VITTORIO SERENI, UN POSTO DI VACANZA – I

Sereni
Vittorio Sereni al lavoro a Bocca di Magra, 1979 (fonte: web)

I

 

Un giorno a più livelli, d’alta marea

– o nella sola sfera del celeste.

Un giorno concavo che è prima di esistere

sul rovescio dell’estate la chiave dell’estate.

Di sole spoglie estive ma trionfali.

Così scompaiono giorno e chiave

nel fiotto come di fosforo

della cosa che sprofonda in mare.

 

Mai la pagina bianca o meno per sé sola invoglia

tanto meno qui tra fiume e mare.

Nel punto, per l’esattezza, dove un fiume entra nel mare

Venivano spifferi in carta dall’altra riva:

Sereni esile mito

filo di fedeltà non sempre giovinezza è verità

…….

Strappalo quel foglio bianco che tieni in mano.

Fogli o carte non c’erano da giocare, era vero. A mani vuote

senza messaggio di risposta tornava dall’altra parte il traghettatore.

 

Un fiume negro – aveva promesso l’amico –

un bel fiume negro d’America

Questo era il dato invogliante. Opulento a fine corsa

pachidermico

in certe ore di calma.

Era in principio solo canne

polverose e, dalla foce, mare da carboniere…

Chissà che di lì traguardando non si allacci nome a cosa

… (la poesia sul posto di vacanza).

Invece torna a tentarmi in tanti anni quella voce

(era un disco) di là, dall’altra riva. Nelle sere di polvere e sete

quasi la si toccava, gola offerta alla ferita d’amore

sulle acque. Non scriverò questa storia.

 

Al buio tra canneti e foglie dell’altra riva

facevano discorsi: sulla – è appena un esempio –

retroattività dell’errore. Ma uno di sinistra

di autentica sinistra (mi sorprendevo a domandarmi)

come ci sta come ci vive al mare?

Sebbene fossero (non tutti) più forti rematori nuotatori di me.

Anno: il ’51. Tempo del mondo: la Corea.

Certe volte – dissi col favore del buio – a sentire voi parlare

si sveglia in me quel negro che ho tradotto:

<<Hai cantato, non parlato, né interrogato il cuore delle

cose: come puoi conoscerle?>> dicono ridendo

gli scribi e gli oratori quando tu…

Ma intanto si disuniva la bella sera sul mare

e sui discorsi sui tavoli sui recinti di canne

dove ballavano scalzi el pueblo del alma mia

si dichiarò autunnale il tocco delle foglie

confusione e scompiglio sulla riva sinistra.

 

Qua sopra c’era la linea, l’estrema destra della Gotica,

si vedono ancora – ancora oggi lo ripeto

ai nuovi arrivi con la monotonia di una guida  –

le postazioni dei tedeschi.

Dal forte gli americani tiravano con l’artiglieria

e nel ’51 la lagna di un raro fuoribordo su per il fiume

era ancora sottilmente allarmante,

qualunque cosa andasse sul filo della corrente

passava per una testa mozza di trucidato.

Ancora balordo di guerra, di quella guerra

solo questo mi univa a quei parlanti parlanti

e ancora parlanti sull’onda della libertà…

 

olycom - abbiati -
Vittorio Sereni a Bocca di Magra (Liguria) (Fonte immagine: web)

Un posto di vacanza è ”una poesia in sette parti” (cit. Vittorio Sereni) datata 1973 che introduce la terza sezione di Stella variabile (1981), contenuta in Vittorio Sereni, Poesie e prose, a cura di Giulia Raboni, con uno scritto di Pier Vincenzo Mengaldo, edite da Mondadori nella collezione ”Oscar”, ed. 2013, da cui è tratta la presente parte I.

