Appello per la libreria “L’Orto dei Libri” a Roma e per una battaglia culturale nonviolenta

Orto dei libri librerie migliori di Roma

 

via 198 // Appello per la libreria “L’Orto dei Libri” a Roma e per una battaglia culturale nonviolenta

 

Care amiche e amici di Roma e di tutta Italia,
vi rivolgo un sentito appello in sostegno della libreria L’Orto dei Libri, una meravigliosa perla rara curata da Giorgio Galli, libraio e scrittore.

In questi giorni in cui accade che i libri possano essere considerati spazzatura su manifesti apposti in pubblica via. In cui le aggressioni alla cultura sono ormai quotidiane e, quel che è più grave, legittimate dall’alto, dalle stesse voci che costruiscono insicurezza a tavolino. In cui alla conoscenza e al dialogo si stanno in larga parte sostituendo ignoranza indotta e sentimenti di odio. In cui assistiamo al logoramento della scuola così come dell’educazione al libero pensiero.

In questo clima che si annerisce sempre di più, in cui il populismo getta le basi per un “regime di fatalismo” e di credenza, offrendo a bella posta panem et circenses in cambio di tornaconto, clic sui social e, soprattutto, deleghe incondizionate, sul filo delle quali si gioca la partita capillare del potere effettivo.

Ebbene, da anni non si rendeva così necessario ribadire con estrema chiarezza il ruolo della cultura nella nostra società. E i libri ne restano un respiro imprescindibile.

Le parole di carta, in un’epoca che vede anche processi di svalutazione della parola e della scrittura, di decostruzione del linguaggio, di censure indirette, restano uno degli elementi più fragili e potenti da salvaguardare attivamente, riversare, trasmettere.

I libri mi sembra restino una delle basi migliori su cui appoggiare un presente lesionato e ricominciare a edificare il progresso. A partire dai fondamenti culturali della nostra società aperta.

La “battaglia” nonviolenta per la nostra cultura va combattuta con coraggio e determinazione. Opponendo all’assolutismo il dialogo. Ma senza compromessi su ciò che è giusto e sbagliato, in direzione ostinata e contraria rispetto a chi fomenti un clima di relativismo fatalista.

E se da qualche parte bisogna iniziare, se da qualche parte questa “battaglia” sul presente e il futuro va combattuta, allora è a fianco di chi resiste attivamente e strenuamente, a dispetto di ogni difficoltà, giorno dopo giorno, in un Paese in cui il valore dei libri e della conoscenza viene svalutato programmaticamente, come ad esempio insegnanti, librai, operatori culturali.

Per chi supera a fatica ogni ostacolo nel mantenere vivo un giardino per la cultura, come una libreria, concepito e soprattutto agito come uno spazio di apertura, come un luogo. Che direi preziosissimo, quanto mai necessario.

Per chi sorride tutti i giorni, adoperandosi con il sudore della fronte per il proprio progetto culturale attivo, vero, concreto, come una piccolissima ma meravigliosa libreria, una delle più belle e appassionate librerie che, personalmente, conosca.

Per questo rinnovo tutto il mio appoggio e L’Orto dei Libri, che vi invito a visitare e sostenere, a Roma, in quanto perla rara.

La selezione è curata con rara amorevolezza e pertinenza. Lo scaffale di poesia, tra gli altri, indimenticabile.

E se non siete a Roma neanche di passaggio, spero possiate seguirla sul web, condividerne il progetto, diffonderne il messaggio.

Per resistere a fianco di chi crede in un sogno culturale nonostante tutto. Per coltivare un angolo, comune, del giardino.

G. Asmundo

 

***

 

Dal sito della libreria:

«L’Orto dei Libri è una piccola libreria ma è anche un luogo di incontro e uno spazio eventi. Uno spazio piccolo, adatto all’intimità, alla calma, all’ascolto. È un posto dove non si deve avere fretta. Potete assistere a serate musicali e presentazioni di libri, prendere parte a incontri su argomenti di vostro interesse, seguire laboratori per voi, per i vostri piccoli e perfino sui vostri animali! A proposito di questi ultimi, il Miao&Bau Bar all’esterno è pensato apposta per far bere i vostri amici, quindi… servitevene e lasciate che loro si servano!

È, soprattutto, un posto in cui potete divertirvi e stare bene. Entrate e sentite profumi di carta, legno, incenso e giardino. Girate fra gli scaffali e fate un giro ideale del mondo in 19 metri quadri grazie a una scelta di libri internazionale. È un negozio di quartiere caldo e accogliente, una libreria con lo spirito delle drogherie di una volta. Potete vivere qualche minuto in un interno che sembra un esterno e che ricorda il concetto antico di Hortus come luogo di ricreazione del corpo e dello spirito».

L’Orto dei Libri

Via Diego Simonetti 70, Roma

+39 347 006 0096

email: ortolibri@gmail.com

Facebook: https://www.facebook.com/lortodeilibri

Instagram: https://www.instagram.com/ortolibri/

Sito web: https://www.lortodeilibri.it

 

Citazione

Riccardo Mazzamuto, Tre poesie da ”Diligenza del non padre di famiglia” con una nota di lettura di Alba Gnazi

diligenza
Copertina anteriore del libro; fonte immagine: http://www.lafeltrinelli.it

COLLOQUIO DI LAVORO
Si sondano tragitti
per trovare lavoro
quotidiani continui
annunci economici…
realizzabili senza
precisi propositi
di qualità… importante
percepire stipendio.
Esigenza vitale
poiché hai l’auto
a rate, bicicletta
e scooter smartfone
vacanze abbigliamento.
Cominci a studiare…
Arriva il primo a cento
km dal domicilio
in ordine alle date
dei concorsi o test
orale se ammesso.
Sul posto duemila
puzzolenti umani
di sudore da viaggio

da batteri da germi
attendono l’entrata.
Dei compagni di branco
banco né un conoscente
né sguardo o graffio
né sorriso, o aiuti…
Centoventiminuti
come tempo massimo
per essere archivista.
Assolti dai nostri
incerti culturali…
Domande di cultura
(Coltura) generale.
Domanda numero uno:
”Sei maschio o femmina”
Domanda numero due:
“Presidente di Stato
duemiladieci”
Domanda numero tre:
“Sei di destra o sinistra”
e così via… eccetera…
Domande di cultura
(Coltura) esplorativa.

Domanda numero uno:
“Dimmi della famiglia”
Domanda numero due:
“Perché questa carriera”
Domanda numero tre:
“Come è fatto un libro”
e così via eccetera…
Anche io finito il tempo
a casa tutti a casa
consegno il test scritto…
Ai concorsi… passati
non ho più pensato…
per tempo mi invita
una raccomandata
ad un colloquio
di lavoro in città.
Da segretaria in sede
alla data puntuale
vengo accolto
ad aspettare il Dottore…
Dopo poco distinto
con fascicolo e sguardo
arriva il Dottore
diritto negli occhi.

“Lei ha svolto il concorso
in modo perfetto,
è degno del lavoro
neanche un errore,
però un particolare
al concorso Lei scrive
«Celibe»;
anche adesso
o coniugato e figli?”
“ Dottore identica
situazione, convivo
con la madre… Dottore,
né separazioni…
convivenze né figli
matrimoni alle spalle”.
Poi disse: “Mi dispiace
diventa un problema
l’azienda chiede
la diligenza del buon
padre di famiglia.
Non ha affidabilità
per questo lavoro,
arrivederci… avrebbe
messo su famiglia…
Poi replica: “Sappia
ha un anno di tempo
primo da graduatoria
con quel requisito
il posto spetta a Lei… ”

“ Buonasera Dottore”.
“ Buonasera… Sera”.
Quel posto suscitava
interesse, azienda
guadagno e carriera
solida unica in zona…
Sconforto economico…
preso afflitto distrutto
apro il telefono
chiamo dal passato
quelle ragazze amate
con fede praticate.

