Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Fotografia dedicata a un “Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli dei figli”, un bambino senza volto né tempo, eternamente stagliato sugli scogli, sull’orizzonte marino, sul nostro orizzonte comune (Livorno, 2018).

“[…]

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantavano

ai massacri dei re,

essi che ballavano

alle guerre borghesi,

essi che pregavano

alle lotte operaie…”

Pier Paolo Pasolini, versi dalla poesia Profezia  (in Poesia in forma di rosa, 1964)

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Lorenzo Pataro, selezione di poesie edite e un inedito

Foto 145

C’è un vento di neve che scuce la pelle
lì fuori, ma la tua che stanotte
hai lasciato sul tavolo non cede al cadere
gelido del dolore, si ciba di quel
che rimane, parla col bicchiere mezzo rotto
mezzo vuoto, ascolta le crepe del vetro
in ansia per la tempesta imminente.
Sì, c’è un vento forte lì fuori, i passanti
sfidano la potenza sibilante
della lingua velenosa,
non comprendono i sintagmi minimi
delle frasi, sfugge il mistero della parola
sacra, perché sì, c’è un vento forte, fortissimo
lì fuori, un cane perlustra il resto
dei resti tolto alla fatalità della fame,
una carta col segreto dell’uomo-bambino
fuggita dalla torre s’inumidisce
di cielo superbo, e tu, smembrata,
voli leggera, protetta dal tuo silenzio
di carne, e vai, vai raccogliendo le parole
confuse, i cerchi, i gridi d’aiuto, cerchi
la chiave di svolta, i pezzi mancanti
per l’acqua sulla tovaglia che sfugge
alla logica del grembo, che soffre
sparpagliata e ha sete
di bianco.

(Inedito)  

***

Selezione di poesie da Bruciare la sete, Controluna Edizioni 2018.

 

(Silenzio)

 

Vorrei liberartene,
farlo marcire
(dentro due parentesi)
per non farti soffrire,
per farti fiorire.

Eppure gli scheletri
raramente escono
dagli armadi.
Come i tuoi
che hanno fatto un’oasi
di ceneri bianche.

*

La logica della quantità

 

Ho paura quando ti scopro bambina
con la bocca sporca di crema a ripulire
le barche sulla spiaggia
intrise di sabbia
per scovare le cifre
che mancano al tuo compimento.

Tutte le volte
come uno zero senza cifre davanti
accolgo fra le mie tremule braccia
la metafisica possibilità
che hai di riempirmi.

Un angelo senza ali dorme in quella nostra stanza vuota
in attesa di comunicarci un messaggio divino
che ci sottrae alla logica della quantità
e l’orologio tra le mani
conta i martellanti numeri restanti.

*

Darsi al vento

 

Ingoiare per sbaglio i noccioli delle ciliegie:
errore di fatalità diresti
istante negato che si partorisce dal buio
emerge dai cunicoli della gola
e li addenta come una madre quando vorace
trascina dai polsi il suo bambino
per insegnargli la ferocia dell’ascolto.

Ritirare la sete:
difetto di volontà diresti
istante scelto che si contorce
al sole, come ritira la lingua la serpe,
la saliva amara.

Spezzare la punta della matita
sentire le vertebre stridere
con la grafite:
errore di precisione diresti
pugile flaccido
bersaglio mancato per un soffio
troppa superbia nell’impugnare l’arma.

– Siamo fatti per cadere –
ti dico
mente ti ergi a un millimetro
dal mio gettare
e vorresti che i coltelli
non sviscerassero il vuoto.

*

La cenere

 

Nel bianco lancinante
mutismo di quella notte
fredda come una statua funebre,
giocavamo
a consumarci la voce
a furia di urlarci con gli occhi
a squarciagola
quanti petali ci eravamo strappati.

Ora resta solo la cenere
a scaldarci.

*

In viaggio

 

In viaggio
dormivi con le mani sopra gli occhi
come a proteggerti dai sogni
che non potevi realizzare.

Hai continuato a guardare il buio
accecandoti.

*

Veglia

 

Come Ungaretti
ho scritto
lettere piene d’amore
ma non ne ho ricevuto risposta

Non sono mai stato
tanto
attaccato al capo
del nostro filo spezzato.

*

Innalzarsi

 

Inabissarsi è solo toccare il fondo
per bersi il buio a piccoli sorsi
e poi innalzarsi
per poter raccontare
che solo l’acqua lurida del pozzo
mostra i propri mostri,
che solo rimpiangendo la Bellezza
si diventa di sé stessi Catarsi.

