Eugenio Montale, Lettera levantina

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[Proponiamo questi versi

come omaggio al Poeta

nel 35° anniversario della sua scomparsa,

il 12 settembre 1981.]

 

 

Vorrei che queste sillabe

che con mano esitante di scolaro

io traccio a fatica per voi,

vi giungessero in un giorno d’oscura

noia; quando il meriggio

non rende altra parola

che quella d’una gronda che dimoia;

e in noi non resiste una sola

persuasione al minuto che róde

e i muri candidi ci si fanno incontro

e l’orrore di vivere sale a gola.

 

Per certo vi sovverrete allora

del compagno di tante ore passate

nelle vie lastricate di mattoni,

che tagliano, seguaci a infossamenti e ascese,

i nostri colli nani cui vestono le trine

rade di spogli rami.

E vi parrà di correre non più sola

Sotto i dòmi arruffati degli olivi

Tra abbrivi e brusche soste,

come rimpiccinita in un baleno.

O il ricordo vi si farà pieno

degli alberi che abbiamo conosciuti,

e rivedrete le barbate palme

ed i cedri fronzuti,

o i nespoli che tanto amate.

 

Questo è il ricordo di me che vorrei porre

nella vostra vita:

essere l’ombra fedele che accompagna

e per sé nulla chiede;

l’imagine che esce fuori da una stampa tarmata,

scordata memoria d’infanzia, e crea un istante di pace

nella convulsa giornata.

E delle volte se una forza ignota

vi regge in un groviglio

di brucianti ore,

oh illudervi poteste

che v’ha preso per mano alcuni istanti

nel segreto,

non l’Angelo dei libri edificanti

ma il vostro amico discreto!

 

Ascoltate ancora, voglio svelarvi qual filo

unisce le nostre distanti esistenze

e fa che se voi tacete io pure v’intendo, quasi

udissi la vostra voce che ha ombre e trasparenze.

Un giorno mi diceste della vostra infanzia

scorsa frammezzo ai cani e alle civette

del padre cacciatore; ed io pensai che foste

permeata da allora dell’essenza

ultima dei fenomeni, radice

delle piante frondose della vita.

Così mentre le eguali

vostre inconscie nei giuochi

trapassavano i giorni, e tra le vane

cure del mondo, ignave,

i vostri pochi Autunni,

amica, sì puri di stigmate,

scorgevano già dell’enigma

che ci affatica, la Chiave.

 

Anch’io sovente nella mia rustica

adolescenza levantina

salivo svelto prima della mattina

verso le rupestri cime che s’inalbavano;

e m’erano allato

compagni dal volto bruciato dal sole.

Zitti stringendo nei pugni

annosi archibugi,

col fiato grosso s’andava nel buio;

o si sostava, a momenti,

per misurare a dita

la polvere nera e i veccioni

pestati in fondo alle canne.

Attendevo affondato in un cespuglio

che la lunga corona

dei colombi selvatici

salisse dalle vallette

fumide degli uliveti

volta al cacume, ora adombrato ed ora

riassolato, del monte.

Lentamente miravo il capo-fila,

grigio sopravanzante, indi premevo

lo scatto; era la bòtta nell’azzurro

sécca come di vetro che s’infrange.

Il colpito scartava, dava all’aria

qualche ciuffo di piume, e scompariva

come un pezzo di carta in mezzo al vento.

D’attorno un turbinare d’ali pazze

e il sùbito rifarsi del silenzio.

 

E ancora appresi in quelle mie giornate

prime, guardando

il lepre ucciso nelle basse vigne

o il cupreo scoiattolo che reca

la coda come una torcia

rossa da pino a pino,

che quei piccoli amici della macchia

portano a lungo talvolta

nel cuoio i pallini minuti

d’antiche sanate ferite

prima che un piombo più saldo

li giunga a terra per sempre.

 

Forse divago; ma perché il pensiero

di me e il ricordo vostro mi ridestano

visioni di bestiuole ferite;

perché non penso mai le nostre vite

disuguali

senza che il cuore evochi

sensi rudimentali

e imagini che stanno

avanti del difficile

vivere ch’ora è il nostro.

Ah intendo, e lo sentite

voi pure: più che il senso

che ci rende fratelli degli alberi e del vento;

più che la nostalgia del terso

cielo che noi serbammo nello sguardo;

questo ci ha uniti antico

nostro presentimento

d’essere entrambi i feriti

dall’oscuro male universo.

 

Fu il nostro incontro come un ritrovarci

dopo lunghi anni di straniato errare,

e in un attimo il guindolo del Tempo

per noi dipanò un filo interminabile.

Senza sorpresa camminammo accanto

con dimesse parole e volti senza maschera.

Penso ai tempi passati

quando un cader di giorno o un rifarsi di luce

mi struggevano tanto

ch’io non sapevo con chi mai spartire

la mia dura ricchezza, e pure intorno

di me sentivo fluire una potenza

benevolente, sorgere impensato

fra me e alcun altro un fermo sodalizio.

 

Intendo ch’eravate già al mio fianco

in quegli istanti; che vi siete ancora,

se pur lontana, in questo giorno stanco

che finisce senza apoteosi;

e che insieme guardiamo beccheggiare

tra i marosi e le spesse brume

le scogliere delle Cinqueterre

flagellate dalle spume.

 

Da Poesie disperse, in ‘’Tutte le poesie’’, I Meridiani Mondadori 2005 (rist.)

 

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Eugenio Montale e Clizia, senhal di Irma Brandeis, destinataria dei versi sopra riportati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

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