Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Testi di Cristina Polli, tratti da Tutto e ogni singola cosa (Roma, Edilet, 2017)

Fotografie di Giovanni Asmundo (coste mediterranee, 2011-2018)

*

Metafore di pietra

Genero metafore di pietra,
roccaforti a spigolo vivo, oltre
strati di parole che trapassano
come lame taglienti i miei pensieri –
residui di avidità – prigionieri
di una cupa estranea accidia.

Abito nella mia torre d’avorio,
fortezza eletta al mio sentire,
solitudine arroccata dove lascio
aditi dischiusi ad intuire
destini di umanità contrassegnati
da composti tormenti di passioni.

Rethymno, 2018

***

Il tempo della poesia

La poesia costruisce monumenti
con briciole di pane,
cammina su tele argentee di ragno.
In un tempo senza ore, né giorni
tesse trame di seta…
E annoda dolori
che l’hanno scalfita,
più spesso ferita,
o anche dilaniata.
____________

In un tempo sospeso sull’essere
la poesia accorda il suo suono.

Rethymno, 2018

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Nausicaa

Se approdi naufrago alla mia riva
avrai di certo vesti
e unguenti
per toglierti il sale
disseterò l’arsura
dei giorni abbacinati
stretti alla catena
delle notti insonni
e ti toglierò dai lobi
il fragore delle onde in corsa
la corsa dei venti battenti sulla prora.
Rinnegherai il tuo vagabondare
e sarai il mio dolore d’abbandono.
Se approdi naufrago alla mia riva.

Castel di Tusa, 2016

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Distacco

Cosa sto cercando,
così, ancorata al distacco?
Guardo, oltre la balaustra,
l’orizzonte che si compie da solo
nell’umida sera recando echi di schiume
lontane, veli di pensieri che si levano
ed annebbiano le parole che lente,
incuranti, rispondono:
“Va bene, fermiamoci qui.”
Ci sediamo, ma abito l’assenza

Procida, 2016

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Risoluzione del dolore

Vorrei che mi avvolgessero suoni in erre-emme
cantati in un immemore fluire
che ci riconosce nei vuoti impercettibili
nel buio tra gli archetipi.

Venezia Mestre, 2011

***

Canti del disapparire

Non ho voce
se non ascolti
e taci.
———Bianche di spuma
———le onde si rifrangono
E io in evaporare dispersa
mi trattengo
———Canto del disapparire.

Non ho volto
se il sembiante dissolto
cancelli.
———Gonfi d’acqua e pianto
———corpi in emersione
E io spuma di mare le membra
lambisco
———Sudario di speranze.

Non c’è requie
se le grida tra i flutti
non senti.
———Da deserti roventi
———esili di arsure
Il nostro fatale errare in acque
trasmigrato
———Canti del disapparire.

Tunisi, 2015

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Cose quotidiane

Traduciamo il giorno
con dita e respiro
e sovente nell’incontro atteso
dei nostri sguardi stanchi
mi chiedi una prova di immanenza
quel tutto indiviso
anelito di amanti
ricerca di mutuo approdo
delle nostre derive
e io vorrei che vedessi
la bellezza dell’ora
che ci congeda dalle cure
e prova per sé
quel che noi siamo.

Venezia Mestre, 2012

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Piccola vita del pomeriggio

Stava sulla tovaglia rossa
un mucchio di panni
bagnati-spiegazzati-colorati
che ora si asciugano al sole
appesi a uno stendino provvisorio
e svolazzano apparendo oltre i vetri della finestra
come bambini che tornano
con risate fragorose
e poi riprendono i giochi.

Trogir, 2013

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Tutto e ogni singola cosa

A decantare questo succo di fibre d’anima
si depositerebbero sul fondo residui
di dolori e potrei raggiungere
l’ebbrezza
con nettare di sogni
e di visioni,
trovare anch’io il mio Lete
e perdermi nell’oblio,
ma poi vuoterei il bicchiere fino alla feccia,
ché non ti saprei Amore se non prendessi
tutto e ogni singola cosa di te.

Venezia, 2014

***

(articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Il Promontorio (25) A Creta con Odysseas Elytis. 1

Rethymno, Creta (aprile 2018)

*

Laconica

L’angoscia della morte tanto m’incendiò, che il mio bagliore si riverberò nel sole.