«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Convivo… mi dispiace
abito fuori città»…
«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao mi sono sposata
aspetto un figlio »…

«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao lavoro fuori
mi trovo benissimo
giro… giro… che sballo»…
«Ciao sono Pier Vittorio
come stai? tutto bene?
ti va caffè e cinema
una di queste sere?»…
«Ciao… quale onore…
tesoro mio stupendo
uomo maschio mio…
Quante volte ti avrei
voluto chiamare… ok…
Vediamoci stasera…
che gioia ok bacio»…
Veronica ragazza
scorta tappa serate
del mercoledì o sere
andate a buca da “Miss”…
o per sesso anale.
Usciti insieme… dopo
un attimo, finiamo
per realizzare amore
sesso non protetto
con emissione di sperma.
Una… due… tre… quattro…
cinque… sei… sette… otto…
volte… e nove volte…
Dai ritardi muliebri
Veronica mi avvisa
in pizzeria che sarei
diventato o forse
padre o forse babbo…
Ho un’abitazione,
due camere da letto
arredata, aggiornata
con mobili ikea.
Regolata l‘unione
quella diventerà
il nido di comodo.
Veronica è pronta
al parto, parto parto
accelerando l’auto…
Spinge lei… spinge lui…
il bambino guarda
la luce… spinge spinge…
Torniamo a casa in tre
spinge familiare
la vita… familiare

Conquisto il lavoro
promesso, assunto
con l’accordo ferreo
di diligenza del buon
padre di famiglia…
Posso stima gioire
fiducia dei superiori
collettività tutta.
Passano mesi anni
anni mesi anni mesi…
Il bambino prospera
il rapporto tra me
e Veronica cambia…
cresciuti e cambiati
senza discussione
né litigi né sesso
soluzione unica
la separazione…
“Buongiorno Pier Vittorio
benvenuto inferno
di separati matti”…
Nonostante fosse mia
l’abitazione sono
costretto ad andare
torno da mia madre,
fortuna, godo almeno
di spazio… fortuna.

Il legale conclude
somministrazione
pratiche di divorzio
alimenti per due…
Veronica non perde
tempo, conquistata
da nuovo compagno
separato con figli
rimane incinta…
Due più uno più uno…
famiglia allargata…
Tornarono insieme…
per legge e diritto
contro lo sdegno mio.
Non riesco ad accettarmi…
perdo tranquillità
ironia e speranza
e sogni… mi trasformo
cavia dei petrolieri…
della Chiesa, produco
ricchezza istigato
da progetti sociali
folli e folli folli…
alla mia distruzione
si contrappone gioia
di “Santi Padri Capi”

Per controllo società,
i loro figli, loro
ricchezza e potere
generazionale.
Loro… loro e loro
esistenza divina.

*

TERRA MIA
Italia Toscana
e Occidente sono
venuto per miseria.
Soldi lavoro soldi
in terra mia nativa
là… ho moglie figli…
Di questo paese suolo
non m’importa niente.
Anzi appena ho i soldi
necessari ammucchiati
andrò via… via con gioia,
grande… alla faccia
di questo popolo…
e del vostro Stato.
Il castigo maggiore
io padre di famiglia
è essere allontanato
da affetti amori.
Da sapori odori
terra… mia terra mia…

Ho abitudini… gusti
religione pensieri
tinta… pelle diversa
e privo di libertà…
quindi schiavizzato.
Orrore d’Occidente…
Famiglia allo sfascio
diritti errati, schifo
politico mafioso…
È il perbenismo vostro
business di comodo
trafficanti d’umani.
Penso al mio paese,
ogni volta rimpiango
la mia gente misero
forse ergastolano…
L’orizzonte consola
solitudine oltre
oltre speranza oltre là…
un giorno quel mare
buio lo attraverserò…
Se costretto all’inferno…
questo, non cambierò
le mie usanze origini
abitudini e tutte…
In culo integrazione.

Passo la notte quando
ad occhi chiusi ascolto
il silenzio sogno…
Mare costa… una nave
aspetta il mio destino
di uomo, di religione,
di Dio e mia famiglia…
Occidente Occidente
se vuoi veramente
di giusto qualcosa
per me, lasciami andare.
Libera le mie terre
affinché possa in vita
vivere là… terra mia
con il mio sole mare
cielo luna terra mia…

*

FANTASMI
Le finestre mostrano
di solito in città
altre finestre dove
puoi percepire
il residente accanto
vicino e di fronte
se sei fortunato…
Invece abitando
a terreno puoi
imbatterti in nauseanti
odoracci di piedi
per presenza di area
adibita a Moschea
con Pellegrini scalzi
preganti dopo una
giornata di lavoro.
Dei palazzi pareti
serrano ogni altra
veduta probabile
forse magari dietro
c’era un parco con verde
una bella fontana
o appena un albero
o appena un cielo…

Tu noi sei siamo
obbligato obbligati
a vedere solo in
una – quel ritaglio
perché qualche
demente comunale
deciderà in Regione
anche per te noi voi…
Questo se abiti in città…
fuori, o campagna
o periferia mono–
bi – familiari ammesso
che non si intrometta
qualche fantomatico
testa sapientone
a depredare vista
e panoramica, le
finestre diventano
soltanto elemento
essenziale per area
e luce alla stanza.
Non permette il contesto
d’immaginare, sia pur
attraente è statico…
un albero collina
uno spazio di verde,
non ci fai più caso
ti abitui per sognare
devi prendere l’auto

e andare in giro
o alla tv o al computer.
In città le finestre
oltre al rapporto aero
illuminante danno
altro significato:
ad immaginare occhi
che guardano fiumi
auto dalle strade vie…
volo di tetti uccelli
in cerca di niente
frastuoni mutano
come persone e anni
o televisione alta
del vicino o più d’ogni
realtà occasione
d’immaginare eventi
che forse accadranno.
Mattine con vedute
diverse pomeriggio
e sera dalla notte.
Le finestre in città
dal 3° piano servono
anche al suicidio,
semmai ci fosse questa
estrema esigenza…
Quante finestre ad «ora»
case squillo spiate
hanno esistenza in città
tutti in comproprietà
sanno tutto di tutti,
pareri abiti nomi
politici e sessuali
truffe sentimentali…
ma, quando all’interno
qualcosa di fatale
accade non riesce
nessuno a dar dettagli
precisi all’evento…
Eletti psicologi
sociologi, sembrano
loro in confusione
mentale, e malati…
i soggetti in cura
continuano a colpire…

Germogliano amori
avventure amicizie
maschio e maschio
femmina e femmina
maschio e femmina
Tutte brave persone,
l’epilogo tragico
avveniva e sempre
tra maschio femmina
con morte della stessa.

Forse vedono solo
oltre quella finestra…
solo ciò che accade
ad altri tirare fuori
comodità per Chiesa
ma dentro la stanza o
le stanze all’interno
delle finestre c’era
vuoto perbenismo
criminal familiare.

Testi tratti da Diligenza del non padre di famiglia (art. 1176 c.c.), prefazione di Angelo Maugeri; Italic 2018

*

NOTA DI LETTURA DI ALBA GNAZI

*Pàdre: dal lat. (e umbr.) Pàter [acc. PATREM] – gr. Patèr [got. Fadar; a.a.ted. Fatar. mod. Vater; ingl. Father; lit. e slav. Bati; celt. Athair per Pathair]; sscr. Pitâ (acc. Pitaram), dalla rad. sscr. , che tiene il concetto di proteggere (sscr. pâti) ed anche quello di nutrire, ond’anche il sscr. gô-pas pastore di vacche (ted. Kuk vacca), il gr. Patèomai mi nutro, à-pastos digiuno (a- privativo), la quale radice sembra identica almeno affine a quella del sscr. Patis signore, pâ-yú custode: dunque a lettera quei che protegge, ovvero che nutre, che mantiene, che sostiene la famiglia (cfr. Potere, Valere, nonché Foraggio, Paglia (?), Pascere).
Il Genitore, il Capo della famiglia.
Presso i Latini fu anche titolo dei vecchi e dei Senatori, degli eroi e tra gli dei particolarmente di Giove, che perciò si disse Jup–piterumbr. Iu-pater che sta per Iovis-pater; e anche oggi si dà per rispetto ai sacerdoti e ai monaci.