 

COPERTINA 1

 

 

Nota biobibliografica

Lorenzo Pataro, nato a Castrovillari il 14/11/1998, vivo a Laino Borgo, provincia di Cosenza, in Calabria. Diplomato al liceo scientifico di Lagonegro (Pz), sono al secondo anno di Lettere Moderne all’università degli studi di Salerno. Scrivo anche racconti e uno di questi, “Storia di un violino e di un corallo”, nel 2015, è stato pubblicato in un’antologia per scopi umanitari, Uomini su carta vol. 2, a cura di Gemma Gemmiti. Lo scorso giugno è stato pubblicato il mio primo libro di poesie, “Bruciare la sete”, per Controluna-Edizioni di poesia con la prefazione della poetessa Eleonora Rimolo. Due testi del libro sono stati pubblicati in anteprima dalla rivista Atelier Poesia (online) e uno di questi è stato tradotto in spagnolo dal Centro Cultural Tina Modotti di Antonio Nazzaro. Altri testi sono usciti per altre riviste e Lit-blog come Poetarum Silva, YAWP: giornale di letterature e filosofie, Frequenze poetiche, Menti sommerse per la rubrica “I fiordalisi”, Poesia Ultracontemporanea, Neobar, Limina mundi, Poesie sull’albero e di recente alcuni sono stati tradotti in romeno.

*

 

Immagini fornite dall’Autore.

Selezione testi e articolo a cura di Alba Gnazi.

Lorenzo Pataro, selezione di poesie edite e un inedito

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve

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Outtake

 I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo.

 

*

 

Fabula

 

Colleziona le foto dei suoi amici.
Le nasconde tra i giochi o nei quaderni
scarabocchiati della primavera.
Oltre seicento polaroid e tutto
il suo mistero è nel modo in cui dorme.

 

*

 

Fabula

 

Questa luna è una corsa di bambini
attorno a un pozzo quando il pozzo è pieno
fino all’orlo. E nessuno per chilometri.

 

*

 

Pro Verbis #4

 

E saremo l’Immagine dell’uomo.
Non la creatura breve, ma la traccia.

 

*

 

Pro Verbis #5

 

È questo:
che il mondo
diventa le cose.

Le tante
perdute.

 

*

 

Fabula

 

Ogni notte, in attesa che la carne
ritorni a vivere, portiamo i nostri
bambini al mare. Li guardiamo farsi
buio nel buio; ritornare all’alba.

 

*

 

Due poesie dalla sezione Ritratti di comunità in sei giorni

 

III

Padre Claudio disseppellisce i corpi
dei suoi fedeli prediletti e solo
per loro recita l’Apocalisse
di san Giovanni. Le pupille fisse
dei morti lo ringraziano. Il suo ruolo
è questo. Padre Claudio è poco più
che adolescente – poca è l’esperienza.

 

*

 

IV

Alberto, don Alberto: un gesuita
di ferro. I muscoli tirati a lucido
con l’olio. In posa davanti ai bambini
del centro di recupero; è domenica.
Lo spettacolo dura fino a quando
Alberto, don Alberto, stramazza
al suolo. Poi risorge come sempre.

 

*

Fabula

 

Solo la terra deve farsi terra –
così spogliamo il corpo di ogni cosa.
Cuciamo i tagli, ripuliamo il viso
dal seme. Raccogliamo i pezzi sparsi
per il salone; li bruciamo insieme
tutti per il falò di fine maggio.

 

*

 

Pro Verbis #6

 

Le conosco a memoria, queste stanze.
So bene come perderti ascoltando
l’acqua del corridoio in ombra: stanza
del mare.

 

*

 

Pro Verbis #7

 

In estate si fa l’amore nelle
case vuote, le case di vacanza.
Quando in giardino rimangono accese
le lampade tutta la notte,
cose date o cose rese.

 

 

Testi tratti da Creatura breve, Edizioni Ensemble 2018

 

Un Posto di vacanza ha ospitato altri contributi di Gabriele Galloni: è possibile leggere qui una serie di inediti; qui alcune poesie tratte da In che luce cadranno, la seconda raccolta poetica di Galloni, con una nota di Alba Gnazi e qui una lettura della summenzionata raccolta a cura di Michele Paoletti.