*

”Sviluppato in sette movimenti, tutti cesellati dall’immagine antropologicamente significativa del moto marino (possibile, come rileva Clelia Martignoni, il modello profondo della Waste Land di Eliot, di cui compaiono alcune spie), che ne determina la struttura ondivaga, il poemetto si presenta come riflessione sulla propria poesia, narrata nel momento stesso del suo farsi (…), in una sorta di monologo-dialogo tra il poeta e le sue figure <<antagoniste>>, in prima istanza Fortini ma anche Vittorini (…), attraverso cui mettere a fuoco i temi e le contraddizioni del proprio atteggiamento di poeta e di uomo, istintivamente attratto dal canto (…), teso a cogliere le palpitazioni dell’esistenza (…) e a rappresentarla nelle sue dimensioni di mutevolezza e di fertilità, ma rassegnato alla fine a dover rassegnarsi all’interno della propria poesia”.

(dalla nota introduttiva di Giulia Raboni)

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Franco Fortini e Vittorio Sereni (Fonte: web)
  • A questo link è possibile ascoltare la lettura dello stesso Sereni di questa prima parte del poemetto, per la quale si ringrazia l’Archivio Vittorio Sereni (www.archiviovittoriosereni.it).

 

  • Qui è possibile scaricare il pdf del testo integrale del poemetto con la nota esplicativa di Vittorio Sereni (sito dell’Unimi) alla prima edizione del 1973.

 

 

Le curatrici del blog, con profondo debito di riconoscenza. 

VITTORIO SERENI, UN POSTO DI VACANZA – I

Amarji: Cinque Poesie d’Amore

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1
Fermo
chiuso
il tuo cuore nel mio
come una corteccia
come un grumo d’ambra.

Il tuo amore indifferente agli elementi, mi ha già reso
una rosa cosmica-,
dentro un’alba senza tempo, senza ombre.

 

2
L’inizio del frutto
la siesta della forma incompleta
la luna graffiata
senza moto
l’unità bianca – ch’è l’argento versato del silenzio –
tra la linfa e la notte
un taglio di sole entro un pozzo chiuso
il giglio turbato attorno a sé
tutta questa analogia
sei tu nel cerchio del sonno,
ed io sono qui, più isolato
di una falena odiosa
che ti guarda
come si guarda un idolo in fiamma.

 

3
Gravato
di mille gerani senza radici
il tuo ombelico lusinga il mio sangue,
sotto una notte
che si versa come spuma nera.

È troppo tardi per qualsiasi alba.
Il sole stesso si è sciolto nella notte della tua nudità;
e ora io sono morto,
sono una vasca,
una pietra….

[la foresta che è sfociata, con gli abeti e le farfalle e le gru,
nel tuo ombelico–
ha emesso la sua fonte nella mia bocca….]

 

4
Nei suoi lentischi, pecci e lentischi,
si accende il tuo corpo, corteccia su corteccia,
e albero dopo albero,
il mio corpo è la luna,
altro non ha da fare
sopra il tuo bosco stanotte\ che
bere il fumo e il profumo del fuoco.

 

5
Dormi, scende il mio corpo
nel pozzo del tuo corpo
ti svegli, si alza il mio corpo
nell’argilla del tuo corpo;
frettolosamente
i nostri corpi si scambiano
l’erba e la spuma e le stelle,
mentre la luna nel nostro bacio
prepara lentamente il suo nido serale.

(i testi presentati sono inediti)