*Fonte: https://www.etimo.it/?term=padre

*

La raccolta di Riccardo Mazzamuto prende l’abbrivio dall’istituto della paternità, nome che origina (vedi sopra) da un atavico senso di protezione e conservazione della specie la cui essenza ed etimologia deriviamo da antichi popoli eurasiatici attraverso millenni di vita nomade e stanziale.

La paternità viene qui analizzata partendo dal supposto giuridico che affida al padre una gestione ‘’diligente’’ dell’istituto famigliare, quindi estesa ed esposta a più vaste interpretazioni che si innestano nella società e nell’antropologia dei tempi odierni il cui percorso, direi quasi inevitabilmente, conduce il poeta a considerazioni e movimenti che ne svelano i caratteri più occulti e intimi, più scomodi e imbarazzanti; a capovolgerne, destrutturandola, l’accezione semantica consueta.

Dà l’avvio alle composizioni la situazione in cui il protagonista Pier Vittorio, soggetto e oggetto dell’intera raccolta, è chiamato ad affrontare il primo dei conflitti – ma anche: il primo limite, la prima conditio sine qua non – che alimentano il vivere della società (e non dell’individuo: vedremo meglio perché): per ottenere il lavoro di archivista – l’ambivalenza e l’ironia di questa scelta, qui come altrove, viene messa in luce dai soliloqui e dalle riflessioni che continuamente P.V. rilascia, volte al mantenimento della propria libertà di spirito, di scelta e di azione, che contrasta recisamente con gli esiti del suo percorso – deve essere sposato e avere figli.

Il contraddittorio nasce già dal titolo della raccolta: la diligenza del non padre di famiglia: questa negazione in termini e intenzioni, dichiarata presa di posizione e sfida alle convenzioni e alle norme universalmente accettate, caratterizza l’intero corpus delle poesie; viene reiterata e incisa anche quando, obtorto collo, il soggetto è appunto chiamato a scelte radicali che cambieranno la sua vita: ‘’Conquisto il lavoro/promesso, assunto/con l’accordo ferreo/di diligenza del buon/padre di famiglia…/Posso stima gioire/fiducia dei superiori/collettività tutta.’’ Da Colloquio di lavoro.

Ecco quindi che viene coinvolta, in questo tracciato esperienziale ed esistenziale, una counterpart al nostro protagonista, Veronica; moglie e non compagna, in passato già ragazza per il divertimento e non amica, quindi madre dei figli: mai complice (‘’Dai ritardi muliebri/Veronica mi avvisa/in pizzeria che sarei/diventato o forse/padre o forse babbo…//Ho un’abitazione,/due camere da letto/arredata, aggiornata/con mobili ikea./Regolata l‘unione/quella diventerà/il nido di comodo’’, ibid.), mai confidente, a sua volta ostaggio di preimposti ruoli.

Un vissuto coniugale, questo tratteggiato dal Mazzamuto, denso di squallore e solitudine nell’esercizio sterile di un rapporto che potremmo definire di comodo, instaurato per raggiungere scopi non confessabili all’altro (avvincente e colma di ironia la descrizione della ricerca, susseguente al colloquio di lavoro, di una possibile compagna, effettuata contattando telefonicamente amiche e fidanzate i cui numeri erano ancora su una vecchia agenda – a mo’ di call center), che in qualche modo condensa il costante svilimento degli impulsi più sani e vitali di una normale relazione di coppia.

Nella riflessione del Mazzamuto la paternità, deprivata del suo più gioioso e naturale stato, viene declinata e corretta secondo i doveri imposti da una serie di norme civili, storiche, religiose e sociali in cui l’individuo non ha né scelta né ragione in quanto tale, ma solo in quanto parte di un ingranaggio e cartina di tornasole di una società inumana, arida e distopica.

La distorsione del valore della paternità rispecchia le molteplici dinamiche di aberrazione del tessuto civile e morale dei nostri tempi, delle province e delle metropoli, nell’intimo delle abitazioni fin nelle piazze e nelle chiese. Lo sguardo impietoso del nostro poeta si sofferma su questa grave latenza del senso paterno (inteso nell’accezione di figura che protegge e custodisce posta in incipit) in più contesti e dimensioni: ad esempio, là dove indica l’ipocrisia e il mercimonio che abitano i luoghi di culto -questi a sfavore di un più auspicabile, benché dal poeta non inteso scontato, interesse per il prossimo e per le sue vicende proprio da parte dei precettori della fede – oltre, beninteso, a una crisi senza uscita della religiosità, dell’assenza dell’adesione e della ricerca di un ente superiore salvifico e – lui sì – protettivo, scevro delle debolezze e dell’inconsistenza umane (‘’Io avevo altri ideali/Dio ha altri ideali.’’, da Dio Vostro): ma senza speranza di rinvenirne alcuno, se non in un minuscolo barlume entro di sé. E ancora sonda, quindi spalanca le imposte per guardare dentro alle case, a scoprirne – dietro alla munificenza e all’abbaglio dell’aspetto – miserie e abissi; efficace, a tal proposito, la sezione in cui affronta la trasformazione di abitazioni fatiscenti, nido di umanità torbide e violente, in moderni palazzi di vetro aventi il fine di ‘’Consegna[re] le case alla vista di chiunque. Maggiore controllo familiare… in forma di e\o grande fratello’’ – da Le pezze infangate si smacchiano in famiglia.

Con uno stile spezzato reso narrativamente in prima persona, costituito da frequenti enjambement, versificazione breve, interruzioni sintattiche, cambi di ritmo, aggettivazione ridotta, a rendere il dettato incalzante, aperto a più interpretazioni e agganci a un ampio ventaglio di sottintesi, Mazzamuto incanala in una visione a tratti ironica e spietata, a tratti mesta e pensosa, gli egoismi e le smanie di una società (in)umana immessa in una natura antropizzata e grigia, dietro, dentro e attorno a costellazioni familiari e rapporti sociali ridotti ai minimi termini.

Ne deriva una sorta di spaesamento, di non identificazione, di inappartenenza al tessuto sociale, ai legami interpersonali che ne costituiscono la trama, tanto quanto al senso del divino, al cui posto prevalgono indifferenza, latitanza di misericordia e solidarietà, manifestazioni esteriori esasperate e contenuti nulli; come azzerata è la percezione dell’altro e di sé nella rispettiva interezza: si tratta, infine, dello straniamento rivelatorio e vieppiù sempre più consapevole di un uomo che guarda la sua e altrui esistenza popolate da sogni irrealizzabili, pantomime e fantasmi; impotente, sterile e straordinariamente solo.

*

NOTIZIE BIOBIBLIOGRAFICHE

mazzamuto

Riccardo Mazzamuto è nato a Livorno nel 1966;  ha pubblicato “Abitudini d’animo” (Editrice Nuova Fortezza1988) prefazione di Laura Bandini  raccolta in versi;”La Sorte dell’ingranaggio” (Campanotto Editore Udine 1993) raccolta in versi prefazione di Carlo Marcello Conti; “ De profundis” (Gazebo Firenze1997 l’area di Broca) racconto in prosa prefazione di Mariella Bettarini. La Volpe e il Gatto (Lietocolle Editore Faloppio 2016) Segnalato Premio Camaiore 2017 e finalista Premio “Amaro Silano” 2018 (Cosenza).

