Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

“Zerbini verdi – vodorosli”, 2018

 

Testi tratti da Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, 1989 – traduzione di Gilberto Forti

Fotografie di G. Asmundo, Venezia, 2018

***

2
Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero. Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per altri, gli aromi natalizi degli aghi di pino e dei mandarini. Per me, sono le alghe marine sotto zero – un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che associa in sé il mondo vegetale quello acquatico (il russo ha una parola meravigliosa, vodorosli), un po’ per la vaga incongruenza e nascosto dramma subacqueo che questo nome comporta. Ognuno si riconosce in certi elementi; al tempo in cui aspiravo quell’odore sui gradini della Stazione i drammi nascosti e le le congruenze erano, decisamente, il mio forte. […]

3
Un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze – metano? carbone? zolfo? azoto? secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. È una questione di molecole, e la felicità, suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda.
Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole, con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di cui, da una parte all’altra, l’infinito ritagliava l’estremità. Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione, e lì il lampione distava solo venti metri. […]

6
Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio. Sui due lati, con l’acqua nera come pece fino al ginocchio, si levano gli enormi stipi intagliati di scuri palazzi ricolmi di tesori insondabili – oro, con ogni probabilità, a giudicare dal bagliore giallo, un tenue bagliore elettrico che trapelava di tanto in tanto da qualche fessura delle imposte. L’atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico, per essere precisi; ero entrato in quell’infinito che contemplavo dai gradini della Stazione, e ora avanzavo tra i corpi dei suoi abitanti, passavo davanti al capannello di ciclopi assopiti che ogni tanto, nell’acqua nera che li cingeva, alzavano e poi abbassavano una palpebra. […]

7.
Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì, e a dirtelo non sono tanto gli occhi, gli orecchi, il naso, il palato o il palmo della mano quanto i piedi, i quali assumono, stranamente, la funzione di un organo dei sensi. L’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità, specialmente di notte, quando la sua superficie somiglia a un selciato. Per quanto solido sia ciò che lo sostituisce sotto i tuoi piedi – il ponte di una nave –, sull’acqua stai un po’ più attento che a terra, tutte le tue facoltà sono chiamate a una maggiore vigilanza. Sull’acqua, per esempio, non ti lasci distrarre come per strada: le gambe ti tengono sotto costante controllo, te e le tue risorse, in costante equilibrio come se tu fossi una specie di bussola. Be’, forse questo intensificarsi delle tue risorse, sull’acqua, è davvero un’eco remota e tortuosa dei nostri cari, vecchi cordati. […]

 

“Omaggio al cap. 12 di Fondamenta degli Incurabili”, 2018

 

12
Comunque sia, non verrei mai qui d’estate, neanche sotto la minaccia di una pistola. Sopporto poco il caldo, e ancor meno le violente emissioni di idrocarburi e ascelle. E poi mi danno i nervi le mandrie in pantaloncini […]: per l’inferiorità della loro anatomia rispetto a quella delle colonne, delle lesene, delle statue; perché la loro mobilità e tutto ciò che essa esprime stride troppo con la stasi del marmo. Devo essere uno di quelli che preferiscono la scelta al flusso, e la pietra è sempre una scelta. In questa città un corpo umano, per quanto ben dotato, dovrebbe sempre, secondo me, essere mascherato dei vestiti, se non altro perché si muove. I vestiti sono forse la nostra unica approssimazione alla scelta del marmo.
[…]
È colpa – o merito – delle vedute e delle prospettive veneziane, perché in questa città un uomo conta più della sua silhouette che per i suoi connotati individuali, e una silhouette si può migliorare. E anche colpa – o merito – di tutto questo marmo, pezzi di marmo, intarsi, capitelli, cornicioni, rilievi, modanature, nicchie abitate disabitate, santi, non santi, vergini, angeli, cherubini, cariatidi, frontoni, balconi con i loro robusti polpacci al vento, e relative finestre, gotiche o moresche. Perché questa è la città dell’occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate. Il modo in cui le sfumature e i ritmi delle facciate e cercano di addolcire i colori e disegni sempre cangianti dell’acqua, basta questo perché tu corra ad agguantare una sciarpa fantasia, una cravatta insolita o che altro […]. E, in penultima analisi, l’occhio non sbaglia neanche tanto, se non altro perché lo scopo comune tutte le cose qui è sempre lo stesso: farsi vedere. E, in ultima analisi, questa città è un vero trionfo del cordato, perché quell’occhio, il nostro unico organo grezzo, quello più simile a un pesce, quello che nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. La sua gelatina esposta indugia con gioia atavica su tutte le meraviglie riflesse nell’acqua, palazzi, tacchi a spillo, gondole, eccetera, riconoscendo in sé – e in nessun altro – il grande strumento che le fatte affiorare alla superficie dell’esistenza.