** Amarji, pseudonimo di Rami Youness, è un poeta, autore, e traduttore siriano, nato a Laodicea nel 1980. Ha pubblicato finora 4 libri di poesia: N (Mawaqef 2008- Beirut, Libanon), Perugia: Il testo- Il corpo (Mawaqef 2009- Beirut, e Bidayat 2009- Damascus), Navigazioni Erotiche (Mawaqef 2011- Beirut, e Bidayat 2011- Damascus), Rosa dell’animale con Maria Grazia Calandrone (Edizione arabo: Attakween 2014- Damascus; Edizione Italiano: Zona Contemporanea 2015- Roma).
Ha tradutto in arabo: Giacomo Leopardi, Pensieri (Parola 2009- Abu Dhabi: Abu Dhabi per cultura e eredità); Dino Campana, Canti Orfici e gli Inediti (Attakween 2016- Damascus); Gabriele D’Annunzio, La Città Morta (Tuwa 2012- Londra, Gran Bretagna). Voci della Poesia Italiana Contemporanea: Un’Antologia Breve, scelta con Maria Grazia Calandrone (L’Altro 2012- No.3, Beirut e Damascus); Pier Paolo Pasolini, Carne e Cielo (Ninawa 2016- Damascus); Antonio Gramsci, L’Albero del Riccio e Nouve Lettere (Attakween 2016- Damascus); Michele Caccamo, Chi mi Spazierà il Mare (Attakween 2016- Damascus); Hölderlin, Pane e Vino e Altre Poesie (Attakween 2016- Damascus); Leonardo Da Vinci, Scritti Letterari (Attakween 2013- Damascus).

Amarji: Cinque Poesie d’Amore

Pierluigi Cappello:Mandate a dire all’imperatore

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nulla nessuno in nessun luogo mai

VITTORIO SERENI

Così come oggi tanti anni fa
mandate a dire all’imperatore
che tutti i pozzi si sono seccati
e brilla il sasso lasciato dall’acqua
orientate le vostre prore dentro l’arsura
perché qui c’è da camminare nel buio della parola
l’orlo di lino contro gli stinchi
e, tenuti appena da un battito,
il sole contro, il rosso sotto le palpebre
premerete sentieri vastissimi
vasti da non avere direzione
e accorderete la vostra durezza
alla durezza dello scorpione
alla ruminazione del cammello
alla fibra di ogni radice
liscia, la stella liscia, del vostro sguardo
staccato dall’occhio, palpiterà
né zenit né nadir
in nessun luogo, mai.

 

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto fonte web

Pierluigi Cappello:Mandate a dire all’imperatore

Al padre (3): Il muro, Vittorio Sereni

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Sono

quasi in sogno a Luino

lungo il muro dei morti.

Qua i nostri volti ardevano nell’ombra

nella luce rosa che sulle nove di sera

piovevano gli alberi a giugno?

Certo chi muore … ma questi che vivono

invece: giocano in notturna, sei

contro sei, quelli di Porto

e delle Verbanesi nuova gioventù.

Io da loro distolto

sento l’animazione delle foglie

e in questa farsi strada la bufera.

Scagliano polvere e fronde scagliano ira

quelli di là dal muro –

e tra essi il più caro.

«Papà – faccio per difendermi

puerilmente – papà…».

 

 

Non c’è molto da opporgli, il tuffo

di carità il soprassalto in me quando leggo

di fioriture in pieno inverno sulle alture

che lo cerchiano là nel suo gelo al fondo,

se gli porto notizie delle sue cose

se le sento tarlarsi (la duplice

la subdola fedeltà delle cose:

capaci di resistere oltre una vita d’uomo

e poi si sfaldano trasognandoci anni o momenti dopo)

su qualche mensola

in via Scarlatti 27 a Milano.

 

 

Dice che è carità pelosa, di presagio

del mio prossimo ghiaccio, me lo dice come in gloria

rasserenandosi rasserenandomi

mentre riapro gli occhi e lui si ritira ridendo

– e ancora folleggiano quei ragazzi animosi contro bufera e notte –

 

 

lo dice con polvere e foglie da tutto il muro

che una sera d’estate è una sera d’estate

e adesso avrà più senso

il canto degli ubriachi dalla parte di Creva.