E’ presente in due Antologie  in versi, edizioni ’88 e ’89 “La Torre di Calafuria” (Edizioni Il Gabbiano Livorno) prefazione di Riccardo Marchi e Antologia Premio Capannori 2017 (Marco Del Bucchia Editore).  Della sua Poesia si sono occupati anche Raffaello Bertoli Giampiero Neri Davide Rondoni Giuliano Ladolfi Valerio Nardoni Dante Maffia Renata Giambene Mariella Bettarini e Dario Bellezza, suoi testi sono stati pubblicati sia su riviste cartacee che online.

 

Su Un Posto di vacanza è stata tempo fa proposta una selezione poetica di Riccardo Mazzamuto leggibile a questo link.

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

Riccardo Mazzamuto, Tre poesie da ”Diligenza del non padre di famiglia” con una nota di lettura di Alba Gnazi

Patrizia Sardisco legge Elogi, di Franca Alaimo

elogi macaione franca patrizia.jpg

Lo scorso sabato 17 novembre, presso la libreria Macaione di Palermo, per la rassegna “Tempo di poesia”  ha avuto luogo la prima presentazione della silloge Elogi (Giuliano Ladolfi Editore, 2018) della poetessa palermitana Franca Alaimo, a cura mia e di Nicola Romano, con letture di Daìta Martinez.
Di seguito, vi proponiamo il testo della mia relazione introduttiva. Quella di Nicola Romano si può leggere qui.

Gli Elogi di Franca Alaimo

È notorio come nel mondo latino l’elogio avesse un carattere commemorativo o celebrativo e una lapidaria brevità, dato che per lo più veniva scolpito su tombe, su stele votive o su monumenti, oppure lo si scriveva sulle immagini degli antenati, per elencarne le imprese e le virtù.
In epoca medievale, invece, pare che i poeti abbiano cominciato a cimentarsi nell’elogio affrontando temi più bassi, o addirittura negativi, comunque certamente insoliti rispetto al passato.
E, più vicini a noi, anche scrittori e poeti come Leopardi, Gadda, Eco, hanno mostrato come, con un certo gusto del paradosso, le cose più biasimevoli, o le più semplici, cose che per la loro pochezza o banalità non meriterebbero alcuna attenzione celebrativa, possano essere fatte oggetto di lode e, argomentando alla rovescia, attraverso un’eversione dal senso comune, possano essere in qualche modo riscattate: aperto da uno sguardo nuovo, inedito, il reale viene offerto a nuove possibilità di prensione, sfaldandone la tempra monolitica e mostrandone una moltiplicazione di facce, di sfaccettature.
A me pare che, su questo solco, sia pure con moventi diversi, sia possibile offrire una preliminare collocazione al libro di Franca Alaimo, per gli oggetti dei suoi Elogi, oggetti minuscoli o di poco conto (cito a titolo di esempio una stampa cinese, diversi vegetali, piccoli animali, vocali, ma si potrebbe continuare) oppure addirittura controintuitivi (tra tutti, la morte ma forse peggio, lo stupro, l’orfanità …)
Facendo uso di una lingua chiara, che conduce al cuore del suo pensiero senza orpelli e senza avvitamenti, capace di elegante lirismo ma ugualmente capace di abitare le stanze fresche del parlato, anche gli Elogi di Franca Alaimo scolpiscono: sulle immagini della memoria più dolorosa, sui monumenti eretti ai miti dell’infanzia, sulle stele votive dedicate all’amore. Scolpiscono, gli Elogi di Alaimo, un proprio originale “cambio di passo” (qui sto citando uno dei titoli della sezione dedicata al tempo), il proprio sovvertimento controintuitivo, e sotto il sembiante di una poesia semplice, talora all’apparenza persino impulsiva e istintiva, ci regala (anche) una tessitura filosofica lievissima ma coerente.
Ma procediamo con ordine, consapevoli che potremo sporgerci solo da alcuni tra i molteplici versanti interpretativi che offrono un sentiero al nostro attraversare.

Sono partita da queste considerazioni sul genere letterario dell’elogio perché credo che questo libro vada affrontato a partire dal suo titolo, ponendo immediatamente la domanda sul perché un autore, oggi, avverta il bisogno di esprimere la propria poesia in forma di lode, o meglio per qual ragione le singole poesie che compongono questa biografia lirica debbano da noi essere lette come lodi, debbano, grazie proprio al titolo, venirci incontro anticipate da questo dichiarato portato laudativo. Se le leggessimo ciascuna per sé potremmo coglierne altri mille aspetti, ma l’autrice ce li pone in una specifica cornice.
E ancora di più: il libro avrebbe potuto intitolarsi, poniamo, La vita è bella e avere come sottotitolo la parola “elogi” per indicare il genere letterario di appartenenza: invece no, Elogi è proprio il titolo, isola senza sponda tutta da esplorare. Perche? Ecco, io vorrei lasciare in sospeso questo primo interrogativo, anzi tenerlo come sfondo al discorso che tenterò di portare innanzi, augurandomi di riuscire a imboccare il sentiero giusto per tornarvi.

Aprendo il libro, incontriamo subito una brevissima nota dell’autrice, quasi un’avvertenza, attraverso la quale veniamo a conoscenza del fatto che le poesie che leggeremo sono state scritte in un arco temporale che supera i vent’anni. “Arco” lungo il quale, come su un ponte, queste briciole, questi lucenti sassolini, sono stati gettati a tracciare un percorso ma chissà perché non più ripresi. Un arco, un arco come un ponte, quindi un camminamento sospeso, che però a lungo è rimasto invisibile o, meglio, non aperto, un varco non attivo. E allora non possiamo non chiederci: qual è la peculiarità di una raccolta che abbraccia, ma in silenzio, inedita, un tempo di scrittura tanto lungo? Quali sono le ragioni per le quali un testo poetico rimane confinato in un cassetto nel tempo, mentre per altre poesie coeve si prefigura e si realizza la pubblica condivisione? In forma di domanda, azzardo un abbozzo di risposta: perché lasciare briciole dietro di sé, se non per l’intenzione (conscia o no, poco importa) di ritrovare la strada verso casa, qualunque questa sia, comunque questa sia stata?

