qui accanto a me
in li-li-lin-gua-gua rumena

*

feceoru 3

Ho scritto un monologo lirico sulla vita e sul potere, sulla delusione, sull’empatia e sulle aspettative basate sul pattern familiare. Nell’ abbondante contenuto, dibatto la questione del ghosting. Molto vibe e tanta energia. Le ripetizioni danno l’inganno dell’inventario a certe situazioni che mi hanno desertificato il sè. Parlo di nuovo positivo e di nuovo positivo significa il tuo diritto e il mio e il suo, il nostro diritto di allontanarci dal tossico e riguadagnare la nostra autonomia corporea. Più un capriccio, questa volta di più per me che per il mondo, più come naturalmente vado oltre le apparenze. Riuscire a ricreare liricamente la mappa delle strade di Budapest,  strade che ho attraversato, essere in grado di mettere tutto insieme per creare una storia molto intima è stata una sfida che ha rilasciato una fusione internazionale. Posso essere accusata di ingenuità e pateticismo, sincerità eccessiva e illimitato biographismo, ma non posso essere accusata di mancanza di tatto, ritmo e sensibilità. Ho anche pagato questa volta il tributo con la forza della lingua del paese da cui provengo. Auguro a tutte le donne abbandonate di avvalersi basato sulle loro esperienze e a ogni uomo lasciato di esprimere i suoi sentimenti senza la paura che i suoi sentimenti lo avrebbero delimitato dalla mascolinità.

(Nota dell’Autrice – traduzione di Daniela Mărculeţ)

*

Notizie biobibliografiche

Gabriela Feceoru (1993, Petrosani) si  è laureata presso la Facoltà di Scienze e Lettere dell’Università “Petru Maior” di Târgu-Mureş è ha ottenuto un master della stessa facoltà. Esordio editoriale con il volume Blister ( Cartea Româneasca, 2017). Collabora con riviste letterarie e piattaforme letterarie: “Letteratura Romania”, “Euforion”, “Discobolul”, “Stampa culturale”, “LitArt”, “Banquet” ecc.  Presente nell’antologia poetica “L’offensiva dei debuttanti”, pubblicata sulla rivista “Familia” n. 6/2016 e nell’antologia “#Rezist! Poesia “, coordinata da Cosmin Perta, lavora alla rivista” Vatra “come segretaria letteraria.

*

I testi sopra proposti sono tratti dal volume inedito di Gabriela Feceoru ”Parlo di nuovo positivo e di nuovo positivo”.

La traduzione dei testi è stata eseguita da Daniela Mărculeţ.
Altre sue proposte sono su Un Posto di vacanza: rispettivamente qui e qui.

Le immagini che accompagnano i testi sono di proprietà dell’Autrice.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Lost in…: Gabriela Feceoru, poesie inedite tradotte da Daniela Mărculeţ

Ogni goccia è mare #3: Grazia Procino

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Massimo Campigli, Scalinata, 1954

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

Errore fatale

 

Mi arrampico nella tua voce
esatta a
sventrarmi il cuore.

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Ogni goccia è mare #3: Grazia Procino

Mattia Tarantino, poesie inedite

tarantino

 

Mia madre

 

Legge di Ponente la discordia
verticale che fu taglio:

mia madre inghiotte cento fiori,
poi rimette dalle vene.

 

*

Nella torre

 

Nella torre la lingua mi respinge
al precipizio della sillaba e fa polvere
del nome, sbriciolando
l’inverno che abitò la terra santa.

Ora le vie del canto sono aperte:
vengano i fiori e tutte le creature
a sputare sui miei versi; accorrano
alla soglia innominabile che al buio

al buio accede e sta sventrando.

 

*

Il bambino

 

Il sangue urta il sangue, e il bambino
è già messaggero da altre
terre, altri verbi: è già nell’angelo.

Ho pronunciato la parola che fonda
i fiori, ho convertito
gli uccelli che annunciano l’inverno:

c’è qualcosa nel mio nome
che lo strazia e maledice.

 

*

Un salmo usurato

 

Comando che il tuo cuore tossisca
timido, tra le mani degli angeli.
Poiché non fui che un salmo usurato;

il profeta dei morti e il fanciullo
che invoca perdono dai fiori,

chiedo in questa veglia la parola
che ci salvi dall’inverno e faccia casa.

 

*

La stanza

Si ammala la parola, le mie
vertebre si curvano in silenzio.
Non piove che acqua sporca,
e questa stanza è troppo bianca:

morirò nel singhiozzo delle allodole.

 

*

Poesie tratte dalla raccolta inedita Fiori estinti.

