Maria Allo: Solchi. Alcuni testi e un breve post-it

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Deborah Allo

 

*
In sogno il vento ha grandi occhi di brina
Polvere che imprime alle carni
Il disordine del giorno
Dalla gola una voce straripa
Invade l’aria annebbiando
Il corpo immenso del perdono
Qui resiste nel suo calore un grande cuore
Ci detiene e tutti ci contiene
Attendo parole antiche
In questo luogo non c’è
Altro luogo in cui vorrei essere
Ecco come la notte prende il sopravvento
Su tante solitudini straniere
Forse un destino c’è per questo cielo
Vaga già nel buio tra gli ulivi
Sui volti disperati
Ma davanti alla violenza non si cede
Fuori piove

 

*
La ragione del sangue investirà veglie
Di solchi ancestrali che forgiano
Prima di respirare
Verità inattese di altri canti ai giorni
Di colori tra le ciglia
Cerchi di limbi assorbono ragioni
E ogni cosa che resta
In questi cieli sfioriti
È gomitolo precipite di devastazione
Si snervano innesti di stagione
Su passi cadenzati
Aperti a cenni come chiodi
Dietro i rintocchi
Non vi è luce
Anzi delirio affilato dal libeccio
Nel deserto ostinato che ci coglie
Non si ha più voce
Anche se l’etna si arrovella nel fragore
E la morte reclina
A immaginarci ancora vivi

 

*
Sii il freddo che smorza i desideri
Nella fioca luce di notti solitarie
Sii lo strappo che tiene in vita il ramo
Con le mani unite
Sii luce che veglia
La memoria della Terra alla vigilia
Della risurrezione
L’odore dell’alba scorre nel rumore dell’acqua
E rifrange cieli mai visti con la coda dell’occhio
È questo vuoto a farsi corona in un albero muto
Imbrigliato nel solco di un giorno
A un tratto crolla la terra senza fondamenta
Dimmi può la parola antica e nuova
Darci consistenza farci deserto e vuoto
Non trincea di anime ferite
Spalancare le braccia nel bianco della nebbia
[futuro passato presente]
Ma a crepitare è solo abisso dentro un abbandono
Di qui la luce percuote glicini a stormo
Su assolate foglie
Con molteplici suoni dissonanti
Legati alla vita e modellati dal mare
Di qui esplodono gerani in verticale
Non lasciano scampo alle tempeste
Alla ruvidezza del tuo sguardo
Che affiora a tratti e incide sul coraggio
Ridisegnare distanze su omissioni calcolate
Fino al margine della coscienza

 

*
Scivola Tempo dalle dita e dalle radici del vulcano
C’è un’altra luna
Spira leggero in bocca il vento
Bianco di nebbia
Anche la pietà valica l’attesa
In un rigagnolo del tempo
Mi chiedo come trattenere il respiro
Tra un mucchio di pietre e l’infinito
Le parole di sempre percorrono
La stessa strada desolata
I nomi prendono forma dalla perdita o dal vuoto
Adesso è notte il deserto aleggia
Ardente sulle guance
Fende i marosi e tutto spegne nell’abisso
La parabola si compie nei risvegli dentro ogni inizio
Che ci strappa dalle notti e riafferma il prodigio
Di chi sta per ricominciare
Un senso di cose reali scalpita in cerca della terra
Che non c’è
In bilico la luce sfoglia già la notte
I nostri punti di forza sprigionano
Dalle crepe sotto i piedi

 

da Solchi. La parabola si compie nei risvegli, Prefazione a cura di Anna Maria Curci, L’arcolaio 2016 – FUORICOLLANA, Collana diretta da Fabio Michieli N.14

 