 

 

(Da Gli Strumenti Umani in Vittorio Sereni, Poesie e Prose, a cura di G. Raboni; oscar Mondadori ed. 2014)

 

Immagine: Giorgio Morandi, Paesaggio, 1962 (Tumblr)

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Al padre (3): Il muro, Vittorio Sereni

Appuntamento a ora insolita

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La città – mi dico – dove l’ombra
quasi più deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino…
«…asciuga il temporale di stanotte» – ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
«Asciuga al sole le sue contraddizioni»
– torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l’immagine il sembiante
– d’angelo avrei detto in altri tempi –
risorto accanto a me nella vetrina:
«Caro – mi dileggia apertamente – caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?».
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
            (Non saremo
più insieme, dovrei dire). «Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre…
giusto di te tra me e me parlavo:
della gioia.»
      Mi prende sottobraccio.
«Non è vero che è rara, – mi correggo – c’è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest’ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un’arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
            Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia…».

Ma dove sei, dove ti sei mai persa?

«È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione»
dico alla vetrina ritornata deserta.

Vittorio Sereni, da Gli strumenti umani, Einaudi 1965

Appuntamento a ora insolita

Pantomime terrestri (”ogni vita è solo se stessa”)

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Edvard Munch, L’isola

 

PANTOMIMA TERRESTRE

…auprès de margelles dont on a soustrait

les puits.

RENÈ CHAR

 

Ma senti – dice – che meraviglia quel cip sulle piante

di ramo in ramo come se il poker continuasse all’aperto:

dimmi se non è stupenda la vita.

 

Chiaro che cerca di prendermi per il mio verso.

Vorrei rispondergli con un’inezia della mente

un’altra delle mie tra le tante

(gente screziata di luna, per porticati

e uno attorno tra loro, dall’uno all’altro:

assaggiate questa fresca delizia).

 

Certo, – rispondo invece – è stupenda. Vuoi testimoni?

Prove per assurdo? Controprove?

Eccoti di giorno in giorno la mia acredine

la mia insofferenza di gente in gente

(ma queste brezze tra le secche e le rapide

tra i diluvi e le requie dell’essere questi balsami …).

 

Pare bastargli: ma dunque (benedicente, bonario)

ma allora, coraggio!

Per giravolte di scale

va su col suo coraggio.

Parli – gli grido dietro –

come un credente di non importa che fede.

E lui per rami di scale, mezza faccia già disfatta

mezza in ombra, canzonandomi con parole d’autore: ¿le gusta

este jardin que es suyo? Evite…

dal basso gli completo la frase: que sus hijos lo destruyan

rifacendogli il verso.

 

Ma se è già guasto, con queste stesse mani:

e tu chi sei tu così avanti sulla scala del giudizio

e del valore, dillo ai tuoi discepoli e seguaci

ai tuoi consoci, vengano a questi bicchieri

di delizia a questi apparati di fresco

ma in comunione ma tutti ma in una volta sola.

 

È rimasta una chiazza una pozza di luce

non convinta di sé un pozzo di lavoro con attorno

un girotondo di prigionieri (dicono) sulla parola:

sanno di un bagliore che verrà

con dentro, a catena, tutti i colori della vita

– e sarà insostenibile.

 

Sembra allora di capirlo a che si ostinano

dove puntano che cosa vogliono o non vogliono

che cosa negano che scappatoie infilano

i motori nella giostra serale

con quelli che fingono a ogni giro di andare via per sempre

con quelli che fingono a ogni giro di arrivare

dentro un paese nuovo per cominciare ex novo

– e i primi lampi

lo scroscio sulle foglie

                                                         l’insensatezza estiva.

 

VITTORIO SERENI, da GLI STRUMENTI UMANI,  in POESIE E PROSE, Mondadori 2014 (rist.)

 

 

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Edvard Munch, Uomo e Donna

 

 

IL PRIMO GENNAIO

 

So che si può vivere

non esistendo,

emersi da una quinta, da un fondale,

da un fuori che non c’è se mai nessuno

l’ha veduto.

So che si può esistere

non vivendo,

con radici strappate da ogni vento

se anche non muove foglia e non un soffio increspa

l’acqua su cui s’affaccia il tuo salone.

