Nicola Romano su “Luccicanze” di Alba Gnazi

Luccicanze copertina

Cominciando a percorrere i versi della raccolta “Luccicanze” di Alba Gnazi, chissà per quale istintivo collegamento mi è venuta alla mente la famosa frase di Vincenzo Cardarelli: “Io la vita l’ho castigata, vivendola”. Forse perché l’incedere espressivo della Gnazi va assumendo, verso dopo verso, le sembianze di un felice inno alla vita che sa sfolgorare molti dei suoi aspetti nonostante “la stanchezza annoda futuri in assetto di guerra”. E, certo svariando dentro una quotidianità che in mezzo a tanto ciarpame sa pure offrire infiniti spunti per un confronto reale e seppur compromissorio, la nostra autrice sembra muoversi in punta di fioretto, per provocare, sfidare e smuovere quegli equivoci o quelle banalità esistenziali che tendono ad allontanare la figura umana da quel centro vitale che vuole vivere di respiro proprio evitando le probabili strozzature d’un vissuto acerbo e senza gioia. E sono chiare e oltremodo rinvenibili le sciabolate che vanno per ogni dove, sugli amori struggenti, sui ricordi familiari, sulle speranze riposte nell’attesa, quasi come a voler rimestare e mettere poi ordine in una sequela di situazioni che attengono sempre al proprio “essere sensibile” che osserva e decide.
Nonostante il linguaggio si muova, per costrutto e per organicità sintattica, dentro un’aurea di modernità, è innegabile che in questa sua opera prima veniamo a contatto con una scrittura inquieta che va scuotendo il lettore, lo sferza, lo fa sbalzare fra intimi accadimenti, ma è comunque incelabile il travaglio che trasuda nell’accordare ogni vicenda personale alla propria storia e alla propria identità, sia essa fisica che morale. E dal complesso versificatorio di questa raccolta, nonché dall’avvertita scansione di un verso dopo l’altro, viene fuori prepotentemente la personalità di Alba Gnazi, una voce poetica a cui dare affidamento, donna calata nel suo tempo e già portatrice di fermenti che andranno sicuramente a movimentare i futuri destini della poesia italiana.

Nicola Romano*

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Nicola Romano

 *NICOLA ROMANO risiede a Palermo, dove è nato nel 1946. Giornalista pubblicista, collabora a quotidiani e periodici con articoli d’interesse sociale e culturale. Con opere edite ed inedite é risultato vincitore di diversi concorsi nazionali di poesia, tra cui il “Rhegium Julii”, il “Città di Como”, il “Giorgio La Pira”, “Sìlarus”, “Poesia in Aspromonte”, “Anteka”, “Emilio Greco”.

N.B.: è possibile leggere il resto della biobibliografia di Nicola Romano sul sito de La Recherche, da cui è tratto il cenno precedente.

