Fernando Della Posta: Gli anelli di Saturno

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*

Ai crocevia si può soffocare di libertà
ma le simmetrie sono solo apparenti: tra due emisferi
c’è sempre quello che sostiene soffrendo
le possibilità che si ricevono uniche. L’altra parte
tende ad estendersi su nature inaccessibili.
Lo spazio che occupa è flessibile
secondo la generosità delle stagioni.
C’è sempre un nucleo irriducibile
di cui ogni tessuto è membrana,
ogni uomo ha la sua Arcadia.

*

Proteggere I

L’emotività oziata
che si oblia nelle piaghe
rassicuranti della sconfitta.
Queste genti
che hanno i lineamenti dell’osco e dell’etrusco
pietrificano tutte in un volto solo
rigato come i costoni di roccia
dalla pioggia nelle falesie
che immancabilmente deve
sfollare i carotaggi,
pena il sovrappopolamento
o l’implosione
per le risorse scarse.
Poi si resta soli come genitori
a tenere tutto dentro
trovando ogni volta un trucco
di bentornato
aggrappati a una radice che muore.

*

Cieli d’asfalto

Cruscotti illuminati nella notte
come piccoli callidi focolari
a cui si scaldano figli padri e madri
intere famiglie, tempietti dell’amore
che non mòve il sole e l’altre stelle
semmai l’economia dei carburanti
che tanti altri tempietti regge
nel tempo che per la fisica di Einstein
rallenta, e nell’affetto
che ‘sì dilatato si gode più a lungo
e non s’invecchia.

Mi hanno detto che si deve fare
dell’impoetico il poeticissimo,
estrarre la bellezza da tutte le cose.

*

Poesia dell’ateo

L’unico divino appostato
dietro ogni meraviglia che ci lasci
a bocca aperta – che sia una falesia
un campo di grano giallo a sfinimento
oppure un’innaturale
cupola asimmetrica che si regga
su esili tiranti, uno due tre
semplici calcoli, come lo schiocco
delle dita, medio pollice indice
senz’afasia – consiste nel fatto
che ci sia un gruppo
più o meno grande di persone
che guardandole si incanti di benessere
e di sospensione di giudizio compiacente
e da lì vada a rinvenire testi sacri
e dei superni, ai quali demandare il compito
di ripetere il prodigio
ogni giorno, preferibilmente a comando.

*

Szymborskiana

La verità è che passa il tempo
e abbiamo sempre meno da scambiare
con le strade, con le case, con gli uomini
con gli odori, con i colori, con tutti i nostri noi
che vivono rinchiusi
lontano dallo sguardo del mondo.

Scrivere è prima di tutto stupirsi
tenere il capo della miccia
che s’infila sotto tutte le montagne
e che raggiunge tutte le vallate.
Il fuoco che sfida il nero del sogno
l’oro del lustro, il ghigno del giorno.

Scrivere è ritrovarsi in una casa altra
votarsi naturalmente ad essa
rassettare tutte le sue stanze
con l’ottimismo della tigre:
l’inconsapevolezza che tratta incautamente
tutte le consapevolezze.

Ma il gesto si fa sempre più controllato
e l’edificio necessita d’interventi
sempre più particolareggiati,
o forse le crepe danno troppa luce.

 

da Gli anelli di Saturno, Edizioni Ensemble srls – Roma, 2018

 

gli anelli di saturno

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto: fonte web)

 

 

Fernando Della Posta: Gli anelli di Saturno

Stefano D’Arrigo: Codice siciliano

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Da PREGRECA

(…)
Gli altri migravano su chimere,
per mari d’aria e remare d’anime,
con dolce tuono di procellarie.
I siciliani emigravano invece
Su navi scalfite su patere
(alito di venti e vele di rame),
in pietrapomice e arenarie,
in tufo calcare e salgemma,
calati in stive di pece,
i pensieri spiumati di mimosa:
in giare e nicchie, ritti
o chini sui talloni, nella posa
dei cafoni, nel loro stemma
di senzaterra, di sconfitti

carne da macello, qui o là,
in Australia, nell’aldilà,
oltremare, dovunque sia
una miniera, un qualsiasi
budello per seppellire
l’enigmatica frenesia
di chi per morte s’imbarca
come su di un’arca
di libertà, coi bisogni
stretti alla vita e i sogni
zavorra viavia
da gettare e alleggerire
i petti di nostalgia
mentre diventavano scheletri
e le armi al piede, i vetri
di ossidiana segnavano,
buia e struggente
meridiana di paure,
l’emigrare e le sue figure.

Forse non era l’aldilà
tutta questa gran novità,
forse pure di camorra,
di enigmi e di omertà
era regno l’aldilà,
forse pure sottoterra
sfingi, puma, leoni ruggenti
mantenevano la guerra.
Anche di là gli innocenti
emigrarono, strage su strage,
dal calcare di Pantalica
in America, nel Borinage.

In Codice siciliano, Mesogea, 2015

 

Post-it

Lo si ripete, come a volere fendere quel mare nero di paura e quel no sordo di chiavistelli, si ripete a gran voce “noi siamo stati loro, loro come noi”. C’è sempre stato e sarà ancora, a lungo, un Sud che preme, che chiede diritto a una vita altra, a pace e libertà. Lo si ripete, a disseppellire memoria arenata in minuscole conchiglie, dure di opaca concretezza e chiuse all’eco del mare. Lo si ripete, e sono voci ben più autorevoli della mia: ha senso, dunque, ribadirlo qui?
Forse sì, con modestia ma risolutamente.  Sì.
Le migrazioni sono un fenomeno fisiologico, una pressione verso l’equilibrio che ha la potenza naturale della dinamica dei liquidi nei vasi comunicanti. Nessun muro, nessuna barriera, nessun barbaro braccio di ferro, nessun balordo ricatto arresterà questa spinta per la vita, una spinta tale da imporsi così fortemente da mettere in gioco la vita stessa. I muri, i veti, le gabbie non l’arresteranno, potranno solo osteggiarla, rallentarne il fluire, ma lo faranno pagando il prezzo altissimo della riprovazione, della vergogna che per noi proveranno i nostri figli. E loro no,  non ci perdoneranno.

(articolo e foto a  cura di Patrizia Sardisco)

 

 

 

 

 

Stefano D’Arrigo: Codice siciliano