Post-it all’autrice

Di fessure, di crepe, di segni , di in-segnamenti ancestrali: in una terra-mondo devastata e resa opaca dal dire di un “fiato che non pesa”, in cui le sole trasparenze sono “le fessure scampate alle parole”. Di rivoli e calanchi e di altri suggestivi Solchi, ci dona saggio in poesia questo bel libro di Maria Allo, percorrendo la polisemia particolarmente fertile di un termine in cui si intrecciano e si ibridano piani semantici spesso antinomici che oppongono immagini di apertura e di riparo, di linee d’impluvio e di cavità subacquee, di tracce e di incisioni, e ancora di innesti e di uscite, di vie di fuga.
Di solchi e di direzioni arcaiche e arcuate, di assi curve si dice in questo misterico libro di Maria Allo, di piste entro cui dimora un’appartenenza dalla quale, ci avverte la voce poetica, non può darsi scampo, poiché “Non c’è rimedio alla curva/Dell’appartenenza”; di molteplici, di multiformi crepe e del pertinace radicamento nell’alveo non pacificato di quelle crepe; di aperture e lacerazioni, dalle quali tuttavia soltanto, sembra suggerire la seconda parte del titolo del libro, può darsi la sporgenza nella compiuta forma della parabola, nella sua duplice e coincidente accezione di traiettoria-parola che intercetta e adombra “Verità inattese”. È in figura di parabola, infatti, la sola traiettoria-tragitto tracciabile e percorribile per chi, non senza fatica e dolore (“Avanzare è anche soffrire”), assegni al vivere e al dire poetico direzioni equidistanti da uno stesso fuoco.
E il fuoco di questo continuum tra vita e poesia è, maestosamente, quello di un vulcano-padre che si erge solenne, possente e a proprio agio tra storia e mito, è ferita di fuoco nel cuore di un’isola-madre, “corpo immenso del perdono”, luogo di nascita e convintamente suolo d’elezione in cui “resiste nel suo calore un grande cuore”, isola crocevia essa stessa di storia e di mito nel cuore di un mare che tiene in ostaggio e che sembra non mostrarsi mai nella sua parte più profonda. L’Etna: ma insistentemente in minuscolo, nome comune innervato nel diuturno quotidiano: l’etna è il solco primigenio dal quale morte e vita hanno violenta e non sdipanata scaturigine, solco ancestrale che plasma, forgia a propria immagine prima della prima parola, “prima di respirare”, solco che intorno a sé traccia una sorta di spazio sospeso e assimilante, un limbo assorbente rispetto al quale ciò che resta “È gomitolo precipite di devastazione” che toglie nervo al transeunte e, soprattutto, sospende la luce e ogni altra voce sotto il peso del proprio fragore: “Con un pugno arcigno di silenzio”, “Non si ha più voce”.
E in effetti, come poter dire del groviglio di radici e “fessure nel deserto” di questi esseri–albero che siamo, di quello gnommero gaddiano di sovradeterminazione che l’occorrenza di termini come “gomitolo”, “grumi”, “ragnatele”, “tralci” “nodo”, mi riporta in mente, come poter dire il nostro essere “Memorie sommerse”, il nostro essere “carne e vuoto”, “soli e senza un grido”? Come, se si oscura alle spalle la “sola testimone”, la parola, e se “non c’è sintassi che traduca” ? Come dire la dissidenza, la dissonanza?
Occorrerà consegnarsi, restituirsi interi, “Senza afasie”, far di se stessi “segno senza ambiguità”, strapparsi dal volto “La maschera dell’ombra”, “Distillare l’essenza”, sorprendere Verità, dischiuderne il mistero alla nominazione.
Nella rarefazione della veglia/vigilia che impregna la poesia ininterrotta di questo poema franto, un tempo-Tempo si apre, si disallinea, scivola, piange colto nella sua nudità e “I nomi prendono forma dalla perdita o dal vuoto” : è una potente immagine, quella restituita da questo verso, che richiama gli studi dello psicanalista britannico Wilfred Bion, secondo il quale il pensiero nasce dalla frustrazione, dalla mancanza: nella riflessione bioniana, è l’assenza della cosa che diviene pensiero della cosa. Allo stesso modo, mi pare di poter affermare, nella percorrenza dolorosa e tensiva della propria curva spaziotempo, coincidenza di percorso lirico e vitale, la voce poetica penetra il vuoto dei Solchi e vi abita il silenzio, vi abita il fondo vitale del proprio radicamento: trae la linfa della “parola antica e nuova”, e spalancate le braccia compie la propria parabola. È un risveglio, ma è ben più di un risveglio di fede, è un’identificazione con essa: “Sii la fede che tiene un’idea”. È un’identificazione con la luce che veglia sulla memoria, ma non più nell’abbaglio accecante del giorno bensì con la coda dell’occhio, per visione laterale, periferica, quella dei recettori sensoriali attivati nella luce del crepuscolo mattutino, “nell’ora incerta/Che precorre il giorno” quando il Sole illumina per diffusione e riflessione. In questo Tempo nuovo, la tensione si attenua, come acutamente osservato da Anna Maria Curci in chiusura della sua puntuale Prefazione al volume, “ma resta irriducibile”. Lo scioglimento è delle braccia, finalmente spalancate, e nel canto, quasi senza più corpo né confine, e “Sarà un unico respiro atemporale/a farci adempimento e condivisione”: ma il nodo, il groviglio, non conosce distensione, gli gnommeri sembrano anzi ripiegarsi a formare strutture di superiore complessità, con la ricorrenza di versi e interi brani di poesie precedenti e riflettendo a ben guardare anche nella costruzione del testo una concezione curva e aperta, in-finita, del mondo e di questa poesia, con il suo procedere in assenza di segni di interpunzione e per a capo e maiuscolo, come nel tentativo di afferrare ogni volta tra pollice e indice il bandolo di un nuovo inizio, il prodigio sull’orlo del ricominciamento, alla vigilia della risurrezione: “La parabola si compie nei risvegli dentro ogni inizio”.