Nicola Romano su “Luccicanze” di Alba Gnazi

Franca Alaimo su ”Luccicanze” di Alba Gnazi

Luccicanze copertina

Luccicanze di Alba Gnazi, ed. Cicorivolta, 2015

La scrittura poetica di Alba Gnazi possiede un’energia sonora, dinamica, vibrante, dominante.
Se ne viene percossi come la pelle tesa di un tamburo: per questo, inizialmente, l’attenzione ed il piacere della lettura investono, soprattutto, la sfera uditiva.
Le parole, spesso ardite, inusuali, scricchiolano, s’addensano l’una sull’altra, coagulano in grumi, tentano di sfondare la loro fisicità, vogliono (come scrive l’autrice a pag. 19) stuprare, incantare, insozzare, svuotare fino alla dimenticanza.
In realtà esse si portano addosso una vita per molti aspetti drammatica. Lei, l’autrice, somiglia ad una figura dell’antica tragedia greca, ferita a dismisura dal fato fin dalla più tenera età. La poesia della Gnazi, infatti, segue una linea narrativa autobiografica, alla maniera di Sylvia Plath (alla quale viene reso omaggio con il testo “Lady lady lady Lazarus” a pag. 73), che come ebbe a scrivere Frances Mccullough, mise in scena un’autobiografia più che confessionale, mitologica.
Come la Plath, inoltre, un’emotiva passionalità alimenta accensioni appuntite, talvolta spinte fino all’ossessività, come sottolineano certe reiterazioni, che somigliano a delle formule rituali, come l’invocazione del fuoco in La danza delle api (pag. 27), in cui il termine ricorre ben sei volte e, più che un elemento esterno, sembra sprigionarsi da un’interiorità devastata, da quel “nero” che cova ricordi infelici: “ed egli/ un dì sputò nero sulla tavola/ nostra appena imbandita” e ancora: “il ventre nero d’un idioma stretto/ tra i loro denti”.
La forza del sentire (“urlo” è un altro termine spia di questa silloge) si tramuta, dunque, in una parola tattile, fisica, che coincide con il corpo: un corpo di ossa e labbra e piedi e mani che in una sorta di rito orgiastico viene fratturato (“Sono la frattura/ Di me stessa” scrive l’autrice a pag. 45), mangiato dagli altri (il padre, il primo uomo, la gente, l’altro compagno) e, infine, chiamato alle risurrezione (come nel mito relativo a Dioniso) attraverso la pienezza di un nuovo amore, a cui esso viene donato con un impeto eguale a quello con il quale la poeta fa affluire tutto il suo disordinato e scottante materiale psichico alla scrittura poetica.

Franca Alaimo

 

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Franca Alaimo

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Desidero ringraziare anche qui, fortemente e a mani piene, la persona di Franca Alaimo ( di cui è possibile leggere una biobibliografia qui, sul sito di La Recherche), l’attenzione e la cura che ha inteso dedicare alla lettura di Luccicanze (al link la scheda sul sito dell’editore), nonché alla stesura di questa recensione che, attraversando la raccolta,  con sguardo acuto e sottilissimo ne rivela versanti ed echi. 

Alba Gnazi

 

 

N.B.: La signora Alaimo è già presente sul Posto di vacanza con una recensione alla raccolta poetica Crivu di Patrizia Sardisco.

Franca Alaimo su ”Luccicanze” di Alba Gnazi

Anna Maria Bonfiglio su Luccicanze di Alba Gnazi

Luccicanze copertina

Alba Gnazi – Luccicanze- Cicorivolta Edizioni

 

 

 

Con questa multiforme raccolta Alba Gnazi si presenta al lettore come voce poetica originale, capace di declinare temi e versificazione in modo composito, ora affidandosi alla regola lirica, ora componendo partiture in una prosa allusiva e ammaliante. Una poesia dal respiro ampio, ancorché  espressa attraverso un registro se non proprio orfico sicuramente complesso, metricamente libera e tuttavia con una sua propria musicalità. I testi poetici mediamente lunghi rischiano talvolta di esplodere di eccessiva potenza significante a scapito di quella “leggerezza calviniana” che asseconda il volo lirico, ma restano comunque di grande eleganza espressiva e ricchi di simbolismi. Personalmente ho molto apprezzato alcune di quelle poesie più brevi che catturano l’attenzione già alla prima lettura e cito per tutte: Alba, 21 giugno, Mattini, Prospettive. A queste aggiungo Fadwa, testo che vedo bene recitato in teatro; Risveglio, per il suo coniugare un tema che rischia di cadere facilmente nella retorica con un linguaggio di forte pregnanza espressiva, fino alla chiusa: “Mi siedo ora dirimpetto al tuo/mezzodì/e sulla piega del tuo fianco/intatta/a tenerezza m’ostino”; e ancora Lady Lady Lady Lazarus, un notevole testo in omaggio a Sylvia Plath. Luccicanze è una prova d’autore sicuramente riuscita che prelude ad altri nuovi e maggiori risultati.

