Ogni goccia è mare #1: Cristina Polli

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Masaccio, La cacciata dall’Eden

 

Postazione permanente contro il femminicidio e la violenza di genere.

 

Un altro inizio.

L’esilio di Eva

Al limitare del sogno

si avvede dell’angelo

che terribile

la attende

-Eva

esiliata

del nome

di madre-

E ora è donna

che conosce e dice.

 

L’oblio del mondo e delle preoccupazioni, che ci avvolge nell’incanto della bellezza, esige il tributo dell’esclusione, l’angoscia di essere allontanati per aver trasceso il limite posto tra il sé e il sublime.

L’oblio del mondo è la colpa dell’origine commessa da Eva, il dissolvimento della coscienza nel momento in cui ella diventa tutt’uno con la bellezza. Ma qualcosa interviene a distogliere Eva dall’estasi: nel suo cuore si fa strada lo sgomento che consegue allo smarrimento per aver reciso, seppure per un attimo, il laccio che la ancora alla cura di chi le è stato affidato. E, nella condanna dell’angelo terribile, ella trova conferma di non poter essere accettata che in questa veste, nell’essere colei che è legata, destinata alla cura dell’altro.

Ad Eva è stato conferito l’attributo “madre dei viventi”, “Eva” significa questo, ma ella è molto di più di questa definizione che la confina: è un sé che si dispiega anche in altre dimensioni, che sfugge agli aggettivi usati per qualificarla e delimitarla. Per conoscerla è necessario oltrepassare il recinto di referenze che la trattiene e lasciarsi attraversare da parole nuove. Eva, nell’estasi, nella comunione con il sublime, ha scoperto che esiste il luogo in cui ella si compie.

Il castigo rivela l’impotenza dell’angelo: messaggero di un mondo che Eva ha già trasceso, egli la ammonisce che uscire fuori dall’assetto delle cose significa perdere approvazione, essere privata di un nome attraverso il quale ella è riconoscibile e dal quale le derivano accettazione e consenso. Ma Eva ora sa che la sua identità non è contenuta nell’attributo con cui è conosciuta, che non coincide con esso; l’angelo può privarla solo di questo nome, ma non dell’essere, perché l’essere è inalienabile.

L’esilio di Eva è una esclusione dall’ordine delle cose di cui non è considerata degna di far parte dal momento in cui ha trasceso il limite. Esiliata da un mondo fissato nel suo assetto, è fuori dalle categorie, ma non da se stessa. Ella è la “madre dei viventi”, perché questa connotazione fa parte del suo essere, ella è l’ente che genera e che fa nascere, non per compito o per definizione, non perché le sia imposto un legame che la trattenga nell’ordine, ma per essenza, e la sua essenza esprime anche in questo modo l’essere tutt’uno con la bellezza e con il sublime.

A volte, sospesa tra nostalgia e anelito, si sofferma ad additare le cose dicendole nella loro incompiuta singolarità e rivela che esse sono inscindibili dalla sua conoscenza e dal suo canto.

Cristina Polli

 

(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

(foto : fonte web)

Ogni goccia è mare #1: Cristina Polli

stanze d’isola

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E chi ha lasciato il cuore a vestigio di quella dimora,
a quella brama fare ritorno.
(Ibn Hamdis)

 
I.  Prologo

Di colpo
altopiano desolato
ovunque si volga
tutto è scomparso
livellato
risucchiato
(i colli, le gole, le città bianche)
calzari tra i sassi incolti
coreuta
lontano
dagli ulivi
dai teatri

Dovevamo recitare uno spettacolo
ma abbiamo dimenticato di imparare la parte

 

II. Parodo

Quando avremo finito di dimenticarci di noi stessi
e saremo scomparsi del tutto

resteranno soltanto le pietre,
restituite alle pietre.
Resteranno le querce immortali
sullo sfondo del bianco più solenne.
Il ronzio dell’ape insistente
nella calura che schiaccia.
E sciare nere che scivolano in mare
franando, di tanto in tanto.

