La Terrazza dei Maestri: Vincenzo Cardarelli

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Vincenzo Cardarelli

La speranza è nell’opera.

Io sono un cinico a cui rimane

per la sua fede questo al di là.

Io sono un cinico che ha fede in quel che fa.

 

 

Homo sum

 

Io pago tutto.

Non c’è peccato

ch’io non abbia finora

debitamente scontato.

Ho un organismo vitale

che vuole, contrariamente

al Diavolo di Goethe,

vuole il Bene e fa il Male.

Pensate quale puntualità

e che liste di conti da saldare.

Ai messi del Signore

l’uscio della mia casa è sempre aperto.

E spesso delle loro intimazioni,

prevenendole,

io stesso senz’attenderli

mi faccio esecutore.

Sì che quand’essi giungono

ritto sull’uscio li fermo

e li rimando dicendo:

Amici, sono anch’io

cursore e complice di Dio.

Che dunque venite a fare

se il debito è già pagato?

Forse è perciò che una donna cattiva

suole dire celiando

Ch’io sono un santo e innanzi di morire

farò miracoli.

Talvolta infatti io mi vedo come uno

di quei poveri santi

che sulle tele delle sacrestie

stanno in adorazione della Vergine,

inutilmente aspettando

un suo sguardo.

Ma vi dico, in verità,

che volentieri darei, se pur l’avessi,

una tanto gloriosa vocazione

per un poco d’allegra umanità.

 

***

 

 

Memento

 

L’idea che ci facciamo d’ ogni cosa

È cagione che tutto ci deluda.

È mal sognare il vero,

architettar l’ignoto.

Il male è nella nostra fantasia

Che perfetto e mirabile si finge

Ogni evento,

è nell’ansiosa attesa

del giorno beato,

del fortunato incontro

che poi ci disinganna.

Sospiravam la festa. Ecco è venuta.

Passan l’ore fugaci e malinconiche

Come per il fanciullo

che niun vezzeggia ed è vestito a nuovo.

Il bene talvolta fa ressa,

di soffocarci minaccia.

Ma il male è continuo, stillante.

Il bene è l’infrazione, il male è norma

nella nostra esistenza.

 

***

 

 

Attesa

 

Oggi che t’aspettavo

non sei venuta.

E la tua assenza so quel che mi dice,

la tua assenza che tumultuava,

nel vuoto che hai lasciato,

come una stella.

Dice che non vuoi amarmi.

Quale un estivo temporale

s’annuncia e poi s’allontana,

così ti sei negata alla mia sete.

L’amore, sul nascere,

ha di quest’improvvisi pentimenti.

Silenziosamente

ci siamo intesi.

 

Amore, amore, come sempre,

vorrei coprirti di fiori e d’insulti.

 

***

 

 

Spiragli

 

Che cosa mi colpisce oramai!

Un velo d’ombra di mare

sui monti lontani,

un nembo di nuvola tutelare.

Ma basta levare la testa.

Le cose non stanno che a ricordare.

Piano piano i minuti vissuti,

fedelmente li ritroveremo.

Coraggio, guardiamo.

 

***

 

 

Idillio

 

 

Per una stradetta ombreggiata

fra due muri di pietre rugginose

da cui spuntavano pampani

soleggiati,

vidi un giorno, in Liguria,

(oh, incontro inatteso!)

una giovane contadina

ritta sul limite del suo vigneto.

Era la via romita,

l’ora estuosa.

Mi guardò, mi sorrise,

la villanella.

Ed io le dissi, accostandomi,

parole che udivo salire

dal sangue,

da tutto il mio essere, in lode

della sua bellezza.

Sotto il rossore del volto imperlato

dall’interrotta fatica

la bocca sua rideva luminosa.

Era scalza. Una scaglia

d’argilla dorata

rivestiva i suoi piedi usi ai diurni

lavacri della fonte.

Gli occhi, infocati e lustri,

di gioventù brillavano,

solare e profonda.

E dietro a lei, così terrosa e splendida,

l’ombre cognite e fide

della domestica vite

parevan vigilarla.

Tutto era pace intorno

e silenzio agreste.

***

 

Alla terra

 

Terra mia nativa,

perduta per sempre.

Paradiso in cui vissi

felice, senza peccato,

ed ebbi amiche un tempo

le bisce fienaiole

più che gli uomini poi.

Nelle notti d’insonnia,

quando il mio cuore è più angosciato e grida

e non si vuol dar pace,

tu mi riappari ed in te mi rifugio.

Non memorie io ti chiedo,

ma riposo ed oblio.

E dopo tanto errare

godo in te ritrovarmi,

terra mia di cui porto

l’immortal febbre nel sangue.

Sempre più persuaso che tu sola

non m’abbia mai tradito

e che il lasciarti fu grande follìa.

Così lontana sei, così lontana!

Pur di raggiungerti e annullarmi in te

anche la morte mi sarebbe cara.

 

***

 

 

Partenza mattutina

 

Al mio paese non posso dormire.

Sempre mi leverò coi primi albori

e fuggirò insalutato.