Patrizia Sardisco

 

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

foto: fonte web

 

Maria Allo: Solchi. Alcuni testi e un breve post-it

Alessandro Brusa: In tagli ripidi. Alcuni testi e un breve post-it

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da Il vento che insegue veloce

Di grida è questo senso
e voce – a porta chiusa

il dolore – come il deserto
è da trattenere in pugni,
il respiro è segno
di strade

questo verso nuovo
ha dell’ingresso le spalle
e un varco di anni e
di battenti chiusi

già dall’altra parte
sui miei occhi tinteggio
il presente
ora a punta grossa.

*

Grido il filo
che in gola, di voce
narra lo spazio tolto a
questo mio petto

– tra i denti
e sulla strada che
bordano di sale –

e dolce è la lingua
come frana, di montagna
a morire

 

da  Il tempo che abitiamo in punta

Acqua vecchia misura il tempo
che ci corre lento i fianchi

il tempo che abitiamo in punta
per non bagnare la vita
che ancora non indossiamo,
e stesa aspetta.

*

È la tua voce
che hai perso
nella pelle scurita
e resa dura, e
corazza appena

in questa strada,
fatta di porfido e
di errori,
ancora una volta dal
lato sbagliato del mare.

 

da  Il taglio nel legno

In su la nota un pezzo
– tenuto, e corda –

il taglio nel legno
e la lima stesa
lo porgono a me
che sospeso lo tengo
fitto,
sotto il cuore
e stretto
: se penso a lei
e se per lei prego.

(J.S.Bach, partita per violino, n.2)

 

da  Nel nome del figlio

Di questo corpo ho fatto testo
se del tuo corpo tengo il segno
che di quella nascita mi ha fatto

 

da E giriamo in cerchio di amanti

Semini vita
nei solchi del
mio inverno
e la mano appoggiata
è sulla tua testa un fermo
e petali che non colgo

cerchi il passo con
quel braccio e carne
che ti regalo perché
altro non so fare

: se il cambio di stagione
è la vita che temo.

 