 

XIV.

Di questo cielo rivolto a libeccio
non riuscirai a fissare i contorni
ora compaiono stelle sfocate
ora si insabbiano stelle arrossate

lo specchio ustore ti ha tolto la vista
come accecato è il tuo incerto vagare
smemora il giorno con greve calura
benda del mare gli occhi ti oscura.

 

XVII.

Al riaffacciarsi sul Belice.

Nascondemmo il pane
sotto le stesse pietre
con cui coprimmo i piedi ai nostri morti.

Non cade una goccia
sui tuoi occhi disseccati
per troppo lucido senso.

 

XVIII.

Se apro le orecchie, sento solo
ragli d’uomo
emergono dal buio cavernoso
compreso dal mio petto
otre amaro.

Magari potessi riudire
il canto docile delle cicale.
Con queste mani mi lego
a un tronco d’ulivo.

 
XXXV. Esodo

Quando i Ciclopi lasciarono l’isola
i piedi toccarono l’acqua e avanzarono
il capo basso e il cuore muto
dando le spalle all’agonia di cenere.
E quando, con mani non abituate
ebbero slegato gli ormeggi dagli scogli
e gli strilli delle capre legate alle zattere
senza voltarsi, piansero lacrime cispose.

Giovanni Luca Asmundo

 

 

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Stanze d’isola, Oèdipus, 2017 è l’opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0, promosso dall’Associazione Felix Cultura

www.festivalibrocampania.it

 

gianluca

Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.
Su stanze d’isola si può leggere una ricca nota a cura di Cristina Polli qui.
Sulla poesia di Giovanni Luca Asmundo, Giorgio Galli ha scritto qui .

 

(Articolo e foto di copertina a cura di Patrizia Sardisco)

 

stanze d’isola

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Testi di Cristina Polli, tratti da Tutto e ogni singola cosa (Roma, Edilet, 2017)

Fotografie di Giovanni Asmundo (coste mediterranee, 2011-2018)

*

Metafore di pietra

Genero metafore di pietra,
roccaforti a spigolo vivo, oltre
strati di parole che trapassano
come lame taglienti i miei pensieri –
residui di avidità – prigionieri
di una cupa estranea accidia.

Abito nella mia torre d’avorio,
fortezza eletta al mio sentire,
solitudine arroccata dove lascio
aditi dischiusi ad intuire
destini di umanità contrassegnati
da composti tormenti di passioni.

Rethymno, 2018

***

Il tempo della poesia

La poesia costruisce monumenti
con briciole di pane,
cammina su tele argentee di ragno.
In un tempo senza ore, né giorni
tesse trame di seta…
E annoda dolori
che l’hanno scalfita,
più spesso ferita,
o anche dilaniata.
____________

In un tempo sospeso sull’essere
la poesia accorda il suo suono.

Rethymno, 2018

***

Nausicaa

Se approdi naufrago alla mia riva
avrai di certo vesti
e unguenti
per toglierti il sale
disseterò l’arsura
dei giorni abbacinati
stretti alla catena
delle notti insonni
e ti toglierò dai lobi
il fragore delle onde in corsa
la corsa dei venti battenti sulla prora.
Rinnegherai il tuo vagabondare
e sarai il mio dolore d’abbandono.
Se approdi naufrago alla mia riva.

Castel di Tusa, 2016

***

Distacco

Cosa sto cercando,
così, ancorata al distacco?
Guardo, oltre la balaustra,
l’orizzonte che si compie da solo
nell’umida sera recando echi di schiume
lontane, veli di pensieri che si levano
ed annebbiano le parole che lente,
incuranti, rispondono:
“Va bene, fermiamoci qui.”
Ci sediamo, ma abito l’assenza

Procida, 2016

***

Risoluzione del dolore

Vorrei che mi avvolgessero suoni in erre-emme
cantati in un immemore fluire
che ci riconosce nei vuoti impercettibili
nel buio tra gli archetipi.