 

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Gabriele Galloni

 

(N.B.: Immagini tratte dal web)

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Gabriele Galloni, selezione di poesie da Creatura Breve

Julia Gianferri

Julia Gianferri.jpg

*

Sguardi che non facevano ritorno

capelli inariditi dalla colpa

mi resta nelle mani un tono montuoso e limpido

che plana lacerando le alture

la pioggia ha finito solo adesso

di cadere.

 

*

Giocavamo ai giorni di festa

ad osservarle la vecchiaia

rendere l’odore del forcluso

un altro senso

mia madre ci trascinava su una coperta

per il corridoio

il gioco era rimanere aggrappati

per non sentire il pavimento.

 

*

Prendeva medicine di notte

restava sveglio a controllare corollari

di precauzioni e sintomi.

Questo succede a spingere

in eccesso il corpo

in sottovuoto i significati

a convertire l’assenza in

rifiuti organici.

Ora se faceva rumore

era solo per aprire la porta del bagno

tornare a letto per non sentire freddo.

 

*

Quel che ti sto per dire non è nulla di nuovo

niente che non sia già stato vissuto

nessuno muore prima del tempo

nessuno torna indietro perché lo vuole

nessuno si è perso la vista dei glicini sulla spiaggia del lago

solo l’assoluto si dimentica ad ogni istante

e noi per rimanere intatti

moriamo vergini

nello stesso momento

in cui ce ne accorgiamo.

 

*

E non voler più esistere

senza la tua visione del mondo

la sedizione che mi colavi addosso

dal soffitto dei portici

colonna dopo colonna

principio dopo sguardo

perfezione dopo risucchio

stanotte ho squarciato

lo stesso velo di quei giorni

di settembre;

se solo fossi esistita più a lungo di te

se solo ti avessi disossato.

 

(da Poesie dell’immaturità, inedito)

 

Un commento alla poesia di Julia Gianferri, a cura di Gabriele Galloni e Antonio Veneziani è reperibile   qui

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

foto: fonte web

Julia Gianferri

Davide Zizza, selezione di poesie edite e un inedito

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Davide Zizza

 

La musica del Bereshit

Prima fu silenzio. Il tempo non scandiva nessun ragtime umano.

Non c’era la nota che dava l’attacco per il concerto.

 

C’era solo un principio senza violino. Senza pianoforte.

Senza shofar. Era solo un caotico silenzio: di morte.

 

Poi un soffio. Un lungo soffio portò l’amore.

Una lunga nota profumata portò l’ordine e la chiara geometria.

 

Il canto degli alberi e dei campi allietò il cuore.

Cominciò ad esistere dal nulla lo spartito. Il decagramma.

 

Tutto fu. Nella musica della Creazione.

 

 

 

*

 

Verrai con me?

 

Rinascerò se avrò l’opportunità.

Verrai con me? Mi fascerò le mani

per non ferirmi, per aiutarti a salire

con me la collina

della vita.

 

Oggi ricomincerò a vivere.

Salirai con me il monte dove c’è l’ulivo?

Lì cominceremo a conoscerci.

E anche bendandomi gli occhi riuscirò

a riconoscere il percorso accidentato

di pietre.

 

Verrai con me?

 

*

 

Caduta

 

Similmente alla caduta di un petalo di fiore,

sento cadere qualcosa, dal fondo: nel suo silenzio

l’aria disegna coi rami degli alberi

sensazioni ed echi.

Non è tempo di odi – la nuova e antica poesia

è l’esperienza di una visione

vista dall’interno, un salto d’inchiostro sulla pagina;

riconoscerne la verità

è vivere ad una quota, sentire una neve

che non gela.

 

Cade l’esperienza metafisica nelle parole,

ricade sempre e nel tempo, non come un’ode,

ma come un petalo del fiore.

 

*

 

Assolo di sentimento

 

Suona tra le memorie

laggiù sulle colline un arpeggio

di chitarra, benevola

sposa per i miei sentimenti

di terra: un treno di passaggio

fischia, disegna antiche fotografie

di ruggine e di strada

e di spighe selvatiche.

 

Arso come la terra acuta

è questo sentimento pizzicato

di corde – mentre il treno continua

la sua corsa in avanti

ma inversa,

e brucia, brucia parole,

brucia il colore dell’estate

e della memoria, e genera

un sogno di mare.

 

Il fischio del treno

raggiunge il mio caffè sul tavolo:

è un assolo del cuore

questa finestra che guarda

verso la palma.

 

L’arpeggio è ancora laggiù

tra quelle colline:

il treno porta via

la sua memoria di fuoco.

Ondosa la nota musicale riporta

parole di mare e di spiga,

parole arse al vento.