So che non c’è magia

di filtro o d’infusione

che possano spiegare come di te s’azzuffino

dita e capelli, come il tuo riso esploda

nel suo ringraziamento

al minuscolo dio a cui ti affidi,

d’ora in ora diverso, e ne diffidi.

So che mai ti sei posta

il come -il dove- il perché,

pigramente indisposta

al disponibile,

distratta rassegnata al non importa,

al non so quando o quanto, assorta in un oscuro

germinale di larve e arborescenze.

So che quello che afferri,

oggetto o mano, penna o portacenere,

brucia e non se n’accorge,

né te n’avvedi tu animale innocente

inconsapevole

di essere un perno e uno sfacelo, un’ombra

e una sostanza, un raggio che si oscura.

So che si può vivere

nel fuochetto di paglia dell’emulazione

senza che dalla tua fronte dispaia il segno timbrato

da Chi volle che tu fossi … e se ne pentì.

Ora

uscita sul terrazzo, annaffi i fiori, scuoti

lo scheletro dell’albero di Natale,

ti accompagna in sordina il mangianastri,

torni dentro, allo specchio ti dispiaci,

ti getti a terra, con lo straccio scrosti

dal pavimento le orme degl’intrusi.

Erano tanti e il più impresentabile

di tutti perché gli altri almeno parlano,

io, a bocca chiusa.

 

EUGENIO MONTALE, da SATURA II, in TUTTE LE POESIE, Mondadori 2005 (rist.)

 

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Edvard Munch, Separazione

 

 

UNA SERA COME TANTE

 

Una sera come tante, e nuovamente

noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro

settimo piano, dopo i soliti urli

i bambini si sono addormentati,

e dorme anche il cucciolo i cui escrementi

un’altra volta nello studio abbiamo trovati.

Lo batti col giornale, i suoi guaìti commenti.

 

Una sera come tante, e i miei proponimenti

intatti, in apparenza, come anni

or sono, anzi più chiari, più concreti:

scrivere versi cristiani in cui si mostri

che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;

duo ore almeno ogni giorno per me;

basta con la bontà, qualche volta mentire.

 

Una sera come tante (quante ne resta a morire

di sere come questa?) e non tentato da nulla,

dico dal sonno, dalla voglia di bere,

o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,

né dalle mie impiegatizie frustrazioni:

mi ridomando, vorrei sapere,

se un giorno sarò meno stanco, se illusioni

 

siano le antiche speranze della salvezza;

o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente

la sorte di ogni altro, non volgare

letteratura ma vita che si piega al suo vertice,

senza più né virtù né giovinezza.

Potremo avere domani una vita più semplice?

Ha un fine il nostro subire il presente?

 

Ma che si viva o si muoia è indifferente,

se private persone senza storia

siamo, lettori di giornali, spettatori

televisivi, utenti di servizi:

dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,

in compagnia di molti sommare i nostri vizi,

non questa grigia innocenza che inermi ci tiene

 

qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.

È nostalgia di futuro che mi estenua,

ma poi d’un sorriso si appaga o di un come – se – fosse!

Da quanti anni non vedo un fiume in piena?

Da quanto in questa viltà ci assicura

La nostra disciplina senza percosse?

Da quanto ha nome bontà la paura?

 

Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura

che dice: domani, domani … pur sapendo

che il nostro domani era già ieri da sempre.

La verità chiedeva assai più semplici tempre.

Ride il tranquillo despota che lo sa:

mi numera fra i suoi luoghi lungo la strada che scendo.

C’è più onore in tradire che in esser fedeli a metà.

