Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Fotografia dedicata a un “Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli dei figli”, un bambino senza volto né tempo, eternamente stagliato sugli scogli, sull’orizzonte marino, sul nostro orizzonte comune (Livorno, 2018).

“[…]

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantavano

ai massacri dei re,

essi che ballavano

alle guerre borghesi,

essi che pregavano

alle lotte operaie…”

Pier Paolo Pasolini, versi dalla poesia Profezia  (in Poesia in forma di rosa, 1964)

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

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Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Il Promontorio (19) A Venezia con Salvatore Quasimodo

Venezia (settembre 2017)

*

Ora che sale il giorno

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo, in Tutte le poesie, 1960

*

(Articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (19) A Venezia con Salvatore Quasimodo

Giovanni Giudici, Poesie

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Giovanni Giudici

 

UNA COSA

 

Una cosa, una cosa.

Sublime immagine meravigliosa – o

piuttosto non una di quelle

lapalissiane verità che talvolta

basta scoprir da soli per fare poesia?

 

Più che una cosa forse un movimento.

 

Ma prima conti in regola cuore contento

spalle coperte morituri morti pretendo:

tempo davanti a me finché ci sia

l’occasione di scriverla in bello stile.

 

Parlo di un modo poetico d’esser vile

– e la cosa è volata via.

 

***

 

IL CATTIVO LETTORE

 

Un poeta virile finalmente

per chi tenero si sentiva!

 

Bassarèo già in Ceccardo –  ma da te

ebbe un carro sonoro incubi d’oro gore

e i folli mùgoli sdrucciola decisiva …

 

E il giro di trottola

il perno l’acre tizzo lo scrìmolo il distorto

barbaglio il rombo il gorgo – bevuti senza riguardi

pozione giovanile passione – il verbo resta,

l’avverbio tardi.

 

Poesia non dà poesia la strada non era questa.

 

Ah cireneo Montale

la gloria molesta

del nostro leggerti male!

 

(Da Autobiologia)

 

***

 

DURATA

 

Intanto che le cose si accadevano – N

davanti a noi con un braccio paralizzato e una smorfia.

Affermando che è l’ultima occasione.

Ma per favore ripeta non ho afferrato il concetto.

Intanto che le cose si accadevano – N

si piegava spiegandosi ma non si spiegava.

 

Intanto che le cose si accadevano – L

a provare la prova generale della morte.

Avendo la riserva dell’ultima occasione.

Ma per favore ripeta non ho afferrato il concetto.

Intanto che le cose si accadevano – L

Si spiagava piagandosi ma non si spiegava.

 

Intanto che le cose si accadevano – R

parlava che la vita bisogna interromperla viva.

Di conservarla essendo l’ultima occasione.

Ma per favore ripeta non ho afferrato il concetto.

Intanto che le cose si accadevano – R

Si piagava spiegandosi e non si piegava.

 

Intanto che le cose si accadevano – N

davanti a noi con il braccio paralizzato e la smorfia.

Intanto che le cose si accadevano – L

che provava una prova generale della morte.

Intanto che le cose si accadevano – R

parlava che una vita bisogna interromperla viva.

 

Altrimenti che cosa potrebbe interrompere.

Altrimenti la prova generale non prova.

Altrimenti braccio e smorfia a che servono.

Intanto che le cose si accadono.

Intanto che si evadono.

Intanto che le cose si succedevano – e io

 

(Da Pantomime di Praga)

 

***

 

L’AMORE CHE MIA MADRE (VI)

 

Lei stava nella cucina là oltre quei tre scalini

Dove s’illuminò diventando quasi bianca a quella luce

Al mondo di quel rivenente per un attimo vocata

E noncurante dunque di ogni voce che non fosse

Quella di lui fatta di ammicchi e sguardi.

 

Egli era alto, ma uno di cui si direbbe

<<Guarda com’è invecchiato>> e un vestire d’altro tempo

Estivo e d’un qualche involto di giornale sotto il braccio.

 

E lei macchinalmente interrompendo quei suoi atti

E il tintinnare di quei piatti e bicchieri

Senza nemmeno un saluto come se fosse da ieri

Calma gli rispondeva in quella lingua di silenzio.

 

(Da O beatrice)

 

***

 

ESSERCI

 

È da molto lontano il mio aspettarti.

Quanti anni si sono consumati inutilmente

Prima che tu arrivassi nel mondo.

Io, già presente – il mondo fra due

Non è l’astratto diverso esserci

Ma il qui e ora dove entrambi ci tocchiamo.

Il nostro era una città invecchiata

Giovane appena nel triste volersi cambiare:

Nella sua entrava la nostra piccola febbre,

Io un po’ assurda quanto bastava a riconoscerti.

 

Tutto ciò può sembrare una storia scritta ad arte,

Con sempre nuovo il mio remoto aspettare.

Se manchi tu non c’è niente qui intorno

E di ogni apparenza io faccio un vuoto

Così com’era prima che tu ci fossi.

Tutte le cose aspettano te per esistere.

