Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

“Zerbini verdi – vodorosli”, 2018

 

Testi tratti da Iosif Brodskij, Fondamenta degli Incurabili, Adelphi, 1989 – traduzione di Gilberto Forti

Fotografie di G. Asmundo, Venezia, 2018

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2
Era una notte di vento, e prima che la mia retina avesse il tempo di registrare alcunché fui investito in pieno da quella sensazione di suprema beatitudine: le mie narici furono toccate da quello che per me è sempre stato sinonimo di felicità, l’odore di alghe marine sotto zero. Per alcuni può essere l’erba appena tagliata o il fieno; per altri, gli aromi natalizi degli aghi di pino e dei mandarini. Per me, sono le alghe marine sotto zero – un po’ per via degli aspetti onomatopeici di un nome che associa in sé il mondo vegetale quello acquatico (il russo ha una parola meravigliosa, vodorosli), un po’ per la vaga incongruenza e nascosto dramma subacqueo che questo nome comporta. Ognuno si riconosce in certi elementi; al tempo in cui aspiravo quell’odore sui gradini della Stazione i drammi nascosti e le le congruenze erano, decisamente, il mio forte. […]

3
Un odore è, dopo tutto, una violazione dell’equilibrio su cui si regge l’ossigeno, un’invasione di quell’equilibrio da parte di altre sostanze – metano? carbone? zolfo? azoto? secondo l’intensità di questa invasione, percepiamo un aroma, un odore, un fetore. È una questione di molecole, e la felicità, suppongo, scatta nel momento in cui captiamo allo stato libero elementi che compongono il nostro essere. E là, allora, ce n’era un bel numero, in uno stato di libertà totale, e avevo la sensazione di essere entrato nel mio stesso autoritratto sospeso nell’aria fredda.
Il fondale era affollato di sagome scure di tetti e cupole, con un ponte che si arcuava sopra la curva nera di cui, da una parte all’altra, l’infinito ritagliava l’estremità. Di notte, in terra straniera, l’infinito comincia con l’ultimo lampione, e lì il lampione distava solo venti metri. […]

6
Il lento procedere del vaporetto attraverso la notte era come il passaggio di un pensiero coerente attraverso il subconscio. Sui due lati, con l’acqua nera come pece fino al ginocchio, si levano gli enormi stipi intagliati di scuri palazzi ricolmi di tesori insondabili – oro, con ogni probabilità, a giudicare dal bagliore giallo, un tenue bagliore elettrico che trapelava di tanto in tanto da qualche fessura delle imposte. L’atmosfera complessiva aveva qualcosa di mitologico, anzi di ciclopico, per essere precisi; ero entrato in quell’infinito che contemplavo dai gradini della Stazione, e ora avanzavo tra i corpi dei suoi abitanti, passavo davanti al capannello di ciclopi assopiti che ogni tanto, nell’acqua nera che li cingeva, alzavano e poi abbassavano una palpebra. […]

7.
Viaggiare sull’acqua, anche per brevi distanze, ha sempre qualcosa di primordiale. Senti che non dovresti essere lì, e a dirtelo non sono tanto gli occhi, gli orecchi, il naso, il palato o il palmo della mano quanto i piedi, i quali assumono, stranamente, la funzione di un organo dei sensi. L’acqua mette in discussione il principio di orizzontalità, specialmente di notte, quando la sua superficie somiglia a un selciato. Per quanto solido sia ciò che lo sostituisce sotto i tuoi piedi – il ponte di una nave –, sull’acqua stai un po’ più attento che a terra, tutte le tue facoltà sono chiamate a una maggiore vigilanza. Sull’acqua, per esempio, non ti lasci distrarre come per strada: le gambe ti tengono sotto costante controllo, te e le tue risorse, in costante equilibrio come se tu fossi una specie di bussola. Be’, forse questo intensificarsi delle tue risorse, sull’acqua, è davvero un’eco remota e tortuosa dei nostri cari, vecchi cordati. […]

 

“Omaggio al cap. 12 di Fondamenta degli Incurabili”, 2018

 

