Antonella Anedda: Historiae

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Presentiamo le tre poesie che compongono la sezione Occidente di Historiae, Einaudi 2018, convinti che di questa Poesia il nostro tempo «schiuma delle ere» abbia bisogno come un pane diviso che tolga torpore alle mani. Una Poesia che traghetta la Storia dentro la casa, mostrando la fragilità di mura e muri, raggiungendoci scomoda e inquietante come l’annuncio di una scossa, come il colore dell’immondizia che preme da fuori, allegoria del nostro mondo, del suo immondo, del troppo, dell’esubero, di ciò che più non si aggiusta dentro. Prima che il buio abbia a ingoiarci, noi tutti ugualmente inquilini, noi dal contratto breve e a tempo improrogabile, noi incontenibili, noi senza risposte e senza vista, con una natura attonita, in ascolto, sul retro delle nostre costruzioni. (Patrizia Sardisco)

 

*

Ghazal

Come scroscia la pioggia sui tetti nella notte incipiente,
come rende accogliente la luce del forno
tra la pila dei piatti nell’ombra.
Lo sai, alcuni fuggono, altri sono macellati nel sonno.
A Levante il rosso confonde il nostro Occidente.
Il sangue stinge sull’Eufrate.
L’intelligenza di cui facciamo vanto
risputa il passato nel presente.

 

*

Occidente

Ecco le case contadine del Duemila,
sono in piena città nel dirupo sotto il mio balcone,
hanno orti minuscoli, qualche sedia di plastica,
un canneto e sopra i pomodori una tettoia,
sempre di plastica, ma gialla.
Vicino, c’è un circolo bocciofili:
i vecchi gridano quando la palla scocca
la sua gemella di legno nel tragitto.

Resto ferma a guardare, penso a quanto
siamo alti e miopi e assordati.
A nord delle baracche sfrecciano i treni
verso Fiumicino, lo splendente aeroporto della capitale
i vagoni sfiorano la Magliana
i palazzi affollati di lenzuoli,
i supermercati con le merci scontate.

Era così il treno per i turisti
che saltando la periferia
univa Buenos Aires alle ville di Tigre
bianche sopra un fiume di fango.
Non c’erano mendicanti ma ristoranti
musica, tempo mite e forse criminali
– come ovunque – che curavano il prato.

Divago, così vado dall’altra parte della casa,
quella più quieta da cui si vedono i villini,
le facciate dipinte, i giardini con le palme nane.
Tutto perfetto «se non fosse» – dice l’inquilino –
«per i cassoni d’immondizia », bocche di buio
che inghiottono gli avanzi: non solo cibo, ma mobili,
vestiti, oggetti che forse si possono aggiustare.

Per questo a ore strane vengono i nostri alieni:
a volte sono donne, spesso vecchie.
Spingono un passeggino privo di bambino,
ma anche un carrello per la spesa,
e in effetti la fanno, «a nostre spese»
aggiunge l’inquilino.

In realtà cercano ferro in questa età dell’oro.
Stavolta vedo da vicino. Ci guardiamo.
È davvero impossibile lavare la vergogna reciproca?

Non so rispondere e neppure voi.
Ci muoviamo in una zona di tempo
schiuma delle ere. Sono le otto.
Dietro il condominio
si stende in nostro mondo occidentale.

L’acqua scende dai tubi, buona,
per bere, per scaldare.
Adesso inizia a piovere
una tranquilla pioggia verticale.

Ogni goccia rintocca di un ancora,
ancora respiriamo dentro l’aria invernale.
Ancora una lepre drizza le orecchie alla luna,
ferma, come un pensiero in una radura.

 

*

Historiae 2

Il libro putrefatto della pioggia, l’argilla che ha smottato,
la terra stride, i piatti crollano,
i muri si scollano dai quadri,
nulla è allineato come i pianeti che crediamo di capire.
Nella scossa che i cani annunciavano latrando stamattina
con i musi puntati verso uno sciame di api immaginario
il pavimento slitta verso il vuoto. Anche noi
fuggiamo nell’onda di una memoria della specie
(oh tempesta di fuoco e di basilico,
di lampade e letti scardinati
e tu monte che inghiotti acqua e aria)
mentre la casa si scompone e scompare.

 

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(Articolo a cura di Patrizia Sardisco)

 

 

Antonella Anedda: Historiae

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