Gabriele Galloni: poesie da In che luce cadranno, con un post-it all’Autore

 

gabriele galloni
Gabriele Galloni

 

 

I morti – loro, l’ultima
didascalia del mondo
conosciuto – in colloquio
fitto tra un buio di falò e la resina

delle pinete a mare.

 

*

 

I morti cagano, pisciano come
i vivi. Solamente che faticano
a rispondere a tutte le domande

che gli vengono fatte. Preferiscono
ricordarsi di un nome,
scomporlo in sillabe, accorgersi che è il loro.

 

*

 

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

 

***

 

Post-it all’Autore

Tu catturi l’attenzione subito, Gabriele, con queste poesie dallo stile epigrammatico, prive di lirismo e di concessioni a stilemi retorici, benché affrontino la difficilissima, rischiosa questione della Morte, e lo sappiano fare egregiamente. La dicono con la voce asciutta e quasi atona dei morti, o meglio dei vivi da morti che in un posto parallelo sono e fanno e compiono pensieri gesti e desideri esattamente come i vivi, inesatti e mai completi come i vivi, i quali hanno, più dei morti, solo l’incombenza di dover morire.

Spontanei certi parallelismi: col purgatorio dantesco, per certi versi con gli Hollow Men eliotiani, ma ancor più con gli Increati di Antonio Moresco:

<<Che cosa vedono i vostri occhi quando uno muore? Quello che vedono è la decomposizione dei corpi (…). Invece sta succedendo tutt’altro. (…) La situazione è molto più semplice, così semplice che voi vivi non riuscite neppure a immaginarla. (…) Ma, a questo punto, voi mi chiederete: “D’accordo, ma che cosa succede quando si muore?”. Niente. Niente? Com’è possibile che non succeda niente, se prima ci siamo e dopo non ci siamo?” Le cose non stanno esattamente così. Né prima ci siamo né dopo non ci siamo. >> (Antonio Moresco, da Gli increati, Mondadori 2015).

Tu, qui, provvedi a tratteggiare con lievissima ironia, senza la ferocia del contrappasso dantesco, l’alienazione disperante degli Uomini vuoti o gli smottamenti vertiginosi di Moresco, quella condizione che è l’essere vivi, l’agire come da vivi in Morte; a indicare una possibile via di comunicazione e accesso tra due soglie dal confine labile; fino a cauterizzare, con una sorta di rito apotropaico, il dolore della condizione mortale.

Senza lasciare mai la presa trattieni chi legge in un sospiro sospeso, a metà tra la sorpresa e la tenerezza in certi passaggi, lo sconcerto e la rivelazione in altri: la Morte, sembrano volerci dire questi morti, non rende più mansueti, solo più distanti, miopi e malinconici, rappresi in un Sé d’immodificabile essenza i cui sussulti permangono.

Tu hai vent’anni e scrivi con una consapevolezza del verso e delle tematiche affrontate che indicano una maturità e un’esperienza superiori. Dei vent’anni porti, tuttavia, l’occhio di un’innocenza cruda che ferisce, che scava giù in fondo (Tra i sette morti tu scegli il più piccolo – / conducilo a passeggio e infine sgozzalo. / Avverti i suoi fratelli e seppelliscilo. //) e costruisci pezzo a pezzo un’allegoria del vivere che nonostante il tema scabro e difficile, sembra voglia infondere levità e conforto, speranza e vicinanza: La musica dei morti è il contrappunto / dei passi sulla terra.

Ti seguiremo ancora Gabriele: chissà dove ci porterai, se questi sono gli esordi.

A.G.

*

in-che-luce-cadranno-copertina-1

 

Le poesie e i passi citati nel Post-it sono tratti da In che luce cadranno, RP Libri 2018.

Fonte immagini: web.

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

 

 

Gabriele Galloni: poesie da In che luce cadranno, con un post-it all’Autore

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