Venezia Mestre, 2011

***

Canti del disapparire

Non ho voce
se non ascolti
e taci.
———Bianche di spuma
———le onde si rifrangono
E io in evaporare dispersa
mi trattengo
———Canto del disapparire.

Non ho volto
se il sembiante dissolto
cancelli.
———Gonfi d’acqua e pianto
———corpi in emersione
E io spuma di mare le membra
lambisco
———Sudario di speranze.

Non c’è requie
se le grida tra i flutti
non senti.
———Da deserti roventi
———esili di arsure
Il nostro fatale errare in acque
trasmigrato
———Canti del disapparire.

Tunisi, 2015

***

Cose quotidiane

Traduciamo il giorno
con dita e respiro
e sovente nell’incontro atteso
dei nostri sguardi stanchi
mi chiedi una prova di immanenza
quel tutto indiviso
anelito di amanti
ricerca di mutuo approdo
delle nostre derive
e io vorrei che vedessi
la bellezza dell’ora
che ci congeda dalle cure
e prova per sé
quel che noi siamo.

Venezia Mestre, 2012

***

Piccola vita del pomeriggio

Stava sulla tovaglia rossa
un mucchio di panni
bagnati-spiegazzati-colorati
che ora si asciugano al sole
appesi a uno stendino provvisorio
e svolazzano apparendo oltre i vetri della finestra
come bambini che tornano
con risate fragorose
e poi riprendono i giochi.

Trogir, 2013

***

Tutto e ogni singola cosa

A decantare questo succo di fibre d’anima
si depositerebbero sul fondo residui
di dolori e potrei raggiungere
l’ebbrezza
con nettare di sogni
e di visioni,
trovare anch’io il mio Lete
e perdermi nell’oblio,
ma poi vuoterei il bicchiere fino alla feccia,
ché non ti saprei Amore se non prendessi
tutto e ogni singola cosa di te.

Venezia, 2014

***

(articolo a cura di G. Asmundo)

 

Il Promontorio (26) Sponde mediterranee e canti di Cristina Polli

Cristina Polli, ”Tutto e ogni singola cosa” – alcune poesie

cristinapolli
Cristina Polli

 

LIBECCIO

Il libeccio accavalla marosi

sulla spiaggia deserta

guardo la ringhiera scrostata

intrisa di amati inverni e di mani

aggrappate a trattenere distacchi

quando ancora non hai imparato

a lasciare andare,

a farti tutt’uno con l’erosione

che mischia sale e sabbia.

Su tutto un gabbiano spiega le ali

ed eleva il suo arco di volo

su una luce d’alchimia

ché il mare è metallo d’armatura.

 

***

TRASFORMAZIONI

Non lo vorrei dire,

ma attendo una trasformazione,

un capovolgimento dell’asse

-terrestre- mi dicono,

a me basterebbe riaffacciarmi

a riveder le stelle.

E la legge morale non mi basta:

la usano ormai per commerci di utopie.

 

***

VORREI NEBBIA

Vorrei nebbia

che dipana

un echeggiare di sirene

sgomente d’accaduto

nebbia d’abbandono

-la nave-

-il porto-

un mare nel ricordo

e un Jean Gabin che volge al disincanto

la piega dolceamara del ritorno.

 

***

SISIFO

Noi, Sisifo assorto in trasporti di pietre

meditiamo

dolore

e ritardiamo l’Incontro.

Spostiamo macerie

che franano sull’io

sulle membra consunte,

sull’anima dissolta. Assorta

fatica s’attiene

al rovinare del tempo,

al diroccare del senso.

Noi, Sisifo assorto

meditiamo

dolore

stanchezza che plasma il senso,

surrogato di pensiero,

barricata all’Incontro.

 

***

INESSENZIALE

Accosta la sedia al muro

sarà l’impianto del pensiero

a sorreggere il dolore.