13.
D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno consolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro. (La speranza, diceva Francesco Bacone, è una buona colazione, e una pessima cena). Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; delle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l’ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, quel profilo dei campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo. Per non parlare dei gabbiani dei colombi che ora accorrono per mettersi a fuoco, ora si dissolvono nell’aria. […]
Comunque, la gente ama il proprio melodramma più dell’architettura, e io non mi sento minacciato. È incredibile che la bellezza sia quotata meno della psicologia, ma fintanto che le cose stanno così riuscirò per mettermi questa città – ci riuscirò, in altre parole, sino alla fine dei miei giorni, e magari anche nell’altra vita.

 

Come porcellane, 2018

 

***
**
*

(Articolo a cura di G. Asmundo)

 

 

Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

Lucia Guidorizzi, due poesie inedite

 

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Angelika Kauffmann, Arianna a Nasso

PASIFAE

 “colei / che s’imbestiò ne le ‘mbestiate schegge.” Dante, Purgatorio. XXVI,87

 

 

Questo patto non è stato di sangue

Ma di luce

Il desiderio travalica

Ogni genealogia

Aprendomi a desideri

Di carne

Di animale

Mi sciolsi

In ardori divini

 

Eroici furono

I miei furori

Di regina e maga

Nel bianco amplesso taurino

 

Regalità non m’incatenò

Ad alcun ruolo

Non mi obbligò il peso

Della maestà

Non mi legò alcun

incantesimo

Fui solo corpo desiderante

Che voleva aprirsi

 

Dedalo costruì per me

L’amorosa macchina

Giacqui come concubina

Donna maga e dea imperdibile

 

L’Egeo in seguito divenne

Mare di sangue

Ma seppi solo adorare

Il bianco toro venuto

Dal mare

E quando partorii

La bellezza del mostro

Apparve evidente

Ai miei occhi

 

“Semibovemque virum, semivirumque bovem”(Ovidio, Ars Amandi)

 

Chi avrebbe voluto

Crescere un bambino

Con testa di toro

Lì dove tauromachia

È cerimonia dei padri?

 

Io al Toro

Diedi solo amore

E volli amore

Senza spargimenti di sangue

Colpa infamante cadde

Su me che avevo osato

Imbestiarmi con natura Divina

 

Non m’importa niente

Quello che hanno detto

Che dicono che diranno

Vero è quello che io provo

 

Non si tratta di alcun maleficio

Sono figlia del Sole e di Dea d’Acqua

Ho amato il bianco animale

Venuto dal Mare

Questo è tutto

 

***

 

ARIADNE SIGNORA DI LUCE

 

“Non ci si deve prima odiare, se ci si vuole amare?