Come fotografie nel sogno.

 

*

 

La discussione interna

 

La mia poetica, solo qualche sussurro –

pochi sogni e un tentativo

di disegnare alcune forme di tempo,

di parlarmi senza arrivare ahimè

alla sillaba che riveli un assoluto.

Quare tristis? – no, nessuna grande parola,

nessuna metrica o imitazione, soltanto

echi domestici, i rumori dalla cucina,

un sottofondo di tv, la tentazione di capire –

e il dolore articolato nella mano traccia

un nero seppia per formare sillabe compiute

che sappiano dire la discussione interna

fra ciò che è e ciò che è invisibile.

 

Tutto qui? Forse, ma non poco, mi avvicino

al punto in cui tutto è chiaro,

oppure tento di accarezzare l’aria con le mani

insanguinate di inchiostro

e capire il suo odore nelle mie nari (interpretare

è probabilità di coscienza):

comprendere i segni è l’unica impresa della specie,

l’umana possibilità di gestire

il disequilibrio fra gioia e dolore.

 

*

 

 

Frammenti

 

2.

Il poema del giorno conclude il suo verso

avanzando un’ipotesi,

una verità, una lucertola assolata

al muro, un odore di stoppie,

un rossore di cielo prima

della sera. Memore delle mie

incertezze, mi riduco

a semplice bagnante

nelle increspature del mare.

 

5.

Il mio sguardo va sui cortili,

sui posti meno curati o su quelli dove

l’interesse per il fiore o la cancellata da giardino

è osservazione per pochi.

Là trova il pensiero la sua forma,

il simbolo di una vita normale, anche noiosa,

con andamento in prosa in cerca di poesia.

 

*

 

Fascinazione

 

Definisci – e hai già spezzato le ali.

Lascia che sia il velo, la patina

che giunge dal non-luogo:

l’occhio intuisce proprio quando non vede.

Non indagare la mente, il cuore,

il tempo, i giorni; lascia gli oracoli,

non sta a noi dirli – la poesia

non è scuola di scienziati.

Non svelare l’umano, accennalo.

Non tradire l’umano, accarezzalo.

Affascinalo. Amalo.

 

***

 

Poesie tratte da Ruah, Edizioni Ensemble 2016ruah

 

Poesia inedita

Courage is necessary to begin

 

«Courage is necessary to begin; finally, you need skill»

William Matthews

 

 

Per iniziare ci vuole coraggio

(bisogna lasciare che la natura

prenda il suo corso – direbbe uno),

sollevarsi come da sabbie mobili e

seguire il vento quando cammini.

E la sera, stendere il capo su un letto di paglia,

vedere le stelle che ti osservano. De-sideribus.

Dal sidereo viene ciò che hai dentro, dalle stelle.

Bisogna orientarsi con quelle di notte.

08 marzo 2017

***

Davide Zizza (1976) è nato a Crotone, dove attualmente vive. Dopo la plaquette Mediterraneo (2000), ha pubblicato la raccolta di poesie Dipinti & Introspettive (Rupe Mutevole, 2012). Un suo breve saggio, La lettura e la scrittura come etiche dell’ascolto, è presente nel volume collettaneo Ascolto per scrivere (Fara Editore, 2014). Ha pubblicato in Grecia alcuni articoli dedicati a Salvatore Quasimodo, Jules Laforgue e Robert Lowell. La sua seconda raccolta di versi, Ruah (Edizioni Ensemble) è del 2016. Sempre nel 2016 la sua poesia Pop Art Marilyn, dedicata a Marilyn Monroe, viene pubblicata nell’antologia Umana, troppo umana curata da Fabrizio Cavallaro e Alessandro Fo (Nino Aragno Editore) e nell’anno seguente la poesia Lacinion (dedicata al Promontorio di Capo Colonna, a Crotone) viene inclusa nell’antologia Come sei bella. Viaggio poetico in Italia, curata da Camillo Langone (Aliberti Compagnia editoriale).

 

A cura di Alba Gnazi

Davide Zizza, selezione di poesie edite e un inedito

Stefania Onidi: Quadro imperfetto

 

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*

TEGENARIA

 

Cominciare dalla lingua,
dalla fame di parola.
Lontanissima visione di alfabeti.

Il silenzio convulsione,
annuncia vita.

Dalle profondità estrarre il succo
il rigurgito di uno sguardo, un colore
il ritmo affidabile di una musica apparente.
Fissare il punto dell’andare.
Fare un nodo.