Siedi senza interrogare

aruspici di linee,

resta nell’inessenziale,

nell’essenza del dono.

E il buio ti trova

nell’abbraccio sognato.

 

***

LA VOCE DEL POETA

Corteggia la mia malinconia

la voce del poeta

sillabando dipinge ombraluce

luoghi di ascolto e di memoria

di cui riconosco la polvere

che smorza i colori

baluginati nell’attimo

la strada inventata nel sogno.

Andare e restare nel vertice

nell’abisso del punto.

***

 

Post – it al Poeta

 

Eccomi, Cristina: come ti ho già detto altrove, tardiva la mia immersione nei tuoi versi. Ma ti trovo subito, sei qui che dici:

‘’Non ho voce

se non ascolti

e taci.’’*

Un canto, sì, la tua Poesia: affiora, buca nebbie, si posa col garbo resistente e pieno della consapevolezza, lascia che l’abbandono venga da sé, quasi come una confessione sussurrata voce al vento petto al mare. Ho letto in un unico fiato – come sempre, sai: l’immersione necessaria, corporea, nel respiro che muove la mano, il farmi uno nel, col basso continuo che lega quella mano coi testi: captarne l’odore, fiutarne il movimento, tracciarne andate tornandovi dentro -; ho sottolineato sparpagliando qui e là, come di solito faccio, segni e smorfie grafiche: innamorandomi, se si può dire, di un modo di scrivere, il tuo, che con l’arte sottilissima e avvertita di chi è in Poesia da lungo corso non tralascia nulla, non abbandona chi legge a un suo destino di esule tra i versi.

La tua guida ferma, pacata, responsabile, trasporta in quest’andare verso che non ammette omertà e falsificazioni, né ritorni a mani vuote: pari alla Nausicaa cui dai voce in una delle poesie, che ancora una volta accoglie Ulisse, il carico di novità e rischi che porta con sé, sempre ‘’Se approdi naufrago alla mia riva’’.**

Ulisse è chi legge, Ulisse è anche chi scrive, che sonda l’ignoto non spiegabile di certi propri limiti, presunti e reali, che ha in serbo afrori e sembianze di posti remoti che per suo tramite si avvicinano a un punto tale che sembra di conoscerli.

Con semplicità raffinata – che non è mai, non può essere mai, scabra, facilona, sprovveduta – costruisci versi pulitissimi che rimandano a sensazioni visioni volti e atmosfere di varia natura, che spaziano dal simbolico al tattile; con un uso accorto di eleganti metafore, introduci a paesaggi e figure mitologiche (come la Nausicaa di cui sopra, o Sisifo), traduci moti d’animo ed epifanie del sentire: a dire con la sobrietà e la dolcezza che ti sono tratti distintivi Tutto e ogni singola cosa, e lasciarne traccia col ’’desiderio d’essere/ ciascuno di quei mille riverberi di foglie/ in una trinità di vento e luce’’.

A.G.

 

*Da Canti del disapparire, in Tutto e ogni singola cosa.

** Da Nausicaa.

***Da Come in accordo, ibid.

*

Le poesie qui proposte sono tratte da Tutto e ogni singola cosa, Edilet – Edilazio Letteraria 2017

01 TUTTO E OGNI SINGOLA COSA COP_01 TUTTO E OGNI SINGOLA COSA CO

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Cristina Polli, ”Tutto e ogni singola cosa” – alcune poesie

Giornata Mondiale della Poesia sulla Scalinata

”La Poesia non cerca seguaci.

Cerca Amanti.”

F.G.Lorca

Benvenuti sulla Scalinata, Poeti e Poete, Amanti e Custodi di Poesia.

Oggi, 21 marzo, è festa: sul Posto di vacanza celebriamo così.