Io sono il tuo Labirinto…”  F.Nietzsche da “Il lamento di Arianna”

 

Mi cullavo sull’altalena

In vista del mare

Mi cullavo e vedevo

Danzare le gru

 

Ero sorella del Mostro

La gente m’indicava con disagio

Figlia di un re e di un’adultera

Della maga crudele e selvaggia

Che si univa alle bestie

 

Della maga che per vendicarsi

Del suo sposo infedele

Tramutava il suo seme

In insetti e serpenti

Che laceravano il ventre

Alle sue amanti

 

Sull’altalena mi cullavo

Gioivo di me stessa

Come mia madre ero luce

Figlia della luce

Nella luce splendevo

 

Venne dal mare

Il giovane straniero

Bello come un dio

Mi donai a lui

Tradii il mio stesso sangue

 

Lui mi sorrise

Mi prese per mano

Carezzò i miei capelli

Nessuno mi aveva sorriso

Nessuno mi aveva mai

Preso per mano

Non avevo mai ricevuto

Carezze

Ero figlia di re

 

Gli donai un filo

E questo filo

Fu il nostro legame

Di sangue

 

Tradii e fui tradita perché credevo

Di non poter bastare a me stessa

 

Mentre dormivo

Teseo rapido spariva

All’orizzonte sulla nave veloce

Dalle vele luttuose

 

Al mio risveglio

Conobbi l’abbandono

Mai ci si deve

Consegnare a qualcun altro

Perché di se stessi

Si compie il tradimento

 

Mai per amore

Si deve morire

Si deve giungere ad uccidere

Perché il vento disperde

Ogni promessa possibile

 

Mentre stavo per stringermi

Un cappio intorno al collo

Decisa a penzolare da un albero

Come un tempo mi dondolavo

Tra i suoi rami

 

Venne il figlio della Folgorata

Dio oscuro di luce

Volle la mia luce

Perché brillassimo insieme

Bevendo vino che ristora

 

Giunse dunque l’amore

Quando smisi di attenderlo

Ritornai alla luce

In un attimo eterno

***

 

 

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Lucia Guidorizzi, fonte immagine:Bologna in Lettere – WordPress.com

 

LUCIA GUIDORIZZI è nata a Padova e vive a Venezia dove lavora come insegnante di scuola superiore.  Laureata in Lettere, conduce seminari di lettura e scrittura ed ha recensito numerose opere di poeti contemporanei.

Ha partecipato a varie edizioni del Festival Internazionale de “La Palabra en el Mundo e di Bologna in Lettere.

Ha pubblicato con Editoria Universitaria quattro libri di poesie: “Confini” (2005), “Scandalose entropie. Riflessioni poetiche sugli abusi prodotti dal divenire storico” (2006),“Ibrida Hybris”(2007), “Quadrilunio. Una tetralogia dell’Anima.” (2009) e con Supernova “Milagros”(2011), “Nel paese dei castelli di sabbia” (2013), “Controcanto” (2015), “Pietra Esile” (2017).

Alcune sue poesie sono inserite nelle antologie “Cuore di preda” Edizioni CFR 2012, “Il ricatto del pane”, Edizioni CFR 2013, “Sotto il cielo di Lampedusa” Rayuela 2014, “Fil Rouge” Edizioni CRF 2015.

E’ curatrice della rubrica LuciAllaluna online sulla letteratura ispanoamericana per il Progetto 7Lune.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Lucia Guidorizzi, due poesie inedite

Un’idea di colazione (forse: una storia breve)

John Singer Sargent, The olive grove c.1908
John Singer Sargent, The Olive Grove 1908 ca.

 

Ciò che non ho detto mi soffoca la bocca unta in briciole di latte, infanzia a radio bassa accesa di là – quando entravo mi strisciava lo sguardo con le piovre strette in gola: nessun cenno: senza fretta, poi voltata altrove assorta: non le vedevo gli occhi così potevo respirare di sollievo in quell’odore fatto odio di abitudine a indicarsi soli anche osservando gli ulivi seduti sovrappensiero davanti a mattini d’inverno – un prefisso di apolidi rancori;
pesante lui arrivava, già stanco: versava il tè e mangiava in piedi una fetta dorata, le briciole sbranavano i mattoni lei guardava il pavimento in battiti di stizza aggrottata nel palato, lui usciva senza un fiato battendo gli scarponi in troppo freddo – come lei guardava spiccio, non si voltava. “Sei così da un pezzo ancora non hai finito sbrigati che è tardi ma quanto ti ci vuole perdio si può sapere”; il latte restava lì, a raffreddare.

