Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Fotografia dedicata a un “Alì dagli occhi azzurri / uno dei tanti figli dei figli”, un bambino senza volto né tempo, eternamente stagliato sugli scogli, sull’orizzonte marino, sul nostro orizzonte comune (Livorno, 2018).

“[…]

Essi sempre umili

essi sempre deboli

essi sempre timidi

essi sempre infimi

essi sempre colpevoli

essi sempre sudditi

essi sempre piccoli,

essi che non vollero mai sapere, essi che ebbero occhi solo per implorare,

essi che vissero come assassini sotto terra, essi che vissero come banditi

in fondo al mare, essi che vissero come pazzi in mezzo al cielo,

essi che si costruirono

leggi fuori dalla legge,

essi che si adattarono

a un mondo sotto il mondo

essi che credettero

in un Dio servo di Dio,

essi che cantavano

ai massacri dei re,

essi che ballavano

alle guerre borghesi,

essi che pregavano

alle lotte operaie…”

Pier Paolo Pasolini, versi dalla poesia Profezia  (in Poesia in forma di rosa, 1964)

***

(Articolo a cura di G. Asmundo)

Il Promontorio (31) Uno dei tanti figli dei figli

Giuseppe Manitta su Crivu di Patrizia Sardisco

crivu

 

Patrizia Sardisco, “Crivu”, opera vincitrice del premio “Città di Marineo”, Plumelia edizioni- Fondazioni culturali Gioacchino Arnone, 2016, euro 10,00.

 

“Crivu” è un bel titolo per una raccolta di poesia in dialetto siciliano, perché è quell’arnese che moltissimi siciliani posseggono, perché sta nella quotidianità di un passato in cui necessitava “passare” la farina (o altro) in casa. Ma il setaccio, se così possiamo indicarlo, è altro per la poesia di Patrizia Sardisco o meglio non è solo quello della casa dei nonni, usando un luogo comune. Ben poco dunque s’inserisce nell’esperienza tradizionale e popolareggiante cui spesso siamo abituati da versificatori, cosa che le fa onore e che già in prima analisi setaccia questa sua silloge dalle tantissime in dialetto. Ma il suo “crivello” è anche altro, è una immagine della lingua e della letteratura che si pulisce, che torna per lo meno all’essenziale, e che ha caratterizzato spesso l’approccio autoriale o qualche tendenza settoriale. È logico, oserei dire banale, il rimando alla Crusca, l’accademia (per l’appunto) della purezza, che separa la farina dalla crusca, oppure alla stagione giovanile di una rivista forse poco nota, con coinvolgimento di un Pasolini negli anni fascisti: “Il Setaccio”. L’idea è sempre quella: la separazione del buono dal cattivo, presupponendo nei confronti della lingua e dei temi di essa un atteggiamento ben specifico. Il filtro della Sardisco ritorna all’essenziale, la sua poesia possiede specifico nitore stilistico, curato, in alcuni casi con evidente scansione dei tempi alternati per strofa e per verso (si veda “comu si nninga u russu d’i primuna”), da cui scaturisce una attrazione formale. Questo se badiamo al dato stilistico, ma se sondiamo quello linguistico la situazione si fa più complessa, perché in fondo il dialetto ha un orizzonte sociolinguistico parlato, ma al contempo la parola che non si scrive rimane inespressa («parola c’un si scrivi / un è di nuddu»), creando una mediazione tra conservazione (reperimento) lessicale e segno (‘fattuazione’ del reperimento). Questi sono i dati evidenti di una escavazione personale che trova i cocci di luce, il bacile del sonno, l’attendere i numeri dispari, le radici che sono acqua ecc. Una poesia, dunque, altamente metaforica, anzi forse meglio dire sostanzialmente tale. Eppure è una poesia non sradicata dalla dialettalità (e casi in Italia ve ne sono stati, come quello del dimenticato Cesare Ruffato), e questo non solo attraverso il codice di espressione (siciliano). Le immissioni popolari sono rinvenibili, anche se alcune volte nascoste e variate: «a vuci rintra u saccu / scrusci sulu pi mmia // mancu agghiorna e mi spia / e accumincia a munnare / u cuteddu s’affuca // e cchiù munna e cchiù tinci / nìviru ‘un si nni va / m’arresta rintra l’ossa // s’annarbulìu accumpari / lingua c’u tutt’a scorcia» (la voce nel sacco / fa rumore per me soltanto // non appena albeggia mi rivolge domande / comincia a sbucciare / il coltello soffoca // e più sbuccia e più macchia / nero che non va via / mi resta nelle ossa // se vacillo compare / lingua con la buccia). Il detto popolare di riferimento è con buona certezza quello che si riferisce alla noce sola, che dentro il sacco non fa rumore. Ma la variazione in questo caso è con la lingua (voce) che fa rumore (solo per l’autrice, per lo meno in apparenza), ma che diventa sempre più “sustanziale” sino a macchiare, come le noci sbucciate a mano, cioè a far nero, e quindi ad intridere le ossa. Una voce che macchia le ossa: questa è la lingua di Patrizia Sardisco, questo è “Crivu”.

[Giuseppe Manitta]

 

giuseppe manitta

Giuseppe Manitta ha pubblicato due antologie sulla narrativa italiana per la casa editrice Mursia. Ha tenuto convegni in Università italiane e in diverse Università dell’Est dell’Europa. Ha pubblicato monografie e curatele su Boccaccio, sul petrarchismo del ‘500, su Leopardi e su Carducci. In particolare su Leopardi ha pubblicato due monografie: Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (1998-2003) e Giacomo Leopardi. Percorsi critici e bibliografici (2004 – 2008). Con appendice 2009 – 2012. Di poesia ha pubblicato L’ultimo canto dell’upupa (2011, come premessa di Giorgio Barbieri Squarotti e introduzione di Carmine Chiodo) e Il giullare del tempo (2013, con prefazione di Francesco d’Episcopo). Collabora, inoltre, a varie riviste di italianistica tra le quali “La rassegna della Letteratura Italiana”. Dal 2016 cura la bibliografia leopardiana del Laboratorio Leopardi dell’Università La Sapienza di Roma.

(fonte nota biografica e foto: lapresenzadierato.com )

Giuseppe Manitta su Crivu di Patrizia Sardisco

Il Promontorio (11) Contro i confini

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Il fiume Po prima del fiume Po.

Ripensando a “Profezia” di Pasolini e ai suoi Alì dagli occhi azzurri.

Ripensando ai mille muri costruiti e in costruzione nel mondo, quelli che ho visto e che non ho visto con i miei occhi: quelli senza libertà rimasti a guardia del gelo, quelli in frammenti di macerie conservati nei cassetti, quelli in calcestruzzo coperti dall’oblio, quelli di filo spinato, quelli doganali, quelli in cartolina, quelli in forma di trincee di sabbia in mezzo a un deserto.

Contro i confini marcati dentro tante menti.

*

(articolo a cura di Giovanni Asmundo)

 

Il Promontorio (11) Contro i confini