OGNI GOCCIA È MARE. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

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La nostra voce, che si levi oggi la nostra voce. Che non taccia. E che sia voce sorella ad altre voci, più prossime o lontanissime, femminili e maschili, accomunate dal fiero desiderio di pronunziare un , di dire basta per professare un alla vita e alla libertà. La voce sorella che abbiamo scelto è oggi nella poesia del XVI secolo, è nei versi di Isabella Morra.  Qui è possibile leggere della vicenda umana e poetica della sfortunata poetessa lucana [Favale (oggi Valsinni) 1520-1546] la cui voce lirica fu portata alla luce da Benedetto Croce esattamente novant’anni fa: il 24 novembre 1928, dopo un viaggio durato dieci ore, il filosofo visita Valsinni e “i luoghi che assistettero, muti testimoni” alla vita e alla poesia della sfortunata nobildonna. Un breve video sullo splendido Parco Letterario a lei dedicato è invece fruibile a questo link  (ps)

 

*

Isabella Morra

I fieri assalti di crudel Fortuna
scrivo piangendo, e la mia verde etate;
me che ’n sì vili ed orride contrate
spendo il mio tempo senza loda alcuna.

Degno il sepolcro, se fu vil la cuna,
vo procacciando con le Muse amate;
e spero ritrovar qualche pietate
malgrado de la cieca aspra importuna,

e col favor de le sacrate Dive,
se non col corpo, almen con l’alma sciolta
essere in pregio a più felice rive.

Questa spoglia, dov’or mi trovo involta,
forse tale alto Re nel mondo vive
che ’n saldi marmi la terrà sepolta.

*

Giovanni Luca Asmundo

Sgusciando tra i banchi del mercato
tra i basoli bianchi, le banniate
ci colpiscono sotto i fazzoletti
non parliamo tra noi, certi giorni
fantasmi rapiti alla folla.

Ma la piccola gioia nascosta del rientro
a casa, tra i bimbi monelli a scintille
la frescura delle tende tirate
in un’estasi d’aglio e prezzemolo.

(inedito)

*

Alba Gnazi

(Per ogni Donna, in ogni guerra)

Non ci crederesti, eppure
ci sono deserti di cui dispongo
oltre al tocco della tua mano

Ho montato un sogno pezzo a pezzo
e cercato di somigliare a mio padre quel tanto
che mi permettesse di non perderne
le unghiate di voce e dei
baci sulla pelle; il prezioso
ricordo dei pomeriggi promessi alla dolcezza
quando mia madre cuciva cantava
e la polvere sui capelli trasportava
il bacio dell’estate.

Nulla mi chiedi e nulla ti dico.
C’è una distanza che non ci vuole.
Mi leggi il sangue e gli occhi,
donna tu, donna io
senza riposo tu, senza sonno io,
senza figlio, senza uomo, senza armi
senza più gambe e chissà,
senza un dio.

Sorridi, tergi un’assenza, ti appoggi
a uno sbadiglio. Comprendo e
mi domando, credimi,
se in questo momento
a esser libera
sia più tu
o io.

(da Verdemare, La Vita Felice, 2018)

*

Patrizia Sardisco

come il poeta alla sua veglia
gettata su un fianco
con il cuore alla guerra
vicinissima
vicino alla compagna
massacrata
violata
arsa viva
la bocca taciuta
il suo urlo soppresso
penetrato
nel silenzio di tutti
nella notte illune
ho scritto anch’io il mio gesto
il mio canto
come atto d’amore

non sono mai stata
tanto aliena dai sogni
così prossima
al grido

(inedito)

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Isabella Morra – Parco Letterario di Valsinni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

 

OGNI GOCCIA È MARE. Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

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E chi ha lasciato il cuore a vestigio di quella dimora,
a quella brama fare ritorno.
(Ibn Hamdis)

 
I.  Prologo

Di colpo
altopiano desolato
ovunque si volga
tutto è scomparso
livellato
risucchiato
(i colli, le gole, le città bianche)
calzari tra i sassi incolti
coreuta
lontano
dagli ulivi
dai teatri

Dovevamo recitare uno spettacolo
ma abbiamo dimenticato di imparare la parte

 

II. Parodo

Quando avremo finito di dimenticarci di noi stessi
e saremo scomparsi del tutto

resteranno soltanto le pietre,
restituite alle pietre.
Resteranno le querce immortali
sullo sfondo del bianco più solenne.
Il ronzio dell’ape insistente
nella calura che schiaccia.
E sciare nere che scivolano in mare
franando, di tanto in tanto.

 

XIV.

Di questo cielo rivolto a libeccio
non riuscirai a fissare i contorni
ora compaiono stelle sfocate
ora si insabbiano stelle arrossate

lo specchio ustore ti ha tolto la vista
come accecato è il tuo incerto vagare
smemora il giorno con greve calura
benda del mare gli occhi ti oscura.

 

XVII.

Al riaffacciarsi sul Belice.

Nascondemmo il pane
sotto le stesse pietre
con cui coprimmo i piedi ai nostri morti.

Non cade una goccia
sui tuoi occhi disseccati
per troppo lucido senso.

 

XVIII.

Se apro le orecchie, sento solo
ragli d’uomo
emergono dal buio cavernoso
compreso dal mio petto
otre amaro.

Magari potessi riudire
il canto docile delle cicale.
Con queste mani mi lego
a un tronco d’ulivo.

 
XXXV. Esodo

Quando i Ciclopi lasciarono l’isola
i piedi toccarono l’acqua e avanzarono
il capo basso e il cuore muto
dando le spalle all’agonia di cenere.
E quando, con mani non abituate
ebbero slegato gli ormeggi dagli scogli
e gli strilli delle capre legate alle zattere
senza voltarsi, piansero lacrime cispose.

Giovanni Luca Asmundo

 

 

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Stanze d’isola, Oèdipus, 2017 è l’opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0, promosso dall’Associazione Felix Cultura

www.festivalibrocampania.it

 

gianluca

Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.
Su stanze d’isola si può leggere una ricca nota a cura di Cristina Polli qui.
Sulla poesia di Giovanni Luca Asmundo, Giorgio Galli ha scritto qui .

 

(Articolo e foto di copertina a cura di Patrizia Sardisco)

 

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