12
Comunque sia, non verrei mai qui d’estate, neanche sotto la minaccia di una pistola. Sopporto poco il caldo, e ancor meno le violente emissioni di idrocarburi e ascelle. E poi mi danno i nervi le mandrie in pantaloncini […]: per l’inferiorità della loro anatomia rispetto a quella delle colonne, delle lesene, delle statue; perché la loro mobilità e tutto ciò che essa esprime stride troppo con la stasi del marmo. Devo essere uno di quelli che preferiscono la scelta al flusso, e la pietra è sempre una scelta. In questa città un corpo umano, per quanto ben dotato, dovrebbe sempre, secondo me, essere mascherato dei vestiti, se non altro perché si muove. I vestiti sono forse la nostra unica approssimazione alla scelta del marmo.
[…]
È colpa – o merito – delle vedute e delle prospettive veneziane, perché in questa città un uomo conta più della sua silhouette che per i suoi connotati individuali, e una silhouette si può migliorare. E anche colpa – o merito – di tutto questo marmo, pezzi di marmo, intarsi, capitelli, cornicioni, rilievi, modanature, nicchie abitate disabitate, santi, non santi, vergini, angeli, cherubini, cariatidi, frontoni, balconi con i loro robusti polpacci al vento, e relative finestre, gotiche o moresche. Perché questa è la città dell’occhio: le altre facoltà vengono in seconda linea, e molto distanziate. Il modo in cui le sfumature e i ritmi delle facciate e cercano di addolcire i colori e disegni sempre cangianti dell’acqua, basta questo perché tu corra ad agguantare una sciarpa fantasia, una cravatta insolita o che altro […]. E, in penultima analisi, l’occhio non sbaglia neanche tanto, se non altro perché lo scopo comune tutte le cose qui è sempre lo stesso: farsi vedere. E, in ultima analisi, questa città è un vero trionfo del cordato, perché quell’occhio, il nostro unico organo grezzo, quello più simile a un pesce, quello che nuota davvero: guazza, guizza, oscilla, si tuffa, si arrotola. La sua gelatina esposta indugia con gioia atavica su tutte le meraviglie riflesse nell’acqua, palazzi, tacchi a spillo, gondole, eccetera, riconoscendo in sé – e in nessun altro – il grande strumento che le fatte affiorare alla superficie dell’esistenza.

13.
D’inverno, specialmente la domenica, ti svegli in questa città tra lo scrosciare festoso delle sue innumerevoli campane, come se dietro le tendine di tulle della tua stanza tutta la porcellana di un gigantesco servizio da tè vibrasse su un vassoio d’argento nel cielo grigio perla. Spalanchi la finestra, e la camera è subito inondata da questa nebbiolina carica di rintocchi e composta in parte di ossigeno umido, in parte di caffè e di preghiere. Non importa la qualità e la quantità delle pillole che ti tocca inghiottire questa mattina: senti che per te non è ancora finita. Alla stessa stregua, non importa se sei più o meno autonomo, se e quante volte sei stato tradito, se il tuo esame di coscienza è più o meno radicale, più o meno consolante: comunque stiano le cose, presumi che per te ci sia ancora speranza, o almeno un futuro. (La speranza, diceva Francesco Bacone, è una buona colazione, e una pessima cena). Questo ottimismo deriva dalla nebbiolina; delle preghiere che ne fanno parte, specialmente se è l’ora della colazione. In giorni come questo la città sembra davvero fatta di porcellana: come no, con tutte le sue cupole coperte di zinco che somigliano a teiere, o a tazzine capovolte, quel profilo dei campanili in bilico che tintinnano come cucchiaini abbandonati e stanno per fondersi nel cielo. Per non parlare dei gabbiani dei colombi che ora accorrono per mettersi a fuoco, ora si dissolvono nell’aria. […]
Comunque, la gente ama il proprio melodramma più dell’architettura, e io non mi sento minacciato. È incredibile che la bellezza sia quotata meno della psicologia, ma fintanto che le cose stanno così riuscirò per mettermi questa città – ci riuscirò, in altre parole, sino alla fine dei miei giorni, e magari anche nell’altra vita.

 

Come porcellane, 2018

 

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(Articolo a cura di G. Asmundo)

 

 

Il Promontorio (33) A Venezia con Iosif Brodskij. 1

Iosif Brodskij : POESIE ITALIANE

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Da LAGUNA

Sgravato per un po’ dal peso, un ligneo laocoonte
mette le spalle sotto l’immensa nube. Raffiche taglienti
dal promontorio. Urlando, la voce si sforza
di trattenere le parole nei confini del senso.
Torrenti di pioggia: corde ritorte sferzano i monti
come clavicole ai bagni turchi.
Dietro avanzi di colonne del Medinverraneo
si muove – salata lingua dietro denti rotti.
Il cuore inselvatichito continua a battere per due.
In alto mare i pesci che non pigliano i dormienti.
Sta immobile il domani dopo l’oggi
come dopo il soggetto il predicato.

1976

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Da DICEMBRE A FIRENZE

L’uomo si trasforma in fruscio di penna sulla carta, anelli
occhielli, cunei di lettere e, poiché il foglio è scivoloso,
in virgole e punti. Pensare solo quante volte
scoprendo una « v » in una parola mediocre
la penna è inciampata e ha disegnato rondinelle!
Ossia: l’inchiostro è più onesto del sangue,
e un volto al buio con le parole fuori – Dio sa
quanto più in fretta si asciugano gli umori! –
ride come carta spiegazzata.