***

 

Il Posto è (anche) luogo d’esperimenti

per futuri costruibili percorsi:

è, qui, una storia breve,

un dettato di fantasia,

forse un incipit;

un impasto per un progetto a quattro mani,

possibilmente per poesie,

sicuramente con poesie.

 

Si inizia.

 

L’inizio è in prima persona.

Il seguito si vedrà.

 

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

 

Un’idea di colazione (forse: una storia breve)

Lost in: Eugenio Montale

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Ti libero la fronte dai ghiaccioli

Ti libero la fronte dai ghiaccioli
che raccogliesti traversando l’alte
nebulose; hai le penne lacerate
dai cicloni, ti desti a soprassalti.

Mezzodì: allunga nel riquadro il nespolo
l’ombra nera, s’ostina in cielo un sole
freddoloso; e l’altre ombre che scantonano
nel vicolo non sanno che sei qui.

Eugenio Montale

(Le occasioni, 1940)

 

I free your brow of the icicles

I free your brow of the icicles
that collected there as you crossed the lofty
nebulas; your feathers were reduced to tatters
by the cyclones, you rouse with a start.

Mid-day: unfurling in the frame is the medlar’s
dark shadow, lingering in the sky is a chilly
sun; and the other shadows that steal away
into the alley don’t know you are here.

Eugenio Montale

Translation ©Matilda Colarossi

 

 

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Matilda Colarossi

Matilda Colarossi è traduttrice e insegnante. Nata in Italia, cresciuta in Canada, adottata, da adulta, dalla città di Firenze, ama leggere, tradurre e insegnare. Ha pubblicato in inglese su: Asymptote (Lessons in slowness di Susanna Basso) Asymptote (Poachers di Alessandro Cinquegrani); su Lunch Ticket Org. (“The Last Cigarette” e “Six Minutes,” di Paolo Zardi); e su Poetry International Rotterdam (Poems di Roberto Amato). Prossime uscite: Sakura Review (No return di Erri De Luca); Ilanot Review (In conformance with glory di Demetrio Paolin). Da due anni traduce la letteratura taliana che più ama sul suo blog parallel texts: words reflected.

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Lost in: Eugenio Montale

Poesie al padre (4), Cattafi, Sinisgalli, Gatto

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Bartolo Cattafi, A mio padre

 

Moristi nel marzo ventidue

non ti conobbi nacqui

quattro mesi dopo

per te lontano inerte sconosciuto

la mia pietà s’inceppa

un amore astratto

mi mette in moto fredde fantasie

parto dalle zone scure della foto

occhi baffi capelli color seppia.

(In ‘’18 dediche’’, 1978)

 

***

 

Leonardo Sinisgalli, A mio padre

 

L’uomo rimasto solo

a tarda sera nella vigna

scuote le rape nella vasca,

sbuca dal viottolo con la paglia

macchiata di verderame.

 

L’uomo che porta così fresco

terriccio sulle scarpe, odore

di fresca sera nei vestiti

si ferma a una fonte, parla

con l’ortolano che sradica i finocchi.

 

E’ un uomo, un piccolo uomo

Ch’io guardo di lontano.

E’ un punto vivo all’orizzonte.

 

Forse la sua pupilla

si accende questa sera

accanto alla peschiera

dove si bagna la fronte.

(In ‘’Autobiografia,1922)

 

***

 

Alfonso Gatto, A mio padre

 

Se mi tornassi questa sera accanto

lungo la via dove scende l’ombra

azzurra già che sembra primavera,

per dirti quanto è buio il mondo e come

ai nostri sogni in libertà s’accenda

di speranze di poveri di cielo

io troverei un pianto da bambino

e gli occhi aperti di sorriso, neri

neri come le rondini del mare.

 

Mi basterebbe che tu fossi vivo,

un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.

Ora alla terra è un’ombra la memoria

della tua voce che diceva ai figli:

– Com’è bella la notte e com’è buona

ad amarci così con l’aria in piena

fin dentro al sonno – Tu vedevi il mondo

nel plenilunio sporgere a quel cielo,

gli uomini incamminati verso l’alba.