E andiamo finalmente all’impianto del libro, altro elemento ricco, a mio avviso, di implicazioni significative.
La nostra autrice decide di rivolgere le proprie note laudative al niente, al tutto, al tempo e all’amore, esattamente in quest’ordine e anche questa cosa mi si impone come degna di attenzione, insieme al peso specifico assunto da ciascuna sezione, con quella dedicata al tema del Tempo che, centrale, di gran lunga più corposa e preceduta dal Tutto, assume il ruolo di campata, nell’ideale ponte che il libro costruisce, lasciando come spalle, come colonne laterali, il Niente da una parte e l’Amore dall’altra, simmetricamente di 14 e 13 testi.
Eccoci dunque una mappa per il nostro attraversare: dal Niente all’Amore attraverso il Tempo, abbracciando Tutto.
Ed ecco, chiarissimo mi pare, il pensiero forte di questo libro, biografia in versi, elogio della vita, chiave che dissigilla il senso primigenio dell’essere nel mondo della nostra Autrice.
Un arco, un ciclo di vita, come direbbe la Psicologia, che da Franca Alaimo è assimilato a quello lunare che, solo, “raccoglie insieme/il tempo dell’infanzia e della morte” (Alberi, p.12). Un arco reso in un canto che trova in un certo abbassamento dell’io lirico (“Io: dico, sapendomi minuscola”, Il peso dei nomi, pag. 28) le proprie note più congeniali, le altezze empatiche e mature da cui cogliere e restituire gli elementi di rottura, lo squarcio, il sovvertimento, la mite ma ferma ribellione, che mi appare ravvisabile nelle tante avversative, nei frequenti ma e però che introducono le chiuse o comunque un’ideale seconda parte all’interno di moltissime liriche.
Dal Niente all’Amore. Dal nostro essere niente, nel senso di “indiviso tutto”, come ben sottolineato da Daìta Martinez nella quarta di copertina, oppure nel senso di una meno solare lusinga nichilistica? E poi, dal niente a quale amore?
Sono due abissi, si badi: il Niente (“la vita/che lentamente si sbriciola/(…), notti come pendii franati”, pag.14) e l’Amore che io ravviso nel continuo richiamo al divino e in un sorprendente, sapiente disseminare la parola gioia che germina nel rorido degli innumerevoli elementi naturali e che si farebbe un errore, credo, a rubricare come mero sfondo: gli oggetti della natura a mio parere si impongono in figura insieme all’Io, insieme al corpo, corpo essi stessi, vividi della stessa sostanza divina, anche se penso che qui non si stia parlando del Dio cristiano (per quanto fra i testi la parola dio ricorra tanto in maiuscolo che in minuscolo).
Sembra di sentire tra le pagine, nel vento così frequentemente evocato, un panteismo, una sorta di “tutto è pieno di dei”, trasfigurarsi e germinare in un “tutto è pieno di gioia”, attraverso la nuova prensione delle cose consentita dalla poesia, dal suo rivoluzionario sovvertimento della realtà, che innalzata e universalizzata consente al poeta di uscire dalla sua pesantezza opaca e di cantarla da una distanza che è precondizione di conoscenza ma, elemento che ritengo centrale nella poesia di Alaimo, immediatamente di ricongiungervisi , di ri-conoscersi come parte del tutto in una dimensione nuova, in un afflato profondo con il Tutto che non spaventa e soprattutto che salva. Superato l’horror vacui, superata l’angoscia di dispersione dell’Io, di perdita dei confini dell’Io, avvertirsi minuscoli e parziali, è ben diverso dal sentirsi annichiliti. È invece sentirsi parte di un equilibrio, di un ciclo , di un cosmo che si contribuisce a ordinare anche se rinunciando a cercare un senso che non sia questo esserci, (“senza che vi sia un vero senso” ,Canne e vento, pag. 20): e le Canne al vento di Deledda diventano Canne e vento e dice Alaimo: “un evento banale nel lungo movimento/che non ha altra sponda/se non dubitando e oscillando/essere vento per il respiro della canna/canna per il soffio del vento”. Sono versi bellissimi che basterebbero da soli a farci cogliere la direzione della riflessione filosofica dell’autrice, ma mi piace insistere sul soffio, su questo elemento naturale e divino nel quale mi pare di ravvisare una sorta di panteismo spinoziano: per il grande filosofo, Dio ossia la natura è in noi come in tutte le cose. Accettare questo pensiero è ciò che salva lo sgretolarsi dei giorni dal loro precipitare nel vuoto, nel niente. Ecco, in queste poesie, l’Io lirico avverte in sé, e nella realtà intorno a sé, la presenza di una pienezza di vita che lo avvolge e lo oltrepassa: il poeta avverte l’eternità, via via sempre meno confusamente. E con una invidiabile impennata di gioia si rende conto che l’essere umano non è un autonomo regno separato dal mondo ma partecipa del Tutto.
L’umana sete di felicità sembra qui identificarsi con la ricerca inesausta della capacità di sentire la gioia nel transeunte, nel doloroso, nell’incomprensibile, nell’infimo che caratterizza l’esperienza umana. Questo è possibile attraverso la scoperta poetica di un amore per la vita intesa come sovrapersonale cosa eterna e infinita, in grado di riempire l’animo di pura letizia e renderlo immune da quell’angoscia di dispersione e vanità di cui dicevo sopra.
“però adesso ripeto il mio sì/perché nulla si disperda fra me/e tutto ciò che ha respiro” (Al mattino, di nuovo, pag. 35): ecco questo libro è il dell’Io lirico, questo continuo tenace costruire e attraversare, questo ponte tra sé e la vita, tra noia e gioia, come ci dice Franca Alaimo ponendo queste due parole in rima nell’ultima poesia della raccolta, dialettica tra distanziamento mortifero dalla realtà, supina accettazione del destino e disperazione, da una parte, e accesso a una salvezza mercé “l’eccesso dell’amore”, pronta ad accogliere il soverchiante di una annunciazione capovolta, la tentazione del troppo che ancora gonfia il petto.

Ed ecco dunque la risposta al mio primo perché, quello relativo al titolo: si parla di elogi, qui, sembra dirci Alaimo, ma non soltanto: ci dice che si deve elogiare. Se lode è segno d’amore come partecipazione profonda, non può che essere di elogio un canto alla vita, anche quando a esser cantate son le più drammatiche tra le pagine vissute, anche quando riguardano il pensiero o l’esperienza della morte, anche quando affondano nella memoria della perdita più dolorosa o della più vile tra le violazioni che una donna possa subire.

Patrizia Sardisco

elogi copertina

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: Clelia Lombardo)

Patrizia Sardisco legge Elogi, di Franca Alaimo

Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

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di nuca esausta
guardiana della culla
il suo crepuscolo

l’attrazione del neutro
un nucleo potenziale
servile a un suo orbitale malinconico

#0
pingue di sangue
esausto
a ostentare
obnubilata da obsolete tiare
la supponenza della tua postura
la nuca nuda
e sciatta

fai paura

*

#3

parole sante asettiche
_ma una parola buona
non si nega a nessuno

un monito infecondo
un obolo, un elogio
un fiore giù da un molo
fuori dall’area cieca

_mentre si volta accorta
a non bagnarsi i piedi
non sporcarsi le mani

*

#6

di nuca
prona ai muri
puoi lavarti le mani. Intanto

reti a strascico
rigettano ai pesci
anche il tuo stesso lunghissimo viaggio

*

#10

e il riallineamento
dall’entropia all’ordine
avviene per spontaneo spiaggiamento
poi la raccolta indifferenziata
dentro strutture plastiche
oscuranti
dotate di cerniera
di una forzata chiusura lampo
della storia

*

#11

 

scotoma, modalità on
sui quadranti sud orientali
_campo visivo stretto
a ciò che serve al calcolo

estetica economica
calcare i neri ai margini
rinforzare le linee
di confine
esaltare le campiture interne

*

#22

risoluzione nitida
ridotta al lumicino
mima una tarda notte
il polso della Vecchia
ombre
cinesi
islamiche, africane

sui muri implementati
le linee di frattura
vengono segnalate
a un ricompattatore
a colla fobica
per la manutenzione

*

#24

occorrerà convincere di essere
della giustezza della propria parte
della buona regia
_che qui è lontano dal corpo dell’inferno
che non avrà le braccia mai l’inferno
o gambe o mani
o dita lunghe e l’ombra
di nessun’onta, né accusa né rivendicazione_
occorre stari calmi e usare
calme e diplomatiche parole
lasciar sbollire il mare
prendere tempo
tenere stretto il largo
resistere e diffondere la voce
che quello nella culla
è il cuore giusto del tempo antropizzato
il resto è contingenza necessaria
l’acido sanatorio della storia

*

Testi tratti da eu-nuca, edizioni Cofine – collana ”Aperilibri”-, anno 2018;
prefazione di Anna Maria Curci.

patrizia
Patrizia Sardisco, immagine: web

Post-it all’Autrice (di Alba Gnazi)

mentre ancora, a cadenza quasi quotidiana, veniamo sommersi dall’ultimo annegamento, dall’ennesimo estremo ritrovamento; mentre ancora, di qua da un porto – linea maginot che azzera il tempo di chi aspetta – e spesso anche la vita -, e ancora, dall’incertezza di sapere chi/dove e cosa/quando, ecco che arriva il tuo eunuca, patrizia; eu-nuca, col prefisso in de-privante presentazione a dir la testa nuda di europa via dal corpo, mentre intera, eunuca, compare sterile in un ondivago oltretempo.