 

waterhouse canto di primavera
J.W. Waterhouse, Canto di Primavera

***

Sauvignon

C’è una complice rotondità
gialla d’invidia e piscio di gatto
nelle bolle che di testa loro
vanno volando in un flop a bucare
l’orlo come pure tutta me ora, scalza
appesa alla ragnatela-sofà
nella stanza che rotola.
All’angolo scordato ho impilato altri libri
e di lì sopra il bicchiere ammicca pieno.
È passato un anno liscio e curvo
come questa palla soffiata
per il mio naso e la mia bocca
con lo squaglio d’oro dentro.
Il solido è solo sulla pancia che carezzo.
Ricordo così che ho fatto e così
una scelta sono stata.
Poco altro mi curo in giro
(il tappeto è del gatto)
poco d’altro penso
(il lavoro è in un cassetto)
poco sono, in questo tempo se
il passato è nel vetro che in mano reggo
e cinquanta metri quadri riflessi sanno
di prepotente privée baccanale.
Sussurratemi piedi caprini ancora
d’essere io.
Nuova.

Chiara Baldini

 

***
Intercapedini
[Racchiudo la misura della liberazione
nella forma aperta del palmo della mano,
deciso contro la porta di casa
quando lascia tutto il mondo fuori
e me sola con il dentro]

Emilia Barbato

 

 

maura savini gazzetta de la spezia primavera
Maura Savini, Primavera

 

 

***

ROSSO POETA

 

E siamo ancora qui,

a stringere patti

di vino e carne

di sangue e carta

a sfoderare una viva speranza,

che attende intese, nuove, di ceralacca.

Non crederai alle tue mani,

intrise del succo di noi, melograni.

Ti sveleremo l’autunno,

e penserai a un inganno,

quando vedrai quel papavero, nel bianco.

Sarà prima spasmo, poi collasso

Finché di giorno, a mezz’estate

farai ritorno alle tue stanze segrete.

E saremo lì, nel buio nostro,

complici di un silenzio pesto,

alchimisti di seta e d’inchiostro,

a improvvisare in notturna un tramonto

porpora, rubino e amaranto.

 

Barbara Bracci

 

***
Guerra e cielo

Guerra e cielo,
disegno il sole
per aprire alla luce.
Soffio e il vento
sposta nubi colorate.

Guerra e cielo,
il cerchio del bicchiere
assimila la luna,
racchiude in un
incanto i tuoi pensieri.

Alessia Bronico

 

***
Un segno
che siamo ancora vivi
è se ci commuovono
i bambini, il loro
scalpitare, far moine,
parlottare…Un segno
che siamo ancora vivi
è stupirci
della nuova primavera,
così simile a quella
già trascorsa eppure,
eppure così vera…!

Miriam Bruni

 

***

Forse oggi è tutto qui
Chissà se basta o basterà in futuro
Ma è necessario mandare il passato in soffitta?
Parlate sinceramente, lune, consideratemi figlio
Di tutte quelle sere sull’altalena, di quei pomeriggi in preda all’attesa
Di quel giorno sul sedile del treno, compresso dentro e fuori dalla paura
Con gli occhi stretti nella ricerca di chi attende.

Forse oggi è tutto qui
Chissà se basterà il futuro a mandare il passato in soffitta.

Rosario Campanile

 

acquadifuoco blogspot primavera
Pinax con Persefone e Ade sul trono, V sec. a.n.e.; Locri Epizefiri

***

fuori rotta

mi sposto nel ventre di una balena
centellinando la musica delle stelle
spostando il peso dal mio tempo

un mare straripa ad intervalli ricorrenti
sulle corde vocali
il suono brilla a segnalare la rotta fuori
lontano cresce l’erba tenera
e il mistero nella stessa stanza

Mirella Crapanzano

 

***

EUR (eucalipto, un ricordo)

Additando quell’albero, sorpreso,
ti sei rassicurato sul suo nome.

Di contrabbando, dietro ad un fast-food,
scorza e foglie incuranti del fritto
schiudevano sornione il ricordo in agguato,

l’eucalipto piantato da mio padre
per tutto il condominio. Fu una festa
con il mare nel naso

e noi bambini, fieri.