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Da ELEGIE ROMANE

Le tegole dei colli che il mezzogiorno estivo infuoca. E sopra
nuvole che paiono angeli per via dell’ombra fugace.
Così il selciato libertino scopre
lo slip azzurro dell’amica lunghegambe.
Io, cantore di inezie, linee rotte, assurdità,
nel grembo della città eterna mi nascondo
dall’astro che ha imposto ai cesari la loro cecità
(raggi che basterebbero per un secondo universo).
Piazza gialla: stordimento meridiano.
Il padrone di una Vespa tormenta la frizione.
Stringendomi la mano contro il petto, conto
della vita vissuta le monete di resto.
E come un libro, aperto ad ogni pagina, che si legge
d’un fiato, il lauro fruscia su una balaustra riarsa.
Il Colosseo è come il teschio di Argo: nelle sue occhiaie vuote
nuotano le nuvole, ricordo dell’antico greggie.

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Da PROCIDA

Baia perduta; non più di venti barche a vela.
Reti, parenti di lenzuola, stese ad asciugare.
Tramonto. I vecchi guardano la partita al bar.
La cala azzurra prova a farsi turchina.

Un gabbiano artiglia l’orizzonte prima
che si rapprenda. Dopo le otto è deserto
il lungomare. Il blu irrompe nel confine
oltre il quale prende fuoco la stella.

1994

 

 

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

Iosif Brodskij : POESIE ITALIANE

Un Posto, di sabato: Conversazioni di Iosif Brodskij

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Iosif Brodskij (fonte web)

“Non sono le circostanze a creare uno scrittore, quanto piuttosto il contrario: uno scrittore, ciò che ha scritto, crea le proprie circostanze. Gli scritti e la persona non dipendono dalla sua biografia. È la biografia che deriva dagli scritti.”

 

“Sarebbe ora di ammettere che soltanto il contenuto può essere innovativo e che l’innovazione formale può avvenire solo entro i confini della forma. Rifiutare la forma significa rifiutare l’innovazione… Più che un crimine contro il linguaggio o un tradimento del lettore, il rifiuto della metrica è un atto di autocastrazione dell’autore.”

 

“…la maggior parte della gente cita Auden in modo sbagliato. Il verso dice:
«La poesia non fa accadere nulla: sopravvive». La poesia purifica la lingua, fa moltissime cose. È uno straordinario acceleratore mentale, per cominciare. Sintetizza una grande quantità di materiale, una gran quantità di materiale razionale e irrazionale. Dal mio punto di vista è molto spesso lo strumento cognitivo più efficace. Vive di vita propria. Ha le sue dinamiche. Ha un suo passato, un suo pedigree, un suo presente e un suo futuro. (…) Credo inoltre che sia, in termini assolutamente mondani, la forma suprema di eloquio umano, e in quanto tale rappresenti, dal mio punto di vista, lo scopo antropologico o genetico se vogliamo, della nostra specie. Non è un semplice intrattenimento, una «lettura». Se il linguaggio è ciò che ci distingue dal resto del regno animale, allora la poesia è il nostro imperativo biologico. La forma più succinta per dire qualcosa.”

 

“Non credo che il dolore sia necessario alla poesia. Anzi, spesso ottunde la sensibilità del poeta. Può uccidere.”

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“Una volta, forse a Stoccolma nell’87, ho detto che l’estetica è la madre dell’etica. Ne sono ancora fermamente convinto. Tutte le scelte fondamentali della nostra vita sono governate innanzi tutto dall’estetica. Non si sceglie di amare una donna per motivi etici, ma per una spinta estetica. Lo stesso avviene in letteratura, con la scrittura. Certo: si desidera essere veri, ma in poesia non basta che un verso abbia senso. Deve produrre un evento estetico. Io seguo una scuola che lavora su rime e metri, e questi aspetti estetici della poesia oggi rappresentano una scelta etica: sarebbe più semplice abbandonare la costruzione del verso, e scrivere le proprie opinioni in forma di monologo puro, di versi liberi. Ma, come disse Robert Frost, «scrivere in versi liberi è come giocare a tennis con la rete abbassata»

 

“…nel processo compositivo il poeta impiega sia il modo razionale che quello intuitivo. Curiosando tra gli appunti di un poeta troviamo molte crocette e segni, molti ripensamenti: cosa è successo? Semplicemente il poeta ha corretto i propri impulsi iniziali. Nel processo compositivo egli arriva a fondere il razionale con l’intuitivo, affermazione e negazione. Il poeta, in altre parole, è l’animale più sano: combina analisi e intuizione – analisi e sintesi – per giungere al risultato, alla rivelazione. Per questo la poesia è il più efficace acceleratore mentale.”

 

Iosif Brodskij (Leningrado, 1940 – New York, 1996), è stato insignito del Premio Nobel per la Letteratura nel 1987. 

I brani sono tratti da Iosif Brodskij, Conversazioni, Adelphi, Milano 2015  

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

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Un posto, di sabato

 

Un Posto, di sabato: Conversazioni di Iosif Brodskij