Anna Maria Bonfiglio

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Sullo stesso argomento vedere anche Luccicanze e bagliori di Patrizia Sardisco.

*

(a cura di Alba Gnazi)

 

 

Anna Maria Bonfiglio su Luccicanze di Alba Gnazi

Il Promontorio (3) Limina

1.

Limen
(19 aprile 2015*)

Continuerò a entrare e
Uscire dalla tua vita
Come un’abitudine, come
una malattia
senza turno la domenica; mi avrai
a tono, annuito e di pietra,
durante
una festa senza invito,
in fila nella fila, sulla soglia zitto, Io:
rosso di Nubia
acceso dall’ultimo spergiuro o sperso
tra i frangiflutti che annaspano
aria –
un giorno
osai chiamarla
Libertà.

Mi avrai, continuerò: e ti sarò lieve
come una supplica, gene
di premature premesse
soffiate tra un nome e
un nuovo avvio, tra i bordi di un accento
sfibrato di bestemmie, di un kajal
punto – occhi, libellule
di mare volate e
blu:
puoi vederle?

Mi avrai:
scuotendo membra nel lasso gioco
finale dell’incuria, solo e bugiardo
come un’upupa, uno zero tra le somme;
come regole non narrate con visto
sangue e placenta
inclini all’oceano o al mare, suo
fratello: a
niente pari,
a niente
simile.

(*Qualcuno le chiama ancora
“Catastrofi del mare”: assolvendosi.)

(Alba Gnazi, da Luccicanze, Cicorivolta Edizioni, 2015)

2.

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(Giovanni Asmundo, Palermo, 2015)

3.

Te lo ricordi ancora
quanto costava allora un super santos
quando c’era la lira ed era chiara
la linea della porta il campo e il fuori
e noi eravamo noi, noi e loro

La butto di rimessa laterale
lo zero tra le somme
non falserà la media.
il rigore non c’era _ no, non cela
l’onta all’Uomo _ nessuno qui voleva
calpestare le aiuole

Poi, come te lo spieghi, spersi i segni
con le braghe calate, a mutuare fobie
l’apprendistato dalle telecronache. E interna
Palermo come è uguale, pure
come ci guarda _ a bocca aperta
la porta ancora rete lato mare

(Patrizia Sardisco, inedito)

 

(Articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (3) Limina

Luccicanze e bagliori

boa-arancione-di-galleggiamento

Da Luccicanze  di  Alba Gnazi, Cicorivolta Edizioni, 2015, presentiamo qui due poesie e altrettante note di lettura, a firma rispettivamente di Francesca Del Moro e Fabrizio Mugnaini, che ringraziamo per la passione e per la raffinata penetrazione psicologica nella voce di Alba: per  il dono di queste boe nella sua poetica, tanto dinamicamente immerse  e riemergenti da emanare, esse stesse, bagliori d’acqua e luce.

 

Lady lady lady Lazarus
(A tribute to Sylvia Plath)

Chissà Sylvia cos’avresti visto in
questo poltergeist di ore imbottigliate

chissà cos’avresti visto nel
monadismo androide di queste
auto in fila nella galleria

Cos’avresti scritto se
certa Musica avesse
fustigato o giustificato le tue rotule
come fa con le mie, costringendo
le cosce e il culo ad adeguarsi.

Lady Lazarus, avresti
morso il labbro inferiore e
acceso una sigaretta, telefonato a un amante,
scolato due whiskey, trovato piacere con due
dita in gola – o altrove – ;

Avresti
steso cipria sullo specchio, mentre
i vagoni della locomotiva di tuo figlio avrebbero
fischiato un brindisi di ferraglia e plastica.