Post-it 

Giungo tra le pagine di In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta), il libro che Alessandro Brusa ha pubblicato per i tipi di Giulio Perrone nel 2017, con prefazione a cura di Fabio Michieli e postfazione di Marco Simonelli, sospinta dalla lettura che di questa raccolta ha offerto Anna Maria Curci su Poetarum Silva e che invito a rileggere a questo link.
In tagli ripidi mi appare come l’attraversamento, tutto in salita e lacerante, del limite e del suo sconfinamento doloroso e necessario, limite qui identificato con il corpo, vero e proprio testo, come ci viene esplicitamente dichiarato dall’autore ma, a mio avviso, anche pre-testo per dire di un bilicante tenere il segno nel tempo (in tempo, al tempo), in un circolare ma fragile equilibrio che mi ha portato alla mente La danza, di Henri Matisse. Nella celebre tela, i corpi, essenziali e nudi, impegnati in un girotondo che è al tempo stesso gioioso e angosciante, sono colti nella tensione del mantenimento del duplice equilibrio di una noità che si mostra corruttibile, franante, pronta a spezzarsi e a ricomporsi, e di un abitare il noi, pur in una vorticosa e amante circolarità, “in punta” di corpo, “in punta” di mondo: come nella poesia di Brusa, nella quale mi pare di scorgere un perdersi e ri-trovarsi che è fatica eppure “vela maestra al vento”, “un urlo/che dice tienimi la mano/tienimi la mano”, sullo sfondo degli anni-cielo, in piedi, su un materasso-mondo.
Il noi, l’uso della prima persona plurale, sembra tradurre in questi versi la molteplicità delle relazioni io-tu, io-noi, io-io, e dalle quali il corpo viene in-segnato, in-tagliato: non posso fare a meno di pensare che In tagli ripidi intenda suggerire degli intagli ai quali la voce tenta di risalire, non senza fatica dato il crinale erto e friabile del tempo e dato che “dolce è la lingua/come frana, di montagna/a morire”.
È in questo senso, mi pare, che il corpo colto da Brusa tra un lì e allora e un qui e ora, offra il filo non lineare di sonda di sé, di ricerca dell’altro e della dicibilità di quel luogo magmatico e non verbale che sembra essere accessibile solo alla nominazione poetica: per voce che, nella circolarità (ancora!) padre-figlio-segno, “ruba rima/e allunga il verso”; per voce che, dispersa, ha “smarrito la parola”; per lingua che, nuova, “racconti anche l’azzardo della solitudine”. E, direi, per scelta di memoria, scandaglio del largo oceanico della storia tanto quanto dei rivoli brevi del microcosmo percettivo. Raccolta la sfida a fare “testo” dell’opacità irriducibile del corpo così inteso, a farsi segno in-segnato, occorrerà darsi ragione del tempo sperso/spento/spanto “in pochi rivoli”, di ciò che del corpo ha aperto una distanza, e ritrovare nell’osso della parola la propria appartenenza. Ma è sempre un filo narrativo che somma per sottrazione, per negazione, per attesa – essenza d’assenza – gli spazi (sotto lo sterno, nel petto, “appena sotto l’umore”): gli spazi schiusi e frammentati, tolti, desertificati, divorati, nel corpo a corpo con sé e con lo specchio primo e ultimativo costituito dalla relazione con la figura-corpo del padre, vero e proprio perno intorno a cui ruotano, fino a mutare direzione, gran parte dei significati che, pure non scritti, hanno tuttavia potenza prescrittiva: “Prescrivi un senso/a questa vita che non/scrivi”. E lungo questa mutata direzione, conosciuta la “linea /di deciso passaggio”, dopo tutto lo scavarsi, il farsi cavi, erosi, anche per identificazione con il corpo paterno, con il corpo muto, e il restare quasi soltanto “anima e fragile”, è come se venisse finalmente ad aprirsi un nuovo spazio per il silenzio, per la sua interiorizzazione che prelude a una voce nuova (“allora io rombo e tuono/e squillo”) e a una diversa e più consapevole possibilità di relazione, di esperire un noi in cui, accolto il confine, dismessa la rabbia, sia finalmente possibile prendersi per mano e perdonarsi, in una ricomposta identità dove tutto si tiene, e “perdonato/seppur dannato” proferire l’amore con la “parola/data in dote”.

Patrizia Sardisco

 

(articolo  a cura di Patrizia Sardisco)

Alessandro Brusa: In tagli ripidi. Alcuni testi e un breve post-it

stanze d’isola

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E chi ha lasciato il cuore a vestigio di quella dimora,
a quella brama fare ritorno.
(Ibn Hamdis)

 
I.  Prologo

Di colpo
altopiano desolato
ovunque si volga
tutto è scomparso
livellato
risucchiato
(i colli, le gole, le città bianche)
calzari tra i sassi incolti
coreuta
lontano
dagli ulivi
dai teatri

Dovevamo recitare uno spettacolo
ma abbiamo dimenticato di imparare la parte

 

II. Parodo

Quando avremo finito di dimenticarci di noi stessi
e saremo scomparsi del tutto

resteranno soltanto le pietre,
restituite alle pietre.
Resteranno le querce immortali
sullo sfondo del bianco più solenne.
Il ronzio dell’ape insistente
nella calura che schiaccia.
E sciare nere che scivolano in mare
franando, di tanto in tanto.

 

XIV.