(In Isola, 1932)

5

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Immagine in alto: Esther Diana, Rondini di mare, 1999 (Web)

Immagine in basso: Eugène Delacroix, Il Mare dalle alture di Dieppe, 1852 (Web)

***

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Poesie al padre (4), Cattafi, Sinisgalli, Gatto

Padre, se anche tu non fossi il mio. Camillo Sbarbaro

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Padre, se anche tu non fossi il mio

padre, se anche fossi a me un estraneo

per te stesso egualmente t’amerei.

Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno

che la prima viola sull’opposto

muro scopristi dalla tua finestra

e ce ne desti la novella allegro.

E subito la scala tolta in spalla

di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.

Noi piccoli stavamo alla finestra.

 

E di quell’altra volta mi ricordo

che la sorella mia piccola ancora,

per la casa inseguivi minacciando

(la caparbia avea fatto non so che).

Ma raggiuntala che strillava forte

dalla paura ti mancava il cuore:

ché avevi visto te inseguir la tua

piccola figlia e, tutta spaventata

tu vacillante l’attiravi al petto,

e con carezze dentro le tue braccia

l’avviluppavi come per difenderla

da quel cattivo che era il tu di prima.

 

Padre, se anche tu non fossi il mio

Padre, se anche fossi a me un estraneo,

fra tutti quanti gli uomini già tanto

pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

 

Da Pianissimo, in Poeti italiani del Novecento, a cura di Pier Vincenzo Mengaldo, Mondadori 1981

***

 

Immagine: Bambini che giocano sulla spiaggia, Jozef Israels, http://www.wahooart.com

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Padre, se anche tu non fossi il mio. Camillo Sbarbaro

La stagione rilassata – Cinque Poete

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Georgia O’Keeffe, ”From the Lake”

 

Notturno invernale

 

 

Così lieve è il tuo passo, fanciullo,

che quasi non t’odo,

dietro me, sul sentiero.

E così pura è l’ora, così puro

il lume delle grandi stelle

nel cielo viola

che l’anima schiarisce

dentro la notte

come i tetri pini che albeggiano

nel biancore della neve.

Un alto sonno tiene la foresta

ed i monti

e tutta la terra.

Come una grazia cade

dal cielo il silenzio.

Ed io ti sento l’anima battere,

dietro il silenzio,

come un filo vivo di acque

dietro un velo di ghiaccio

e il cuore mi trema,

come trema il viandante

quando il vento gli porta

attraverso la notte

l’eco d’un altro passo

che segue il suo cammino.

Fanciullo, fanciullo,

sopra il mio cammino,

che va per una landa senza ombre,

sono i tuoi puri occhi

due miracolose corolle

sbocciate a lavarmi lo sguardo.

Fanciullo, noi siamo

in quest’ora divina

due rondini che s’incrociano

nell’infinito cielo,

prima di mettersi in rotta

per plaghe remote.

E domani saremo soli

col nostro cuore

verso il nostro destino.

Ma ancora, nel profondo, tremerà

il palpito lontano delle ali sorelle

e si convertirà

in nuova ansia di volo.

 

(Antonia Pozzi, in ”Poesia che mi guardi”)

 

*****

 

Svernare

 

 

Questa è la stagione rilassata, non c’è niente da fare.

Ho fatto girare lo smielatore della levatrice,

ho il mio miele,

sei vasetti,

sei occhi di gatto in cantina,

 

che svernano in un buio senza finestra

nel cuore della casa

accanto alla marmellata rancida dell’inquilino precedente

e alle bottiglie di vacui luccichii ——

il gin di Sir Tal-dei-Tali.

 

Questa è la stanza in cui non sono mai entrata.

Questa è la stanza in cui non ho mai potuto respirare.

Il nero vi è raggomitolato come un pipistrello,

nessuna luce

oltre alla pila

e al suo debole

 

giallo cinese su oggetti spaventosi ——

Nera imbecillità. Sfacelo.