eunuca europa, raggrinzita tra tiare corpi pance piene e rottami, metafora potente del tempo prossimo, di quello scorso e luce spuria a tracciare i percorsi di un incertissimo quasi mozzo futuro (”e il cielo inscena un foglio quasi bianco/un profondissimo disegno cieco’‘, testo #4); trasmessa, eunuca, dal tuo dettato linguistico tutt’altro che piano, che anzi induce alla rilettura, alla meditazione: ché quando si ostende innanzi agli occhi uno spettacolo simile occorre con fermezza guardare, con pazienza guardare, con coraggio: e senza voltare gli occhi: così dinnanzi alla tua Poesia spietata, priva di riflessi e perdoni, di pacata furia latrice.

di là dal mare arriva la tua voce, un’emersione meditata e sofferta dal fondo cuore caldo di quest’europa, a dir di chi e per chi resta indietro, sperso nei flutti della generale indifferenza, quella che interrogata non sa spiegare: di chi sguazza nella politica, tirando su muri chiudendo porti ormeggiando corpi e vite tra secche e flutti, tra visti e rifiuti (‘‘non sono figli tuoi i fuori luogo/dove sono rotte le acque// (…) guardali, Vecchia, gettati al mondo/gettarsi all’altro mondo/saranno in chiaro adesso qualche ora/more di salmi oleografie e news”, testo #5; ”coscienza col colletto inamidato/ripiega carte nautiche e aspetta/l’autoazzeramento del problema”, testo #9)); di chi esulta del ripiegamento, come non fosse un’ammissione di incapacità, di arretramento e cecità (”scotoma, modalità on”, testo #11), ed esulta: come non fossero, di quest’europa sterile e glabra, cifra prima e ultima lo spostamento, la migrazione, il viaggio; come non ci fosse, nell’europa multietnica che raccoglie più lingue più storie più culture, un insieme sterminato di possibilità declinabili in vita comune, scambi, crescita: e non chiusura, non burocratizzazione feroce, non tolleranza dell’antiumano, non morte per ritardo di un lasciapassare, nell’inammissibile eppure palese negazione del diritto altrui a Essere e scegliere (”le porte/lasciate aperte/te le chiude di colpo//il primo vento dei nord/il primo vento dei no”, testo #19).

poesia non lirica, la tua, non nell’accezione di quanto attiene al personale, intimo e soggettivo, eppure lirica sui generis, ché a mio avviso questa silloge attesta, poesia per poesia, la profonda costernazione che ne anima il versificare e che viene traslata nel sentire collettivo di chi teme il cupio dissolvi implicito in certe scelte, in certe traiettorie sconsiderate; quello di chi guarda quest’europa/eunuca arida e infertile, nata vecchia (‘‘Nulla si crea, un Nulla che distrugge”, testo #8), che dell’irrimediabile, imbruttita vecchiaia ha la fatiscenza e la sordità, l’autoindulgenza più prossima a un incontinente e incontenibile egoismo (”t’ostini in distrazioni/hai frequenti momenti di amnesia//in sogno hai creduto che bastasse/mettere in fila piccole monete”, testo #8) , quello che scantona dall’altro anche a proprio detrimento.

è, questo, un canzoniere fitto di allitterazioni, rime interne, richiami anaforici, locuzioni non comuni e specialistiche, scarsa interpunzione: tratti tipici del tuo personalissimo stile, che ha fatto della sottrazione la propria cifra, e che nonostante la, e quindi, grazie alla complessità del lessico e del dettato poetico mai banale, arriva senza fraintendimenti al nucleo pulsante della questione: voce di Poeta che si leva per denunciare l’assuefazione al male, la sovraesposizione alle brutture, l’ordinarietà dell’inumano e indica nell’accoglienza, nell’aggregazione, nel dialogo vie non provvisorie per riacquistare (a europa, a chi la abita, a chi la amministra, a chi la percorre) dignità e umanità.

*

Articolo a cura di Alba Gnazi

Eu-nuca di Patrizia Sardisco: selezione di poesie e post-it all’Autrice

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

(Luce a Palermo, 2019)

«A chi obietta che finora nella storia non sono stati possibili cambiamenti strutturali con metodi nonviolenti, che non sono esistite rivoluzioni nonviolente, occorre rispondere con nuove sperimentazioni per cui sia evidente che quanto ancora non è esistito in modo compiuto, può esistere. Occorre promuovere una nuova storia.»

Danilo Dolci,  da Non sentite l’odore del fumo?, Laterza, Bari, 1971

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (32) A Palermo con Danilo Dolci

Michela Zanarella, Fabio Strinati: L’esigenza del silenzio

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*
Non so cosa proverai
vedendo il cielo accanto a me
e cosa ti dirà l’orizzonte
dall’incontro dei nostri sguardi.
La luce ci salverà entrambi
dall’imbarazzo e dalle ombre del passato.
Ci sentiremo figli di un tempo
mai spento negli inganni della vita.
Prenderemo dal sole
una pioggia calda di segreti
e al vuoto degli occhi faremo spazio
allo stupore che diventeremo.
Ci alzeremo tra i giorni
come confini che si esplorano
tolto il buio dal cuore
e la fatica degli amori spinti
troppo in alto.
Ci capiremo credo
senza troppe parole
solo ad istinto
respirando il mondo
con lo stesso colore
nella corrente che soffia
aquiloni rossi
addosso al tramonto.

 

*
Ho imparato presto a camminare
sulla scacchiera di un’epoca
a me contraria.
Ho visto nella folta spirale
l’imbarazzo per un’avventura
chiamata vita
che ormai per dissimmetria
ho presto dimenticato.
Ho visto te come nutrice di astri,
e in me, la moltiplicazione
di speranze indomabili
come sospiro ad ogni patimento.
Ho imparato la parola,
rarissima perla contro il pianto
e la tristezza carica d’aroma.

 

*
Il tuo volto così riconoscibile
è per me una musica
trillante.
Osservo i lineamenti tuoi
e vedo i miei
come materia fondersi
in un neutro amplesso
negli assilli del piacere.
Vedo sulle tue labbra
alcuni miei versi
cuciti con le spille,
colori bianchi, tenui
come celati appena
tra le distratte onde
di un innamoramento
fuggitivo.
Ascolto la tua voce
che mi rapisce
tra le increspature
di pensieri al vento dispiegati.
Penso al nostro cuore
che si scinde
nella stessa direzione,
nell’appagamento
del bisogno
che si rinverdisce
nel punto del contatto.
Cerco il tuo richiamo
appena accennato,
tra un sonno nell’aria
e una vaga forma
di una follia che smania.

 

*
Ti parlo di me
di quando dal grembo di mia madre
già chiedevo di andare
tra le pareti della vita.
Non ho aspettato come gli altri
ma sono uscita ad occhi chiusi senza urlare
muta senza fiato nei polmoni.
Mi ha aiutato il cielo
ad esistere tra il sole e la luna
ed ho accettato il senso
di crescere a fatica
guardando oltre il buio
che manda la sera a farsi notte.
Ti parlo di una bambina
che giocava sola tra le rose
e che ha stretto spine tra le dita
per ricordarsi che il dolore non le fa paura.
Ora ti racconto di una donna
che forse ancora non sa cos’è l’amore
ma che ha spinto l’anima verso il mare
per conoscere l’immenso
insieme al volo dei gabbiani.

da  Michela Zanarella, Fabio Strinati, L’esigenza del silenzio, Le Mezzelane Casa Editrice, 2018

Michela Zanarella photo

Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015), Le parole accanto (2017), L’esigenza del silenzio (2018). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidenţe (2015). Negli Stati Uniti è uscita in edizione inglese la raccolta tradotta da Leanne Hoppe “Meditations in the Feminine”, edita da Bordighera Press (2018). Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano Magazine e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. E’ ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. E’ speaker di Radio Doppio Zero. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio. Collabora con EMUI_ EuroMed University, piattaforma interuniversitaria europea, e si occupa di relazioni internazionali. E’ Presidente della Rete Italiana per il Dialogo Euro-Mediterraneo (RIDE-APS), Capofila italiano della Fondazione Anna Lindh (ALF).