Di questo cielo rivolto a libeccio
non riuscirai a fissare i contorni
ora compaiono stelle sfocate
ora si insabbiano stelle arrossate

lo specchio ustore ti ha tolto la vista
come accecato è il tuo incerto vagare
smemora il giorno con greve calura
benda del mare gli occhi ti oscura.

 

XVII.

Al riaffacciarsi sul Belice.

Nascondemmo il pane
sotto le stesse pietre
con cui coprimmo i piedi ai nostri morti.

Non cade una goccia
sui tuoi occhi disseccati
per troppo lucido senso.

 

XVIII.

Se apro le orecchie, sento solo
ragli d’uomo
emergono dal buio cavernoso
compreso dal mio petto
otre amaro.

Magari potessi riudire
il canto docile delle cicale.
Con queste mani mi lego
a un tronco d’ulivo.

 
XXXV. Esodo

Quando i Ciclopi lasciarono l’isola
i piedi toccarono l’acqua e avanzarono
il capo basso e il cuore muto
dando le spalle all’agonia di cenere.
E quando, con mani non abituate
ebbero slegato gli ormeggi dagli scogli
e gli strilli delle capre legate alle zattere
senza voltarsi, piansero lacrime cispose.

Giovanni Luca Asmundo

 

 

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Stanze d’isola, Oèdipus, 2017 è l’opera vincitrice del Premio Letterario Felix, III edizione, sul tema Paesi-Radici. Abbandoni e ritorni nell’epoca 2.0, promosso dall’Associazione Felix Cultura

www.festivalibrocampania.it

 

gianluca

Giovanni Luca Asmundo, architetto, vive e lavora a Venezia. Vincitore di concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica, è presente nelle antologie Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015) e Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci (2017), oltre che in una serie di e-book curati dal blog “La presenza di Erato”. È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento”  ed è stato co-curatore di “Congiunzioni. Festival di poesia e video arte 2015”.
Su stanze d’isola si può leggere una ricca nota a cura di Cristina Polli qui.
Sulla poesia di Giovanni Luca Asmundo, Giorgio Galli ha scritto qui .

 

(Articolo e foto di copertina a cura di Patrizia Sardisco)

 

stanze d’isola

Dialetti #4: Carlo Bardella

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Carlo Bardella con il figlio Massimo nel 1938

 

 

Sàbbito senza sole!

 

È sàbbito! ‘Gni sàbbito che passa
me fa penza’ ar proberbio…* Ch’eresia!
Nun manca er Sole a un padre de famîa
che ar sàbbito ha da di’: l’ho fatta bassa?

Cammino, cerco, chiedo: “No”. “Ripassa”.
“Forse”. “Nun dò nessuna garanzia”.
Io, se nun fosse ‘na vijaccheria,
sbrojerebbe pe’ sempre la matassa.

Crédeme, me ce sento schioppà’ er côre:
sentì’ ‘na forza da potecce sfragne
una montagna, e nun trovà’ lavore!

E quanno er pupo ha fame e ce lo dice
Tèta riggira er viso e sbòtta a piagne…
Cristo, che Croce!, che campà’ infelice!

Carlo Bardella

da Carlo e Massimo Bardella, a cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine, 2017

 

(…)La storia personale e quella condivisa con le schiere degli «scordati» si mescolano, così come si fondono mestizia e indignazione fattiva. Il risultato è a volte di una attualità sorprendente, come ha affermato Vincenzo Luciani a proposito di quel testo poetico da “tempi di crisi mondiale” che è Sàbbito senza sole!: “Questo sonetto sembra scritto oggi: parla, come solo i poeti sanno fare, della crisi economica e dei profondi guasti che la stessa produce nelle famiglie, soprattutto in quelle in cui il capofamiglia ha perso il lavoro, oppure la casa e il lavoro contemporaneamente, come purtroppo accade a tantissime famiglie italiane. Nella piena indifferenza di quelli che hanno la trippa piena (top manager, grandi economisti, banchieri, finanzieri, politici di alto bordo, ricchi, insomma, di svariate categorie professionali), che quindi non riescono a capire le buone ragioni di chi è digiuno”.(…)

dalla Introduzione di Anna Maria Curci

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Carlo Bardella è tra i più notevoli poeti in romanesco del dopoguerra.
Orafo, fu a lungo disoccupato anche perché non aveva mai voluto iscriversi al Partito Fascista. Nel 1943/1944 fu uno dei capi della Resistenza romana nelle file clandestine del Partito socialista.
Con la pace esplose la sua sopita ispirazione poetica. È autore delle raccolte Fôchi d’artificio (1952), La strada (1963), Sonetti ar Creatore (1976).