Quanti mattini della mia infanzia

furon simili a questo,

libeccioso e festivo,

con la marina burrascosa in vista

e la terra bagnata.

Quante volte percorsi questa strada

ove oggi mi ritrovo e mi stupisco

d’essere ancora al mondo.

Sconosciuto, inatteso,

eccomi in via di nuovo

per quella stazioncina solitaria

in cui vissi bambino, a cui ritorno,

e tutto il mio passato

mi frana addosso.

Inorridisco al suono

della mia voce.

 

***

 

Alla Morte

 

Morire sì,

non essere aggrediti dalla morte.

Morire persuasi

che un siffatto viaggio sia il migliore.

E in quell’ultimo istante essere allegri

come quando si contano i minuti

dell’orologio della stazione

e ognuno vale un secolo.

Poi che la morte è sposa fedele

che subentra all’amante traditrice,

non vogliamo riceverla da intrusa,

né fuggire con lei.

Troppe volte partimmo

senza commiato!

Sul punto di varcare

in un attimo il tempo,

quando pur la memoria di noi s’involerà,

lasciaci, o Morte, dire al mondo addio,

concedici ancora un indugio.

L’immane passo non sia

precipitoso.

Al pensier della morte repentina

il sangue mi si gela.

Morte, non mi ghermire,

ma da lontano annunciati

e da amica mi prendi

come l’estrema delle mie abitudini.

 

***

 

 

 

Cardarelli_Opere_Mondadori

 

 

Estratto biografico 

 

’Nazareno Caldarelli (vero nome di Vincenzo Cardarelli) nasce il 1° maggio nella Maremma laziale di Corneto Tarquinia (oggi Tarquinia) dall’unione irregolare, ben presto troncata, di Antonio Romagnoli e Giovanna Caldarelli. Sui primi anni di vita, sino all’arrivo, giovanissimo, a Roma, in cerca di fortuna, soccorrono le sole notizie calate dall’autore nelle opere, da maneggiare con cautela. C. stesso, scrivendo nel ’50 ad Alberto Mondadori, invita alla discrezione (<<alle origini della mia poco felice esistenza c’è un romanzo che non ho mai avuto voglia di raccontare>>) e per i particolari biografici non fa altro che rinviare ai propri testi. Pochi dati restano indiscutibili: il ceto popolano del padre, la sua provenienza marchigiana, il lavoro di commerciante e poi di gerente del <<buffet della stazione>>; e, dopo la rottura con la prima compagna, che gli lasciò il figlio (e la secondogenita, Assunta), il matrimonio con una lombarda (per qualche tempo, sino alla morte precoce, tenera matrigna). Salvo questo breve idillio domestico, C. bambino, afflitto perdipiù da una menomazione al braccio sinistro, visse sempre <<a dozzina>> in più case del paese (<<il mondo mi allevò>>). La difficile situazione dell’infanzia è certamente all’origine dell’odio-amore sempre nutrito per Tarquinia: incessantemente idoleggiata per l’origine etrusca, continuamente rincorsa (emblematico il ritorno periodico a festeggiarvi il compleanno, con alcuni letterati romani), e vilipesa nel contempo in acri invettive. ‘’

 

 

Biografia riassuntiva:

 

Nel 1905 C. va via da Tarquinia e si stabilisce a Roma, ove svolge una serie di lavori per mantenersi.

Nel 1909, dopo un periodo di tirocinio, diviene redattore all’’Avanti!’. Conosce, nello stesso anno, Sibilla Aleramo, con la quale intreccia un rapporto che durerà fino al 1912; si sposta tra Tarquinia, Settignano, Roma e vari altri luoghi come corrispondente del ‘Marzocco’.

1915: viene escluso dalla chiamata alle armi per un’invalidità al braccio. Frequenta, a Firenze, l’ambiente vociano; si lega in particolare a De Robertis e Soffici.

Risale al 1916 la pubblicazione dei ‘Prologhi’, la cui stesura era iniziata nel ’14; pubblica svariati pezzi sulla ‘’Voce’’.

Nel novembre del 1917 è a Roma, ove inizia una collaborazione con ‘’Il Tempo’’ come critico drammatico.

Nel 1919 avvia, insieme ad altri autori, ‘’La Ronda’’. Lavora a diverse opere e risiede in più posti; nel 1922 medita la chiusura della rivista, che vede l’uscita dell’ultimo numero nel dicembre del ’23. Collabora attivamente con svariati quotidiani (‘’Il Corriere Italiano’’, ‘’Il Tevere’’, ‘’Italiano’’ di Longanesi, ‘’Corriere Padano’’, e altri ancora).

Nel 1928, durante l’estate, si reca in Russia come inviato del ‘’Tevere’’; è del 1929 la pubblicazione della raccolta Il sole a picco, che vince il premio Bagutta.

Dal 1931 risiede stabilmente a Roma, da cui si sposta sempre più di rado. Dalle lettere agli amici si evince una condizione di malessere e solitudine.

Nel 1934 pubblica Giorni in piena,  ma il lavoro poetico di C. ha subìto un forte rallentamento.