Anna Maria Curci

 

***
Ho le mani piene di lacrime
che il cielo non ha più posto sembra.
E il viso rigato al vetro
un graffio di sangue bianco.
Buio il pensiero dell’asfalto
buie persino le luci in diagonale.
E il viso appiccicato al vuoto
la cicatrice gocciolante.
Ho mani piene di schegge
che il cielo sembra una bottiglia.
E il viso rigato al buio
un taglio netto al vivere.

Alfonso Graziano

 

 

primavera botticelli particolare
Botticelli, Primavera (part.)

***
Psiche, io e te sole
nel vespro intrecciavamo
ghirlande per i
caprioli,
ruscelli chiari
vervava la tua mano,
e litanie tremanti
dentro brocche di stelle.

Arrossivo per un tocco
tenero del vento
in prati abbandonati dal dolore,
sentivo la fragranza del tuo spirito
mentre pregavo sola
con un rosario bruno
di nocciòli, tra le dita.

Vieni con passo gentile,
dentro quest’urna ho chiuso il Paradiso,
altissime corna di gemme
tra chiome scarlatte.
Ho perso la memoria
lungo cancelli aperti
di fiori eterni.
Il vento mi ha mentito
quando ha detto
che avrei trovato pace
solo nel suo roseto.

Diana Maat

 

***

; sussurri ]

è
fiorito
il cielo
da una carezza
nuda

e
le tue ciglia
poco fa,

qui :

Daìta Martinez

Cancelloedarnonenews.it Primavera
Primavera

***

Nei miei giorni
di adesso, non c’è più,

solo nell’anima mia,

io lo ritrovo

quel luogo di ricordi.

Come attraverso un velo

lo rivedo,

e ritorna il sapore

delle more

e l’odor di nipitella

antico e nuovo.

Mi riporta l’immagine serena

di un cielo azzurro e limpido,

di una piccola casa di campagna,

sotto la mia montagna prediletta;

l’Etna maestosa

dalla voce di tuono.

Le piccole stradine con i rovi

e l’odore agrodolce

di ginestra in fiore.

Il color di lillà

sotto quell’albero,

che non ho mai saputo

che cos’era.

E l’antico mulino

che sapeva di muffa

e di mistero,

meta nascosta delle scorribande.

Le esplorazioni attraverso i ciliegi,

che i passerotti andavano a beccare,

le corse a catturare le farfalle,

che dopo si lasciavano volare.

Così come i ricordi volan via,

e nei miei giorni la casa non c’è più.

Ma mi riporta il tempo

a quelle vigne

che digradavan piano verso

l’azzurro dell’immenso mare.

Sento ancora la voce

di mia nonna,

che mi chiama per fare colazione,

con pane caldo e olio

profumato.

E quel ricordo

viaggia dentro me.

E’ tutto vivo ancor

nella mia mente

e son felice se di tanto in tanto,

attraverso quel velo,

io lo rivedo.

Sandra Mirabella

 

 

persefone ritorna
Persefone trovata

***

 

Tra riga e riga

il bianco aperto dentro il petto
nudo, esteso
verso campi perduti

i piedi feriti da nuvole battenti
che gonfiano le vene
e le parole
come boccioli muti

Il bianco infine
che cerca la luce
nel farsi silenzio

Elina Miticocchio

 

***
a fine stagione
ci si sposta coi vasi a seconda del sole
tutto è trascorso nel presente saltato
ripetendo il futuro
le stagioni che non finiscono
le trovi in angoli scomodi
a dondolare postumi al primo fiato
il tempo trabocca i tuoi segni incompiuti
– un suono un vuoto un significato

( appoggio l’orecchio
e mi ti affacci bambino
hai un seme nella pancia
– che non sia mai dimenticarlo )

Carmen Morisi

 

***
Canto di primavera

 