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

Dialetti #4: Carlo Bardella

Anna Maria Curci – Una selezione da Nuove nomenclature e altre poesie

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Anna Maria Curci*

 

Il margine slabbrato

il lembo osceno

il coro dei sommersi

ha cavi gli occhi

(da Sotto coperta)

 

 

Da Nuove nomenclature

 

Idiomaticamente

 

Non avere più alibi è risorsa.

Al fast food di sentenze c’è anche questa

pietanza da servire con rigaglie,

spezie varie d’avanzo e faccia tosta.

 

Fioccano locuzioni da conquista,

negli acquartieramenti si fa incetta

di lingua requisita e mal riposta,

‘’amara terra mia’’ va in soffitta.

 

Di detti e contraddetti la brodaglia

fiumi azzurrognoli espande in tutta fretta,

sul segno-senso pende già una taglia.

 

Sciapi o sapidi trionfano zupponi –

non dichiarata presa di possesso –

a cubetti ora vendono gli idiomi.

 

 

***

 

Vuoto di valori

 

Lo sento dire e lo ripeto, così,

schiacciato beneficio d’inventori:

serpeggia, incede, non incontra inciampi

un diserbante vuoto di valori.

 

Ma c’è mai stato un pieno? Il quesito

solletica le froge stupefatte

di cavalli a motore a scoppio tardo.

È aria fritta che sniffano, con blatte.

 

C’è la fila alla pompa di benzina,

scarseggia il carburante d’ideali

e il vagheggiar d’aedi impavesati

prende quota, è in rialzo, frulla ali.

 

 

***

 

 

Da Staffetta

 

Fuori classe

 

A fatica trascino

le quattro carabattole più amate

case-motto da manto declassate

a ripari ambulanti.

 

A sostenere il mondo

per velleità prescelta ti condanni

d’abnegazione tu sciorini i panni

e sempre giri in tondo.

 

Non mi distoglie scherno

e quel pallore mio già m’innamora

l’idillio di natura non ristora

chi sceglie l’auto-inferno.

 

***

 

19 luglio 1943

 

Sotto la rete vedo i calcinacci

e nonno che ci guarda preoccupato

mi stringo a mia sorella che ha due anni

 

fa caldo, è luglio e sono a San Lorenzo.

 

 

***

 

Da Settenari sparsi

 

XXI

 

Sentivo la mattina

picchiare il ferro il fabbro.

Quel mondo nel cortile

era sogno, era vero.

 

XXII

 

Sguardi nuovi guadagno

quando vengo da te,

misterioso Aventino.

Respiro e trovo pace.

 

XXIII

 

Vengo spesso a trovarti.

Tu m’insegni bellezza

e insieme verità.

La pietra e l’agapanto.

 

 

***

 

 

Da Canti dal silenzio

 

Preludio

 

Ascolta, nell’attesa, come vuoi:

mano appoggiata al mento ed occhi chiusi

oppure spalancati e testa alta.

 

Ascolta, non fuggire, non temere

presa rapida o lenta gestazione

del vento muto che avvolge e sospinge.

 

Ascolta, prendi il ritmo e cogli nota.

Ricostruisci la tua partitura:

è proprio quella che appare distante.

 

Ascolta e frena il piede impaziente

la nocca che si tende e il naso ostile.

Non ignorare i canti dal silenzio.

 

Da Nuove nomenclature e altre poesie, prefazione di Plinio Perilli e postfazione di Gianfranco Fabbri, L’arcolaio 2015.