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Fabio Strinati ( poeta, scrittore, compositore ) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche.
Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora. Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore. Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini. La rivista culturale Odissea, diretta da Angelo Gaccione, Il giornale indipendente della letteratura e della cultura nazionale ed Internazionale Contemporary Literary Horizon, la rivista di scrittura d’arte Pioggia Obliqua, la rivista “La Presenza Di Èrato”, la revista Philos de Literatura da Unia Latina, L’EstroVerso, Fucine Letterarie, La Rivista Intelligente, aminAMundi, EreticaMente, Il Filorosso, Diacritica, la rivista Euterpe, Il Foglio Letterario, Versante Ripido.

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

Michela Zanarella, Fabio Strinati: L’esigenza del silenzio

Mariano Ciarletta, poesie da Il vento torna sempre

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Il cuore dei numeri

 

Mangiamo in silenzio,
ogni giorno, alla stessa ora
lo stesso rito.
Guardo il tuo masticare
di sottecchi, come un ladro.
Tangibile si presenta la diversità,
tra il tuo pasto e il mio,
come sono io e come sei tu.
Tu hai i numeri
io le domande.
Ma se anche i numeri avessero un cuore?
Forse anche le addizioni sanno fare l’amore.
Covare emozioni tra prosa e calcoli.
Siamo rette parallele
l’abbraccio di numeri e lettere.

*
Inesistenti domande

Ritorni a casa?
Siedi a quel tavolo
al nostro posto, sotto il vecchio pino?

Se ancora prendi due zollette di zucchero
tenendole tra indice e medio
se porgi l’orecchio all’incline collo
vergine pelle stuzzicata da curiose labbra.

Mi interrogo su quel pupazzo
sbiadito nel colore, come noi.
Senza risposte

vale lo sfiorire della rosa
che per te avevo trapiantato in un vaso turchino.
L’ultimo petalo, la bora gelosa sussurra:
è già inverno.

*

Segreto

Mi trovo nell’odore degli errori
commessi tra gemme d’arancio
quando annusavo profumi
sulla tua carne bianca. Il dono.

Geloso che anche l’aria potesse sentirlo
celavo segreti,
il patto sigillato nel vento
parole rimosse, senza ritorno.

Ma il vento torna sempre.

Testi tratti da
Il vento torna sempre, Poesie e aforismi
Prefazione di Rita Pacilio

La Vita Felice 2018

 

”Il vento è l’elemento dominante del tragitto: ora incarnato nella vibrazione del pianto segreto, ora nel riflesso del chiarore evocativo, audace e avvolgente. (…) Si innesca (…) il dominio delle forze cosmiche a siglare il passaggio dell’essere umano tra cedimenti e trasalimenti di sensi. Il soffio del vento, così come il mare, la tempesta, l’albero, va considerato come metafora compositiva che nasconde possibilità e limiti umani (…)”

(Dalla prefazione di Rita Pacilio)

 

Nota di lettura di A. Gnazi
A ragione Rita Pacilio, prefatrice dell’agile e scorrevole raccolta di cui ci stiamo occupando, individua nel Vento l’elemento trainante del dettato poetico di quest’opera, la cui presenza permane nel corso dell’intera composizione, non da ultima nella sezione degli Aforismi.

Le poesie, caratterizzate da una certa brevità, sembrano costituire un unicuum dal respiro frazionato in piccoli intervalli, quasi l’autore orientasse di volta in volta più fondo lo sguardo, più ampio, tale da proseguire con maggiore consapevolezza.

Vasta la scelta lessicale, articolata in descrizioni vivide e particolareggiate, che accentuano – pari al vento che più impetuoso talora, talaltra più mite – e seguono la versificazione, connotata da passaggi delicatissimi, intensi su cui in più momenti è necessario soffermarsi per meglio comprenderne la portata, data la semplicità del linguaggio – che qui, più che altrove, non è sinonimo di facilità, ma di chiarezza e di immediato riconoscimento del lettore nella filigrana poetica di quest’autore.

***

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Mariano Ciarletta – Fonte immagine: pugliainpoesia.wordpress.com

Nota biobibliografica sull’Autore:

Mariano Ciarletta è dottore in gestione e conservazione del patrimonio archivistico e librario, titolo conseguito all’Università degli studi di Salerno. E’ autore di tre romanzi horror: Rami nel buio, L’esorcismo
di Amanzio Evenshire, Ai bordi dell’abisso, storia di un esorcismo e The necklace. Oltre alle pubblicazioni in campo narrativo, è autore di quattro raccolte poetiche, rispettivamente: La foresta delle rose scarlatte, Tra miti e silenzi, Iridi e Come radice.
Diverse sue poesie sono state pubblicate sulla rivista nazionale «Fiorisce un cenacolo» e sulla rivista siciliana «Postillare.»

 

Articolo a cura di Alba Gnazi

 

Mariano Ciarletta, poesie da Il vento torna sempre

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve

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Outtake

 I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo.

 

*

 

Fabula

 

Colleziona le foto dei suoi amici.
Le nasconde tra i giochi o nei quaderni
scarabocchiati della primavera.
Oltre seicento polaroid e tutto
il suo mistero è nel modo in cui dorme.

 

*

 

Fabula

 

Questa luna è una corsa di bambini
attorno a un pozzo quando il pozzo è pieno
fino all’orlo. E nessuno per chilometri.

 

*

 

Pro Verbis #4

 

E saremo l’Immagine dell’uomo.
Non la creatura breve, ma la traccia.

 

*

 

Pro Verbis #5

 

È questo:
che il mondo
diventa le cose.

Le tante
perdute.

 

*

 

Fabula

 

Ogni notte, in attesa che la carne
ritorni a vivere, portiamo i nostri
bambini al mare. Li guardiamo farsi
buio nel buio; ritornare all’alba.

 

*

 

Due poesie dalla sezione Ritratti di comunità in sei giorni

 

III

Padre Claudio disseppellisce i corpi
dei suoi fedeli prediletti e solo
per loro recita l’Apocalisse
di san Giovanni. Le pupille fisse
dei morti lo ringraziano. Il suo ruolo
è questo. Padre Claudio è poco più
che adolescente – poca è l’esperienza.

 

*

 

IV

Alberto, don Alberto: un gesuita
di ferro. I muscoli tirati a lucido
con l’olio. In posa davanti ai bambini
del centro di recupero; è domenica.
Lo spettacolo dura fino a quando
Alberto, don Alberto, stramazza
al suolo. Poi risorge come sempre.

 

*

Fabula

 

Solo la terra deve farsi terra –
così spogliamo il corpo di ogni cosa.
Cuciamo i tagli, ripuliamo il viso
dal seme. Raccogliamo i pezzi sparsi
per il salone; li bruciamo insieme
tutti per il falò di fine maggio.

 

*

 

Pro Verbis #6

 

Le conosco a memoria, queste stanze.
So bene come perderti ascoltando
l’acqua del corridoio in ombra: stanza
del mare.

 

*

 

Pro Verbis #7

 

In estate si fa l’amore nelle
case vuote, le case di vacanza.
Quando in giardino rimangono accese
le lampade tutta la notte,
cose date o cose rese.