Occhi – occhi – occhi scoscesi a celebrare
bertovelli che filtrano le acque
ancorati al respiro della terra
e delusi dal vuoto che si svela
Oggi si ride francamente al vento
garriscono colori e il chiaro esplode
in frammenti di fremiti ammaliati
da insospettati abissi di dolcezza

Da dove giunge il suono incatenato
dei numeri segreti dove arriva
senza coscienza il volto dei piaceri
che riemergono all’aria nel curvarsi
occiduo dei pensieri un nuovo tempo
forse propone volti e desideri
dove il nulla danzava dove il sogno
già si spegneva e subentrava un cupo
aleggiare di fiati e di tormenti

Riposano sigilli e ceralacche
nell’angoscia del tempo nuovi fumi
rivelano camini e fuochi antichi

Gli uomini stanno attoniti umiliati dal fluire di tanta bellezza si riversano per le strade a berne il [ travalicante potere ammaliati estenuati
La loro miseria si tinge d’aurora l’inganno di trilli di perla
Desiderio rapito in un cristallo sfuggente e viperino
diventa carne e sangue gemma e fiele e fuoco
il porco che gradì le margarite
mangiatore di frutti sconosciuti
profanatore di vergini
colpevole
colpevole
appeso ad una quercia ad osservare
la propria morte

bocche – bocche – bocche che tempestano l’aria
e il fumo che si leva dalle pietre
e diventa uragano

giacevi fatto a brani e seminato – disseminato
l’amore ti raccoglie e ti rigenera
sacrificale vittima a te stesso
germogli al buio
esplodendo tra i gigli a primavera

tu farfalla assassina dal ruggito di tigre
perennemente in cerca di un diluvio
che lavi le tue macchie
e stinga il nero pece dei tuoi occhi
e dissolva lo zolfo

Guido Mura (6-3-2012)

 

***
Come muore un poeta?
Su un letto di pietre e fango,
la bocca spaccata dalla ghiaia.
Il freddo ritrae lumache, snida vili e coltelli,
Bastano i pugni e una spranga
Le mani in tasca, gli occhiali,
i capelli di celluloide.
Sulla strada, sotto ruote
disegnarono rughe
come se le tue non bastassero
Frantumarono ossa e profezie
La pioggia lavò, riscrisse il corso
Cosa prova un poeta mentre muore?
La corda un nodo un coro, un ciack
il nero abito di una madre.
Appeso, come se così gli cuciste la bocca,
o bastasse strappare lingue per tacere.
È bruma la torbida veste di censori
che la d è minuscola, dio non va a capo
a capo chino oh, mio giovane poeta
ché la morte è destino della verità
l’ultimo verso lo leggeranno
sul corpo strappato.

Adele Musso

 

***

Ti scrivo una poesia,
È un telegramma urgente,
Un bollettino di pace,
Tregua di belle nuvole.
È un canto spalancato di fiori,
Un disarmo completo.
Ti offro il mio arsenale di pane.
Sfamati.

Stefania Onidi

 

creation.com.es spring

 

***

Riaversi

demolire gli inverni
anche se rovi e declivi e ronde e ancora piogge a battersi
dicevo: allenati come a una gara:
tira i muscoli del sorriso
metti un battesimo nella parola

Gli inverni freddi,
dovunque passi un fiume per bere o volare
e tu hai una danza negli occhi e una fitta al cuore;

ma si fa presto a dire inverni
e cadere nella parola pioggia non lava
i rumori del tempo
quel battere e levare d’aghi
sottopelle

Giovanni Perri

 

***

 

Lunatica

Singolare femminile
irregolare.
Declino piazze cortili strade
stanze di quartiere.
In cucina sfornello dubbi
sbucciando pensieri
stringo amicizia
con cuochi zelanti
impasto venti freddi
e mareggiate
condenso la nebbia
sui tetti.

In giardino
coltivo zolle di parole
frantumo prefissi
traccio binari
di sillabe tronche
per accorciare le distanze.
Gli innesti di gennaio
fioriranno rime a giugno
la luna sarà piena
le piogge a rovesci.