 

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La copertina del libro; fonte: web

” Nuove nomenclature è (…) un libro di battaglia, codice d’onore in nome della sorveglianza, del controllo mentale, della religione disattesa e tradita del proprio tempo. Perfino e soprattutto controllo del lessico – piena verve espressiva, ma anche inesorabile, impietoso test psico – critico in relazione alle prerogative del proprio e dell’altrui stile. Poesia affranta e abilissima, periziata e in boccio, etico – filologica, per come a perfezione riesce sempre a irridere o risalire il linguaggio, le parole come salmoni in amore, sfracellate tra le rocce obbrobriose del presente che viaggia a ritroso, e s’infutura (…) ”

(Dalla prefazione di Plinio Perilli, pag.8)

 

*Fonte immagine in alto: © Goethe-Institut Italien – Foto: Klaus Dorwarth; https://www.goethe.de/ins/it/it/spr/eng/dib/bbl/20804471.html

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

Anna Maria Curci – Una selezione da Nuove nomenclature e altre poesie

TRITTICO d’esordio

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Giovanni Asmundo, Francesco Cagnetta, Vito Santoliquido, Trittico d’esordio, a cura di Anna Maria Curci, Edizioni Cofine, Roma 2017

 

I tre poeti intonano con timbri diversi i loro “canti di sponde, crateri e avamposti”.  La tensione tra amore vissuto quotidianamente per la poesia tutta, e in diverse fogge di classicità, e lo sguardo sulla realtà, altrettanto vissuto, sofferto e sognante, trasfigurato e pungente, si manifesta talvolta come il dispiegarsi non urlato di un contrasto, talaltra come lo sporgersi, con la chiara nozione del rischio mortale, su un orrido, talaltra, infine, come vera e propria zuffa. 

(dall’Introduzione di Anna Maria Curci)

 

*
Scolpisci sull’alta rupe
questo mio nome
ma su pietra qualunque, così che
possa tornare qualcosa di me
alle tue dita, alla lira, al fragore.
Serbala in fasce al riparo
delle tue mura
ma posala all’alba, al lucore marnoso
maestoso abbaglio sul mare
così che non gravi di peso il telaio
là dove morse il languore e l’onda
si getta sull’alta rupe.

Gianluca Asmundo
Giovanni Luca Asmundo

Giovanni Luca Asmundo è nato a Palermo nel 1987; architetto, vive e lavora a Venezia nel campo dell’architettura e della ricerca presso l’Università IUAV. Negli anni partecipa e ottiene i primi posti in diversi concorsi nazionali di poesia, narrativa e prosa lirica. Sue poesie appaiono su riviste online e cartacee tra le quali “Poetarum Silva”, “Poliscritture”, “La Masnada”. È presente in tre antologie in ebook a cura del blog “La presenza di Èrato” e in quella cartacea Poesia e luce: Venezia, a cura di Marco Nereo Rotelli (2015). È tra i fondatori del progetto di poesia e fotografia “Peripli. Topografia di uno smarrimento” ed è stato co-curatore di “Congiunzioni Festival di poesia e videoarte 2015”.

 

*
Su di un grembo di carta
ho caricato il mio fucile
eretto barriere di gomma
per tenervi lontani:
mantengo la posizione
in un minuscolo avamposto
di lode.
Perché nel movimento a ritroso
sotto il tracciato della pelle
ho rose pronte per la schiusa
nascoste nella consapevolezza
del mio silenzio.

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Francesco Cagnetta

Francesco Cagnetta è nato a Bisceglie (BT) nel 1982 ed è residente in Terlizzi (BA). Esercita la professione di avvocato. Pur essendo un autore pressoché esordiente, alcuni suoi scritti sono comparsi in alcune antologie non cartacee. Diverse le recensioni su blog letterari a cura di Pasquale Vitagliano, Nicola Vacca e Anna Maria Curci. Ha partecipato a reading letterari tra cui il Festival “La Luna e i Calanchi” a cura di Franco Arminio. Tra i poeti che preferisce ci sono quelli che hanno affrontato le questioni del meridionalismo.

 

*
A cosa tutto il labor limae, questo
trovare, mettere-levare, come
a un mostro aggiustare la testa
ottusa gli occhi gonfi, questo
intrecciarti ai capelli efflorescenze
rare? Per chi sarai perfetta o
storpia, mia rima, non so. Forse
solo per il genitore geloso
il gigante buono, tuo padre
l’orco.

vito santoliquido
Vito Santoliquido

Vito Santoliquido è originario di Forenza (PZ), dove tuttora vive la sua famiglia; è nato nel 1989. Si è laureato in Filologia moderna presso l’Università Ca’ Foscari Venezia: area d’elezione le letterature medievali romanze. Attualmente è dottorando in Italianistica e Romanistica presso le università di Venezia e Zurigo. Suoi inediti sono apparsi in “Poetarum Silva” (letture di Fabio Michieli e Anna Maria Curci), La Sepoltura della Letteratura (nota di Mattia Lo Presti) e Farapoesia/Kerberos (presentazione di Luca Cenacchi). Cura un blog personale, guidato dall’idea di associare liriche e immagini: lesommeilinterrompu.wordpress.com.

