Zeitgeber (Marcatempo) – Alba Gnazi

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Il fauno Barberini

 

We are such stuff

As dreams are made on, and our little life

Is rounded with a sleep.

Shakespeare, The Tempest (4.1.168-170)

 

 

 

Quello che non so mostrarti è il buco che mi lasci nello stomaco quando ti sopisci in un fiato onirico, quello
non so spiegarti, l’alone che mi annega in un’ ancipite nostalgia dal sentore blu chagall a spillarmi
gli occhi tra le ciglia le tue stormiscono tra adiacenze di reale, quello che si mostra con soliloqui in jingle etichette e garanzie, appena scado al giorno e dal freddo ricomincio, le dita sciocche i capelli stretti di quando sfiorarli soltanto, inconclusa, maldestra, nutrita da apnee in sottraendo, da mentre ad adesso,

meno – meno – meno –

E vedi amore mio, vedi

io sbaglio tutto: sono qui, invece che a camminare come un’ora acquisita sulla battigia d’inverno, le scoperte allusioni delle maree tra lische e spintoni di nuvole

sono qui, non forte, non lieve, non ferma, ferma qui

a guardarti

come un uccello che ha sbagliato grondaia, e sbatacchia e frastuona con le orecchie infiammate dai propri urli, picchiando le ali sul ferro l’ardesia la penuria di sapersi

l’imbuto del cielo proiettato in un’irraggiunta presenza di etère nuvole, ancora loro, lupe accoppiate al mio sguardo all’altrui mentre ti guardo, mentre ti

guardo

                 sopito nel mio buco, nel tuo roco stare al mondo in fase rem.

 

—- —- —-         —- —- —-         —- —- —-         —- —- —-

 Farfalle ti farfugliano la voce tali a bende di cristalli da stringerci in vita – la vita, la vita: promette evasioni e rotazioni di Orion sul mutare dell’alba, trepesta soluzioni nell’incauto volteggiare assordante in limine di ciglia: un riflesso: due:

la tua bocca vissuta segmenta palatali tremori sul ciglio

del corpo – fetale proscenio aggrottato su sorgenti di veglia, la messa in scena furibonda di luoghi di moti di corpi, l’occulta antemorte in cui è immerso il Te solo, il braccio che tendo casomai servisse ti aggancia al silenzio da cui

ti guardo

 

distolti gli artefatti che nessuno contraddice, e già è saliva su labbra la luce,

il verbo come pugnale come sfintere

                   tu

                                      io

incrementati da rubre albe a farci orgasmico respiro e molle ardore pre-veglia, un rimbalzare neutro tra i fossili di lampe scaricati ciglio a ciglio sul bordo dell’avvenuto essere al mondo

la tua bocca in cima al fiato il cosmo chiuso del sonno da cui ora

trapassato presente, nuovissimo, intoccato

mi guardi

 

sopita supplire al Quid Es affranto del Tempo il fianco coricato verso Luna

nuda

dormendo, nel mio infinito marcare il mondo in fase rem.

 

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Venere dormiente, Cincinnato Baruzzi 

 

 

Testo inedito* di Alba Gnazi

*Segnalazione al Concorso di Poesia ‘Interferenze’, Bologna in Lettere 2017

Immagini: web.

 

 

 

 

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