 

***

Notizie biografiche sull’Autore

Mattia Tarantino è nato a Napoli nel 2001. Cura la sezione di poesia per la piattaforma artistica Nefele. Fa parte della redazione di Bibbia d’Asfalto – Poesia urbana e autostradale; è co-direttoredi Inverso – Giornale di poesia. È presente in diverse riviste e antologie. Tra l’angelo e la sillaba (Terra d’ulivi edizioni, 2017) è la sua raccolta d’esordio.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

 

 

 

 

Mattia Tarantino, poesie inedite

Valentina Meloni, dieci inediti

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Valentina Meloni; fonte: http://www.larecherche.it

 

foresta

io ero una foglia che oscilla al vento
ero il ramo da cui pendono le parole
ero la felce dalle lunghe braccia
la felce che abbraccia i sogni.
io ero il verde che incanta
il sentiero che s’inoltra, il buio.
io ero corteccia fatta di pane e graffi
e di minuscole orme. io ero la luce,
il raggio che filtra tra i rami degli alberi
la speranza di un volo appena nato
la danza dell’ape sui fiori.
ero un piccolo uccello, un usignolo
che canta e non si lascia vedere…
io ero il vento   io ero il vento, sì
che passa sulle teste,   che suona
io ero la pioggia, il temporale che tuona.
io ero il passo incerto e la voce silenziosa
ero il sussurro di un bambino
che parla ai suoi angeli
io ero la terra percossa e rivoltata,
io ero il cigno che leva il collo e vola,
ero la piccola ghianda addormentata
un seme appeso al pappo
io ero lo sguardo fiero del lupo
ero il perdono. io ero il cielo nascosto
da una nuvola, io ero il grido del gufo,
una farfalla, io ero tutto ciò che sono
ero quella che tu chiami madre
il segreto svelato, ero il fiato del mondo,
un respiro.     il respiro più profondo.

 

audiopoesia: link di ascolto in versione inglese/italiano
https://soundcloud.com/va-lentina-meloni/forest-foresta

****

l’albero dai fiori rossi

il freddo degli inverni
anno dopo anno
le foglie perdute,
le foglie nate giorno dopo giorno
le mille formiche impazzite,
gli uccelli di fuoco
lo scorrere dei mesi nella linfa,
le nuvole sul capo
le stelle appese ai rami dei secoli
le stelle sempre uguali
così diverse ogni notte
ogni notte così  tristemente silenziose…
il bambino che mi parla, da quanti anni?
forse è già un uomo
e il vecchio che siede alla mia ombra,
per quanto ancora?
l’anziana signora che piange,
per chi? per cosa?
ogni giorno diventa più minuta,
quasi una bambina           e i miei fiori,
rossi come il sangue del soldato
ferito a morte tra queste radici
i miei fiori che gridano
la gioia d’essere al mondo,
i miei giovani fiori
volati via col vento assieme ai decenni…
***

un fiore non è mai lo stesso

passano i giorni come passano le nuvole
sulla mia testa.    e gli anni si dissolvono
nella musica del tempo.      non cercarmi
un fiore non è mai lo stesso
ogni giorno è diverso, ti stancherai.

così è anche la mia vita: non tornerò a sbocciare.
non ci saranno api a bottinare tra i miei petali.
nessuna mano più mi coglierà, inattesa.
appassirò                e tu non mi riconoscerai.
cercherai in me il fiore oscuro della nostalgia.

resterà di quel fiore un profumo incerto
un ricordo che stenta a mostrare la visione.
non mi cercare.           vengo dall’albero
che ti è sconosciuto. non sono una parte
sono l’intero, non vedi?

il vento porterà via lontano queste foglie,
le lascerà cadere vicino a te.
quando le prenderai nelle tue mani
ricorda di leggere le piccole poesie
scritte tra quelle nervature.       io sarò lì

****

 

la bambina che parlava agli alberi

qualcuno si chiede se sia mai esista
la bambina che parlava agli alberi

ha nascosto un sogno nella scatola di latta
la lettera è rimasta intatta e il sogno chi lo sa?

qualcuno si chiede cosa dicesse
la bambina che parlava agli alberi

un sogno di latta e radici di vento
eccola fa capolino dietro il tronco

qualcuno si chiede se sia mai esistita
la bambina che parlava agli alberi

ho trovato la sua scatola di latta
intatta sepolta sotto l’albero in giardino

quando l’ho aperta – le mani tremanti –
tutte le parole sono volate fuori

un soffio d’autunno come le foglie
dell’ippocastano anche loro se ne sono

andate lontano sono appassite nel sogno
non c’è più nessuno ad ascoltare

solo l’albero lì fermo ad aspettare
che spuntino le foglie che torni prima o poi

la bambina della scatola di latta
perché non può essere lei quella che

la tiene in mano se non sa più giocare
se non sa ascoltare, non può essere lei

la bambina che parlava agli alberi …
se adesso non ne è più capace…oppure sì?