 

(articolo a cura di Patrizia Sardisco)

(foto: fonte web)

TRITTICO d’esordio

Michela Zanarella: Le parole accanto

 

Michela Zanarella

CIO’ CHE RESTA DEL GRANO

Planano le dita
in trame di odori
sotto palpebre di pianura.
Il faggio racconta
le mie verdi assenze,
il silenzio che sale
ad invocare
memoria che sfuma.
Sono divenuti sorsi
di cielo
il confine che tace,
l’asfalto che trema,
l’origine che origlia
ciò che resta
del grano.

RACCONTAMI

Raccontami
come cambia direzione il vento
e di come si consola l’erba
del bianco della neve.
Io so del gergo della terra
che hai calpestato,
di quei passi
che hai riempito di sudore
tra i rovi di montagna.
Non sono stata capace
di gridare a cuore aperto
quanto manca la tua voce
al mio respiro.
Raccontami
quale meta spetta
al nostro tempo
e quale ragione
sta nella mia sete
di silenzio.

RACCOLGO CILIEGIE

Raccolgo ciliegie
come se fosse tornato il tempo
di perdermi tra i rami
a fissare l’odore del vento.
Chiudevo gli occhi
e mi stringevo addosso
rosse dolcezze
oltre al colore di un sole
che si muoveva
a ravvivare le polpe.
Tu lo sapevi
che in punta di piedi
mi sollevavo a riempire i palmi
di frutti e silenzi.
Raccolgo ciliegie anche adesso
senza essere tra le montagne
sola con la tua voce accanto
sfidando le labbra ad ascoltare
il sapore di allora.

(Le parole accanto, Interno Poesia Editore, 2017)

 

Dalla prefazione di Dante Maffia
“Michela Zanarella è ormai scrittrice affermata e conosciuta, una che la poesia la scrive e la legge con attenzione e con passione e che sa coniugare la propria biografia con le accensioni che le vengono dagli altri, con atti di agnizione che sono la fermezza della sua lealtà innanzi tutto con se stessa e poi con il mondo.
Le parole accanto è un libro la cui scrittura è sapiente e pacata e riesce a cogliere sfumature essenziali capaci di illuminare aspetti reconditi della realtà e della psiche. Si avverte che l’esperienza personale, anche all’interno degli affetti più intimi, ha lasciato tracce indelebili che tornano a dettare ombre, eppure non troviamo il minimo di recriminazione, non troviamo anatemi. La poetessa ha assorbito tristezze e dolori e ne ha fatto parole di poesia con una semplicità che, come vado sostenendo da decenni, è il solo mezzo per riuscire ad ottenere della vera poesia, quella che rinnova la sostanza della realtà e perfino della verità…”.

 

 

Le-parole-accanto.png  Michela Zanarella è nata a Cittadella (PD) nel 1980. Dal 2007 vive e lavora a Roma. Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesia: Credo (2006), Risvegli (2008), Vita, infinito, paradisi (2009), Sensualità (2011), Meditazioni al femminile (2012), L’estetica dell’oltre (2013), Le identità del cielo (2013), Tragicamente rosso (2015). In Romania è uscita in edizione bilingue la raccolta Imensele coincidente (2015). È inclusa nell’antologia Diramazioni urbane (2016), a cura di Anna Maria Curci. Autrice di libri di narrativa e testi per il teatro, è redattrice di Periodico italiano e Laici.it. Le sue poesie sono state tradotte in inglese, francese, arabo, spagnolo, rumeno, serbo, greco, portoghese, hindi e giapponese. Ha ottenuto il Creativity Prize al Premio Internazionale Naji Naaman’s 2016. È ambasciatrice per la cultura e rappresenta l’Italia in Libano per la Fondazione Naji Naaman. È alla direzione di Writers Capital International Foundation. Socio corrispondente dell’Accademia Cosentina, fondata nel 1511 da Aulo Giano Parrasio.

Michela Zanarella: Le parole accanto