Possessione.

Sono loro a possedermi.

Né crudeli né indifferenti,

 

solo ignoranti.

Questa è la stagione della resistenza per le api — le api

così lente che le riconosco a stento,

sfilano come soldati

fino alla lattina dello sciroppo,

risarcimento del miele che ho tolto loro.

Tirano avanti grazie a Tate e Lyle,

la neve raffinata.

Vivono di Tate e Lyle invece che di fiori.

Lo accettano. Arriva il freddo.

 

Ora si raccolgono in una palla,

nera

mente contro tutto quel bianco.

Il sorriso della neve è bianco.

Si allarga, corpo di porcellana Meissen lungo un miglio

 

nel quale, nelle giornate tiepide,

possono solamente portare i loro morti.

Le api sono tutte donne,

le vergini e la lunga signora regale.

Si sono sbarazzate degli uomini,

 

tangheri goffi e tozzi, nullità.

L’inverno è per le donne —–

la donna, che continua il suo lavoro a maglia

accanto alla culla di noce spagnolo,

il suo corpo un bulbo nel freddo e troppo istupidito per pensare.

 

Sopravviverà l’alveare, riusciranno i gladioli

a conservare in vita i loro fuochi

per entrare in un nuovo anno?

Che sapore avranno le rose di Natale?

Le api volano. Sentono il sapore della primavera.

 

(Sylvia Plath, ‘’Wintering’’, in ”Poesie”; trad. di Anna Ravano)

 

*****

 

 

Non resta più niente dell’estate verde

 

 

Non resta più niente dell’estate verde

sepolta nell’erba stordita e ferma.

Ci sono le mani a fare questo tempo

gli uccelli, il gonfio tuono all’orizzonte,

 

ci sono piedi selvatici a venirci incontro

come un’onda schiacciata, contusa

sulla nuca, umida, tonda. Non resta

più niente degli occhi tenuti stretti

 

le montagne aspre, involate

nell’aria debole dietro al fiume e sopra

ogni altra cosa. Se potessi svegliare i merli,

allontanare dal fuso orario l’orgoglio,

 

girare la testa verso levante, conoscere

l’ardore del volo in assenza di saggezza,

raccoglierei i capelli in una treccia infinita

comincerei a cadere a balzi, di sera in sera,

 

per svanire in pace, nuda, distratta.

 

(Rita Pacilio, Da ‘Prima di andare’, La Vita Felice 2016)

 

*****

 

 

ininverno

 

 

#7

Sugli aghi accucciati

l’aria ferma

a succhiare in silenzio

i passi:  si appressa la neve.

Un soffio, a premere,

aria

sulle fronde, sulla fronte,

di nuovo.

 

 

#8

Sugli aghi affacciati

sui colatoi di luce

sui tetti tremuli

la goccia

albina

d’algida eccitazione

curva le letargie apparenti

senza compassi umani.

La neve orecchia un fiato soffocato

_ ciano ascolto raccolto

in forma di cristallo

 

(Patrizia Sardisco, da ‘Senza compassi umani’, silloge inedita)

 

*****

 

L’assunto indimostrabile del respiro

 

 

In una qualsiasi ora tracciata

da inossidate voglie,

sul volger mite della sera la tenda

stringe assalti ai

tubuli di polvere rappresi

tra le ombre; una poltrona

allungata su intenerite ninne-nanne

estirpate alla memoria: voci

sommerse in scricchiolii

di tramonto: immaginazioni di manifattura

incerta. Un privilegio poter

osservare, sul pizzicato urgente

che scandisce dondolii,

la fermezza cinetica del pomeriggio

che s’appella

all’assunto indimostrabile

del respiro, la rada cucitura

del porto e delle vele

che d’un tratto più scura

s’ingobba

sulla mano lenta che

i vetri accosta e il lume

varia: senza indugi.