Dal 1940 collabora con il settimanale ‘’Tempo’’ di Alberto Mondadori, la cui casa editrice più avanti accoglierà l’intera produzione cardarelliana.

A settembre del 1944 si trasferisce a Tarquinia fino all’agosto dell’anno successivo; non è un periodo sereno:

<<Dovetti riparare al mio paese che è stato con me sempre cattivo fin dalla nascita (forse è per questo che lo amo?) e che, come saprai, questa volta ha rischiato di assassinarmi…>>, scrive ad Alberto Mondadori.

Torna a Roma e si stabilisce nel quartiere Prati.

Nel 1946 Mondadori stampa Prologhi. Viaggi. Favole., con la prefazione di Velso Mucci, il quale si occupa anche delle Avvertenze che accompagnano le Lettere non spedite; a Neri Pozza si deve la raccolta delle liriche degli ultimi anni, Poesie nuove.

Nel 1948 ottiene lo Strega con Villa Tarantola (edizioni della Meridiana); nello stesso anno avvia la collaborazione con ‘’Il Messaggero’’e ‘’Il Giornale della Sera’’.

Nel 1949 Mondadori pubblica l’ultima edizione rinnovata di Cielo sulle città; dal marzo dello stesso anno C. è condirettore della Fiera letteraria, che ripubblica parecchi suoi testi.

C. è, dagli anni ’50, un assiduo frequentatore della libreria Rossetti di Via Veneto e del vicino Caffè Strega. Nel ’52, ’53, ’54, ‘58 c’è la pubblicazione, presso diversi editori, di varie opere; risale al ’56 la famosa intervista, una delle poche, che C. rilascia al ‘’Tempo’’ e che offre un ritratto prezioso dell’Autore.

Nel 1958 riceve il Premio Tor Margana, nel ’59 il premio Etna-Taormina.

C. muore il 15 giugno 1959.

La città di Tarquinia istituisce nel 1963 un Premio a suo nome.

 

 

***

 

 

 

da ‘’Memorie della mia infanzia (1922-23)’’ in ‘’Opere’’ (op.cit.)

 

<< Io nacqui forestiero in Maremma, di padre marchigiano, e crebbi come un esiliato, assaporando con commozione precoci tristezze e indefinibili nostalgie. (…) Sono venuto a conoscere mio padre un giorno che, nientedimeno, aveva sposato, e io soffiavo nel fornello a tutto andare, con una ventola nuova nuova. Ci fu un tempo ch’io vissi sotto la protezione d’un angelo custode e non ne ho altro ricordo se non che ero un ragazzo come tutti gli altri, curato, ben vestito e corretto con severità ed amore. Il destino, dopo avermi tolto la madre mi aveva regalato in compenso una matrigna, tutta d’oro, dal cuore alle mani. (…) Penso che la mia prima età debba essere stata tutta di sensi e affetti da non poter dire. Fu un sogno. Ne ho una memoria poetica, non romanzesca. (…) Piangevo se qualcuno mi faceva male, intenerendomi fino alle lacrime l’idea di mio padre che non lo sapeva.  (…) Quante fole! Credo che patissi d’allucinazioni. La mancanza di discernimento ha lasciato sussistere lungamente nella mia memoria una quantità di fatti straordinari che non si sono mai avverati. E la mia credulità mi faceva ignorare il mondo e, nello stesso tempo, i limiti della mia possibilità di mentire.

Precoci i sensi, tardo a concepire, lentissimo a fare, fui sempre un po’ soperchiato dalla mia natura. Onde forse, a cagione di ciò, si sparse presto intorno a me la leggenda ch’io fossi un ragazzo singolare. Lo dicevano tutti, fuorché mio padre, il quale, da buon marchigiano, non si gonfiava punto dell’intelligenza del suo figliolo e anzi se ne preoccupava. Ed essendo, più che dispotico, eccessivo e disperato nelle sue correzioni, fino a scacciarmi di casa, non si compiaceva mai né riconosceva in me nulla di buono, nulla che ad ogni modo lo potesse interessare. Se ero bravo a scuola, lo facevo per me, non per lui. Non c’era dunque ragione mi si dovesse alcun premio. (…)

Tutto si compì così rapidamente nella mia vita che a ripensarci ho l’impressione che tutto mi sia sfuggito. Tempo smemorato! Ride l’infanzia un attimo e già ha qualche cosa da rimpiangere e dimenticare. Gli inganni della vita, dalla gioventù in poi, non sono che rimedi, sempre meno efficaci, finché l’uomo non arrivi al punto da trovarsene sazio e disgustato.>>

 

 

***

 

 

 

Le poesie qui riportate, l’estratto biografico e il passo tratto da ‘’Memorie della mia infanzia’’ sono contenuti in VINCENZO CARDARELLI, OPERE a cura di Clelia Martignoni, A. Mondadori Editore 1996, su cui mi sono basata anche per la stesura della biografia riassuntiva dell’Autore.

 

*

(Articolo a cura di Alba Gnazi)

La Terrazza dei Maestri: Vincenzo Cardarelli

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