Lady lady lady Lazarus dei miei
capelli con troppo amorale buonumore
lady lady lady Lazarus della mia
gola con troppa aria da respirare
senza che aria le candele spenga;

Lady Lazarus che non hai
orizzontalità né resurrezioni,
con il sudore della luna
sotto ai tuoi calcagni; lady Lazarus che
non piangi e troppo sgnauli,
come un cantino allentato che svibra e scodinzola

Bestemmia, Lady Lazarus,
nel tuo Chanel deprezzato, impreca
i santiddii del tempo presente
e ridi
ché la tua giugulare non ha
tagli né ritorni, dentro le vene di questo Rock
umido, sporgente, eccitato
come le bocche
prima del bacio.

““Stavo per scrivere innocue, ma la poesia di rado lo è. Non lo è mai, in effetti” si legge, a firma dell’autrice, sul retro di copertina del libro di Alba Gnazi, Luccicanze. Una dichiarazione di poetica forte e precisa, che rivendica per la scrittura il coraggio di far male, a se stessi e agli altri, conseguenza inevitabile del mettersi a nudo e per proprio tramite fare lo stesso con chi legge. L’inevitabile associazione con il celebre film di Kubrick fa pensare a una sensibilità speciale e, come quella di Danny, tutt’altro che innocua, che al poeta dona la benedizione/maledizione di scovare le tracce nascoste nella realtà. Tracce che, scrive Alba, sono come “le pietre scartate dal mare”, gemme inaspettate che brillano di acqua e sole “in filo d’ombra”. Il libro, come spiega l’autrice in una nota inserita a guisa di prefazione, si compone di poesie scritte nell’arco di cinque anni, legate da un filo comune che coincide con “la mano che scrive”. Ciò sembra suggerire una certa eterogeneità, che però viene felicemente superata da una grande coerenza stilistica. Estesi e immaginifici, i componimenti funzionano come partiture musicali scandite da accorgimenti ricorrenti quali incalzanti ripetizioni, allitterazioni e assonanze, anacoluti e sospensioni, e un ritmo sempre curatissimo che ora sembra prendere il volo in direzione della canzone, ora si modula sugli slanci emotivi, sull’ansimare o sul placarsi del respiro. Particolarmente curate sono le chiuse, specie quando il ritmo rallenta come musica che sfuma o luce che gradualmente si spegne. La musica così presente sforza i molteplici contenuti in direzione di un’intensificazione, come se a muovere i versi fosse il desiderio di penetrare a fondo nella vita, succhiarla come si fa con la luna in uno dei bellissimi componimenti a lei dedicati o viceversa lasciarsi penetrare fin nelle ossa (la luna e le ossa sono tra le presenze ricorrenti che danno uniformità alla raccolta). Senza porsi alcun limite, i versi assorbono il racconto in prosa, la cronaca, il dialogo teatrale, la sequenza cinematografica, senza mai perdere ritmo e densità così da restare sempre, e in tutto e per tutto, poesia. Sulla quale ci si interroga senza sosta cercando, come si chiarisce in “Non ho voglia di scrivere poesie”, di spingere la parola oltre ogni limite, fino ad ammantarla di un valore soprannaturale. Influenzata dalla letteratura inglese, e in particolare dall’amato T.S. Eliot e da SylviaPlath, a cui viene dedicata una poesia-canzone, l’autrice non esita a utilizzare la loro lingua, ma anche il dialetto, per rendere ancora più espressivi i suoi versi. I temi sono tutti i temi della vita: l’amore, a volte sfiorato a volte vissuto con passione, il rapporto madre-figli che si declina attraverso esperienze e punti di vista molteplici, i ricordi che affiorano portando con sé spazi interni ed esterni e figure, principalmente femminili, evocate con affetto e attenzione ai dettagli, i fatti di cronaca e il loro premere sulla coscienza fino all’immedesimazione. Un libro ricchissimo, complesso e appassionato che, pur essendo un’opera prima, dà prova di grande maestria e spalanca nuove e promettenti prospettive.” [Francesca Del Moro, Articolo tratto dalla rivista #ILLUSTRATI #logosedizioni #VIZIOSO#VIRTUOSO n. 36  http://illustrati.logosedizioni.it/numeri/36/  ]

Indefinito

Prima di andare, aspetta che io
Dorma

Fai piano con
Gli scarponi e il fiato, macchiato
da un singhiozzo; il colpo di tosse
da una volta sola,
da un unico addio.

