Il Promontorio (28) Omaggio a “Le morti felici” di Giorgio Galli, parte I

Testi di Giorgio Galli, tratti da Le morti felici (Genova, Il canneto, 2018)

Fotografie di Giovanni Asmundo (2018)

Fico in un giardino orientale, Venezia, 2018

da Morte di Kayyam

«Ora vi racconto di come è morto Ghiat al-Din. Stava seduto al suo tavolo di legno, sotto il fico della sua casa a Nishapur. Il sole era alto. Per tutta la sua giovinezza Ghiat al-Din si era alzato tardi, ma da vecchio dormiva solo poche ore. […] Si alzò, prese un compasso e provò a tracciare dei segni, ma senza troppa voglia. Si distese di nuovo sulla panca. La sua bocca ogni tanto compiva dei movimenti come se stesse sbocconcellando un fico. Chiese una brocca, per poi sollevarsi solo il necessario per bere. Si leccò il dito e parve saggiare la direzione dei venti. Tracciò ancora col dito dei segni nel cielo come se indicasse moti di stelle. Finita la coppa si addormentò e si mise a russare. Quando il sole discese, gli mettemmo addosso una coperta. Quando il sole era sparito, andammo a svegliarlo: “Maestro, fa freddo”. Ma il maestro non russava più. Ghiat al-Din adesso dormiva il sonno dei Sette Sapienti.»

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Migrante senzatetto a Parigi, omaggio a Roth e Olmi, 2018

da Morte del Santo Bevitore

«Caro Klemperer, non posso venire a trovarLa perché da quando è fallito il mio editore ho seri problemi finanziari. Un altro editore non lo trovo – il mio nome è sparito per troppi anni – e alla mia età non posso imparare a ballare o cantare. Io sapevo solo scrivere. E dico sapevo non per autocommiserarmi, ma perché è la pura verità: dopo la guerra non ho scritto quasi nulla. È troppo doloroso per me usare ancora la lingua tedesca. Per Lei è diverso perché Lei possiede il meraviglioso esperanto dei suoni: è quella la sua prima lingua. Ma la mia prima lingua è il tedesco, io penso in tedesco, ed è come avere un cancro che cresce negli organi. Vede, Le può sembrare folle, ma io La considero un uomo coraggioso e un vincitore e considero me uno sconfitto responsabile del reato più grave che un essere umano possa compiere: l’essere vile di fronte alla vita. Perché lei è stato folgorato nel corpo, ma continua a dirigere dalla sedia a rotelle. Io invece continuo a camminare, ma è la mia anima a essere paralizzata. Degli anni di cui mi chiede – i nostri verdi anni – mi piace ricordare due amici. […] L’altro era un mio collega, Joseph Roth. […] Era il primo a dire che la guerra era necessaria, indispensabile per vincere Hitler, e credeva sinceramente che la si sarebbe vinta. Ma non voleva esserci. Esiliato, ubriaco, senza sua moglie e senza la salute, aveva la leggerezza di chi non ha più nulla. E scelse di morire, ne sono convinto, non per disperazione, ma perché riteneva che il futuro non valesse la pena di essere visto. Fece i suoi conti e vide che gli conveniva morire. E morì felice.

Suo Soma Morgenstern»

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Leggerezza. Omaggio a Wittgenstein, 2018

da Morte di Wittgenstein

«Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa». Non esiste una morte più bella di quella di Wittgenstein. Non una più struggente, più bella, col suggello di un messaggio di ringraziamento rivolto agli amici con francescana essenzialità: Tell them that I had a wonderful life. Them erano gli amici assenti, erano tutte le creature a cui Ludwig Wittgenstein voleva comunicare di essere morto felice. E la felicità, nella sua vita tormentata, consistette nel rinunciare a tutto tranne l’essenziale, nel sapere con certezza cosa era necessario nella sua vita materiale e spirituale e vivere solo di quello, rinunciando a tutto il resto. La storia è questa: poteva fare una vita da nababbo, fu maestro di scuola e si fece perfino operaio. La vita di Wittgenstein non fu felice: fu felice la sua morte, perché in quel momento sentì che non era trascorso alcun istante senza che fosse in linea con se stesso. E di questo volle far sapere a tutti.

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(Articolo a cura di Giovanni Asmundo)

Il Promontorio (28) Omaggio a “Le morti felici” di Giorgio Galli, parte I