 

(Alba Gnazi; poesia pubblicata nel settimo e-book  de ‘’I Quaderni di Erato’’)

 

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Georgia O’Keeffe, ”Starlight Night”

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

La stagione rilassata – Cinque Poete

Pantomime terrestri (”ogni vita è solo se stessa”)

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Edvard Munch, L’isola

 

PANTOMIMA TERRESTRE

…auprès de margelles dont on a soustrait

les puits.

RENÈ CHAR

 

Ma senti – dice – che meraviglia quel cip sulle piante

di ramo in ramo come se il poker continuasse all’aperto:

dimmi se non è stupenda la vita.

 

Chiaro che cerca di prendermi per il mio verso.

Vorrei rispondergli con un’inezia della mente

un’altra delle mie tra le tante

(gente screziata di luna, per porticati

e uno attorno tra loro, dall’uno all’altro:

assaggiate questa fresca delizia).

 

Certo, – rispondo invece – è stupenda. Vuoi testimoni?

Prove per assurdo? Controprove?

Eccoti di giorno in giorno la mia acredine

la mia insofferenza di gente in gente

(ma queste brezze tra le secche e le rapide

tra i diluvi e le requie dell’essere questi balsami …).

 

Pare bastargli: ma dunque (benedicente, bonario)

ma allora, coraggio!

Per giravolte di scale

va su col suo coraggio.

Parli – gli grido dietro –

come un credente di non importa che fede.

E lui per rami di scale, mezza faccia già disfatta

mezza in ombra, canzonandomi con parole d’autore: ¿le gusta

este jardin que es suyo? Evite…

dal basso gli completo la frase: que sus hijos lo destruyan

rifacendogli il verso.

 

Ma se è già guasto, con queste stesse mani:

e tu chi sei tu così avanti sulla scala del giudizio

e del valore, dillo ai tuoi discepoli e seguaci

ai tuoi consoci, vengano a questi bicchieri

di delizia a questi apparati di fresco

ma in comunione ma tutti ma in una volta sola.

 

È rimasta una chiazza una pozza di luce

non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno

un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:

sanno di un bagliore che verrà

con dentro, a catena, tutti i colori della vita

– e sarà insostenibile.

 

Sembra allora di capirlo a che si ostinano

dove puntano che cosa vogliono o non vogliono

che cosa negano che scappatoie infilano

i motori nella giostra serale

con quelli che fingono a ogni giro di andare via per sempre

con quelli che fingono a ogni giro di arrivare

dentro un paese nuovo per cominciare ex novo

– e i primi lampi

lo scroscio sulle foglie

                                                         l’insensatezza estiva.

 

VITTORIO SERENI, da GLI STRUMENTI UMANI,  in POESIE E PROSE, Mondadori 2014 (rist.)

 

 

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Edvard Munch, Uomo e Donna

 

 

IL PRIMO GENNAIO

 

So che si può vivere

non esistendo,

emersi da una quinta, da un fondale,

da un fuori che non c’è se mai nessuno

l’ha veduto.

So che si può esistere

non vivendo,

con radici strappate da ogni vento

se anche non muove foglia e non un soffio increspa

l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.

So che non c’è magia

di filtro o d’infusione

che possano spiegare come di te s’azzuffino

dita e capelli, come il tuo riso esploda

nel suo ringraziamento

al minuscolo dio a cui ti affidi,

d’ora in ora diverso, e ne diffidi.

So che mai ti sei posta

il come -il dove- il perché,

pigramente indisposta

al disponibile,

distratta rassegnata al non importa,

al non so quando o quanto, assorta in un oscuro

germinale di larve e arborescenze.

So che quello che afferri,

oggetto o mano, penna o portacenere,

brucia e non se n’accorge,

né te n’avvedi tu animale innocente

inconsapevole

di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra

e una sostanza, un raggio che si oscura.

So che si può vivere

nel fuochetto di paglia dell’emulazione

senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato

da Chi volle che tu fossi … e se ne pentì.

Ora

uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti

lo scheletro dell’albero di Natale,

ti accompagna in sordina il mangianastri,

torni dentro, allo specchio ti dispiaci,

ti getti a terra, con lo straccio scrosti

dal pavimento le orme degl’intrusi.