****

 

l’angelo e il cosmo

lui e il cosmo erano lì
a toccare il fondo del silenzio.

un albero è il mondo
che nutre radici nel bambino.
il bambino è l’albero
che getta nuove gemme
e tende i rami al cielo.

l’albero e il bambino
erano lì a toccare
il fondo del silenzio.

cosa si dicessero nessuno mai lo seppe.
i segreti giacciono nascosti nel folto del bosco.

il bambino che parlava agli alberi è diventato uomo.
l’albero ha nascosto il bambino nella sua corteccia.
lentamente è invecchiato.

cosa ascoltasse nessuno mai lo verrà a sapere.

l’albero e l’uomo sono ancora qui
a toccare il fondo del silenzio.
cosa si dicono nessuno lo sa.

forse è tutto qui il loro segreto:
ascoltarsi, perdere le foglie, gli anni
sentirsi vivere, dirsi quello che è
quello che è stato, quello che sarà.

un albero è il mondo
che germoglia nel cuore dell’uomo

l’uomo è l’albero
che lascia andare le foglie
e le regala al vento.

l’angelo e il cosmo sono sempre qui
a toccare il fondo del silenzio.

****

 

un fiore che nasce

mi sfiorano le ali del silenzio
un palpito deflagra le ore
il mio cuore è colmo d’amore
per un fiore che nasce
l’erba ha macchiato di verde
il mattino     e anche tu rifiorisci
– silenzioso –  tra le rose
il tuo nome adesso è
un volo di farfalle

 
****

 

le vie dei canti

muore una parte di me
ma in altri prati nasceranno fiori
e gemme sui rami nuovi
becchi protesi dalle bianche uova
forse non lasceremo traccia
ma saremo frutti di alberi grandi
radici di fiori amari e fili d’erba
foglie verdi ed esili steli che ancora
si abbandoneranno al tempo
saremo musica nel vento tracceremo
immaginarie vie nel mondo
ci mischieremo i canti disegnando
mappe nuove           geografie invisibili
da percorrere in esistenze sconfinate
strade remote libere solo per chi crede

muore una parte di me e tu l’accogli
tra le mani mentre la culli rinasco terra
quando la bagni io ridivento un fiore

****

 

legatemi con un filo

voi dite che al mondo non interessa la poesia
e invece tremano le fondamenta
e le grida dei mattoni squadrati, oltre i muri,
si fanno vento
e, dentro al vento, ancora voce
filo che lega le anime, la parola.
legatemi, allora, con un filo tenace
che mi riconnetta al canto perduto
e faccia della foglia che cade
un pianto di boschi d’autunno
tenetemi stretta
a questa rete invisibile di radici-madre da cui,
avida di passati prossimi, succhio il verde latte,
da cui, ignara, la vena timida,
incosciente d’esserne la musa,
si getta, impavida, nel germoglio

****

 

voce di foglia

eri voce di foglia
sottile    fragile  trasparente
il vento ti scuoteva,
il gigante delle stagioni
ti portava in palmo di mano
eri voce di foglia
verdissima e fresca
sorgevi inaspettata come
l’aurora    eri voce di foglia
appesa a un fremito di vento
allo scorrere del tempo
circolare     eri voce di foglia
soave in autunno
ti accendevi di rosso
crepitante come fiamma
un incendio sommesso stava
nel tuo cuore   tu l’hai ceduto
al bosco    l’hai lasciato andare:
adesso sei una luce sospesa
tra i rami dell’albero della vita.
***

 

rammendo

sempre il mio gesto di riparazione
è parlarti da quel ramo fiorito
che in un volo di petali appassendo
sparga sul suolo ancora il suo profumo

in un rammendo di sepali e foglie
fosse sfiorarsi, questa mia carezza
la certezza del mio esserti voce
nel silenzio consumato di una sera.

ti risparmi la luce dalla resa,
in offerta di linfa a te la dono,
a te, che taci il fondo del perdono
il fremito del vento sia preghiera

quel che taci io vado distillando
come strumento flesso ad un’attesa
sospesa arresa, tremo e mi abbandono
nei baci che ti dono l’illusione.