Quello adesso m’invia nel pieno accordo della pietra e dell’aria

E dunque, quello che cercavo, sono.

Estate di limo, riflessivo autunno

Inverno minimo

La vita reca l’obolo della foglia d’ulivo

Entro la notte degli stolti con un piccolo grillo riconvalida la norma dell’Inaspettato

(Odysseas Elytis, in Sei rimorsi più uno per il cielo, 1960)

*

(Articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (25) A Creta con Odysseas Elytis. 1

Il Promontorio (24) A Venezia con Verdemare di Alba Gnazi

Testi di Alba Gnazi, tratti da Verdemare (Milano, La vita felice, 2018)

Fotografie di Giovanni Asmundo (Venezia, in un giorno di questo Aprile)

*

Fotografia di copertina: omaggio a John William Waterhouse, Miranda – The Tempest, 1926

*

Intona i saliscendi della quiete tra
vetri d’onda e lucori sprovvisti di fine-sosta,
domiciliato del mare, accogli in seno il latte di Crono;
sosta, rimira la quiete in risacca negli occhi.

da Cronologia inversa di un andare (pag. 23)

*

Esiste un andare
che bruno scavalla
i doppi sensi.

Cinque per mano, angoli
acuti di conoscenza e cecità, un
andare che si solleva tra i rombi
oscuri delle navi e la prima scia,
fitto di ritorni menzogneri, ferro
doppio come un senso,
un imprevisto o un abbandono.

È la nostalgia delle comete, della loro
ombra
che svezza maree e porti vuoti
e si incastra in gola, insieme ai posti, all’urlo,
ai sensi mai detti,
alle comete.

Esiste un andare, in Tornare all’acqua (pag. 41)

*

Sonorità
infoscano di brezze e cirri
le luci sottocosta, simulacri di
Nereidi dalle bianche frequenze,

afrori
d’incorrotti empirei
vissuti e atomici
come l’urgenza del sale
tra il pane e la lingua
o l’urgenza della tua schiena
come uno scalmo
per le mie membra.

Inconciliabile attrazione
tra siccità e desiderio:
feroci incedono
i corpi
tra i neri
infetti di luna;

le mani a lungo docili
si narrano, spiate da marosi
ubbiati e torvi
a bordocosta.

Così si resta,
da remote inquietudini e
sonorità sommersi,
ormai pronti all’annotto.

Bianche frequenze, in Tornare all’acqua (pag. 49)

*

[…]
Ma da venute che scuotono illusioni
ad andate che altrettante ne cancellano,
più accosto, più largo s’insedia il cuore, arroccato
ove i pendii fanno spalla
ai tramonti, o su uno sterno sfregato
da Perseidi innamorate del proprio lampo,
dirimpetto al mare.

da Biancazita, in Tornare all’acqua (pag. 50)

*

The sea has many voices
Many gods and many voices.
T. S. Eliot, Dry Salvages, Four Quartets

Non so granché delle marittime,
del salmastro che scompone ere e
toni; ciò che è vero ritto implode e io
approdo tra i ferali morsi d’acqua
a cerchi e larve, di schiena alla Scogliera,
scontenta degli spruzzi color brusco

c’era il Devonshire, e dall’altra parte
altre scogliere.

Ma sarà, consideri, che il mare asciughi quest’umido
Chissà
perché mi torna in mente il Fenicio
il Fenicio e le sue parole
di Marinaio negli annegati occhi fenici;
di schiena alla scogliera smotto qualche ventre
da sempre spero non sia il tuo.

Quando torni all’acqua ci devi stare:
interamente. Nel cordame e tra gli spruzzi, in cima
ai curvilinei dei gabbiani, a certi
palazzi senza più porte e a un intermezzo
di marine, sapendo

La scogliera non ripara dai colpi di vento.

[…]

da La Scogliera (Omaggio a T. S. Eliot), in Tornare all’acqua (pag. 53)

*

La nave ha sbagliato ormeggio, cercava
un porto invece ha trovato Noi, Medusa:
tu un busto, io un’inclinazione
della terra in avanti, una corrente disconosciuta
delle lande plagiate dal ghiaccio, estreme
e riluttanti alla conoscenza, come te e forse
come me, Medusa: interrotte a luna piena,
esuli in passati che combustionano
madri e ci abortiscono, così, come falene
partorite da un albore. Mi hai assicurato che
vanità non ti possedeva, esitai per onestà:
poi ti seguii, correndo satura e fertile, eccitata
dai tuoi capelli e dai tuoi zigomi
in controluce, ossidiana
alle coste del meriggio. Naturale che
si ravvolgesse l’ombra di spalla
introvabile tra le figure delle pleiadi a
pomeriggio inoltrato: eri già impetrata
e io
t’ho ninnato come un pianeta da nascere
sottilmente complice
e sopravvivente illusa.