Entri perentorio, unico suono, unica

Persona – è sterminato il deserto

Dove ti manifesti con uno squillo di telefono:

tempo senza inizio di cui sei fine.

 

(Da Persona femminile)

 

***

 

EH SI’

 

Eh sì tu te la fai a suon di chiacchiere

A suon di poesie e altre

Bischerate che poi

Vorresti anche metterle sui giornali – ma guarda me

 

Guarda lui a questa ora della sera dopo un’intera

Giornata che tu arrivi tutto pimpante

Guarda un po’ noi se ancora ne abbiamo

Voglia o piuttosto se

 

(Da Pascoli Il ristorante dei morti -)

 

***

 

IL CUORE

 

……. però ci furono quelli

Che ebbero per casa solo il cuore

Sospeso tra abissi e buio – di una vita

Tutta nell’invisibile – il cuore

Che lentamente si crepava e null’altro

 

***

 

LINGUA

 

Belle – gentilissime

Oscenità

E pronunziate però in altra lingua

Sempre – pura e perfetta

Che nessuno distingua

 

Emma che spacchi fra dita di sangue e disponi

Riappiccichi lo specchio

Di membra sparse e i tuoi feriti idiomi –

Quello che implori quello che imprigioni

Quello che regni insoluta

 

Teatro dei tuoi dovunque e giro degli atti

Dove il corpo sussista non esserci del cuore –

Ma sola ti lambisce

Segreta umile e muta

Lingua lontana d’amore nessuno capisce

 

Io che tocco i capelli ravviati

Arresa scopro la fronte di minutissime righe –

Quella che esala che tu cambiasti tre volte

Quella infine che vola

Tua anima che ride

 

Nel sospetto se Dio fosse la Morte

E noi la vita che divide

 

(Da Lume dei tuoi misteri – Akt -)

 

***

 

Le poesie qui proposte sono tratte da Giovanni Giudici – Tutte le poesie, Mondadori 2014

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(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

Giovanni Giudici, Poesie

Un Posto, di sabato: Andrea Zanzotto, Ecloga II

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Andrea Zanzotto

La vita silenziosa

a M.

 

 

I

 

Sediamo insieme ancora

tra colli, nella domestica selva.

Tenere fronde dalle tempie scostiamo,

sole e cardi e vivaci prati scosto

da te, amica. O erbe che salite

verso il buio duraturo, verso

qui omnia vincit.

E venti estinguono e rinnovano

a ogni volgere d’ore e d’acque

le anime nostre.

Ma noi sediamo intenti

sempre a una muta fedele difesa.

Tenera sarà la mia voce e dimessa

ma non vile,

raggiante nella gola

-che mai l’ombra dovrebbe toccare-

raggiante sarà la tua voce

di sposalizio, di domenica.

Non saremo potenti, non lodati,

accosteremo i capelli e le fronti

a vivere

foglie, nuvole, nevi.

Altri vedrà e conoscerà: la forza

d’altri cieli, di pingui

reintegratici

atmosfere, d’ebbri paradossi,

altri moverà storia

e sorte. A noi

le madri nella cucina fuochi

poveri vegliano, dolce

legna in cortili cui già cinge il nulla

colgono. Poco latte

ci nutrirà finché

stolti amorosi inutili

la vecchiezza ci toglierà, che nel prossimo

campo le mal fiorite aiole

prepara e del cuore

i battiti incerti, la pena

e l’irreversibile stasi.

 

II

Ma tu conoscerai del mio sorriso

l’implorazione ferma

nei millenni come una ferita,

io del tuo l’alba ad ogni alba.

Germoglio lieve ti conoscerò:

quanto aprirai, quanto ci appagherai

di lievi avvenimenti.

Droghe innocue, bufere di marzo;

orti d’iridi e cera, sinecure

per menti e mani molli d’allergie;

letture su pulviscolo d’estati,

letture su piogge, tra spine infinite di pioggia.

Talvolta Urania il vero

come armato frutto ci spezzerà davanti:

massimi cieli,

voli che la notte

solstiziale riattizza,

gemme di remotissimi

odi e amori, d’idrogeno

sfolgorante fatica:

deposti qui nell’acqua di un pianeta

per profili di colchici e libellule.

 

Forse alzerò fino a te le mie ciglia

fino a te la mia bocca cui l’attesa

alterò dire, esistere.

E anche nella terra,

domani, l’ultimo mio indizio

inazzurrirà di stellari entusiasmi,

di veloci convulse speranze.

 

Avremo lontananze capovolte

specchi che resero immagini rubate

fiori usciti da mura ad adorarti.

Saremo un solo affanno un solo oblìo.

 

(Da IX Ecloghe, 1962 in Poeti Italiani del Novecento, a cura di P.V.Mengaldo, Mondadori Editore 1981)

***

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Il Poeta con la moglie, Marisa Michieli, cui il testo è dedicato

 

 

 

 

 

 

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

Un Posto, di sabato: Andrea Zanzotto, Ecloga II