 

 

Testi tratti da Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

 

Un Posto di vacanza ha ospitato altri contributi di Gabriele Galloni: è possibile leggere qui una serie di inediti; qui alcune poesie tratte da In che luce cadranno, la seconda raccolta poetica di Galloni, con una nota di Alba Gnazi e qui una lettura della summenzionata raccolta a cura di Michele Paoletti.

 

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Gabriele Galloni

 

(N.B.: Immagini tratte dal web)

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve

Il Promontorio (28) Omaggio a “Le morti felici” di Giorgio Galli, parte I

Testi di Giorgio Galli, tratti da Le morti felici (Genova, Il canneto, 2018)

Fotografie di Giovanni Asmundo (2018)

Fico in un giardino orientale, Venezia, 2018

da Morte di Kayyam

«Ora vi racconto di come è morto Ghiat al-Din. Stava seduto al suo tavolo di legno, sotto il fico della sua casa a Nishapur. Il sole era alto. Per tutta la sua giovinezza Ghiat al-Din si era alzato tardi, ma da vecchio dormiva solo poche ore. […] Si alzò, prese un compasso e provò a tracciare dei segni, ma senza troppa voglia. Si distese di nuovo sulla panca. La sua bocca ogni tanto compiva dei movimenti come se stesse sbocconcellando un fico. Chiese una brocca, per poi sollevarsi solo il necessario per bere. Si leccò il dito e parve saggiare la direzione dei venti. Tracciò ancora col dito dei segni nel cielo come se indicasse moti di stelle. Finita la coppa si addormentò e si mise a russare. Quando il sole discese, gli mettemmo addosso una coperta. Quando il sole era sparito, andammo a svegliarlo: “Maestro, fa freddo”. Ma il maestro non russava più. Ghiat al-Din adesso dormiva il sonno dei Sette Sapienti.»

***

Migrante senzatetto a Parigi, omaggio a Roth e Olmi, 2018

da Morte del Santo Bevitore

«Caro Klemperer, non posso venire a trovarLa perché da quando è fallito il mio editore ho seri problemi finanziari. Un altro editore non lo trovo – il mio nome è sparito per troppi anni – e alla mia età non posso imparare a ballare o cantare. Io sapevo solo scrivere. E dico sapevo non per autocommiserarmi, ma perché è la pura verità: dopo la guerra non ho scritto quasi nulla. È troppo doloroso per me usare ancora la lingua tedesca. Per Lei è diverso perché Lei possiede il meraviglioso esperanto dei suoni: è quella la sua prima lingua. Ma la mia prima lingua è il tedesco, io penso in tedesco, ed è come avere un cancro che cresce negli organi. Vede, Le può sembrare folle, ma io La considero un uomo coraggioso e un vincitore e considero me uno sconfitto responsabile del reato più grave che un essere umano possa compiere: l’essere vile di fronte alla vita. Perché lei è stato folgorato nel corpo, ma continua a dirigere dalla sedia a rotelle. Io invece continuo a camminare, ma è la mia anima a essere paralizzata. Degli anni di cui mi chiede – i nostri verdi anni – mi piace ricordare due amici. […] L’altro era un mio collega, Joseph Roth. […] Era il primo a dire che la guerra era necessaria, indispensabile per vincere Hitler, e credeva sinceramente che la si sarebbe vinta. Ma non voleva esserci. Esiliato, ubriaco, senza sua moglie e senza la salute, aveva la leggerezza di chi non ha più nulla. E scelse di morire, ne sono convinto, non per disperazione, ma perché riteneva che il futuro non valesse la pena di essere visto. Fece i suoi conti e vide che gli conveniva morire. E morì felice.

Suo Soma Morgenstern»

***

Leggerezza. Omaggio a Wittgenstein, 2018

da Morte di Wittgenstein

«Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa». Non esiste una morte più bella di quella di Wittgenstein. Non una più struggente, più bella, col suggello di un messaggio di ringraziamento rivolto agli amici con francescana essenzialità: Tell them that I had a wonderful life. Them erano gli amici assenti, erano tutte le creature a cui Ludwig Wittgenstein voleva comunicare di essere morto felice. E la felicità, nella sua vita tormentata, consistette nel rinunciare a tutto tranne l’essenziale, nel sapere con certezza cosa era necessario nella sua vita materiale e spirituale e vivere solo di quello, rinunciando a tutto il resto. La storia è questa: poteva fare una vita da nababbo, fu maestro di scuola e si fece perfino operaio. La vita di Wittgenstein non fu felice: fu felice la sua morte, perché in quel momento sentì che non era trascorso alcun istante senza che fosse in linea con se stesso. E di questo volle far sapere a tutti.

***

**

*

(Articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (28) Omaggio a “Le morti felici” di Giorgio Galli, parte I

Herberto Helder,O la poesia continua: un passaggio*

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Piccole stelle che cambiano colore, fredde
pere sulla cima
di radici arse, ancora dolci, profondamente
color turchese – io tutto so.

Come l’epoca lieve che entra,
come i bambini che si svegliano e sorridono
lapidariamente, e muoiono
senza che si noti, nella stessa luce viva
del loro sorriso.
L’onda che avvolge i pesci, e dei pesci
assorbe il rapido spasimo – io tutto so.
Perché cambio, mi brucio.
Perché le onde mi battono sulla bocca.

Piccole stelle passate di colore in colore, pere
che rotolano da un gradino
ad altro gradino di maturazione. Mentre
sto sdraiato sotto il cielo brutale, e la notte
avanza terribilmente placida.
E di sotto la terra vive, astratta
e sparsa.
Voglio dire: io tutto so.
Accanto alle ossa gelidamente batte una vena
che sale, calda; che in silenzio ascende
e batte sulla lingua: – Io amo il pane che matura
nel fuoco.
Amo l’idea che la morte alimenta
ora nella notte. Cenere su pepite.
Lo zafferano su pietre rosse.

Chiudo gli occhi per sentire durante tutta la notte,
e tutto il mese, e ricominciando nell’intimo
della mia vita – il sangue
circondato dal mondo – io tutto so.
Umiltà e sfinimento e, quando
la bocca trema, compito e poi solitudine.
So come si pensa oscuramente.
Vedo che la luce si curva nei campi d’ortica,
e la mano si curva nella luce.
La mano che trattiene il coltello e scivola
sul tavolo incontro al pane maturo.
Perché io amo la fame.

E ecco che tutto questo puro tempo passato
si alza, mentre respiro sotto la luce.
Con il dolore dentro, si alza; con
un forte delirio e la luce immensa – e io so.
Ascoltate: è in questo paese dove odoro
un ramo di sale, la terra putrida.
Amo la penombra di un volto, la bianchezza
immobile di un sorriso in mezzo all’acqua
profondamente dimenticata – so
tutto, tutto.
Che niente esiste e le cose nascono al tocco
della mia mano inondata.
E si deve aspettare fino a che si muore
e resta il campo sotto il cielo che brucia
preziosamente.
Adesso ho l’età – e so tutto.
Dico: la mia allegria è tenebrosa.

E avrei desiderio di alzarmi lievemente
sui paesaggi che si riempiono di pioggia
innamorata.
Vorrei stare lassù, in mezzo all’allegria,
e aprire le dita così lentamente che nessuno sentisse
la malinconia della mia innocenza.
Tanto desidererei essere distrutto
da un lento miracolo interiore.

Accecarmi col viso contro un raggio improvviso
di lampo.
Io so. Voglio dire: io amo
questa morte nel mezzo della luce, tra crisalidi e gocce,
di notte, di giorno –
quando il mese si estingue in una suprema maturazione.

*Tratto da O la poesia continua – A cura di Vincenzo Arsillo, Donzelli 2006

 

CADERNO 3
Herberto Helder; sito dell’immagine: http://diariodonordeste.verdesmares.com.br

 

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Herberto Helder,O la poesia continua: un passaggio*