La nave ha sbagliato ormeggio, in Battiti radiali (pag. 78)

*

La storia non poteva essere che questa, sostieni:
densa di epiloghi, sfinita: lo credi davvero?
Presumo sia stato un errore
supporre che ogni inizio inizi, che ogni fine
finisca: ché la vita prosegue
ciò che la morte mantiene e la morte rinverdisce
ciò che la vita tralascia.
Un verticale, ineluttabile
colpo di tosse tra l’eternità
e il Verdemare.

da Verdemare – II (A te che ti ostini), in Verdemare (pag. 104)

*

Dei fantasmi delle penombre
essere vivi per ammissione
– un tragitto, uno sproloquio,
un insetto turbinante sul vetro –,
del nero poggiato sulle spalle
colluso alla composta maggioranza
che traversa i ponti i segni le contrade,
traversa gli incroci cui affidarsi a occhi aperti,
i fantasmi sospesi su un elenco del telefono
che squilla giù in basso, più bianco,
di un reperto di gioia lungo i fianchi;
meraviglia d’incontri mancati
ad annudare ogni atto con troppe personae,
e il nastro che trilla su un ramo
abbandonato in conversati tramonti,
il decalogo del NonAscolto, gli ieri asincroni
in carteggio
– avrei voluto incontrarti in un naufragio anteriore –
questo idioma a voci nulle
di fantasmi costretti all’esistenza –
– il sesso amorfo del silenzio.

da Vivi per ammissione, in Verdemare (pag. 106)

*

*

(articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (24) A Venezia con Verdemare di Alba Gnazi

Il Promontorio (23) Breve viaggio in Italia tra oriente e occidente

Il tramonto tra Fusina e il Bacino di San Marco, il sole tra le cupole di Istanbul al suono di musica ottomano-persiana, oltrepassando le colline semitiche, viaggiando attraverso i deserti montuosi d’Oriente e sfondando le quinte architettoniche delle Nozze di Cana, veronesiane o meno; la copia, nella luce d’imbrunire filtrata dalle finestre del Cenacolo, forse più originale dell’originale al Louvre.
Seguo le cornici veneziane che si lanciano nell’architettura illusionistica di una Roma-Verona in nembro rosso e marmi, la moltitudine degli ascoltatori che continua nel dipinto, grazie ai colori somiglianti per la penombra. Fuori, le onde buie sugli scalini e sulla facciata di San Giorgio, stiacciato in superficie il suo pronao troppo romano per specchiarsi sull’acqua dei Dogi.

(Sottovoce: una neve di carta commovente e felice; un Appennino che emerge dalla nebbia; un’epifania di luna piena).

Ed eccola, Roma, tra il Palatino e il Capitolino, nel silenzio assoluto dell’alba. Andando per caso per la via sacra.
La prima luce bagna le scanalature dei templi, entra trionfale da sotto la volta dall’arco di Settimio Severo, divampa sui placidi mosaici di San Paolo fuori le Mura, scolpisce sfingi orientali e fiori di loto sul candelabro medievale.

(Pianissimo: la gioia grande degli incontri; il sorridente sogno dell’acqua alta, lontana e così vicina).


Infine la mia isola gialla e blu! Scompigliata dal vento africano.
Di mostri in mostri, di palme in palme.
Dal Pellegrino al Peloro, scherzando con Cariddi per non farmi inghiottire.
Un traghetto sembra arrivare da Calcide.

E tornare dalla falce di Orione alla Cala tutta-porto di Panormo, sebbene per poco, alla sua Bab-el-Bhar e alle sue balate puniche, curve fino al campanile preferito, minareto romanico in bilico tra due Mediterranei, palma d’oro pietrificata, virgulto regale in veste da basilissa incoronata dal sole. In capo, ghirlande di stelle a otto punte d’arenaria e lava, preludio dei lumini della sera.

*

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (23) Breve viaggio in Italia tra oriente e occidente