 

****

 

un giorno diventerò un albero

un giorno, quando i miei capelli avranno smesso di crescere,
vorrei essere un salice, frusciare al sole primavere di foglia
pettinarmi con il vento e spettinarmi con il temporale.

un giorno quando il mio cuore non sarà più così rosso
forse avrà smesso anche di farmi male. allora vorrò
diventare un tiglio: lasciare i suoi mille cuori verdi al cielo
palpitare, come lui essere albero-soglia, sollevare il velo.

un giorno quando le mie gambe saranno ferme in orizzontale
io mi leverò dritta su punte di radice, e forse sarò più felice
quando tra le mie braccia-rami bruciando cadrà una stella.
allora farò di ogni ruga corteccia, solchi e carie scriveranno,
silenziosi, il mio dolore. un giorno quando sarò albero, forse.

quel giorno se non avrò più lacrime per piangere
stillerò gemme ambrate di cipresso e quando non vedrai più
le mie mani muoversi in nessuno dei miei gesti,
me le farò prestare dal castagno d’india: in antichi mudra,
composte, le mie nuove cinque verdi dita, dentro una carezza.

non conterò più i giorni della specie umana
il mio sarà un vivere di anelli e sospensioni
e il tempo circolare, della natura e delle stagioni,
in un respiro mi riporterà alla mia vecchia casa.

avrò occhi di faggeta selvatica e lunghe ciglia di tillandsia
la mia bocca silenziosa in calici di mandorlo e di magnolia,
esplodendo nella fioritura, farà tacere tutte le parole.
avrò seni neri scolpiti in legno d’ebano e fianchi misteriosi,
di betulla. il mio sesso sarà un frutto acerbo, forse avrà il sapore
aspro di una pesca e i semi, i temerari, avranno ali e polpa,
nel loro viaggio ancora mi porteranno altrove.

lascerò fuori gli inverni e mi coprirò della loro neve;
anche il mio grembo ferito avrà i suoi piccoli nidi,
oscuri e inattesi, nel tronco cavo di un olivo centenario.
un giorno quando sarò diventata albero smetterò
di essere carne e sangue, il mio nuovo vivere avrà
il sapore verde della linfa, la morbidezza antica
di un tronco di sequoia. e resisterà al fuoco dei giorni,
alla cenere degli anni, ai proiettili e ai colpi dei malanni.

come sorella forse avrò un’ amadriade, formiche e uccelli
per parenti e amici. e come madre, ancora, la foresta.
un giorno vi parlerò con parole nuove, con la saggezza
di chi sta fermo e non può più camminare, ma non ditelo
alla volpe, al picchio, allo scoiattolo o si spaventeranno,
nel mio tronco non faranno tane, non li potrò più accarezzare.

quel giorno non potrete più dire che sarò morta, dite piuttosto
che, come l’albero la foglia, avrò cambiato d’abito il mio colore.

****

Alcuni di questi inediti sono tratti dalla prossima pubblicazione Alambic (poesie 2010-2018) e sono stati composti oralmente con registrazione in luoghi di ritiro, in boschi e all’aperto. Poi successivamente trascritti in italiano e in inglese. Altri testi non sono ancora stati trascritti, altri ancora sono nati sul taccuino, alcuni sono stati pubblicati in siti e riviste internazionali.

 

***

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE

 

Nata a Roma nel 1976, dal 2007 vive in Val di Chiana dove conduce una vita ritirata tra la campagna umbra e le zone dei Chiari. Scrive poesie, racconti, aforismi, fiabe musicate. Ha pubblicato per la poesia: la raccolta di haiku con dipinti sumi-e di Santo Previtera Nei giardini di Suzhou (FusibiliaLibri, 2015), con illustrazioni personali Le regole del controdolore (Temperino Rosso, 2016), la raccolta di haiku bilingue Nanita uscita in allegato alla rivista statunitense Otata (Otata’s Bookshelf, 2017-2018), con fotografie di Annalisa Marino, Eva (Edizioni Nosm, 2018), l’autoantologia di eco-poesia Alambic (Progetto Cultura, in uscita), con Giorgio Bolla Corrispondenze da un mondo increato – epistolario poetico (La Vita Felice, 2018); per la letteratura d’infanzia le fiabe illustrate: Storia di Goccia, Nanuk e l’albero dei desideri.

Altre poesie, racconti, articoli e saggi sono pubblicati in riviste di settore e raccolte antologiche, tra cui si ricorda la collezione di Aforismi al femminile (Puntoacapo Editrice, 2017) e l’antologia poetica, declinata ancora al femminile, Il corpo, l’eros (Giuliano Ladolfi Editore, 2018). Suoi testi sono stati tradotti in inglese, spagnolo, cinese, giapponese e sono apparsi in blog, riviste e quotidiani internazionali.

 In Diwali – rivista contaminata cura le rubriche di saggistica InSistenze e recensioni InDicazioni. Ha ideato e cura da oltre dieci anni un’antologia tematica permanente on line di eco-poesia profonda. Scrive in altre riviste di letteratura e cultura e nel sito:
n a n i t a www.valentinameloni.com

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(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Valentina Meloni, dieci inediti