Nel ventre cavo
si muove la mia creatura.

Dire.

 

*

I’m waiting here

 

Pensa che posso ricominciare dal buio
escludere l’illusione del tuo sorriso dalla matassa del bianco
lavorare il filo con fine tecnica
batterlo con dolcezza nel punto antico del dolore.

Ma questo monologo è un ordito senza rovescio
una prova d’astuzia per cibare l’attesa
per tendere le caviglie fino al grido.

 

*

NOTTURNO

I
È uno sproposito questa notte,
cala come un castigo.
Finale inedito e geniale potrei dire,
ma sarebbe un errore di valutazione.
Preferisco tacere per non cadere.
Rimbocco la coperta, spengo la luce.
Una solitudine sconosciuta affretta il passo,
si dedica a me con indulgenza.
Mi strizza le palpebre fino al sale.

II
Tutto tace,
mentre mi giro sul fianco e ripenso a quegli occhi.

 

*

Separare

I
Sei frase incompiuta
lasciata là come pelle morta
di un animale in muta.

II
Disfo questo ordito a colpi di vento.
Strappo dopo strappo ritorni nel nulla.
Mi libero dalle scorie della tua assenza .
L’uomo dai mille inganni
Si perde nel mare. Il viaggio è la sua casa. Così è deciso.

 

*

Ultimo Nodo

Possa io abitarmi
in questo respiro profondo
che addestra nuvole a piovere
e stelle a splendere.

 

quadro imperfetto

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Stefania Onidi: Quadro imperfetto

Leopoldo Attolico

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*
OCCASIONE DI POESIA

 

Nel rapido dissolversi del verso
la parola che incanta,
muta.
Posseduta e amata
come l’ultima rovina,
cara perché perduta.
L’illimite che segna e persuade
connivenze celesti
disperde l’occasione,
allontana la mente;
navicella avida di vento
nel suo porto di luce.

 

*
TOCCATA E FUGA

 

Nella pietra serena scaldata dal sole,
nel pianissimo andante del vento
a capofitto le mie parole.
Basta una fredda scintilla alla memoria,
che come ape infreddolita si posa per terra,
per riscaldarsi tutta.
Ma l’ape beve la sua pace e non si pente.
Le parole sono solo una folla curiosa e satolla,
toccata e fuga nell’oro del presente.

 

*
TEMPORALE A VIA DI RIPETTA

 

Dove mai avrà cacciato la gente
questa Via di Ripetta in grembo d’acqua
e starnuti improvvisi di grondaia?
Forse a quota periscopio
forse dietro il rovescio di una fuga
con il naso contro il vetro…
C’è un silenzio bagnasciuga
in attesa dell’attacco degli indiani,
è questione di minuti, quindi spiovo di conserva;
ho un ricordo da salvare:
è il ciac ciac un po’ vetusto
di scarpette tre stagioni
sorvegliato da calzoni alla zuava
a tutt’oggi non ancora digeriti.
Son zuavi, per fortuna,
e mi portano a passeggio
anche un gruppo di pensieri
che sgambettano su in alto:
dan del tu ad un cielo d’affezione
che da grigio mi accompagna lemme lemme
cappottando sorridente
dalle parti dell’azzurro.

 

*
VIDI, MIA MADRE

 

Vidi, nel gioco
passeri rotolare sul tetto
e in un amen di gioia e di paura
irridere l’abisso: solo uno scarto, prensile,
nell’aria, per poi ricominciare daccapo,
dalla prima tegola.
Nell’enfasi del sole e dei colori
-in quell’incanto-
vidi, mi parve, intera la mia vita;
come una partitura
percorrere il declivio in splendido fervore di note,
verso l’ultima;
e lasciarla, febbrile,
all’indulgenza preoccupata di una piccola creatura,
sorta dal nulla, chissà da quale Ade di sogno
e di parole venuta a darmene misura,
a fior di labbra.

 

*
OCCHI LUCIDI
a Giuseppe Ungaretti

 

Ho tanta stanchezza sulle spalle
e non è Natale.
Dialogo con un fuoco posato dentro al cuore
e tra le sue capriole mi accontento del poco
vestito di pensosa sostanza in un approdo improvviso:
la minima realtà del mio candore un po’ liso
che ancora mi riscalda, gratuitamente
nel gelo della stanza.

 

 

Da Piccolo spacciatore, 1964-1967, Editrice Il Ventaglio, 1987

 

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(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

 

Leopoldo Attolico