Tremi, come se
il soffitto potesse
crollarmi sul seno, più
stinto dei tuoi silenzi,
compiaciuto del suo bianco opaco
che non fa rumore.

Non accendere luci, accosta
Al fianco le chiavi, riempi
Il buio tra muro e scale; esci,
va’: priva di sonno e tono, io
dormo.

“Torni a casa affaticato, il tempo cambia ogni dieci minuti, nuvole imponenti si alternano a sprazzi di sole. Ti aspetta il solito caffè rigenerante e poi un breve riposo, invece, accanto alla tazzina già pronta (senza caffè), ti attende anche una busta gommata spedita il 21 aprile alle 09.57. Incredibile ma vero! Un mese e dieci giorni, sono proprio contento, i servizi postali sono molto migliorati. Comunque non è questo l’argomento da affrontare, ma il prezioso contenuto all’interno della busta.
Il volume si presenta elegante, bella foto di Paolo Filighera in alto, doppie bandelle che conferiscono compattezza e stabilità al libro. Leggo il nome dell’autrice e mi riempio di contentezza saperla pubblicata nelle edizioni Cicorivolta, piccola casa editrice che stimo moltissimo. Non posso fare a meno di leggerlo anche perché lo aspettavo da tempo e sinceramente non mi ricordavo più che mi sarebbe dovuto arrivare. Lo divoro. Leggo avidamente pagina dopo pagina con il sottofondo la musica di Caparezza. Leggo e non capisco. Leggo e la mente mi si addensa di sapori, profumi, nebbia densa avvolge la testa. La poltrona mi rimane scomoda, ho bisogno di qualcosa di più grande, non comodo, ma più grande. Il luogo angusto non riesce a contenere tutti i pensieri che rotolano, ondeggiano, i sassolini si sparpagliano, i piccoli vetri si confondono con le biglie, le coperte non coprono, le pagine si allappano. Ho terminato la “lettura” delle poesie, stranamente mi dispiace. Improvvisamente si è interrotta la giostra di sensazioni, i bianchi hanno coperto i neri, i neri sovrappongono i bianchi, spazi colorati, continuo a sentire musica, eppure il cd è terminato. Mi soffermo un attimo e penso di non aver letto il libro, invece, lentamente i versi riaffiorano, i caratteri si ricompongono. Apro nuovamente il volume, giro le pagine, adesso leggo e capisco. Cosa capisco? Mi rendo conto che la discrasia di prima era dovuta all’effetto delle poesie, poesie che intrecciano pensieri, sminuzzano momenti, il presente si trasforma, gli spazi raccordano, le parole si amalgamano. Alba non scrive, compone, esiste una relazione logica tra i vari suoni, le parole sono note, ma la scala è tutta sua, i cambi di tonalità rendono la poesia perfettamente riconoscibile, sua e di nessun altro. Non si conosce monotonia, ogni frammento cambia i piani, la punteggiatura è anagrammatica, ogni interpunzione è una parola, un briciolo di poesia. Non riesci a capirne a fondo i principi anche perché Alba non vuole, resta il non detto, qualcosa di intimamente privato che sconquassa, altera il fiuto, si nasconde e si rivela, ogni istante è tragicamente vero. Inusuali e sorprendenti i vocaboli usati, hanno personalità, spessore, sono dei ganci nel volto, quel volto tumefatto che si nota come filigrana in ogni poesia. Quel “ … bianco opaco che non fa rumore …”, “… siamo pozzanghere di pelle tra i funghi …”, “ … la rena screzia la lentezza …”, “… sull’acqua che miagola sciabordii nel vespro …” e potrei continuare, sono già dei fotogrammi che completano la pellicola di un film, il cortometraggio di Alba, ma nello stesso tempo di ognuno di noi, forse uno diverso dall’altro. Non so che colore abbia la tua voce Alba, ma so che la tua scrittura ha un suono particolare, una risonanza di “sangue e placenta”. Grazie davvero per il bellissimo regalo.” [Fabrizio Mugnaini]