Erano tanti e il più impresentabile

di tutti perché gli altri almeno parlano,

io, a bocca chiusa.

 

EUGENIO MONTALE, da SATURA II, in TUTTE LE POESIE, Mondadori 2005 (rist.)

 

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Edvard Munch, Separazione

 

 

UNA SERA COME TANTE

 

Una sera come tante, e nuovamente

noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro

settimo piano, dopo i soliti urli

i bambini si sono addormentati,

e dorme anche il cucciolo i cui escrementi

un’altra volta nello studio abbiamo trovati.

Lo batti col giornale, i suoi guaìti commenti.

 

Una sera come tante, e i miei proponimenti

intatti, in apparenza, come anni

or sono, anzi più chiari, più concreti:

scrivere versi cristiani in cui si mostri

che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;

duo ore almeno ogni giorno per me;

basta con la bontà, qualche volta mentire.

 

Una sera come tante (quante ne resta a morire

di sere come questa?) e non tentato da nulla,

dico dal sonno, dalla voglia di bere,

o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,

né dalle mie impiegatizie frustrazioni:

mi ridomando, vorrei sapere,

se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

 

siano le antiche speranze della salvezza;

o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente

la sorte di ogni altro, non volgare

letteratura ma vita che si piega al suo vertice,

senza più né virtù né giovinezza.

Potremo avere domani una vita più semplice?

Ha un fine il nostro subire il presente?

 

Ma che si viva o si muoia è indifferente,

se private persone senza storia

siamo, lettori di giornali, spettatori

televisivi, utenti di servizi:

dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,

in compagnia di molti sommare i nostri vizi,

non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

 

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.

È nostalgia di futuro che mi estenua,

ma poi d’un sorriso si appaga o di un come – se – fosse!

Da quanti anni non vedo un fiume in piena?

Da quanto in questa viltà ci assicura

La nostra disciplina senza percosse?

Da quanto ha nome bontà la paura?

 

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura

che dice: domani, domani … pur sapendo

che il nostro domani era già ieri da sempre.

La verità chiedeva assai più semplici tempre.

Ride il tranquillo despota che lo sa:

mi numera fra i suoi luoghi lungo la strada che scendo.

C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà.

 

GIOVANNI GIUDICI, da LA VITA IN VERSI, in TUTTE LE POESIE, Mondadori 2014

 

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Edvard Munch, Sera lungo il viale Karl Johan

 

 

PURE MORNING

 

 

L’urto delle gocce sulle foglie,

la condensa, la luce che rischiara

i gerani strappati e ancora vivi nel vapore

del ghiaccio che si scioglie,

la terra sparsa sul balcone dai vasi – vedevamo

una periferia enorme oltre le grate

del terrazzo e nelle luci

di case le persone vivere,

mettere nel buio le stanze illuminate; e poi più in là

tra gli spazi vuoti, i fili e il muro

della circonvallazione, cominciava

la rete dei viali e la metropoli

immensa si mostrava. Dopo, se il cielo

diventava chiaro e le colonne

dei fari segnavano le strade, il rombo

fuori dai vetri era pieno

delle vite che vedevo

rapprendersi in quegli attimi, quando la fila

delle auto si ferma e ci guardiamo

esistere dai finestrini, tra i fanali,

il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli

che ora mi vengono incontro

dai campi coltivati, dai caselli

di Milano se la nebbia si dischiude. Ogni vita

è solo se stessa : questa luce

bassa sulle case, i primi treni

che aprono il vento e ci sorprendono

in una specie di torpore,

la pastiglia nel bicchiere, gli adolescenti,

nel video, che cantano il dolore;

quando sembra che la mente nasconda

a se stessa il gusto di fuggire

la mattinata pura, i fatti nudi,

nel rumore di tutti il tempo che si perde

per essere solo ciò che siamo adesso,

per diventare solo solitudine.

 

 

GUIDO MAZZONI,  da I MONDI, Donzelli 2010

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Pantomime terrestri (”ogni vita è solo se stessa”)