 

GIOVANNI GIUDICI, da LA VITA IN VERSI, in TUTTE LE POESIE, Mondadori 2014

 

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Edvard Munch, Sera lungo il viale Karl Johan

 

 

PURE MORNING

 

 

L’urto delle gocce sulle foglie,

la condensa, la luce che rischiara

i gerani strappati e ancora vivi nel vapore

del ghiaccio che si scioglie,

la terra sparsa sul balcone dai vasi – vedevamo

una periferia enorme oltre le grate

del terrazzo e nelle luci

di case le persone vivere,

mettere nel buio le stanze illuminate; e poi più in là

tra gli spazi vuoti, i fili e il muro

della circonvallazione, cominciava

la rete dei viali e la metropoli

immensa si mostrava. Dopo, se il cielo

diventava chiaro e le colonne

dei fari segnavano le strade, il rombo

fuori dai vetri era pieno

delle vite che vedevo

rapprendersi in quegli attimi, quando la fila

delle auto si ferma e ci guardiamo

esistere dai finestrini, tra i fanali,

il loro cerchio nel cono della pioggia, dentro i secoli

che ora mi vengono incontro

dai campi coltivati, dai caselli

di Milano se la nebbia si dischiude. Ogni vita

è solo se stessa : questa luce

bassa sulle case, i primi treni

che aprono il vento e ci sorprendono

in una specie di torpore,

la pastiglia nel bicchiere, gli adolescenti,

nel video, che cantano il dolore;

quando sembra che la mente nasconda

a se stessa il gusto di fuggire

la mattinata pura, i fatti nudi,

nel rumore di tutti il tempo che si perde

per essere solo ciò che siamo adesso,

per diventare solo solitudine.

 

 

GUIDO MAZZONI,  da I MONDI, Donzelli 2010

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Pantomime terrestri (”ogni vita è solo se stessa”)

Poeti sulla Scalinata – Call for Poets

 

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Lo ”Scalone” di Agropoli (Salerno)

 

Gli alisei e le piogge marzoline non intaccano la Scalinata, che irrorata di Sole sospende la fretta e invita alla sosta.

 

Attende Voi, Poete e Poeti: per accogliervi e ascoltarvi.

Un’occasione di gioia che si ripeterà una volta al mese, sempre con un argomento differente.

 

Il tema proposto per la prossima scadenza, in omaggio a Vittorio Sereni, è ‘’Un Posto di Vacanza’’, nell’accezione di luogo di dialogo e incontro poetico: il movente che sostiene l’esistenza dello stesso blog (si veda il link:  Un Posto di Vacanza). Declinate, affrontate, sostenete questo tema a Vostro piacimento: con una poesia o una breve prosa.

 

Inviate i vostri contributi a unpostodivacanza@gmail.com entro le 15,00 di sabato 2 aprile.

 

Accomodatevi sulla Scalinata.

Poeti sulla Scalinata – Call for Poets

la Terrazza dei Maestri: Vittorio Sereni

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RISALENDO L’ARNO DA PISA

O mia vita mia vita ancora ansiosa
d’un urbano decoro …
Se case e campi diventano vacui
se assurde si fanno le voci
e il velo sollevare non sai più,
è tua quella bruma, tristezza
foriera a ritroso delle foci
d’una sua grigia bellezza

Poi venne una sua zazzera d’oro
su un volto nebbioso.

Fu un giorno di fine d’anno
nel torvo tempo di guerra
a Santa Croce sull’Arno.

Vittorio Sereni, dicembre 1942

 

TERRAZZA

Improvvisa ci coglie la sera.
Più non sai
dove il lago finisca;
un murmure soltanto
sfiora la nostra vita
sotto una pensile terrazza.

Siamo tutti sospesi
a un tacito evento questa sera
entro quel raggio di torpediniera
che ci scruta poi gira se ne va.

Vittorio Sereni, 1941

 

 

 

 

UN GIRO DI BOA

la sera ci incarta la bocca
e l’ora che sfiora dal lago
è labiale, s’appressa
ma i labbri ci restano oscuri

e restiamo
di luce irrisolta più duri

sporgenti da logge sfumate
vedette in tempesta
le vite affacciate a cercarsi
un giro di boa

Patrizia Sardisco, marzo 2016

 

 

la Terrazza dei Maestri: Vittorio Sereni