 Luccicanze copertina

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Luccicanze e bagliori

La Terrazza dei Maestri: W.H.Auden

NPG x40007; W.H. Auden by Cecil Beaton
W.H.Auden

 

La clessidra sussurra alla zampa del leone

 

 

 

 

La clessidra sussurra alla zampa del leone,

giorno e notte le torri dell’orologio dicono

ai giardini qual numero d’errori il Tempo tolleri,

quale sbaglio commettano essendo sempre giusti.

 

Ma per quanto sonori i tuoi rintocchi o fondi,

per quanto corra il suo fiotto precipite,

il Tempo mai distolse il leone dal suo salto,

o alla rosa incrinò la sicurezza.

 

Perché, a quanto pare, essi vogliono solo il successo,

mentre noi per il suono scegliamo le parole

e giudichiamo dalla difficoltà un problema;

 

e il Tempo è sempre stato popolare tra noi.

Quando non preferimmo qualche deviazione

a una strada che portasse dritto dove siamo?

 

 

(Wystan Hugh Auden)

 

 

 

 

The hour glass whispers to the lion’s paw,

The clock-towers tell the gardens day and night,

How many errors Time has patience for,

How wrong they are in being always right.

 

Yet Time, however loud its chimes or deep,

However fast its falling torrent floss,

Has never put the lion off his leap

Nor shaken the assurance of the rose.

 

For they, it seems, care only for success:

While we choose words according to their sound

And judge a problem by its awkwardness;

 

And Time with us was always popular.

When have we not preferred some going round

To going straight to where we are?

 

 

 

 

 

Il metodo unanime delle clessidre

 

 

 

 

Far sosta nei tuoi occhi, se

le mani stanche diranno

che il tempo può bastare

 

Attraversare origini e cardini,

tristezza sfocata tra gli aghi di pino:

per ritrovarci qui,

passato natale e tutto ciò

a cui non credere

 

Soprattutto, immaginare Poesia

bivio tra le parole

e sosta nei tuoi occhi,

 

scommessa

dal metodo unanime delle clessidre

di insegnare al Tempo

una Pazienza

che ci sfiora il petto

e non sospira.

 

 

 

(Alba Gnazi)

 

 

La poesia di W.H.Auden è tratta da ”Un altro tempo”, Adelphi – ed.2013

La traduzione è di Nicola Gardini

 

 

”Il metodo unanime delle clessidre” è in ”Luccicanze”, Cicorivolta ed. 2015

 

 

***

 

 

Note Biografiche

(Fonte: http://www.wuz.it)