Laura Pezzola

 

***

Cosa hai visto nella tela del ragno? La mosca
Invischiata
Stravolta
Nelle tese geometrie?
Sul ramo del suffrutice irradia
Argentea la luna
Altri raggi filati
D’ attesa
Scomposero
L’iride del giorno
In risposta a tiepidi aliti
Come la stessa
E mai uguale meraviglia
Che incontra luce e forma
D’intessuta levità.

Cristina Polli

 

***

il buio della mia notte
ha l’odore buono delle tue mani
ma c’è altro buio
e sembra la vita un inganno
appena un fiato
e l’alba trattenuta oltre gli occhi chiusi
non vuole schiarire
c’è altro buio intorno agli alberi
e presenze mute di dolore senza tempo
non c’è poesia per i tuoi piedi freddi
per i lividi del cuore
per il seno sterile di madri accartocciate
come posso, come posso raccontare la bellezza
se non posso esserti madre
se non posso asciugarti, accudirti, sfamarti
e resta il dolore spalmato negli occhi
e dal buio opaco delle ombre
geme

Mariangela Ruggiu

 

***

[Primavera] (Da Le Quattro Stagioni)

Tu sei lo sciamare delle api,
confusa nell’edera. Sei come
parola inghiottita dal cuore
e vuoi addolcire la notte:
vieni dagli occhi e hai la forma
tenera dei sogni silenziosi.
Per questo mi sciolgo
nei treni lontani d’aprile,
dentro la terra viaggio volando
come un’ombra, sento l’odore
sanguigno del sud, delle mani
dimenticate sulle mura
rosso pompei di Rosario.
Sei un passaggio di pioggia
sulla frutta già sazia del paese,
e puoi torcere il destino del vento
al traguardo più innocuo delle onde,
perché tu poi sai violare
anche il mio inchiostro
con l’acqua che riposa
sott’ogni tuo sguardo.
Conosci la solitudine molle
di cui sono intrisi
i muscoli delle ore,
che per un poco ancora
ha voluto bruciare
nei lampioni giallastri della sera.
I saxofoni hanno smesso di parlare.
Stanno come sentinelle squillanti
nel porto che è di nessuno,
a versare un silenzio liquido
nel mare, che è come un tè
mai bevuto, e non è di nessuno.
Qualche volta anche tu
hai desiderato tacere.
Sei stata l’edera al singulto
delle serpi. E lo sfrigolare
della sabbia catturata
tra pagine compatte di tabacco.
Chiederai perdono.
E sarai anche tu, senz’altro,
finita da un passaggio di pioggia.

Giacomo Signore

 

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***

Macerie

mi riempivo di macerie
mentre il tempo stringeva forte il corpo
dando un profumo di mare alla bocca
incollavo al cuore il mio oscillare
e un nido d’api ronzava fra le costellazioni
creando nostalgie estive
minacciando da dietro le ossa
tutto questo bianco sparito
oltre la finestra buia

Antonella Taravella

 

***

La danzatrice azzurra
La danza è conca d’acqua
ristoro
movimento azzurro
suono ai fianchi che cattura
d’imprendibile grazia.
La danzatrice è gola nei capelli
linfa che risale al bordo degli occhi
sorriso sotterraneo che annuncia
e non rivela.
La musica asseconda
lettere argento
dai vicoli sulle braccia
fino al lume dell’aria.
Il respiro si fa stella
la notte è un paravento di sguardi
luci blu oltre la tenda, cattura.
La danza è conca d’acqua
ristoro
vertigine di violette sature
alle caviglie che solcano la terra.
La danzatrice è vento
si fa calore
farfalla in trasparenza.
Morbida, svanisce
su onde antiche di sabbia
come un dono
sulla curva che finisce
il crepuscolo.
Iole Troccoli

Monet-Primavera-FitzWillamMuseum
C. Monet, Primavera
Giornata Mondiale della Poesia sulla Scalinata