W.H. Auden, York, 1907 – Vienna, 1973
 auden

Poeta inglese. Studiò a Oxford, nel collegio di Christ Church, e dopo vari viaggi in Germania insegnò in una scuola elementare. Nel 1930 pubblicò il primo volume di poesie (Poems). In seguito collaborò con Christopher Isherwood alla stesura di tre testi teatrali. Nel 1936 partecipò alla guerra civile spagnola, fra le fila dei repubblicani; nel 1938 sposò la figlia di Thomas Mann, Erika, e l’anno seguente si trasferì negli Stati Uniti, dove prese la cittadinanza americana. Tornò in Inghilterra per un breve periodo nel 1956, per assumere la cattedra di poesia a Oxford. Oltre alle opere citate pubblicò, tra l’altro, Gli oratori (The orators, 1932), opera sperimentale in prosa; le raccolte poetiche Guarda, straniero! (Look, stranger!, 1936), Un altro tempo (Another time, 1940), Lo scudo di Achille (The shield of Achilles, 1955); l’oratorio Per il tempo presente (For the ­ time being, 1945); i poemetti Lettera per l’anno nuovo (New year letter, 1941), L’età dell’ansia(The age of anxiety, 1948), Omaggio a Clio (Homage to Clio, 1960); la raccolta di saggi critici Gli irati flutti (The enchafed flood, 1950) e vari libretti d’opera, tra cui, in collaborazione con Ch. Kallman, La carriera di un libertino (The rake’s progress, 1951) per la musica di Stravinskij.

( Continua a leggere qui: La biografia di Auden W. Hugh)

 

 

La Terrazza dei Maestri: W.H.Auden

le Luccicanze di Alba

locandina luccicanze.jpg

Gli spiriti di novembre

Visto da qui
il mare ha il colore degli aironi:
una tragedia piccola
con ali smisurate
costrette
sotto un abbozzo di cielo
Degli aironi ha la voce,
roca altura che spazza i covi tra
i sogni d’Odisseo e la mia casa
e smucchia onde e pule
con un rostro tra i denti
Degli aironi ha l’umore, e lo schianto,
le plane fessure che interdicono lingue,
che intermezzano arie:
e va, di questo vetro ignaro,
oltre il grume che m’inonda, ghiaccio
come gli spiriti di novembre,
inerme al giudizio,
solo.

 

 

Chiave di Sol

Sono la frattura
Di me stessa.
Compaio

Attraverso le mie pieghe.

 

 

La via dell’airone

Improvvisi e scabri, come su
la via dell’airone, spaventato dall’ironia del grigio
Cielo minuto di salsedini per bocche profane di parole
perfette, sprovviste di consenso eppure
leggere, leggere – armonia di voli e muri,
e vetri apparenti,
(sciolti tuttavia, tersi : silenti)
Ed è sabbia che incontra un’impronta,
Voce fitta sulle mani;
Unica edizione di privati Eterni
che t’asciugano le labbra sull’orlo del
tocco; tu
sorseggi piano
e con le ciglia mi riscrivi:
come fossi vino, come fossi vento
come fossi fede.

 

Nota dell’Autrice
Il filo comune di questa raccolta è la mano che scrive.
Sono una parte delle poesie stese nel corso di circa cinque anni; alcune compaiono su riviste e blog, molte altre sono inedite: stavo per scrivere innocue, ma la poesia di rado lo è. Non lo è mai, in effetti.
C’è, qui dentro, quel che mi domina e mi traina, quel che mi trattiene e mi ammutolisce, quel che amo e mi ama; che mi ferisce, mi deposita in me. C’è Io, suddivisa e sparpagliata, raccolta e disordinata; spesso miope, incostante e dolosa, furiosa e passiva, carnale, eterea, vividamente sottotono: e via con gli ossimori – di cui cado spesso preda.
C’è la mia abituale frequentazione con la lingua inglese, con i bambini che incontro a scuola, con la Musica, con il mare.
Ci sono i miei figli, cui dedico questa me sgranata e fuori misura.
C’è l’amore che ho osato e potuto.
C’è casa, costante di fuga e ritorno.
C’è un insieme di Poete e Poeti cui molto, molto devo; alcuni passati al silenzio, altri tra terra e ombre, altri ancora in carne e fiato: non ne nomino nessuno e li ringrazio tutti.
Il titolo, Luccicanze, è la parola che una donna meravigliosa, tempo fa, arguì utilizzare per i miei scritti: così l’ho presa in prestito per questa silloge, pensando ai sassolini e alle pietre che il mare scarta, semisommerse nel fragore, in filo d’ombra.
Alba Gnazi

le Luccicanze di Alba